Pat Riley si è svegliato, arrivando finalmente alla superstare che tanto gli si chiedeva. Per Antetokounmpo, però, forse è un paio di anni in ritardo.

Giannis Antetokounmpo è stato strapagato dai Miami Heat?
FOTO: Inquirer Sports

Dopo anni e anni a parlare di possibili trade per Damian Lillard, Donovan Mitchell, Kawhi Leonard e altre stelle, la più recente delle quali Trae Young, i Miami Heat hanno battuto un colpo e battuto i Boston Celtics nella corsa a Giannis Antetokounmpo. Una trade giustamente esaltante perché muove una superstar che ha trascorso tredici stagioni in una franchigia, passando alla storia forse come il giocatore più rappresentativo di sempre per i Bucks. Una trade esaltata perché rammenta i fasti del passato a Miami, al punto che ESPN ha tirato in ballo un paio di colpi che hanno fatto le fortune degli Heat, LeBron James e Shaquille O’Neal.

La realtà però è ben diversa. In primis, se proprio si deve fare un paragone, Antetokounmpo si avvicina più allo Shaq del 2004, con il quale condivide anche l’età, che non al LeBron del 2010, al suo peak. Con la differenza che O’Neal, al suo arrivo, trovava una squadra competitiva con una stella come Dwyane Wade già a roster. The Greek Freak, invece, è passato dal nulla di Milwaukee al pochino di Miami, dove adesso si deve costruire da zero una contender nel giro di pochissimo tempo.

Come è messo Giannis Antetokounmpo?

La risposa secca è “non bene”. Antetokounmpo resta un giocatore estremamente impattante quando è in campo, un top-5 della Lega e un borderline top-3, ma ultimamente la sua integrità fisica è stata a dir poco carente. Ha giocato solo 36 partite nella passata stagione, patendo problemi muscolari continui tra novembre e dicembre, saltando poi svariate settimane tra fine gennaio e marzo. Qui, poco dopo essere rientrato, si è trovato a saltare il resto della stagione per un’iperstensione al ginocchio. Non sono casi isolati.

Ai Playoffs 2024 ha saltato tutto il primo turno sempre per problemi al polpaccio, assistendo da bordo campo all’uscita prematura dei Bucks contro i Pacers. Ancora prima, ai Playoffs 2023 proprio contro i Miami Heat, ha saltato Gara 2 e Gara 3 dopo una contusione alla schiena patita in Gara 1. Sebbene quest’ultimo possa considerarsi un infortunio accidentale, rientra nei rischi di uno stile di gioco sempre al massimo dell’impegno, sempre al massimo della spinta in direzione del ferro e del pitturato.

Questa è un po’ la croce e la delizia dell’avere a roster Giannis Antetokounmpo, un rendimento costante nei suoi minuti di gioco ma anche la consapevolezza di trovarsi, da qui in poi, sempre sul filo per quello che comunque è un 32enne. Il quale, tra le altre cose, è in aria di estensione. Le potenziali cifre future le potete trovare nel Tweet qua sotto di Bobby Marks (ESPN), dove con “opt-in” si intende la possibilità per il greco nel 2027/28 di confermare la propria player option da circa $63 milioni, alla quale dal 6 gennaio potrà aggiungere altri tre anni di contratto a $214 milioni complessivi.

Come sono messi ora gli Heat?

Se per Antetokounmpo la risposta era “non bene”, per gli Heat è semplicemente “malissimo”. In cambio del greco sono stati ceduti Tyler Herro, Kel’el Ware, Jaime Jaquez Jr., Kasparas Jakucionis, la scelta 13 al Draft 2026, le first-round pick 2031 e 2033, una pick swap 2030 e una second-round pick 2033. Nella trade, per far quadrare i conti, in Florida è arrivato anche Bobby Portis.

Le first-round pick al Draft sono adesso del tutto sparite, almeno quelle scambiabili nell’immediato – solo la 2029 potrebbe diventarlo, a patto che la 2027 (protetta) vada a Charlotte, come spiega Yossi Gozlan di HoopsHype, aggiungendo che Miami potrebbe proporre uno scambio agli Hornets per riacquisirne il controllo. Tra il 2030 (incluso) e il 2033, gli Heat avranno il pieno controllo solo sulla first-round pick 2032, mentre nel 2030 avranno la meno favorevole tra la propria e quella dei Bucks.

Miami è inoltre adesso hard-capped, cioè limitata alla rigida soglia salariale del primo apron, che non può in alcun modo superare. Norman Powell è free agent, ma può essere rifirmato senza problemi grazie ai Bird Rights, così come Simone Fontecchio. Il problema è che lo spazio per operare sotto l’apron è pochissimo, solo $18 milioni, e anche includendo i due sopracitati mancherebbero altre tre firme per completare il roster.

Un’opzione, proposta sempre da Gozlan, potrebbe consistere nel convincere Andrew Wiggins a rifiutare la propria player option da oltre $30 milioni per una firma a cifre contenute che apra spazio, ma non è scontato, anzi. Si tratta praticamente dell’ultima chance di Wiggins di monetizzare in carriera, e – a meno che non creda nel progetto di Miami con veemenza – troverebbe offerte migliori di quella di Miami in caso di opt-out anche sul mercato dei free agent.

Unico asset è forse lo stipendio da $16.2 milioni di Nikola Jovic, che potrebbe essere scaricato a qualcuno per liberare spazio ed eventuali eccezioni come la MLE. Il problema è che non ci sono first-round pick per indorare la pillola, tra le altre cose. Per come stanno le cose al momento, i Miami Heat sembrano apparentemente bloccati in questa forma. E questo non basta minimamente a competere con i New York Knicks, forse nemmeno con altre forze della Eastern Conference.

Poi, la scommessa è abbastanza ovvia. Con Antetokounmpo sano, Bam Adebayo e un’aggiustatina al roster ben mirata, questa è una squadra da Playoffs senza alcun dubbio. Magari addirittura da secondo turno. Da lì in poi, Miami andrebbe a puntare sul puro eroismo di The Greek Freak e sul coaching di Erik Spoelstra. Abbastanza? No, considerando soprattutto che adesso la modalità è quella win-now, e che non bisogna più uscire solo dall’est ma provare anche a vincere le NBA Finals contro le potenze dell’ovest.

La mancanza di asset dopo il 2030, da questo punto di vista, si fa ancora più preoccupante e costringe al successo immediato in questa prossima finestra di tre o quattro anni. Durante i quali, tra l’altro, Antetokounmpo viaggerà tra i 32 e i 36 anni, probabilmente occupando da solo un terzo del monte ingaggi di squadra. Un bel rischio, che non è detto valga la candela.