Finali punto a punto, polemiche infuocate, teorie complottiste e giocate straordinarie: la Western Conference Finals del 2002 è passata alla storia come una delle serie più belle (e controverse) di tutti i tempi.

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Una delle più belle serie di tutti i tempi. Punto.

Canestri miracolosi, complotti, insulti, avvelenamenti, errori grossolani e finali di partita punto a punto: Los Angeles Lakers vs. Sacramento Kings del 2002 ha avuto tutto quello che un tifoso può chiedere, una vera e propria epitome del basket NBA.

Una fresca ma acerrima rivalità tra la squadra con più tifosi al mondo, con i due giocatori simbolo della generazione post Jordan, e una franchigia in rapida ascesa, che offriva un gioco spumeggiante e privo d’individualismi.

La grande città contro la provinciale capitale dello stato della California, l’establishment contro una forza emergente che sgomitava per il proprio spazio. Gli uni tirarono fuori il meglio dagli altri, spingendosi vicendevolmente oltre i propri limiti.

Semplicemente, le due migliori squadre della Lega una contro l’altra nella più classica delle finali anticipate, e non è certo un’opinione ma un dato di fatto: miglior record per gli uomini di Adelman (61-21), secondo ex-equo con gli Spurs per i ragazzi di Phil Jackson (58-24).

Sull’altra costa, Nets e Celtics si stanno già giocando la medaglia d’argento…

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Per Sacramento la prima svolta è arrivata con la stagione del Lockout, la prima vincente dopo sedici anni, in cui si vedono i germi di quello che sarà The Greatest Show On Court, con il duo Webber-Divac che impara a conoscersi e l’istrionico Jason Williams che riporta entusiasmo all’ARCO Arena.La seconda svolta avviene al termine della stagione 2001/02, con l’arrivo nel roster di Mike Bibby, giocatore ben più solido e affidabile rispetto a White Chocolate (ma i suoi detrattori non ci avranno mai, NDR) e con la consacrazione definitiva di Webber e Stojakovic, entrambi All Star.

La squadra gira che è una meraviglia.

In un periodo non entusiasmante per l’NBA, con molte squadre con attacchi prevedibili basati su isolamenti infiniti, i Kings sono una splendida eccezione.

“Tutti, da Bibby a Vlade, avevamo un ottimo ball handling, sapevamo passare la palla e avevamo un tiro affidabile. Possedevamo un buon QI cestistico, piazzavamo bei blocchi e sapevamo rollare e tagliare coi tempi giusti. Con un quintetto così hai quasi automaticamente un All-Star team… tutto funzionava alla perfezione, con fluidità e precisione, come una macchina”.(Doug Christie)

Dall’altra parte del tabellone, i Lakers del triumvirato Phil-Shaq-Kobe sono a caccia dello storico threepeat, che nel caso del maestro Zen sarebbe il terzo in carriera. I primi malumori tra le due stelle sono già emersi, ma l’obiettivo finale è troppo importante e i conflitti sono rimandati al termine della stagione. Dopo un agile primo turno contro Portland, i gialloviola concedono una sola partita agli ultimi Spurs del pre-Ginobili, raggiungendo i cugini californiani in finale di Conference.

Quello del 2002 è il terzo incontro consecutivo in post-season tra le due franchigie ed è nei due precedenti che si sono gettate le basi della rivalità.

Al primo turno di Playoffs del 2000 Phil Jackson, la cui lingua è lunga e tagliente e la cui arroganza seconda solo alla sua infinita sapienza, definì gli abitanti di Sacramento dei bovari bifolchi. Nella nord della California risposero bruciando le maglie gialloviola prima di Gara 3 e Gara 4, in cui i Kings rimontarono dal 2-0 di partenza, prima di soccombere nella decisiva Gara 5 allo Staples.Nel 2001, le squadre si rincontrarono al secondo turno, con i Kings tornati finalmente a vincere una serie di Playoffs dopo vent’anni.Phil Jackson era noto per inserire spezzoni di film nei video di preparazione consegnati ai giocatori, a scopo motivazionale. Saltò fuori che durante questa serie accostò Jason Williams al personaggio di Edward Norton nel film American History X e il volto di coach Rick Adelman a quello di Adolf Hitler: forse, spingendosi un po’ troppo oltre…

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Le polemiche caricarono la vigilia, tutti si aspettavano una serie molto combattuta. Invece i Lakers spazzarono via Divac e compagni in quattro partite, con uno Shaq da 33+17 di media e un Kobe da 35 punti a gara.

Sacramento comincia a sentire il peso del senso d’inferiorità nei confronti dei gialloviola.

Ma la storica cavalcata del 2001/02 infonde nuova fiducia ai Kings e la sfida epica è rimandata a 12 mesi dopo.

“Fu una serie pazzesca. Tra una partita e l’altra non riuscivo a dormire, non riuscivo a mangiare, infatti ho perso peso. Il livello di stress era alle stelle, volevamo vincere non per piacere ma per liberarci di un peso.”

(Rick Fox)

Appuntamento il pomeriggio del 18 maggio all’ARCO Arena, ça va sans dire tutta esaurita, per Gara 1.

Sacramento ha lottato un’intera stagione per ottenere il fattore campo nei Playoffs, ma impiega meno di tre ore per perderlo.

I Lakers sono più pronti, come non esserlo da bicampioni in carica, vincendo la dodicesima partita esterna consecutiva in post-season.

I Kings capiscono, nel modo più chiaro possibile, cosa significa giocare una finale di Conference.

“Fu un campanello d’allarme per noi, una di quelle giornate in cui le cose non girano e che ci ha fatto dire – Ok svegliamoci! Nessuno ci regalerà la finale solo perché abbiamo il miglior record della Lega, dobbiamo conquistarcela!”(Scott Pollard)

Nella notte tra Gara 1 e Gara 2, la serie si tinge di giallo.Kobe, nella sua stanza all’Hyatt Regency di Sacramento, ordina dal servizio in camera un bacon cheeseburger: dopo poco più di un’ora si sente male. Gary Vitti, storico preparatore dei gialloviola, lo soccorre verso le due del mattino, trovandolo fortemente disidratato, colpito da crampi, vomito e diarrea.

Una fatalità? Un atto doloso? Qualunque cosa sia non impedisce al Mamba di restare in campo 40 minuti la sera successiva, segnandone 22. Nonostante la cooperazione di uno Shaq da 35, i Kings riescono a strappare un’importante vittoria 96-90, decisa soprattutto dalla linea della carità.

Sacramento tira 38 liberi contro i 25 di LA, una disparità che infastidisce non poco i campioni in carica, frustrati soprattutto per il gioco “sporco” di Divac, che da vecchio volpone balcanico riesce sempre a trovare il modo di elemosinare una chiamata e caricare di falli O’Neal e Horry.

Ci si avvicina a Gara 3 tra le polemiche, con Bryant non ancora al top e i Kings sempre privi di Stojakovic, giratosi la caviglia nella serie precedente contro Dallas. Tornando allo Staples, i gialloviola confidano di poter ristabilire il vantaggio nella serie.

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Ma il meccanismo dei Kings, offuscatosi nelle prime due partite, torna a funzionare alla perfezione. Un primo quarto chiuso sul 32-15, il terzo vinto 23-12 e un vantaggio che sfiora le trenta lunghezze, con i Lakers tenuti sotto il 40% dal campo: Sacramento vince 103-90, risultato fin troppo morbido.

È la prima vera dimostrazione di forza dei Kings che, a livello di squadra, sembrano avere qualcosa in più rispetto ai campioni del mondo.Tutto il quintetto chiude in doppia cifra, un clamoroso Turkoglu chiude con +27 di plus/minus, non facendo rimpiangere l’assenza di Peja.

In quel di Los Angeles cominciano a manifestarsi i primi dubbi.

“Ricordo alla fine di Gara 3, quando eravamo in spogliatoio, di aver pensato – Cazzo, sono davvero forti…siamo sicuri di poterli battere?! – Sono certo che anche altri miei compagni la pensassero così…”(Mark Madsen)

Lo shock perdura anche per Gara 4, che inizia in modo analogo. 40-20 alla fine della prima frazione e Staples ammutolito, tanto da far esclamare al commentatore dei Kings Grant Napear “Sembra di stare alla Los Angeles Public Library!”

Gli uomini di Phil Jackson hanno bisogno di un miracolo per rientrare in partita.

Sulla sirena dell’intervallo Samaki Walker, centro atipico la cui sola funzione è quella di far respirare Shaq di quando in quando, lancia una preghiera verso il canestro, appena superata la metà campo.

Solo rete. Per la cronaca, Walker ha chiuso la carriera con 2/10 dall’arco…

“Fu senza dubbio un tiro molto fortunato. Quando sei sotto e non riesci a far funzionare le cose, momenti come questo servono a darti speranza, a farti credere di potercela ancora fare”.(Samaki Walker)