Da Hill a Flagg, i Duke Blue Devils che hanno marchiato la NBA.

Ormai qualche mese fa, Cooper Flagg ha fatto il suo debutto nella Summer League di Las Vegas con la maglia dei Dallas Mavericks, proprio contro i Lakers di Bronny James. Risultato? Dieci punti segnati con un orrido 5 su 21 al tiro, ma anche un tabellino che racconta qualcosa in più: 6 rimbalzi, 4 assist, 3 palle rubate e una stoppata clutch in poco più di 31 minuti. Poco? Forse. Ma anche tanto, a ben guardare.
Tuttavia è stata la seconda partita a far brillare davvero gli occhi degli scout: contro gli Spurs di Dylan Harper, seconda scelta assoluta, Flagg ha messo insieme una prestazione da 31 punti, condendo la gara con 3 triple e tutta una serie di giocate spettacolari. Nonostante la sconfitta, la sua presenza è stata costante, decisa, e in alcuni momenti dominante. Un segnale forte, che riscatta l’esordio opaco e ribadisce il potenziale fuori scala del ragazzo del Maine.
Parliamo di un’ala tuttofare capace di lasciare il segno su entrambi i lati del campo, con un’arroganza agonistica che ricorda i predestinati. Prima ancora di cominciare il training camp, c’è chi lo paragona ai mostri sacri generazionali – i vari LeBron, Duncan, Wembanyama – tanta è l’attesa spasmodica attorno al suo nome. Flagg stesso sembra pronto a raccogliere un’eredità importante: quella dei grandi Blue Devils che da Duke University hanno illuminato la NBA.
Apriamo il sipario con un nome che a Duke evoca ancora The Shot: Christian Laettner, l’eroe del buzzer-beater contro Kentucky nel 1992. In NCAA era un principe assoluto, ma in NBA la sua stella ha brillato con meno accecante intensità (gli abbiamo persino dedicato un’antologia QUI). Eppure Laettner, terza scelta assoluta nel ‘92, ha costruito una dignitosa carriera da 13 stagioni con 12,8 punti e 6,7 rimbalzi di media, togliendosi anche la soddisfazione di un All-Star Game nel 1997. Non male per uno ricordato soprattutto come “quello giovane” del Dream Team di Barcellona ’92.
In NBA ha girato sei squadre diverse, adattando il suo gioco interno e il tiro piazzato alle esigenze di ogni spogliatoio. Meno dominante che al college, vero, ma comunque un Duke legend che ha saputo ritagliarsi il suo spazio tra i pro. Del resto, essere odiati dai tifosi avversari fin dall’università è un onore riservato ai grandi – e Laettner, in questo, aprì la strada a un’intera generazione di Blue Devils destinati a dividere l’America tra ammirazione e fischi.
Anni dopo, in quell’arena dove i cori si trasformano in giudizi morali, un altro volto prese il testimone del disprezzo: JJ Redick. A Duke lo fischiavano come il cattivo dei film, e in effetti era il perfetto “villain” per le tifoserie rivali: faccia tosta, atteggiamento spavaldo e soprattutto una mitragliatrice al posto del braccio. Redick al college riscrisse i record di punti e triple per i Blue Devils, trascinandosi dietro amore e odio in egual misura. Approdato in NBA, mise a frutto quell’arma letale: 1.950 triple segnate in carriera, 22° di sempre nella lega.
Pur senza mai essere una stella da copertina, ha disputato 15 stagioni da professionista diventando uno degli shooter più rispettati e affidabili. Ha girato diverse squadre (fra cui Magic, Clippers e 76ers), portando ovunque leadership silenziosa e maniacale etica del lavoro. Se vi serviva un tiro pesante nei playoffs, spesso la palla finiva nelle sue mani – non a caso Redick ha centrato i playoffs in 14 annate diverse. Da “odiato” collegiale a veterano venerato dai compagni, JJ ha completato la trasformazione, restando però sempre fedele al suo marchio di fabbrica: il tiro da tre, chirurgico e spietato. E pensare che a Durham lo insultavano… oggi è difficile trovare qualcuno che non lo rispetti.
Dopo il ritiro, ha saputo reinventarsi con eleganza: prima come analista NBA tra i più apprezzati, poi come podcaster di successo, arrivando persino a condividere il microfono con LeBron James nel celebre ‘Mind the Game’. E ora, in un cerchio che si chiude e si riapre, è diventato il nuovo allenatore dei Los Angeles Lakers di King James e Luka Doncic. Un’ascesa sorprendente, sì, ma perfettamente coerente per chi ha sempre saputo leggere il gioco prima ancora di giocarlo.

Proprio i Lakers, che oggi accolgono Redick in panchina, furono anche il punto di partenza per un altro talento forgiato a Durham: Brandon Ingram. Braccia infinite, movenze feline e un rilascio morbido come seta: il ragazzo di Kinston, North carolina, a Duke ha mostrato lampi di classe cristallina, abbastanza da convincere i Lakers a chiamarlo con la scelta numero 2 al Draft 2016.
In NBA l’inizio è stato difficile, ma dopo lo scambio a New Orleans – parte del pacchetto per Anthony Davis – Ingram è esploso. Ha chiuso la stagione 2019-20 con 23,8 punti di media, conquistando il premio di Most Improved Player e la convocazione all’All-Star Game. Dopo qualche infortunio di troppo che ne ha rallentato l’ascesa, oggi Ingram ricomincia da una nuova avventura con i Toronto Raptors, un iso scorer che ricorda Kevin Durant nella silhouette e nei movimenti in sospensione.
Certo, gli manca ancora quel passo per entrare nell’élite assoluta – incostanza e discontinuità emotiva a volte frenano la sua ascesa – ma a 27 anni il tempo è dalla sua. Se dovesse mai trovare il modo di accendere il turbo anche in difesa e guidare i Raptors fuori dal pantano della Eastern Conference ai piani alti, “BI” potrebbe salire di molti posti in liste come questa. Intanto ce lo facciamo andare bene così: elegante, letale dal midrange e con ancora un capitolo tutto da scrivere.

E a proposito di capitoli condivisi: per un tratto di carriera, Ingram ha condiviso gli spogliatoi NBA con un altro ex Duke dal talento esplosivo e dalla traiettoria imprevedibile. Difficile trovare un giocatore più polarizzante di Zion Williamson, per alcuni uno dei migliori giovani in circolazione, per altri una stella fragile come il cristallo.
Di certo, pochi Blue Devils hanno creato un’onda d’urto mediatica al debutto pari alla sua. “Zanos”, arrivato a Duke nel 2018 con clip virali di schiacciate mostruose, ha mantenuto le promesse in NCAA vincendo il premio di giocatore dell’anno. In NBA, scelto con il numero 1 nel 2019 dai Pelicans, ha mostrato lampi di onnipotenza fisica: quando è sano, Zion è semplicemente inarrestabile, un carro armato da 129 kg capace di volare sopra il ferro e muoversi con l’agilità di un esterno.
A 20 anni ha messo insieme una stagione da 27 punti e 7 rimbalzi di media tirando con percentuali irreali, guadagnandosi subito l’All-Star Game. In transizione sembra un bulldozer con le molle ai piedi, ogni dunk fa tremare il canestro e porta il panico nelle difese. Il problema? Il campo l’ha visto col contagocce.
In sei anni Willimason ha giocato solo il 45% delle partite disponibili, a causa di una serie infinita di infortuni e contrattempi dentro e fuori dal campo. È diventato suo malgrado un mistero avvolto in un enigma. Il talento generazionale c’è (e si vede), ma il dubbio è se il suo fisico reggerà mai a lungo termine le sollecitazioni. Nel frattempo, i Pelicans e i tifosi NBA vivono sulle montagne russe: ogni volta che Williamson torna in campo, l’entusiasmo schizza alle stelle – salvo poi precipitare ad ogni notizia di uno stop o di qualche malefatta lontano dal parquet (di recente è stato accusato di violenza domestica in una causa civile intentata dalla sua ex fidanzata).
E pensare che, prima dell’arrivo di Wemby, il ragazzo da Salisbury era considerato il prospetto più pubblicizzato dai tempi di LeBron. La speranza di tutti è di vederlo finalmente sano e concentrato, perché un Zion al 100% potrebbe tranquillamente risalire posizioni in questo listone. Per ora, resta un gigantesco “se” – elettrizzante e frustrante allo stesso tempo.
E se Zion ha vissuto il debutto NBA tra titoli in prima pagina e aspettative da messia cestistico, Carlos Boozer ha percorso la traiettoria opposta. Uscito da Duke con un titolo NCAA ma pochi riflettori, silenzioso e sottovalutato, fu scelto addirittura al secondo giro con la numero 34. Eppure, ad oggi, ha alle spalle una carriera NBA più completa, solida e rispettata rispetto a quella – finora incompiuta – di Williamson.
Al debutto fra i pro ha subito smentito gli scettici imponendosi come un panzer dell’area colorata arrivando nel giro di poche stagioni a macinare numeri da All-Star: due convocazioni (2007, 2008) e oltre 16 punti e 9 rimbalzi di media in carriera. A Cleveland intravidero il suo potenziale, ma fu a Utah che Boozer esplose davvero: in coppia con Deron Williams, trascinò i Jazz a profonde run playoffs a suon di doppie-doppie. Gioco in post solido, mano educata dalla media distanza e un istinto innato nel catturare rimbalzi come caramelle. Un orso dal cuore gentile, capace però di graffiare eccome sul parquet.
Gli infortuni ne limitarono un po’ la continuità e l’esperienza successiva a Chicago non brillò allo stesso modo, ma nel complesso Boozer ha lasciato un segno robusto. Ah, piccola nota di costume NBA: fu protagonista di un aneddoto curioso quando provò a mascherare la calvizie con uno spray nero per capelli – col risultato che il colore gli colò sul viso durante una partita coi Bulls, guadagnandosi ironie a non finire.
E ora, quasi come in un passaggio di testimone, una nuova generazione si prepara a calcare lo stesso parquet: Cameron e Cayden Boozer, figli di Carlos, seguiranno le sue orme entrambi sono considerati prospetti a cinque stelle e vestiranno la maglia di Duke nella prossima stagione di college basket.

A testimonianza di come l’impronta dei Blue Devils vada ben oltre i confini della NBA, c’è anche chi ha scelto di restituire al basket molto più di quanto abbia ricevuto. È il caso di Luol Deng, che dopo una lunga carriera da professionista, ha indossato un’altra divisa, forse ancor più significativa: dal 2019 è Presidente della Federazione cestistica del Sud Sudan. Grazie al suo impegno visionario, il paese ha raggiunto traguardi impensabili, qualificandosi per la Coppa del Mondo FIBA 2023 e, ancora più incredibilmente, per le Olimpiadi di Parigi 2024. Un risultato che parla di orgoglio, sacrificio e rinascita. Una vera storia da Blue Devil.
Nel basket moderno si parla tanto di two-way players: ecco, Luol Deng era uno dei prototipi perfetti prima ancora che il termine diventasse di moda. Arrivato in NBA nel 2004 dal Sudan (e poi Londra) via Duke (dove fu matricola dell’anno), Deng si è costruito una carriera da difensore impeccabile e attaccante affidabile, soprattutto durante la lunga militanza nei Chicago Bulls. Due volte All-Star (2012, 2013) e una nomina nel secondo quintetto difensivo NBA, ha incarnato per un decennio il ruolo di glue guy e leader silenzioso.
Coach Thibodeau a Chicago lo utilizzava praticamente senza mai farlo sedere: Deng primeggiava nella lega per minuti giocati, sacrificando il corpo per la causa ogni singola notte. In attacco non era uno pure scorer – mai sopra i 20 punti di media in una stagione – ma il suo contributo era palese: tagli efficaci, tiri piedi per terra dall’angolo, e quella capacità innata di essere al posto giusto al momento giusto. Sarà ricordato soprattutto per la difesa asfissiante.
Chiedete a LeBron James, che nei playoffs ad Est si trovò spesso la sua ombra con il numero 9 a rallentarlo. “Mr. Consistency” lo chiamavano i tifosi dei Bulls, grati per quel lavoro oscuro che non finiva quasi mai negli highlights ma che fruttava parecchie vittorie.
E se Deng è stato l’incarnazione della costanza silenziosa, quel tipo di presenza che costruisce successi con pazienza e sacrificio, c’è un altro Blue Devil che ha trasformato la solidità in potenza produttiva: Elton Brand. Numero 1 assoluto al Draft 1999, Brand entrò tra i pro con aspettative altissime dopo aver sfiorato il titolo NCAA e vinto il premio Naismith per il miglior giocatore dei college.
E per buona parte le ha rispettate, soprattutto a inizio carriera: Rookie dell’anno (in coabitazione con Steve Farancis) nel 2000 e due volte All-Star, Elton ha messo su numeri da 20+10 quasi garantiti nelle sue prime stagioni. Basso per essere un centro (206 cm scarsi), compensava con braccia interminabili, fondamentali solidi e un tempismo notevole a rimbalzo e stoppate. Dopo due anni ai Bulls, trovò la sua dimensione con i Los Angeles Clippers, dove visse il picco: nel 2005-06 viaggiò a 24,7 punti e 10 rimbalzi di media, guadagnando un posto nel secondo quintetto All-NBA. Era il faro di quei Clippers sorprendenti che sfiorarono la finale di conference.
Purtroppo, la dea bendata ci mise lo zampino sotto forma di infortuni al tendine d’Achille, che limitarono la seconda parte di carriera di Brand. Nonostante ciò, Elton ha superato quota 16.000 punti e 8.000 rimbalzi totali, chiudendo 17 stagioni da professionista. Mica male per un ragazzo quieto di Upstate New York con la faccia sempre umile. Oggi è passato dall’altra parte della barricata come dirigente (GM dei 76ers), ma per noi resterà il totem dei Clippers, simbolo di solidità e dedizione made in Duke.

Dopo Brand, ci sarebbero voluti altri dodici anni prima che un altro Blue Devil venisse incoronato con la prima scelta assoluta al Draft. Ma l’attesa fu ripagata con un talento che sembrava disegnato per il palcoscenico più alto: Kyrie Irving, il ball-handler più incantevole uscito da Duke – e forse uno dei migliori della storia del gioco. La sua carriera universitaria in realtà è stata appena un assaggio – 11 partite prima di un infortunio – ma tanto è bastato ai Cavaliers per sceglierlo con la numero 1 nel 2011.
Da lì, Kyrie ha intrapreso un viaggio NBA fatto di picchi celestiali e curve pericolose. Partiamo dai picchi. Otto, nove All-Star Game (si perde il conto), un talento offensivo sublime e soprattutto un momento scolpito nella storia. Gara 7 delle Finals 2016: Kyrie, marcato da Steph Curry, crea spazio con un crossover e segna in step-back la tripla del sorpasso decisivo a meno di un minuto dalla fine. Canestro, titolo ai Cavs. Uno dei tiri più iconici di sempre, quello che ha completato la rimonta da 3-1 di Cleveland contro i leggendari Warriors da 73 vittorie.
Quella sera Irving si è consacrato eroe, al fianco di LeBron James, consegnando ai Cavaliers il loro primo anello. Cosa potrebbe mai offuscare un’impresa simile? Beh, il nostro Kyrie ci è riuscito con un percorso personale a dir poco picaresco: ha cambiato casacca come fosse alla ricerca di sé stesso (Boston, Brooklyn, ora Dallas), tra richieste di trade, polemiche terrapiattiste e allergie ai vaccini. Un giorno sparge incantesimi in palleggio, il giorno dopo incenso misto a teorie bislacche fuori dal campo. Questo mix di genialità e caos, di luci e ombre, rende Irving un personaggio quasi letterario: il mago errante del parquet.
Sul talento nessuno osi discutere – il suo controllo di palla e il tocco al ferro sono poesia in movimento – e alla fine dei conti parliamo di un campione NBA con più di 18mila punti in carriera. Ma Kyrie è anche l’esempio che la traiettoria di un fenomeno non è mai lineare. Rimane la domanda: dove sarebbe potuto arrivare con un po’ più di… convenzionalità? Eh, mi sa che non lo sapremo mai.
Intanto, lo aspettiamo dopo il brutto infortunio al tendine d’Achille per vederlo evoluire a Dallas proprio al fianco del suo neocompagno Cooper Flagg, sperando che il lavoro di mentoring sia un po’ più lungo e proficuo rispetto a quello svolto a Boston nei confronti di un’altra stella assoluta fuoriuscita dal campus di Durham, Jayson Tatum.
Sorvolando sulla malasorte che lo ha visto patire lo stesso infortunio di Irving settimane fa, il podio dei Duke nell’NBA non può che includere il giocatore di Boston, ormai stella affermatissima, destinata a raccogliere il testimone dei grandi Celtics del passato. Arrivato alla corte di Mike Krzyzewski nel 2016, Tatum mostrava già movenze da professionista navigato: un’ala di 2.03 con un repertorio offensivo completo e insaziabile voglia di migliorare. I Boston Celtics lo hanno scelto all3 a numero nel 2017 dietro Fultz e Lonzo e non se ne sono pentiti nemmeno un secondo.
Alla sua stagione da rookie, a soli 20 anni, Jayson è finito dritto alle finali di conference, arrivando a un passo dalle Finals nonostante l’assenza per infortunio proprio di Irving e Hayward. Indimenticabile la sua schiacciata in faccia a LeBron James in Gara-7 di quella serie: un gesto di sfacciata dichiarazione, “sono qui e non ho paura di nessuno”.
Da allora, la parabola è stata in costante ascesa: sei volte All-Star, cinque volte nei quintetti All-NBA, Tatum prima ha chiuso la stagione 2022/2023 con 30,1 punti, 8,8 rimbalzi e 4,6 assist di media, arrivando quarto nelle votazioni MVP, poi, nel 2022, si è tolto lo sfizio di vincere il premio di MVP delle finali di conference (intitolato a Larry Bird) e portare i Celtics alle NBA Finals. Anche se il titolo gli è sfuggito contro Golden State, ha dimostrato di poter essere il franchise player di una squadra da titolo.
Infine, l’anno scorso ha vinto il suo primo anello distruggendo alle NBA Finals proprio i Mavericks del Kyrie Maestro Miyagi Irving. Tatum incarna il nuovo volto dei Blue Devils in NBA: professionalità, dedizione e un killer instinct insaziabile. Il suo gioco ricorda per certi versi quello di Kobe Bryant, suo idolo dichiarato, soprattutto in certi fadeaway dal mid-range nei momenti caldi. A soli 27 anni ha già oltre 13.000 punti segnati e un’esperienza da veterano. Boston gli ha affidato le chiavi della città e se la salute e il tempo saranno dalla sua parte, Jayson avrà tutto per guadagnarsi un giorno un posto sul Monte Rushmore dei Celtics, accanto ai miti immortali del Celtic Pride.

Il nostro viaggio non poteva che concludersi qui, sulle orme leggere e luminose di Grant Hill. Un talento scolpito nella grazia, un campione disegnato per dominare il gioco, e che invece, per colpa degli dèi ciechi dell’infortunio, ha solo sfiorato il destino che gli spettava. Forse, se il suo corpo avesse retto, parleremmo oggi del più grande giocatore NBA mai uscito da Duke (un approfondimento QUI). Eppure, anche con le ali tarpate, Hill ha danzato tra le stelle. Perché non è solo ciò che ha fatto, ma il modo in cui l’ha fatto, che lo ha reso eterno.
A Duke vinse due titoli NCAA (1991, 1992) e divenne il beniamino di Coach K grazie alla sua versatilità e visione di gioco. Quando sbarcò in NBA nel 1994 con i Detroit Pistons, sembrava destinato a essere il nuovo re: e per alcuni anni lo è stato davvero. Hill faceva di tutto e di più in campo, in modo così naturale da rasentare la perfezione. Pensate: nei suoi primi sei anni ha viaggiato vicino alla tripla doppia di media e per tre volte ha guidato i Pistons in punti, rimbalzi e assist nella stessa stagione, impresa riuscita prima solo a Wilt Chamberlain ed Elgin Baylor.
Un prodigio all-around, capace di volare a canestro con eleganza soave, servire assist al bacio e catturare rimbalzi come un’ala grande. Sette convocazioni All-Star e cinque inclusioni nei quintetti All-NBA raccontano solo in parte la sua grandezza. Grant era paragonato a Magic Johnson per la visione e a Michael Jordan per l’impatto commerciale (ricordate lo spot della Sprite e le sue FILA? so ’90s..). Purtroppo, il fato gli presentò il conto sotto forma di un maledetto infortunio alla caviglia nel 2000. Da lì, Hill conobbe il calvario: operazioni, ricadute, persino un’infezione che mise a rischio la sua vita.
Ma qui viene il bello della sua storia: Grant non ha mai mollato. Ha lottato e si è reinventato, passando da superstar a mentore veterano a Phoenix. È riuscito comunque a totalizzare oltre 17.000 punti, 6.000 rimbalzi e 4.000 assist in carriera, numeri da Hall of Fame (dove, infatti, è stato inserito nel 2018). Grant Hill è stato il primo vero Blue Devil a fare sfracelli nella NBA moderna, spianando la strada a tutti gli altri di questa lista.
Un pioniere elegante, dentro e fuori dal campo (oggi è un dirigente influente su più fronti: co-proprietario degli Atlanta Hawks in NBA, del club di MLS Orlando City e della squadra femminile Orlando Pride, nonché tra i nuovi proprietari dei Baltimore Orioles in MLB. È anche Managing Director di USA Basketball e analista rispettato su TNT, CBS e, dalla stagione 2025-26, sulla nuova copertura NBA targata NBC Sports.) di cui Coach K, non ha caso, ha sempre parlato come del giocatore più completo mai allenato.

E siamo di nuovo al punto di partenza: Cooper Flagg. Cosa possiamo aspettarci da questo giovane fenomeno che si appresta a fare il salto tra i pro? Se la storia ci insegna qualcosa, è che il marchio di fabbrica Duke in NBA significa lavoro, carattere e ambizione. Flagg avrà addosso una pressione enorme – quella di essere l’ennesimo “prescelto” dopo leggende e giovani star – ma avrà anche le spalle larghe dei giganti venuti prima di lui su cui appoggiarsi. Nel suo gioco rivediamo sprazzi dei grandi Blue Devils: la versatilità di Hill, la grinta difensiva di Deng, l’atletismo di Zion.
Di certo il nativo di Newport, Maine, non difetta in personalità: a Duke non ha vinto il titolo NCAA ma, seppur giovanissimo, si è subito imposto come leader e trascinatore dei Blue Devils. Ora lo attende il palco più difficile, quello della NBA, con il peso e l’onore di essere già etichettato come franchise player.
In questo scenario, Cooper Flagg rappresenta il prossimo capitolo di questa storia di intrecci tra l’NBA e l’ateneo, sul sentiero tracciato da Hill, Irving, Tatum e tutti gli altri. In lui, forse, si racchiude lo spirito più puro del motto di Duke: “Eruditio et Religio“. Qui intesa non come religione in senso liturgico, piuttosto, come fede incrollabile nel talento, nella disciplina, nella dedizione al gioco. E l’erudizione non come sterile sapere, ma come arte di imparare da chi è venuto prima. Da chi ha segnato il parquet con le proprie scelte, i propri errori, i propri miracoli. Come se ogni crossover, ogni stoppata, ogni improbabile buzzer beater fosse parte di un rito antico che si rinnova.

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