
La trade deadline dell’undicesima stagione di “The Process“, il progetto visionario nato per trasformare i Philadelphia 76ers in una contender stabile, ha rappresentato la resa definitiva della franchigia. Dopo oltre un decennio, il grande sogno sembra ormai ridotto a un grottesco mosaico di scelte discutibili, occasioni perse e problemi strutturali mai risolti. L’ultima trade deadline ha rappresentato l’ennesimo capitolo amaro di questa saga, mostrando una direzione tecnica poco chiara e un front office più interessato a salvaguardare i conti della disinteressata proprietà che a costruire un roster vincente.
Le Trade: più economia che basket
L’arrivo di Quentin Grimes è una buona aggiunta per completare la rotazione, un tiratore dinamico capace anche di agire per alcuni minuti come backup point guard, un ruolo scoperto da anni. Ma questa mossa è stata pagata cara: l’addio a Caleb Martin, nonostante il periodo di pessima forma, priva i 76ers di un giocatore noto per la sua aggressività e utilità nei Playoffs. Il motivo di questa scelta sembra dettato più da esigenze economiche che da considerazioni tecniche. Evitare la luxury tax sembra essere stata la priorità del front office, e quando le decisioni sono guidate da logiche contabili anziché sportive, il risultato raramente è positivo.
Ancor più grave è stata la gestione del caso KJ Martin. Firmato in estate a una cifra gonfiata per diventare un asset prezioso da scambiare per il “missing piece”, il suo contratto si è invece trasformato in un peso insostenibile. Alla fine, per liberarsene, i Sixers hanno dovuto sacrificare Draft capital pur di convincere i Pistons a prenderselo. Una vera disasterclass targata Daryl Morey, difficilmente giustificabile a questo punto del processo di costruzione della squadra.
La Mancata Trade di Paul George: un’occasione persa
Il vero errore strategico, però, è stato il mancato addio a Paul George. Con il nuovo CBA che punisce in maniera pesante i roster a tre stelle, trattenere un giocatore con un contratto così pesante e poco compatibile con il sistema di gioco dei Sixers sembra incomprensibile, specialmente alla luce delle dichiarazioni di Morey che sostiene di aver agito per rendere la squadra più giovane e dinamica. PG13 non solo limita le potenzialità del roster, ma diventa un ostacolo evidente allo sviluppo del miglior basket della squadra.
Senza Paul George e Joel Embiid, infatti, la squadra ha mostrato il suo volto migliore, riscoprendo un basket fluido e creativo fatto di tagli continui e palla mossa continuamente. Giocatori come Justin Edwards hanno finalmente trovato spazio e mostrato il loro valore, facendo intravedere un futuro più luminoso. Proprio Edwards, che solo due anni fa era considerato un prospetto da lottery, ha dato prova di essere molto più di una semplice scommessa, mentre Guerschon Yabusele e Adem Bona si sono rivelati pedine interessanti in ottica futura.
Il “problema dei tre corpi” che attanaglia i Sixers e le sue tre stelle è evidente e ha trovato la sua sublimazione nella partita contro i Bucks orfani di Giannis. Per far convivere tre giocatori dal peso specifico enorme come Embiid, George e Maxey è vitale che la palla si muova tanto e che isolamenti e giochi a due siano ridotti al minimo proprio al fine di non escludere nessuno dei tre e dare ritmo all’attacco. Nei 76ers questo non succede mai e anzi la palla si ferma sempre quando arriva nelle mani di uno dei tre, in particolare se questo è Joel Embiid, ancora troppo spesso cercato in post, o a George.
Trattenere George e Kelly Oubre Jr., quest’ultimo inspiegabilmente titolare nonostante le prestazioni deludenti, significa condannarsi a una situazione salariale estremamente complicata per i prossimi tre anni. La sensazione è quella di aver già rinunciato a questa stagione, sacrificandola sull’altare di scelte sbagliate e ambizioni ormai fuori portata. Esattamente come successo con quella precedente, che doveva essere un passo indietro per farne tre avanti.
Il tocco finale a questa tragicommedia poteva essere il ritorno del nuovo Clipper Ben Simmons, che, dopo il buyout, poteva firmare al minimo salariale per offrire proprio quelle caratteristiche (passaggio, taglia fisica, difesa) di cui questo roster ha bisogno. Un’idea che, per quanto surreale, riflette perfettamente lo stato attuale del Process: un ciclo infinito fatto di ricostruzioni, promesse mai mantenute e nostalgia di tempi che non sono mai veramente arrivati.
Il problema più grande dei Sixers, tuttavia, sembra essere a livello dirigenziale. Daryl Morey continua a inseguire un sogno personale, una visione del basket costruita su idee spesso troppo ambiziose e scollegate dalla realtà, eredità dei gloriosi ma non vincenti tempi della “Moreyball”. Con una proprietà poco interessata ai risultati sportivi e molto di più a quelli economici, The Process non è più un progetto visionario, ma solo il simulacro di un sogno diventato la farsa di un esercizio di potere e ostinazione da parte di un GM sempre meno convincente.
The Process è morto.
Forse non è finito, perché non si può concludere ciò che non è mai davvero iniziato, ma sicuramente è morto. Questa verità alberga nel cuore di ogni tifoso da almeno due anni ed è la più inconfessabile. L’ultimo chiodo nella bara è stata la dilettantistica gestione di Harden e bisogna prenderne atto, soprattutto dopo quelle che erano le premesse dopo l’arrivo del Barba:
Questa trade è la più importante della Storia dei Sixers. James Harden è la prima megastar che non solo sceglie Philadelphia, ma ci arriva anche via trade. Che arrivi o meno l’anello, la qualità della sua esperienza nella Città dell’Amore Fraterno determinerà per Philly il diventare un polo di attrazione per i giocatori più importanti della lega o il restare, per molto molto tempo, un mercato economicamente importantissimo, ma sportivamente di secondo piano.
– da QUESTO articolo, fin troppo profetico
Questo non vuol dire che vada buttato il bambino con l’acqua sporca ma che bisogna rivedere le strutture di potere e di gestione. Ogni scontro interno in questi undici anni è stato gestito secondo i desideri di Embiid e non ha funzionato. È arrivato il momento di cambiare. È doveroso che Embiid sia e resti il faro tecnico di questa squadra ed è sacrosanto costruire attorno a lui, ma deve essere fatto secondo logiche di fit. Non è più il tempo delle simpatie o delle affinità. Farebbe bene anche a lui questo rimodellamento dove altri si occupino di essere la guida spirituale e comunicativa della franchigia.
I 76ers del 2025 sembrano più che mai intrappolati in un limbo esistenziale, lontani tanto dalle contender quanto da una vera ricostruzione. L’unica certezza è che, senza una svolta drastica, il sogno di vedere Philadelphia alzare il Larry O’Brien resterà un’illusione e The Process rimarrà solo un luogo dell’anima, una promessa mai mantenuta di grandezza sfiorata ma mai raggiunta.