Non bisogna certo erigere una statua a Wembanyama per questo, ma per una volta è stato bello aspettare la fine dell’All-Star Game per andare a dormire.

Wembanyama All-Star Game NBA 2026
FOTO: NBA

L’All-Star Game 2026 è stato godibile. Non una Gara 7 di Playoffs, si intende, ma come lo dovrebbe essere un’esibizione. E questo di per sé è già un evento unico. Il fatto che quasi tutti abbiano deciso di prenderlo un minimo seriamente, poi, è un atto rivoluzionario. E il motore di tutto è stato Victor Wembanyama.

Che non si è inventato nulla, sia chiaro, ha semplicemente deciso di cominciare difendendo almeno i layup da riscaldamento e di vietare i canestri facili 5-contro-0 che hanno da sempre caratterizzato le ultime edizioni. Cade Cunningham ci ha sbattuto contro con la stessa violenza con la quale Wembanyama ha inchiodato il suo tiro al tabellone, Jalen Duren si è ritrovato il pallone in faccia, quasi tutti hanno fatto dietrofront una volta arrivati nei pressi del ferro. Quando Team USA – prima Stars, poi Stripes – ha capito che aria tirava, per evitare figuracce, ha cominciato ad adeguarsi.

Certo, il francese è stato aiutato. Dal format, in primis, che permette di giocare singoli quarti con un minimo di valore, e di calcolare anche la differenza punti. Team World, la squadra di Wembanyama, è stata eliminata dopo aver perso entrambe le partite del triangolare, ma nella prima sono andati all’overtime e nella seconda – che dovevano vincere di almeno tre punti – hanno sfiorato un altro supplementare per un errore all’ultimo secondo proprio della stella francese dei San Antonio Spurs. Ma poco importano i risultati all’All-Star Game, bensì il contenuto, quei momenti memorabili che mantengono alto l’interesse.

In questo, Anthony Edwards ha ricoperto un ruolo da protagonista. Sebbene la premessa fosse quella di “un weekend di riposo”, Ant Man si è trovato a segnare la tripla clutch del pareggio nella prima gara vinta contro Team World, per poi mettere su la difesa decisiva per l’overtime. Ha cucinato KD, rubato palloni decisivi e addirittura vinto l’MVP, con massima sorpresa. Davanti alle telecamere, ha imprecato che è tutta colpa di Wembanyama se ha giocato seriamente.

Un riconoscimento arrivato anche da due leader come Devin Booker e Jalen Brunson, i quali hanno identificato in Wembanyama un leader in primis nell’attitudine verso il gioco, contagiosa dentro e fuori dal campo. Wemby stesso, in conferenza, ha spiegato che “questo è il gioco che amiamo, competere è il minimo”. Un concetto che appare scontato, ma che all’All-Star Game non è mai stato applicato negli ultimi decenni.

Non si è mai visto qualcuno così nervoso per un errore difensivo in una gara di esibizione, quando Scottie Barnes all’overtime ha sigillato la vittoria per Team Stars insaccando la tripla dei punti tre, quattro e cinque, necessari a soddisfare i requisiti dell’Elam Ending – il primo a cinque punti nel supplementare la chiude. La stella di Toronto non sapeva nemmeno che funzionasse così, e a quanto pare nemmeno i compagni di Wembanyama, che hanno aiutato in area quando un canestro da due non sarebbe stato decisivo. Il francese non l’ha presa bene.

Questo è quel genere di atteggiamento che ha fatto capire a Edwards, Booker o Brunson di doversi applicare seriamente, ai compagni di Wembanyama di non poter cazzeggiare. Certo, nei limiti dell’ego di una stella NBA. Nikola Jokic e Luka Doncic, che già arrivavano un po’ acciaccati, quindi svogliati, hanno avuto un linguaggio del corpo tremendo rispetto a quello della media. Premessa: va benissimo, non è nulla di serio e sono mezzi infortunati, non potrebbe essere altrimenti.

Finalmente, però, li abbiamo visti più che altro con il culo seduto, anziché a giocare a melina in mezzo al campo. Per una volta, quello sdegno così peculiare verso un evento tutto scenico, mediatico, pomposo, non è stato giustificato. Perché semplicemente quei 48 minuti non sono stati così.

Questo è comprensibile per le stelle NBA, ci si preserva per i Playoffs e questo è solo All-Star Game, ci mancherebbe. Ma Doncic e Jokic non ci hanno fatto una bella figura, anzi, come ha provato a sussurrare Anthony Edwards stesso, il primo a non volerla prendere seriamente. La differenza tra chiunque abbia mai avuto questo approccio e Wembanyama consiste nel fatto che i primi si sono adeguati, il francese ha reagito, stimolando anche molti altri.

Stimolando anche Kawhi Leonard e LeBron James, tutt’altro che abituati a giocare con un briciolo di intensità, ma che hanno sorprendentemente seguito, e non è poco. Il primo ha dato addirittura spettacolo, ha sporcato e rubato mille palloni, ci teneva a non sfigurare davanti al pubblico di casa.

I suoi 31 punti, con soli due errori al tiro in meno di dodici minuti, sono un instant classic dell’All-Star Game. Il tutto, finalmente, contro difese che hanno anche solo accennato a fare il proprio dovere, quantomeno provando a tenere sebbene non siano arrivati blitz o coperture complesse di squadra. Pallacanestro uno-contro-uno allo stato puro.

LeBron invece è entrato per non giocare nemmeno questa volta, ma ha finito con lo schiacciare a rimbalzo inseguendo un layup di Brunson che nessuno credeva potesse sbagliare, per poi fare un fallo duro di là proprio su Wembanyama. Questo è stato il vero miracolo, forse, l’equivalente di trasformare l’acqua in vino: far applicare LeBron 41enne sulle due metà campo.

Scherzi a parte, si tratta di un riconoscimento importante da parte del personaggio più polarizzante degli ultimi venti anni NBA.

Ma di momenti da elogiare ce ne sarebbero molti, come la masterclass di Jaylen Brown nella prima sfida tra Team Stripes e Team Stars, o il buzzer beater di De’Aaron Fox per la vittoria sempre in quella stessa partita, e via dicendo. Già il fatto che si crei tensione per un quartino dell’All-Star Game, per la NBA – come prodotto commerciale, ma anche contenuto di qualità – è un successo.

Poi, sia chiaro, un’esibizione resta e non bisogna trattare questa cosa come se avesse risolto tutti i problemi del Weekend o della Lega stessa, né bisogna erigere una statua a Victor Wembanyama. Per una volta, però, è stato bello aspettare la fine dell’All-Star Game per andare a dormire.


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