Una scelta tutt’altro che scontata, considerando che negli ultimi anni il nome di LeBron James è più che mai stato associato a scelte commerciali.

LeBron James ai Philadelphia 76ers NBA
FOTO: Boston Herald

Dopo averci tenuti ostaggio per l’equivalente di anni, calcolando in giorni di mercato NBA, LeBron James ha ufficialmente scelto di firmare per i Philadelphia 76ers. Questa, come ha spiegato lui stesso, sarà la sua ultima “decision” (grazie al cielo!), avvenuta dopo aver pensato al ritiro ma presa con la coscienza di voler provare, per un’ultima volta, a fare una cosa sola: vincere. La vera breaking news di giornata è esattamente questa, aver mantenuto una certa coerenza tra parole e fatti.

Sebbene sul campo LeBron James meriti di essere inserito nel GOAT debate, gli ultimissimi anni ci hanno restituito poco più di un surrogato di quella figura semi-mitologica regnante nel secondo periodo a Cleveland e fino al titolo del 2020 nella Bubble (incluso). L’attenzione si è ovviamente spostata sui record, come quello dei punti totali strappato a Kareem Abdul-Jabbar, e in questo caso la sfera di dominio era ancora quella cestistica.

Poi è arrivata la questione Bronny, un altro capolavoro di longevità solo parzialmente legata al campo, dal momento che si trattava della semplice volontà del padre di giocare almeno una partita con il figlio, stabilendo un unicum assoluto per la NBA. Infine, semplicemente, LeBron James è diventato una parodia di sé stesso.

La ciliegina ammuffita su una torta stantia è stata quella venduta come The decision of all decisions meno di un anno fa, una replica in chiave comica della prima Decision – l’arrivo ai Miami Heat – per annunciare la partnership con Hennessy, marchio di cognac. Prendersi meno sul serio è una cosa, ridicolizzarsi è un altro, specialmente su un tema sensibile per la fanbase come il ritiro. Ritiro sempre tirato fuori, tra l’altro, come strumento di difesa, specialmente dopo le recenti uscite dai Playoffs, giusto per distogliere l’attenzione dai Lakers, dal campo, da sé stesso, il contrario di quanto praticato per una carriera intera – addirittura fin da prima dell’arrivo in NBA, dai tempi del soprannome The Chosen One.

Ora, dopo aver tenuto sotto scacco ancora una volta tutti i media sportivi globali, LeBron James ha preso una scelta coerente con le intenzioni vendute dalle uscite pubbliche, quelle di voler competere. Non sbilanciamoci, la gag della lavagnetta da parte dell’agente Rich Paul di Klutch Sports per comunicare in maniera più aggressiva a tutti quelli in ascolto le opzioni e i desideri del proprio cliente non si può ignorare, ennesimo stratagemma che poco aveva a che fare con il campo.

La scelta stessa di Philadelphia, andando proprio a recuperare quanto scritto su quella lavagna, parte inoltre dai legami di Klutch Sports con Tyrese Maxey, di Rich Paul con Bob Myers – ex Warriors e President of Sports per la Harris Blitzer Sports & Entertainment, la società proprietaria dei 76ers, apparso anche nel podcast dell’agente per reclutare apertamente LBJ – e infine dal rapporto di LeBron James stesso con il nuovo capo delle operazioni dei Sixers, Mike Gansey, con i due che si conoscono da tempo, essendo stati grandi rivali ai tempi dell’high school in Ohio.

Insomma, business is business come sempre, quando si parla di James, ma in questa circostanza ha mantenuto una certa professionalità cestistico sotto più punti di vista. Intanto, e dovrebbe essere il minimo sindacale, non ha optato per una meta come Dallas, dove gli unici interessi erano legati a petrolio, golf, esplorazione del mercato africano e zero pallacanestro. Non ha scelto nemmeno Golden State, dove i legami di Rich Paul con Draymond Green e Moses Moody avrebbero potuto giocare un ruolo importante – e dove sarebbe stata protagonista, oltre al cognac, anche la tequila, dato che James e Green sono soci in un investimento nel brand di alcolici Lobos 1707.

LeBron ha invece mantenuto, per una volta, una certa sobrietà, optando sia per una firma al minimo salariale – e questa è un’altra notizia – sia per una squadra molto competitiva, sebbene si tratti di una scelta dall’eco mediatica e commerciale più ristretta rispetto ad altre, come sarebbe stato il ritorno a Miami o a Cleveland.

Partendo proprio dalla questione dello stipendio, parliamo di un calo drastico rispetto alla passata stagione, quando James percepiva ancora $52.6 milioni. Anche quello era stato un piccolo sconto, certo, dato che potenzialmente avrebbe potuto firmare il precedente biennale a cifre ancora superiori, ma parliamo di numeri ridicoli – compensati tra l’altro dall’aver accettato la piena opzione per il 2025/26, anziché fare un taglio più corposo allo stipendio. Adesso, a Philadelphia, percepirà il minimo salariale da $3.9 milioni, con una opzione sempre al minimo di $4.1 milioni al secondo. Questa scelta è sorprendente, anche perché poteva prendere di più altrove.

Golden State, per esempio, ha tenuto in stallo la firma di Draymond Green per lasciare spazio a ogni opzione: scambiando Moses Moody, altri cliente Klutch Sports con il quale sarebbe stato semplice dialogare, i Warriors avrebbero potuto aprire un’eccezione e offrire a James oltre $6 milioni l’anno. Lo stesso avrebbero potuto fare i Cavaliers, tenendo la firma di James Harden in stallo e cedendo Max Strus o Dennis Schroder. Gli Heat, addirittura, avrebbero potuto offrire cifre sui $7 milioni l’anno prima di completare il roster con minimi salariali.

Questo, di per sé, è un cheat code. Non è semplice quantificare l’impatto standard di un minimo salariale, ma nella maggior parte dei casi si tratta di un giocatore da fondo delle rotazioni. Nel mondo delle statistiche avanzate, per dire, esiste un concetto di “replacement player”, inteso come un giocatore al minimo salariale e/o normalmente non parte delle rotazioni: con una serie di calcoli piuttosto complessi si delinea una statistica chiamata VORP – nata con l’intento di valutare proprio l’impatto dei giocatori rispetto a un “replacement player” – dove il valore standard dei minimi è di -2.0; nella passata stagione, il VORP di LeBron James è stato +2.8, tra i migliori trenta della Lega.

Lasciando da parte i numeri, invece, l’ultimo All-Star con un minimo salariale è stato Dwyane Wade nel 2018/19, ma solo grazie a un’aggiunta voluta dal commissioner Adam Silver per onorare la sua carriera e quella di Dirk Nowitzki. LeBron James, nella passata stagione, ha ancora girato a 20.9 punti di media con la decima migliore efficienza stagionale in carriera. Si tratta di livelli totalmente differenti rispetto a chiunque altro a quella età e a chiunque altro abbia mai scelto un minimo salariale a fine carriera per inseguire un titolo, sebbene non si parli certo più del giocatore del 2020.

Chiudendo con i paragoni, prendiamo un esempio di successo della passata stagione, tra i minimi salariali. Neemias Queta di Boston ha chiuso un’annata incredibile, superando – secondo il modello dell’analyst Steph Noh – di +22.3 milioni di dollari il suo stipendio al minimo da $2.7 milioni, in relazione alla produzione. Parliamo di un ventisettenne, che si è guadagnato di conseguenza un quadriennale dallo stipendio medio annuale di $14 milioni. LeBron James, a quarantadue anni, supererà il valore stimato del proprio stipendio di circa $15.5 milioni, stando alle medesime proiezioni. Il tutto, in una squadra ricca di enorme talento.

Una grossa incognita resta forse il troppo talento nella metà campo offensiva. Embiid, Maxey, Brown, Edgecombe in un contesto differente e adesso James, sono tutti giocatori che richiedono un elevato numero di possessi e ai quali piace avere tanto la palla tra le mani per attaccare. Non che a James faccia male una diminuzione del carico, specialmente dopo i due o tre passi persi nella metà campo difensiva, ma semplicemente sono tante bocche da sfamare e il pallone è uno solo.

Vero, di esterni capaci di tirare sugli scarichi ce ne sono in quintetto, e James porta ulteriore creazione palla in mano e soprattutto playmaking del quale il resto della squadra era un po’ carente. Servirà però più movimento e più sacrificio di giocatori come Maxey, Edgecombe e Brown a palla lontana perché LeBron per età ed Embiid per salute non possono sostenere chissà quale chilometraggio – e il sistema di coach Nick Nurse non è sembrato particolarmente dinamico, in tal senso. Un ulteriore adattamento del camerunense a facilitatore dal post alto potrebbe aiutare, ma le gerarchie adesso sono tutte da comprendere, in primis per l’arrivo di Brown e adesso per quello di James.

Difensivamente si prospettano ancora più grattacapi, anche se ali come Dean Wade, Dominick Barlow e in parte Justin Edwards dovrebbero garantire maggiore versatilità, taglia e varietà nelle combinazioni dei quintetti, nel tentativo di nascondere Maxey per tutto l’anno, James ed Embiid ai Playoffs. Resta inoltre il problema della difesa sul punto di attacco, Dean Wade a parte, a meno che non si riesca a completare un adattamento di Edgecombe o si richieda un ulteriore step, con il calo di carico offensivo, a Jaylen Brown. Ma chiudiamo qua, per un motivo molto semplice.

Detta chiaramente, fasciarsi la testa prima del tempo è inutile. Brown deve ancora giocare un minuto in maglia Sixers, LeBron James pure, e in generale non lo abbiamo mai visto con un minimo salariale e un ruolo adattato alle esigenze della squadra anziché viceversa. Assieme ai Minnesota Timberwolves, cestisticamente questa era la scelta migliore possibile per James, perché aveva parlato di desiderare una contender considerabile tale e alla fine l’ha scelta davvero. Questo, dopo gli scorsi anni, ha sorpreso più di tutto: che alla fine LeBron James abbia voluto seriamente (avverbio scelto non a caso) provare a vincere un’ultima volta, indipendentemente da come finirà.