Intanto, di aiutare gli Spurs a portare Gara 1 a casa contro i Portland Trail Blazers, priorità di Wembanyama. Poi, magari, di giocare pure bene.

Wembanyama San Antonio Spurs Playoffs
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Dominio? Incertezza? Successo? Fallimento? Questo è il bello di ogni prima volta, non sai mai cosa aspettarti. Anche se sei Victor Wembanyama, sul rendimento del quale comunque nutriamo pochi dubbi. Pochi, ma abbastanza da essere menzionati, non perché si voglia sparare a zero su un 22enne candidato MVP, ma perché dalla prima dei Playoffs in poi – e soprattutto dai conseguenti e fisiologici errori – la legacy di un giocatore può solo migliorare.

Intanto, per questo primo turno c’è un po’ di incertezza, dato che Wembanyama in stagione non ha mai giocato contro i Portland Trail Blazers. Anche questa è una prima volta, anche questa una questione da analizzare a scatola chiusa. Quello di cui siamo estremamente certi è il rendimento difensivo, per due ragioni.

La prima, perché non serve la sfera di cristallo per capire che uno capace di mantenere quella mobilità con quel corpo e quelle leve, dove lo metti lo metti, le geometrie te le cambia, Playoffs o meno. Parliamo di 224 centimetri, forse di più, di pura agilità, che ne fanno già il difensore più impattante del pianeta Terra. Senza scomodare dati troppo avanzati per cui servirebbero spiegazioni nerdistiche noiose, prendiamo il semplice on/off, la differenza di rendimento della squadra quando un giocatore è in campo rispetto a quando è fuori.

Gli Spurs, con Wembanyama all’attivo, concedono 12.3 punti in meno per 100 possessi rispetto a quando è fuori, miglior dato in assoluto nella Lega. Per un termine di paragone concreto, San Antonio è la migliore difesa NBA quando il francese tocca il parquet, anche meglio di quella dei Thunder, mentre negli altri possessi scende al 23esimo posto, tra le peggiori dieci difese della Lega.

Da questi numeri si può evincere che non è bravo solo perché è alto e quindi stoppa i tiri al ferro, semplicemente altera gli attacchi avversari irreversibilmente, specialmente se non sono ben spaziati. Il primo turno contro i Portland Trail Blazers si prospetta sotto questo aspetto piuttosto agevole, trattandosi di un attacco mediocre (tra i peggiori 10 offensive rating NBA) che si sostiene interamente sulle incursioni in area palla in mano di Deni Avdija – leader della Lega per Drives, a quota 19.4 di media.

E questo porta alla seconda ragione per la quale riuscirà a farsi valere difensivamente: l’assenza di un lungo offensivamente dominante. Sebbene il soprannome di Donovan Clingan sia un incoraggiante Cling Kong, il gigante di 218 centimetri dei Trail Blazers offensivamente è molto limitato ai rimbalzi d’attacco e al dunker spot, non essendo solo lunghissimo ma trattandosi anche di un ottimo atleta verticale. Idem dicasi per Robert Williams III, il backup. Difensivamente, si riscontreranno più problemi a lungo andare, magari se in un eventuale secondo turno dovessero capitare i Denver Nuggets.

Per Wembanyama non dovrebbe risultare troppo difficile farsi valere in aiuto anche solo come deterrente al ferro, dove riesce molto bene. Solo Rudy Gobert e lo stesso Donovan Clingan, tra i giocatori con almeno 1500 minuti in stagione, forzano maggiormente gli avversari a evitare conclusioni nell’ultimo metro.

Dove potrebbe faticare fin da subito, proprio a causa delle abilità di Clingan, è nelle percentuali dal campo, soprattutto al ferro. Come tutti sappiamo, la dimensione più peculiare di Wembanyama è quella di minaccia perimetrale o dal palleggio, un aspetto non proprio scontato per uno così lungo. Per la terza stagione su tre, la distribuzione è variegata in parti molto simili tra ferro (38%), mid-range (33%) e triple (29%), sebbene poi in percentuali di conversione superi il 50esimo percentile solo nei tiri al ferro – dove la sua efficienza è elitaria. Riassumendo: sa fare tutto, fa di tutto, ma sa chiudere bene solo al ferro.

Negandogli Portland questa soluzione, o comunque avendo i mezzi per provare a farlo, in termini di percentuali potrebbe non essere una serie semplice per Wembanyama, il quale tra l’altro non ha ancora sviluppato mezzi sufficienti per farsi valere contro la fisicità delle difese avversarie sul post basso, accontentandosi del jumper e non chiudendo troppo bene in corsa sui tentativi di provare a bruciare i lunghi più lenti mettendo palla a terra. Tutto dipenderà da un aumento della frequenza al tiro da tre punti, e di conseguenza dalle percentuali.

Quello che ci aspettiamo è una run “normale” offensivamente, magari segnando tanto a volume elevato ma a efficienza relativamente bassa, favorendo però il rendimento dei compagni grazie alla propria gravity figlia di questa pericolosità a tutto tondo. Gli altri, a propria volta, dovranno aiutarlo a mettersi in ritmo, specialmente un handler di livello come De’Aaron Fox, che ha anche una leggera esperienza Playoffs rispetto agli altri handler come Dylan Harper o Stephon Castle.

Detto ciò, sebbene la regular season sia diversa enormemente rispetto ai Playoffs, non si diventa casualmente l’incubo dei Thunder, non si vincono casualmente 62 partite. Non solo San Antonio ha interrotto un digiuno dai Playoffs durato sei stagioni, ma ha vinto più di 60 gare per la prima volta dal 2017, chiudendo quella che è la terza miglior regular season nella storia della franchigia texana in termini di record.

Poi, cambierà la fisicità. Poi, conterà l’esperienza, che gli Spurs trovano solo in Fox, Harrison Barnes e Luke Kornet. Poi, si vedrà, come ha detto lo stesso Wembanyama. Anche questo è il bello delle prime volte, che non puoi sapere come andranno a finire.