Marc J. Spears (Andscape) ha ripercorso insieme a Joel Embiid la sua “vita da film”, da un amore sbocciato tardi per il basket al possibile titolo di MVP. Con in testa il sogno di regalare un titolo a Philadelphia, e una speranza alle nuove generazioni africane.

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FOTO: NBA.com

Questo contenuto è tratto da un articolo di Marc J. Spears per Andscape, tradotto in italiano da Alessandro Di Marzo per Around the Game.


È passato ormai un po’ da quando sentivamo Joel Embiid, spesso infortunato, dire a chiunque volesse ascoltarlo “trust the process”. Per ora il percorso si è rivelato tortuoso per i suoi Philadelphia 76ers, ma di alto livello per il loro centro, che da un inizio di carriera martoriato da tanti gravi infortuni ha meritato sei presenze all’All-Star Game ed è in piena corsa per il suo primo MVP. E anche se il trofeo non dovesse arrivare nelle sue mani, nessun problema: il viaggio del camerunese si solidificherà ancora di più. 


“Non mi piace concentrarmi sulle cose negative, e in quel periodo di grandi difficoltà credo sia stata una benedizione”, ha detto Embiid dopo aver registrato 46 punti, 9 rimbalzi e 8 assist nella sconfitta contro Golden State del 24 marzo. E i lati positivi per Joel, oggi, sono parecchi. La sua stagione-mostre l’ha messo in pole position per vincere l’MVP, con 33.1 punti di media (miglior dato in NBA), 8.1 rimbalzi, 1.7 stoppate e 4.1 assist (quarto miglior risultato per un centro) a gara.

Embiid ha già lottato per il premio negli anni passati, ma in questa stagione sembra arrivato il suo momento. Nikola Jokic, vincitore degli ultimi due MVP, ha dichiarato che non gli importa più di ottenerlo, e il mondo NBA ha dibattuto sul merito dell’ultimo vinto dal serbo. Il coach dei Nuggets, Mike Malone, la pensa in modo diverso:

“Sono semplicemente stanchi di vedere questi giocatori poco atletici che continuano a fare il culo a chiunque.”

(Mike Malone)

E Joel Embiid, cosa ne pensa? Lo ha spiegato Embiid a Andscape:

“Essere stato tra i finalisti in questi tre anni è stato bello e divertente. È stato detto tanto, e molti non sono rimasti soddisfatti dai trattamenti ricevuti. In passato mi hanno bastonato spesso, ora succede con gli altri e sembra un problema… Per questo ne sto fuori, ho promesso a me stesso che non avrei parlato dell’MVP e che non avrei urlato al mondo di volerlo vincere. È ovvio che vorrei diventarlo: significa molto ed è qualcosa di elitario, pochi possono ambire al premio. Ma sono arrivato a un punto in cui mi sono abituato ai dibattiti sui possibili vincitori. Quindi se succederà, sarò felice, altrimenti andrà bene ugualmente.”

(Joel Embiid)
FOTO: NBA.com

Da bambino Joel Hans Embiid, nato nel ’94 a Yaoundé, Camerun, adorava la pallavolo e il calcio, e la sua famiglia vedeva in lui un futuro fenomeno del volley. Da ragazzino era già altissimo e non sembrava voler smettere di crescere. A 15 anni, però, con grande dispiacere del padre, sbocciò in lui un improvviso amore per la pallacanestro. Un suo allenatore gli diede un DVD di Hakeem Olajuwon, mostrandogli il suo eccellente lavoro di piedi e in post, facendolo innamorare e facendogli venire voglia di imparare da quei filmati. 

Nel giro di poco tempo, Embiid fu poi “scoperto” dal mondo NBA al camp dell’ex giocatore (e suo connazionale) Luc Mbah a Moute. Lui stesso ricorda bene ciò che disse a uno dei suoi vecchi allenatori:

“Qualcuno gli diede una palla, ma lui stava correndo in transizione e gli arrivò da dietro. Si girò, la prese comunque, la mise a terra con la facilità di una guardia e in due passi andò a schiacciare. Era incredibilmente coordinato per essere uno alle prime armi. Di norma non fai mai qualcosa del genere all’inizio: conosco ragazzi che giocano da anni e ancora non hanno raggiunto il livello che Embiid aveva anni fa. C’erano un paio di cose che avrebbero stregato chiunque ne capisse un minimo di questo gioco. Al tempo, pensai che quel ragazzino avrebbe avuto serie possibilità di diventare un professionista… e oggi è un candidato per l’MVP.”

(Luc Mbah a Moute)

Mbah a Moute, originario proprio dello stesso quartiere della famiglia di Embiid, lo convinse a seguire le sue orme e lasciare il Camerun a soli 16 anni, per giocare nei licei americani. E così nel 2010 Joel si iscrisse alla Montverde Academy, in Florida, senza avere idea di cosa lo aspettasse e senza parlare mezza parola di inglese.

Inizialmente era frustrato dai pochi minuti a disposizione nella squadra dell’ateneo, ma iniziò comunque ad attrarre interesse e nel 2011, dopo il camp Basketball Without Borders organizzato dall’NBA in Sudafrica, finì sulla bocca di tanti scout e recruiter. Dopo una grande performance poco prima del suo anno da senior in AAU, si trasferì a Gainesville, alla The Rock School, sempre in Florida, guidandola al titolo statale nel 2013e registrando medie di 13 punti, 10 rimbalzi e 2 stoppate.

“Dico sempre che la mia vita è un film, perché tutto accade velocemente. Ho iniziato a giocare seriamente a 16 anni, ho vissuto da solo non conoscendo l’inglese, per poi trasferirmi ancora e finire in Kansas, dove pensavo che non avrei mai avuto chances di diventare un professionista. Ma sono rimasto lì, concentrato sul resistere per 4 o 5 anni, provare a laurearmi e vedere se qualcuno mi avrebbe scelto al Draft.”

(Joel Embiid)

Nel 2013, Embiid era indicato da ESPN come five-star recruit, sesto in assoluto di quell’anno. Texas e Florida lo corteggiarono a lungo, ma alla fine si arresero a Kansas, la sua rampa di lancio verso l’NBA. Dopo una stagione ai Jayhawks con medie di 11.2 punti, 8.1 rimbalzi e 2.6 stoppate, si dichiarò al Draft 2014.

Se la vita di Embiid fino a questo punto vi è sembrata un film, beh, sappiate che i titoli di coda sono ancora molto lontani. Embiid è costretto a operarsi al piede destro il 20 giugno 2014, con uno stop previsto di sei mesi. A Philadelphia non si demoralizzano, i Sixers lo scelgono comunque con la terza chiamata, ma l’infortunio è più grave del previsto ed Embiid sarà costretto a saltare tutta la stagione. Nel frattempo un’altra tragedia, ben più grave, lo colpisce: il suo amato fratello maggiore Arthur muore in un incidente stradale in Camerun. 

“Fu come se avessi perso il mio scopo nella vita. Volevo solamente smettere di giocare e tornare in Camerun con la mia famiglia. Aver perso mio fratello è stata ovviamente una parte estremamente negativa del mio viaggio”, racconterà a The Players’ Tribune tempo dopo. Nel novembre del 2020, per omaggiare il fratello, Joel ha chiamato suo figlio proprio come lui. 

Il secondo anno in NBA (si fa per dire) di Embiid inizia a far sorgere dubbi sull’azzardo dei Sixers. Il giovane centro è nuovamente costretto a saltare tutto l’anno per quel maledetto piede e si dovrà attendere il 2016 per il suo debutto con Phila. Quando lo fa, però, sorprende tutti: gioca solo 31 partite, i problemi fisici persistono, ma chiude l’anno con medie di 20.2 punti, 7.8 rimbalzi e 2.1 assist che gli valgono un posto nell’All-Rookie Team. 

Oggi, guardando indietro, Embiid crede che la sua partenza a rilento e i consigli ricevuti – da addetti ai lavori e anche da sua mamma – l’abbiano aiutato molto a diventare ciò che è oggi. Il suo sogno era diventare molto di più di un centro tradizionale, e così ha passato ore, ore e ore con coach Drew Hanlen a guardare video di alcuni grandi del passato, da Kobe Bryant a Dirk Nowitzki, studiando il loro gioco sul perimetro, il footwork, l’utilizzo del fisico.

“In quel periodo alcuni come Shaq e Hakeem dicevano che avrei dovuto giocare sempre vicino a canestro. Mia mamma diceva sempre che potevo dimostrare agli altri che sbagliavano. Per questo ho iniziato a giocare anche da guardia, o comunque in modi diversi. Gli infortuni sono stati duri, ma ce l’ho fatta.”

(Joel Embiid)

Coach Doc Rivers, arrivato a Philly nel 2020, sapeva che Embiid aveva una reputazione non eccellente per quanto riguarda l’etica del lavoro, la fiducia nei compagni e il coinvolgimento nei pick&roll. Oggi, però, lo stesso Doc si dice fiero della sua crescita umana e tecnica, che gli ha permesso di fare il salto di qualità. I due si sono parlati ed Embiid ha mantenuto tutte le promesse fatte a Doc: migliorare per essere più difficili da marcare, avere una visione più completa del campo e dominare dai gomiti. E ormai, anche la costanza fisica non sembra più un problema, viste le 68 e 66 gare giocate negli ultimi due anni dal camerunese. 

“Ha fatto tutto quello che doveva fare, nessuno ha lavorato più di lui in estate. Avevamo bisogno di lui per muovere meglio la palla, sta lavorando tantissimo e si vede.”

(Doc Rivers)

Dopo un’incoraggiante primo turno Playoffs, chiuso rifilando uno sweep ai Nets, e con James Harden, Tyrese Maxey e Tobias Harris in salute al fianco di Embiid, questi 76ers potrebbero avere delle reali chances.

“Dico sempre che non posso vincere da solo. Una sola squadra potrà raggiungere l’obiettivo finale, e sappiamo quanto è difficile. È divertente, ho sentito Damian Lillard parlare della gente che crede che l’unico modo per avere successo sia vincere il titolo. Non è il modo giusto di pensare alle cose, vincere è davvero difficile in NBA. Ci sono tante squadre forti a Est. E l’Ovest è ricco di contender, chiunque potrebbe arrivare in fondo. Io mi concentro sull’essere in forma il più possibile, al di là degli infortuni, e proverò a portarmi sulle spalle i compagni giocando di squadra. Succederà quel che deve succedere, ma farò di tutto per vincere.”

(Joel Embiid)

I Sixers non giocano le Finals dal 2001 e non vincono da esattamente 40 anni. Portare un titolo nella città dell’amore fraterno, quindi, sarebbe davvero speciale:

“Significherebbe tutto. Sarebbe bello giocare con una sola squadra per tutta la carriera… anche se a volte sento il bisogno di nuove sfide, restare qui significherebbe molto. Sono già a Philadelphia da tanto, vincere validerebbe ancora di più tutto l’impegno e tutto il duro lavoro che abbiamo fatto.”

(Joel Embiid)

Infine, un altro grande traguardo per Joel sarebbe aiutare i tanti ragazzi africani desiderosi di imitare il suo viaggio. Joel è un grande sostenitore della Basketball Africa League (BAL), oggi a metà della sua terza stagione, di cui guarda partite regolarmente.:

“C’è molto che voglio ancora fare per aiutare la gente, che si tratti di basket o di costruire ospedali e scuole. Bisogna avere le giuste persone attorno, in Africa c’è moltissimo talento, mancano solo le risorse. Io sono stato fortunato, assieme a un paio di altri ragazzi. C’è tanto da fare, ma sono contento di come si stanno evolvendo le cose.”

(Joel Embiid)