
Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da Chip Scoggins e pubblicata su The Minnesota Star Tribune, tradotto in italiano da Emil Cambiganu per Around the Game.
Sembrava che non gliene importasse nulla. Ed è proprio questo l’aspetto più inquietante di una sconfitta che ha messo fine alla stagione dei Timberwolves.
Non c’è alcuna vergogna nel perdere contro una squadra superiore. Ma farsi surclassare in intensità, senza mostrare grinta o reazione con la stagione in bilico, è stato un duro colpo per una franchigia che si illudeva di essere andata oltre lo status di barzelletta dell’NBA.
Le buone vibrazioni generate dall’essere una delle ultime quattro squadre in corsa sono svanite nel nulla. Lo spettacolo patetico offerto lascia pochi dubbi: questi Wolves, così come sono costruiti, non sono nemmeno lontanamente pronti per il titolo.
Un’altra rivoluzione firmata Tim Connelly potrebbe già essere in cantiere.
La sconfitta per 124-94 contro gli Oklahoma City Thunder in Gara 5 significa che i Wolves sono stati travolti in tre delle cinque partite. Questo non è ciò che si può definire “essere vicini a qualcosa di grande”.
Lo scorso anno i Wolves erano semplicemente arrivati a corto di energie nelle finali di conference, perdendo in cinque gare contro Dallas. Stavolta è tutta un’altra storia.
I Thunder sono diventati la squadra da battere. Con 68 vittorie in stagione regolare, hanno chiuso con 19 gare di vantaggio sui Wolves e 16 sulla seconda miglior squadra della Western Conference.
Hanno fissato lo standard: MVP della lega, miglior difesa, terzo miglior attacco e il secondo roster più giovane dell’NBA. Shai Gilgeous-Alexander ha 26 anni. Jalen Williams ne ha 24, Chet Holmgren 23. Il mastino difensivo Lu Dort è anch’egli un classe ’98.
Il general manager dei Thunder, Sam Presti, ha accumulato una quantità enorme di scelte al draft, il che significa che potrà riempire eventuali buchi con giovani talenti o cedere scelte per ottenere veterani già affermati.
I Thunder sono in una posizione da sogno, ora e per il futuro prossimo.
I Wolves hanno visto e toccato con mano il divario esistente. Come presidente delle operazioni cestistiche, il compito di Connelly è chiudere quel divario. Non sarà semplice.
Due delle tre apparizioni totali della franchigia alle finali di conference sono arrivate in stagioni consecutive. Questo è ormai il metro di paragone per aspettative e gestione del roster. Arrivare ai playoff non basta più. L’obiettivo interno dev’essere più ambizioso.
Connelly dovrà prendere decisioni difficili, rese ancora più complesse da quanto visto in questa serie.
Il punto di partenza è la situazione contrattuale di Julius Randle. Randle ha una player option: può scegliere se rimanere o uscire dal contratto. Ma la sua prova fallimentare nella serie più importante dell’anno fa riflettere seriamente sull’idea di puntare su di lui come pilastro accanto ad Anthony Edwards e Jaden McDaniels.
Randle era stato eccellente nei primi due turni. In questa serie, però, ha riproposto le sue peggiori abitudini e quel linguaggio del corpo negativo che ne ha compromesso la reputazione prima del suo arrivo a Minnesota.
È stato panchinato nel quarto quarto di Gara 2, ha giocato persino peggio in Gara 4, e in Gara 5 è stato disastroso già nel primo tempo.
È diventato un peso in campo, e questo suona come un campanello d’allarme considerando l’importanza del momento e la decisione imminente sul suo contratto.
Secondo punto in agenda: il ruolo di playmaker. La professionalità di Mike Conley è stata una manna per la squadra, ma compirà 38 anni a ottobre e non può più essere considerato il regista titolare.
Connelly ha scelto Rob Dillingham al draft l’anno scorso come suo successore. La sua stagione da rookie è stata altalenante. Pensare che sia pronto a guidare una squadra da titolo resta più una speranza che una certezza.
I Wolves hanno un disperato bisogno di un playmaker che sappia gestire la partita e organizzare l’attacco nei momenti di caos. La difesa aggressiva e fisica dei Thunder ha messo in luce questa mancanza.
La lista di Connelly, però, non finisce qui. Anche Naz Reid ha una player option e potrebbe diventare unrestricted free agent. Dopo essere stato eletto Sesto Uomo dell’Anno, il suo tiro da fuori è peggiorato e ha chiuso male la post-season. Ha perso troppa energia in lamentele contro gli arbitri.
Nickeil Alexander-Walker sarà anch’egli free agent, e probabilmente riceverà offerte superiori a quanto i Wolves siano disposti o possano permettersi.
Rudy Gobert, con quel contratto e le sue lacune offensive, è praticamente incedibile. L’attacco si inceppava spesso con lui in campo, rendendolo un elemento costoso ma relegato alla panchina.
Connelly e l’allenatore Chris Finch hanno molto da analizzare, tra lati positivi e negativi di questa stagione. Ma ciò che preoccupa di più non è aver perso ancora una volta in finale di conference: è il modo in cui è arrivata la sconfitta.
I Thunder hanno dimostrato di appartenere a un’altra categoria. E i Wolves, con una prestazione svogliata, hanno solo accentuato il divario.