Dopo mesi di estenuanti tira e molla, i Warriors e Kuminga farebbero bene a trovare una soluzione utile a entrambe le parti in gioco.

Kuminga Curry Golden State Warriors
FOTO: Mercury News

Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da Dieter Kurtenbach e pubblicata su Mercury News, tradotto in italiano da Marco Marchese per Around the Game.


Il motto dei Golden State Warriors è “Strength in Numbers (Forza nei Numeri)”. Ma dove sono finiti i numeri? Si suppone che possiedano un organico già bello e pronto per il training camp, il cui avvio sarà martedì prossimo. Invece, a meno di un mese dalla loro prima sfida di Regular Season, i californiani hanno ancora sei slot liberi a roster. E non danno l’idea di essere forti, anzi.

Ciò non è normale, per niente. No, è una negligenza nei doveri propri del Front Office nel non trovare una soluzione nelle trattative per il rinnovo di Jonathan Kuminga. Nessun Front Office competente si sarebbe impantanato in questa specie di guerra fredda della durata di ben sei mesi. Si potrebbe anche puntare il dito contro la giovane ala giunta al quinto anno in NBA, ci vuole l’intenzione delle due parti per trovare un accordo – e le richieste contrattuali di Kuminga sono ben al di là di ogni lecita fantasia. Ma queste due parti sono state a guardarsi a lungo, con dichiarazioni pubbliche poco piacevoli e restando lontane dal trovare una soluzione. Come risultato, il roster è adesso monco. 

Ultimamente ci sono state delle voci su “accordi verbali” con giocatori come Al Horford, De’Anthony Melton e Gary Payton II. E in questi discorsi rientrerebbe anche Stephen Curry. Poi c’è la Second Round pick, Will Richard. Aggiungendo Kuminga si otterrebbe il roster “al completo”. Ma un “accordo verbale” potrebbe anche saltare.

I Warriors non ne avevano uno vero e proprio con la guardia Free Agent Malcolm Brogdon, ma c’era interesse per acquisire veterano in estate. Ma per il giocatore c’era anche l’opzione di firmare con i New York Knicks oltre a quella del limbo con i Golden State Warriors e, in attesa che decidessero se confermare o scambiare il loro quarto o quinto uomo più importante a roster, Brogdon ha scelto la concorrenza. Quanti altri validi e utili giocatori hanno lasciato perdere l’interesse dei californiani quest’estate? E che dire di Al Horford, con tante altre squadre sulle sue tracce – con importanti proposte – che potrebbe decidere di abbandonare la nave all’ultimo momento? 

Sia chiaro, non si sta cercando di assolvere Kuminga. Le sue richieste sono fin troppo pretenziose. Pensa di essere un affermato All-Star con attorno svariati role players e non il contrario. Sembrerebbe un tema assurdo, se non addirittura fastidioso se non affrontato con il giusto decoro. Il ragazzo ha più volte detto che avrebbe accettato un’altra Championship run se GSW avesse accettato almeno una delle sue proposte: un accordo garantito di 3 anni, una clausola no-trade totale o un accordo annuale iper-inflazionato.

Il suo agente e collega podcaster Aaron Turner, ha chiamato il tutto “trattative dure”. Come un padre che ha a che fare con un bimbo di 3 anni, si riescono a comprendere le sue tattiche. Ma Turner sa che c’è almeno un membro del Front Office dei Warriors che trova deliranti le richieste di Kuminga, che non lascerà che firmi la Qualifying Offer, che non lo scambierà.

Nel complesso il FO sta provando a fare il colpaccio allo scadere del gong, accontentando Kuminga fin dove vorrà, per la prima volta, e facendogli sposare le idee dei Warriors, mantenendo nel contempo la flessibilità salariale che permetterebbe loro di scambiarlo in inverno. Su che pianeta potrebbe succedere tutto ciò? Certamente non la Terra.

Un’organizzazione forte avrebbe accettato la realtà dei fatti e concluso tutto questo molto tempo fa. Non avrebbe sprecato energie nel combattere una battaglia impossibile da vincere. Kuminga non sarà mai il giocatore che Golden State spera restando in California, perciò perché battersi tanto per trattenerlo? Avrebbero dovuto poggiare i piedi per terra: fare un’offerta congrua, “prendere o lasciare”. Invece, i Golden State Warriors hanno concesso un centimetro e il team di Kuminga si è preso un kilometro. E un altro, un altro ancora.

E adesso il giocatore minaccia di rifiutare un contratto da $40 milioni solo per accettarne uno da $8 milioni contenente una clausola no-trade. Un brutto affare, ma non parrebbe che i protagonisti in gioco siano molto razionali. La buona notizia è rappresentata dal fatto che quella Qualifying Offer svanirà il giorno 1 ottobre. Qualcosa dovrà accadere, giusto? Già, se solo fosse la logica a mandare avanti questo processo. 

Ma visto che finora poco ha avuto senso, chissà che le parti non lascino passare la deadline per continuare a sbattere la testa contro un muro indistruttibile per qualche altra settimana. Nel frattempo il resto della NBA si sta migliorando, mentre i Warriors sono rimasti esattamente dov’erano. Sia Golden State che Kuminga stanno portando avanti un ridicolo e immeritato senso di superiorità. Hanno bisogno gli uni dell’altro, e viceversa, a questo punto.

Il destino di Kuminga è essere il miglior giocatore di una brutta squadra. E nel frattempo, chiunque altro – Steph Curry, Jimmy Butler, Steve Kerr, Horford – deve andare avanti, rispondendo alle domande in arrivo lunedì, abbracciando il purgatorio di questa situazione fino a quando rimarrà in piedi: meri effetti collaterali in questa battaglia d’incompetenza. 


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