I Thunder sono campioni NBA, e il titolo è per qualunque persona dell’Oklahoma che ha subito prese in giro

Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da Laura Albritton e pubblicata su The Oklahoman, tradotto in italiano da Emil Cambiganu per Around the Game.


Attualmente vivo in Colorado. È un posto bellissimo. Ci sono le montagne. L’aria è rarefatta. I caffè e le case costano un occhio della testa, e non è un caso.

E non so quante volte qualcuno mi ha sorriso con aria di sufficienza quando dico che vengo dall’Oklahoma.

“Non sembri mica dell’Oklahoma,” mi dicono.
“In realtà sei… intelligente!”
“Hai sposato un tuo cugino?”
“Ma da voi c’è almeno un Trader Joe’s?”

Se avessi un dollaro per ogni volta che qualcuno ha insinuato che sono un ignorante di campagna solo perché sono cresciuta in uno stato pieno di esercitazioni per tornado e attraversamenti di bestiame, potrei aver comprato biglietti per le Finals in prima fila e mi resterebbero ancora soldi per sistemare le strade. (Ok, diciamolo: non abbastanza per sistemarle davvero.)

Quindi, quando ieri sera gli OKC Thunder hanno vinto le NBA Finals, non è stata solo una vittoria per i giocatori. È stato un momento bellissimo, liberatorio, profondamente “Okie” che diceva:

“Non siamo le vostre amate élite delle coste, ma siamo qui, facciamo rumore e abbiamo appena battuto tutte le squadre là fuori.”

Forse è per questo che ieri sera, mentre Shai Gilgeous-Alexander sollevava quel trofeo sudato, mi sono asciugata le lacrime sperando che i miei amici del Colorado non se ne accorgessero. Mi sentivo ridicola. Questi giocatori nemmeno sanno che esisto. Questa non era la mia vittoria.

Ma forse, in fondo, un po’ lo era.

Questo titolo è per gli sfavoriti.
I Thunder hanno costruito le loro stelle mattone dopo mattone. Scelta dopo scelta (un saluto a Sam Presti), da un piccolo mercato con un grande cuore e un budget che non coprirebbe nemmeno metà del Botox di Los Angeles.

E noi tifosi siamo arrivati con gli stivali e i cappellini da baseball, non con le Balenciaga. Rappresentiamo il basket della classe operaia. Non era Hollywood, era il cuore dell’America.

Insieme a tutti quegli stati trascurati tra le coste (un saluto all’Indiana!), l’Oklahoma è sempre stato lo scherzo finché non siamo diventati la notizia. E ora?

Ora i media nazionali si affannano a pronunciare correttamente “Hartenstein” e si chiedono come un gruppo di ventenni di uno stato “flyover” abbia appena conquistato le Finals.

Noi Okie siamo stati chiamati rozzi, campagnoli, bigotti retrogradi e ignoranti. Ma ciò che siamo, sempre, è fedeli. Alle nostre squadre, alla nostra gente, alla terra che ci ha cresciuti.

E quando uno di noi si alza, tendiamo ad alzarci con lui.

Questa vittoria è per ogni Okie che è stato preso in giro. Per chi ha dovuto spiegare che abbiamo università, e alcune sono davvero valide. Per chi è andato via e si è stancato di sentirsi dire “non sei come gli altri”. Per chi parla con un accento e sa più di chi lo prende in giro.

Per chi è cresciuto vedendo Durant andare via, Russ essere scambiato, e ha giurato: “L’anno prossimo torneremo.”

Ebbene, siamo tornati.

Parlo a nome di molti tifosi dei Thunder quando dico che questa non è solo una vittoria, è un momento culturale. È un attimo in cui gran parte del Paese è costretto a smettere di fingere che non esistiamo.

Questa vittoria è molto più grande del basket. È ciò che succede quando un luogo pieno di coraggio e generosità decide di non essere più ignorato.

È per le piccole città che guardano le metropoli vincere anno dopo anno, e osano sperare che forse — solo forse — il mondo stia finalmente vedendo ciò che abbiamo sempre saputo:

L’Oklahoma è piena di magia. Di cuore. Di ospitalità. Di grinta.

E ora, l’Oklahoma è piena di campioni.

Non siamo più solo una “flyover country”. Siamo la terra delle parate. E siamo solo all’inizio.