Sembra quasi che i Knicks, per questa maledizione che si portano dietro da anni, non possano arrivare alle NBA Finals all’infinito. Se mai dovrà succedere, questo è l’anno buono.

Quella del titolo è una domanda perché già solo provando a immaginare un approdo dei New York Knicks alle NBA Finals sarebbe arrivato tempo zero un upset al primo turno contro gli Atlanta Hawks. Perché? Perché sono i New York Knicks. Il suono dei commercial che accompagna la lotta decisiva al titolo manca dal lontano 1999, mentre bisogna risalire al 1973 per l’ultima vittoria della franchigia, solo la seconda in ottant’anni di storia. A New York, però, si lavora bene ormai da anni.
Pur giocando “male”, cioè affidandosi più alle individualità e alle energie dei comprimari anziché imbastire un vero e proprio sistema di gioco come richiede il basket contemporaneo, con Tom Thibodeau si è lavorato molto bene. Nelle precedenti tre stagioni, i Knicks sono sempre andati oltre il primo turno, raggiungendo il picco lo scorso anno, quando si sono dovuti arrendere solo ai tarantolati Indiana Pacers. Il ferro di Gara 1 risuona ancora da quel tiro clamoroso di Tyrese Haliburton che ha compeltato una rimonta clamorosa, baciato dalla dea bendata perché forse alla fine era davvero destino che New York alle Finals non ci dovesse mettere piede:
Al di là degli scherzi del destino – e dell’ovvio merito dei Pacers – i Knicks hanno mostrato numerose doti in quei Playoffs, che lo stesso nucleo può e deve ripetere in questa run. In primis, nessuno vanta uno shot making equiparabile a quello di New York. Cos’è lo shot making? La capacità di segnare tiri indipendentemente dalla qualità della costruzione, che si tratti di una granata all’ultimo secondo o di una conclusione pesantemente contestata.
Da due stagioni, quindi dall’arrivo di Mikal Bridges e Karl-Anthony Towns, ogni dato realizzativo puro è migliorato, sia contro le difese schierate, sia creando un rapporto generale tra qualità delle conclusioni create e canestri realizzati. Forse anche per questo – oltre che per Jalen Brunson – nessuno è meglio di New York nel quarto periodo, con un +11.7 di differenziale netto e +20.5 nel clutch time. Nessuno ha mai dominato di più le fasi cruciali nella storia della regular season NBA.
Inoltre, i New York Knicks di Mike Brown hanno migliorato la propria produzione a tutto tondo. In termini di equilibrio tra attacco e difesa, il loro net rating li pone al sesto posto nella Lega, tra le assolute contender, con il 4° migliore attacco e la 10° difesa. Quello che è cambiato tanto, però, è l’approccio a tutte le gare.
Nelle precedenti tre stagioni, New York ha sempre avuto un record negativo contro le squadre di alta classifica, classificate come quelle con il 50% di vittorie o superiori. Nella passata stagione, prima di rispondere ai Playoffs, hanno subito sweep da Celtics e Cavaliers molto, molto pesanti. Quest’anno, invece, hanno vinto 29 partite contro i nomi da 50% di successi, o più, contro 23 sconfitte, prima volta con un record positivo dell’era Brunson. Non esiste aspetto in cui New York non sia statisticamente migliorata.
Non che il campo sia da meno, ma ci è voluto di più. Un ottimo inizio, soprattutto a livello offensivo, ha ceduto a un adagiamento sugli allori soprattutto a seguito della vittoria di NBA Cup, al punto da inneggiare a una crisi che sembrava dovesse portare allo smantellamento del nucleo per arrivare a Giannis Antetokounmpo subito. Si è parlato di Karl-Anthony Towns come un pesce fuor d’acqua, utilizzato poco e male da coach Brown, colpevole di averlo estromesso dall’attacco relegandolo al ruolo di lungo tradizionale nonostante le atipiche doti offensive a tutto tondo.
Questo è in parte vero, ma in realtà il processo di adattamento di Towns ha offerto come prodotto forse la miglior stagione difensiva in carriera del nazionale Dominicano, che dall’altra parte nelle ultime gare ha ceduto al ruolo di hub, di connettore offensivo, per valorizzare l’intesa con Jalen Brunson – arrivata a produrre 1.31 punti per possesso con KAT da bloccante. Gli Hawks sono stati tra le vittime di questa rinnovata intesa, che ha deciso l’ultimo scontro diretto tra le due squadre in un finale punto a punto appena una decina di giorni fa. Tra i tanti set riscoperti a fine stagione, un “semplice” Pistol – QUI abbiamo un glossario per spiegare tutti i termini:
Se i New York Knicks eseguono con costanza i set previsti da Brown, sono imbattibili. Anche perché permette di risolvere un importante enigma, quello di Josh Hart, che abbiamo approfondito dettagliatamente QUI. Per stare in campo, Josh Hart un po’ di tiri deve segnarli – e grazie al ca**o. Ma soprattutto, per segnarli, deve prenderseli.
Nei Playoffs, quando le difese prendono scelte drastiche, ignorando il non-tiratore in un quintetto altrimenti dotato di potenza di fuoco illimitata, a stimolare l’attenzione della difesa – quindi a determinare la gravity, la forza di gravità che si porta dietro un giocatore – è il volume.
Oltre il 60% delle conclusioni tentate da Josh Hart, includendo tutti i tiri, non solo le triple, arriva senza marcatura o con una marcatura leggerissima. Le difese lo ignorano anche se quest’anno tira con il 41.5% da fuori, miglior dato in carriera. Perché? Perché non è una gran percentuale su tiri senza marcatura, ed è comunque meglio di non aiutare sulle due stelle, Jalen Brunson e Karl-Anthony Towns.
Anzi, la presenza di Hart peggiora di gran lunga l’efficacia di questi due sia in quanto singoli, sia in quanto coppia. Nel caso di Towns, molto più pericoloso fronte a canestro a causa dell’ottima mano da tre punti e della rapidità rispetto ai pariruolo, nonostante sia un lungo, le difese spesso scelgono di marcarlo con un esterno, impiegando i lunghi più statici su Hart. Questo vanifica l’efficacia di KAT, poiché la difesa può contare su un personale migliore per marcarlo sul perimetro e allo stesso tempo impiegare l’uomo di Hart in aiuto, al ferro o chiudendo le linee di penetrazione.
Lo faranno anche gli Hawks. Anzi, lo hanno fatto, e i Knicks hanno risposto presente. Come? Eseguendo i set anziché improvvisare. Lo ha dichiarato Mike Brown, non ha mai dovuto fare così tanti aggiustamenti come in questa stagione. Lo dicono i numeri, che dimostrano un passaggio dall’attacco “motion” (buono) di inizio stagione a un periodo di freestyle (cattivo), fino alla forte chiusura con una grande attenzione alle esecuzioni (buono):
Il matchup contro Atlanta sarà ostico. Gli Hawks, tra il 22 febbraio e il 3 aprile, hanno messo su una striscia di 18 vittorie in venti partite, attestandosi come una delle migliori squadre NBA. Negli ultimi due incontri con la squadra della Grande Mela se la sono giocata, vincendo addirittura al Garden a gennaio e perdendo punto a punto appena dieci giorni fa.
Difensivamente, i Knicks sono andati in crescendo, e forse Atlanta non ha il personale per impensierirli, soprattutto considerando che New York potrà nascondere almeno uno tra Towns e Brunson su Dyson Daniels, che di tiri sin qui ne ha segnati molto pochi. Dell’attacco, invece, abbiamo già parlato.
Questo sarà un eccellente test per capire di che pasta sono davvero fatti i Knicks anche quest’anno. Partite intere di vuoto, ma anche solo momenti come quello più interno della stagione, ai Playoffs non sono accettabili. Anche perché gli Hawks sono un branco di cagnacci senza alcun timore e con ancora meno da perdere. E poi, eventualmente, ci sarebbero i Boston Celtics (con ogni probabilità) e salvo sorprese una tra Pistons e Cavaliers. Non una run facile, ma per arrivare alle NBA Finals serve passare da qui. Che non sia l’anno buono?