Mike Gansey eredita una squadra costruita tra errori del passato e nuove opportunità. Ora il compito per i 76ers è trovare l’equilibrio.

Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da David Murphy e pubblicata su The Philadelphia Inquirer, tradotto in italiano da Edoardo Viglione per Around the Game.
È stato quasi simbolico che i Philadelphia 76ers abbiano presentato il loro nuovo President of Basketball Operations proprio nel giorno in cui i New York Knicks hanno ritrovato il titolo NBA 53 anni dopo l’ultima volta. L’ultima volta che i Sixers organizzarono una conferenza stampa di questo tipo, i Knicks arrivavano da sei stagioni consecutive concluse con meno di 33 vittorie e si preparavano ad affrontarne un’altra con Nerlens Noel ed Elfrid Payton nel quintetto titolare.
Al termine della prima stagione di Daryl Morey come general manager, Philadelphia aveva infilato una striscia di 15 vittorie consecutive contro New York, aperta nel 2017. Sei anni più tardi, non esiste metro di paragone migliore per raccontare la stagnazione dei Sixers e l’ascesa della loro rivale più vicina.
Insomma, Mike Gansey debutta davanti ai media di Philadelphia con un contesto tutt’altro che banale. I Knicks hanno trionfato con un quintetto composto da quattro giocatori scelti non prima della 23ª posizione al Draft e da un centro che Joel Embiid, in passato, ha preso a bersaglio sia metaforicamente sia letteralmente.
Certo, nessuno di quei cinque giocatori è stato selezionato originariamente da New York. Ma, allo stesso tempo, i Knicks non sono nemmeno la squadra che ha deciso di cederne uno. Il legame con Villanova è stato raccontato in ogni modo possibile. Ed è comprensibile: è una coincidenza tanto affascinante quanto dolorosa per i 76ers. Meno esplorati, invece, sono gli altri collegamenti che rendono questa storia ancora più amara.
Nel Draft del 2017 i Sixers salirono fino alla prima scelta assoluta per prendere Markelle Fultz. In quello stesso Draft, però, OG Anunoby uscì alla numero 23 e Josh Hart alla numero 30. L’anno successivo è ricordato soprattutto per la scelta di Mikal Bridges alla numero 10, immediatamente ceduto in cambio di un giocatore che avrebbe disputato appena 13 partite con Philadelphia (tale Zhaire Smith). Ma quello stesso Draft racconta anche un’altra occasione sfuggita: i Sixers selezionarono Landry Shamet sette posizioni prima che Dallas chiamasse Jalen Brunson.
In parte è il classico esercizio del senno di poi, scegliendo gli esempi più favorevoli per costruire una narrazione. Ma un fondo di verità c’è. Come era accaduto a Morey, anche Gansey eredita una squadra profondamente segnata da errori commessi molti anni fa. L’idea originaria del “Process” era perdere per accumulare scelte e costruire un nucleo formato in casa attorno a Joel Embiid, Ben Simmons e Markelle Fultz.
Philadelphia ha avuto molte più occasioni del previsto per correggere la rotta. Eppure, ogni volta – basti pensare ai casi di Mikal Bridges e Jimmy Butler – ha finito per sprecare quell’opportunità. Ora, in qualche modo, ne ha ricevuta un’altra.
L’arrivo di Gansey coincide con uno dei momenti più delicati degli ultimi anni per la franchigia. Ancora una volta i 76ers si trovano davanti a un bivio che potrebbe rivelarsi decisivo quanto quelli che in passato hanno mancato. Tyrese Maxey e VJ Edgecombe rappresentano, in un certo senso, due regali arrivati da divinità particolarmente indulgenti. Il primo fu scelto con la ventesima chiamata, una pick che Philadelphia aveva inizialmente ceduto a Orlando nello scambio per Fultz e poi recuperato proprio quando decise di spedire Fultz ai Magic. Edgecombe, invece, è arrivato grazie alla terza scelta assoluta conquistata dopo la disastrosa prima stagione dell’era Paul George-Joel Embiid.
Questa offseason dovrebbe finalmente offrire una risposta a una domanda che, finora, nessuno all’interno dell’organizzazione ha davvero affrontato. Bob Myers e Josh Harris l’hanno elegantemente evitata dopo il licenziamento di Morey, ma è difficile immaginare che non sia stata centrale durante i colloqui con Gansey. Qualunque sarà il peso decisionale del nuovo presidente rispetto a Myers, la sua nomina suggerisce che la visione condivisa sia già ben definita. La vera domanda resta una sola: dove vogliono andare i Philadelphia 76ers?
Il futuro di Joel Embiid e Paul George rappresenta senza dubbio la variabile più importante, ma forse è anche quella meno rilevante nel breve periodo. Per una ragione molto semplice: entrambi resteranno a Philadelphia. I loro contratti rendono praticamente impossibile costruire una trade vantaggiosa per tutte le parti, almeno nella prossima stagione. La sfida di Gansey sarà allora un’altra: trovare il modo di costruire il futuro attorno a Maxey ed Edgecombe tenendo conto di questa realtà.
Naturalmente esiste anche un’altra possibilità. Gansey potrebbe presentarsi sostenendo che questo roster sia ancora costruito per vincere subito, che Embiid resti il perno della franchigia e che Paul George continui a essere un titolare da squadra da titolo. Ma è difficile immaginare che sarà questa la direzione.
Se Myers e Harris avessero condiviso la stessa visione di Morey, probabilmente non ci sarebbe mai stato un cambio al vertice per i 76ers. La decisione di voltare pagina acquista senso soltanto se accompagnata da un cambiamento di filosofia. Ed è proprio questa filosofia che tutti si aspettano di ascoltare dalla voce di Gansey.
Le strade per costruire una squadra da titolo NBA sono molteplici. Esistono diversi percorsi e diverse tempistiche. I Knicks hanno ricostruito quasi interamente il proprio roster nel giro di poche stagioni, riuscendo però a dare l’impressione di una squadra cresciuta insieme fin dal Draft. Gli Spurs, invece, hanno semplicemente colpito nel segno con tre scelte altissime come Victor Wembanyama, Stephon Castle e Dylan Harper.
Nel delicato equilibrio tra presente e futuro, quanto peso avranno i giocatori in grado di migliorare la squadra oggi rispetto a quelli che potrebbero renderla una contender tra tre anni? È questa la prima, vera missione di Mike Gansey: convincere Philadelphia che esiste una direzione e far sì che i tifosi siano disposti a seguirla. Intanto, una prima proiezione verso il futuro è arrivata dal primo giro del Draft NBA, dove i 76ers hanno selezionato con la scelta numero 22 il promettente Labaron Philon Jr.