Le dimissioni di Ettore Messina e Zeljko Obradovic segnano una svolta nel basket europeo. Le ragioni del cambiamento.

Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da redazione di Básquet Plus e pubblicata su Básquet Plus, tradotto in italiano da Marco Barone per Around the Game.
Abbiamo sempre sostenuto che il bello della vita è il cambiamento, e noi che siamo nati qualche decennio fa abbiamo avuto il privilegio di vedere più cambiamenti di chiunque altro nella storia dell’umanità. Prima, in una vita, si poteva assistere a un solo cambiamento (a volte), e con molta fortuna a due. Oggi, chi ha più di 40 anni non solo è passato dalla vita analogica a quella digitale, ma all’interno di quest’ultima sta già assistendo a diverse fasi, che promettono di esplodere ancora di più grazie all’intelligenza artificiale.
Il rovescio della medaglia è che crediamo che il nostro cervello non sia pronto per una tale rapidità di cambiamenti, anche se ci si impegna, ci si adatta e si cerca di stare al passo. Ovviamente si può sopravvivere, ma si ha la sensazione che riuscire a stare al passo sia quasi impossibile.
La riflessione nasce da quanto accaduto circa una settimana fa, quando Ettore Messina (Milano) e Zeljko Obradovic (Partizan) hanno rassegnato le dimissioni dalle rispettive squadre. Due dei personaggi più vincenti nella storia dell’Eurolega (9 coppe vinte dal serbo, 4 dall’italiano), con carriere che hanno portato uno alla NBA (Ettore) e l’altro a diventare di gran lunga il più pluripremiato al mondo, perché a quelle 9 Eurolega si aggiungono 2 Coppe Saporte, 11 campionati greci, 3 turchi e molto altro ancora.
Sembrava quasi intenzionale che entrambi abbiano deciso nella stessa settimana. Messina, da quando è tornato in Europa nel 2019 per riconquistare la gloria a Milano dopo la sua esperienza con gli Spurs, non è mai riuscito a portare le sue (costose) squadre nemmeno in finale. Solo una volta è entrato in F4, nel suo secondo anno (20/21), ma ha perso in semifinale e poi è stato un fallimento dopo l’altro, senza riuscire a vincere nemmeno il campionato LBA negli ultimi due anni. Quest’anno ha iniziato in modo irregolare in Europa, perdendo partite inaspettate (Valencia in casa) e vincendone altre altrettanto inaspettate (Zalgiris in trasferta, Olympiacos in casa). Ma l’83-105 in Italia contro l’Hapoel è stato troppo.
Il caso di Obradovic è diverso, anche se non così tanto. Dopo i successi con il Fenerbahçe e il suo anno sabbatico, ci si aspettava che rivoluzionasse il Partizan al suo ritorno nel 2021, ma la realtà è che, sebbene abbia ottenuto acquisti importanti, ha vinto solo l’ultimo campionato locale e in Eurolega è entrato solo una volta nei Playoffs (22/23), perdendo 3-2 contro il Real Madrid. E quest’anno ha iniziato in modo terribile in Eurolega.
C’è qualcosa in comune nelle loro uscite? Sì, innanzitutto la generazione a cui appartengono. Messina ha 66 anni e Obradovic 65. Ma, cosa ancora più importante, entrambi hanno fatto parte di un’epoca in cui gli allenatori comandavano con uno stile militare, chiamato jugoslavo perché la maggior parte di loro proveniva da lì, e i giocatori obbedivano. Non importava il modo in cui lo facevano. Gli allenatori urlavano ai loro giocatori, li insultavano davanti a tutti, ed era normale. L’elenco è lungo: da Boza Maljkovic a Dusan Ivkovic, passando per Dusko Ivanovic o lo stesso Svetislav Pesic.
Quella scuola ha incorporato molti allenatori provenienti da altri paesi. Infatti, era l’erede della scuola sovietica di Alexander Gomelsky, ma ad essa si sono aggiunti altri, come Messina. Quella scuola, oltre al trattamento, concentrava il suo obiettivo principale sulla distruzione, sull’annientamento difensivo dell’avversario. Messina vinse l’Eurolega del 1998, con Sconochini nella sua squadra, battendo in finale l’AEK di Atene 58-44, e i suoi tifosi esplosero di gioia. Era il basket totale.
Quasi trent’anni dopo, tutto è cambiato. Il trattamento riservato ai giocatori, che entrambi hanno mantenuto, con alcune sfumature, non è più adeguato. I giovani nati in questo secolo hanno una capacità di concentrazione limitata, tendono a sentirsi sopraffatti dalle sfide e tutto deve essere inserito in uno schema di comportamenti ben studiati. La tecnologia ha preso troppo piede per questi vecchi allenatori, che faticano a perdere parte della loro autorità a favore della scienza. Prima, una bella scenata in faccia a un giocatore davanti al pubblico o ai suoi compagni aveva effetto. Oggi è sui social media in 5 minuti e genera una reazione negativa incontrollata.
La grande domanda è: Messina e Obradovic potrebbero cambiare a questo punto? Se guardiamo in generale, vediamo che anche altri esempi di questo tipo, con alcune differenze, hanno sofferto. Rubén Magnano in Sudamerica, Popovich in NBA, anche se sicuramente è quello che ha gestito meglio la situazione. Ci sono ancora giovani con queste abitudini, come Sarunas Jasikevicius, cresciuto al fianco di Obradovic. Ma Saras cerca di dominare il suo mostro interiore. A volte ci riesce e a volte no. L’incredibile sopravvissuto è Ivanovic, anche se ora è un leone erbivoro.
Poi c’è la corrente pacifista. Thiago Splitter ne è forse un esempio. È arrivato a Parigi senza esperienza l’anno scorso, ha messo in scena un’ottima pallacanestro, senza un solo urlo sul campo, e ora è andato a Portland nella NBA, continuando così. E con uno stile di gioco basato su numeri avanzati che evitano di dover convincere i giocatori di qualcosa che non è del tutto empirico. In un certo senso è così. Messina e Obradovic lo hanno visto e hanno capito che non avevano con cosa combattere. Torneranno? È possibile, ma se lo faranno dovranno imboccare la complicata strada per reinventarsi. Il basket oggi appartiene ai giocatori, in tutto il mondo.
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