Se Brandon Ingram colpisce con una bottiglia un membro del proprio staff, non chiede scusa e non aiuta a pulire, non è frustrazione, ma pura arroganza.

Fare moralismi, oltre che risultare pesante, in questo caso sarebbe inutile. Puntualizzare un concetto che dovrebbe risultare ovvio anche alle centinaia di pagine sportive – perlopiù americane – che ci trovano ilarità, è necessario.
Brandon Ingram, frustrato per il risultato della gara con i 76ers, ha lanciato una bottiglia, colpendo direttamente un membro dello staff dei Toronto Raptors (la squadra dove gioca) sulla schiena, e facendo schizzare l’acqua su cameraman e personale a bordo campo. Non si è scusato, nemmeno dopo, non ha aiutato a pulire le stesse persone coinvolte.
Il lancio della bottiglia è un gesto figlio dell’agonismo, dell’aver sentito un dolore alla schiena, del colpo subito da Trendon Watford o qualsivoglia motivo. Il resto è pura arroganza. Punto. E, come spiegato, non vuole esserci un tono didattico o moralistico alla base, affermarlo sembra semplice buonsenso.
Anche perché non c’è nemmeno speranza in una “punizione” equa, purtroppo non esiste per un giocatore che entro il 2028 avrà guadagnato $300 milioni in stipendi. Purtroppo, di nuovo, non esistono multarelle o neppure sospensioni della paga per n-partite che tengano – non è anzi detto che la società abbia voglia di assumersi rischi per un “semplice” membro dello staff.
Questa è una delle controindicazioni della Lega NBA e dell’industria sportiva (e non) in generale, il calcolo di potenziali ritorsioni che spinge a interrogarsi se per una questione del genere sia giusto o meno sanzionare uno dei propri dipendenti più pagati (spoiler: lo è) per provare a tutelare quantomeno la propria immagine e mandare un messaggio di facciata, questione a dir poco rilevante per una franchigia in mano a una compagnia miliardaria.
Ma proprio perché di milionari/miliardari si parla, l’intervento dei Raptors o della NBA stessa sarà (SE ci sarà) il solito, quello degli spiccioli di multa, evidenziando un problema che appartiene al sistema del business dello sport, ricalcando perfettamente l’orma della società nella quale vive sia chi legge, sia chi scrive questo articolo.
E qui ci fermiamo, senza inneggiare alla rivoluzione in un semplice e breve pezzo di opinione sulla vicenda, ma aprendo – si spera – una riflessione con questa domanda. Se non c’è cura, non c’è sanzione, non c’è educazione per un ormai trentenne plurimilionario che maltratta un altro dipendente dell’azienda, dimostrando de facto lo schifo di queste gerarchie, cosa ci sarebbe esattamente da ridere?
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