Per quanto tutto remi in direzione opposta, trattenere Bradley Beal nel reparto guardie potrebbe non essere un’idea così male.

Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da John Voita e pubblicata su Bright Side of the Sun, tradotto in italiano da Marco Marchese per Around the Game.
I Phoenix Suns sono stati fin qui poco rumorosi. Dopo la trade di Kevin Durant, aver affrontato il Draft NBA quasi come un imprevisto – che ha permesso loro di spostare le loro risorse sacrificabili e scambiare varie pick per ottenere IL loro uomo, dopo che un altro era giunto al giro dei Suns – la Free Agency è giunta con un tonfo sordo.
Ma, come già affrontato il altre sedi, era nell’aria. Con la squadra imprigionata nel Second Apron, la flessibilità non era prevista nei piani iniziali. Adesso, con il 6 luglio giunto sul calendario e tutte le mosse dei Suns rese ufficiali, la verità è venuta a galla: questo roster, così per com’è strutturato, è profondamente sbilanciato e privo di equilibrio.
I recenti rumors riguardo un possibile buyout di Bradley Beal hanno alzato un polverone e aumentato la quantità di sugo nel pentolone, ma con essi i Phoenix Suns si sono trovati ancora una volta di fronte a un bivio. Se n’era già parlato in marzo, chiedendosi che conseguenze avrebbe potuto avere un suo buyout, con influenze sulla squadra sia nel breve che nel lungo periodo. All’inizio in molti hanno accolto favorevolmente tale ipotesi. Cederlo, tagliarlo dal roster.
Toglierlo dal libro paga e riottenere flessibilità. Ma adesso che la decisione sembrerebbe vicina alla sua realizzazione, ci si trova un po’ esitanti. Quasi bloccati tra le due opzioni, come un pendolo.
Perché questo cambio? Per via del Draft e di come i Suns si sono rapportati ad esso. Per via dei giocatori che hanno inserito a roster e degli squilibri che hanno creato. Tuttavia c’è ancora spazio di manovra, seppur poco, per trasformare un’emicrania in atto da due stagioni in un dilemma di cinque. Si tratta di uno scenario appena immaginabile: tornare a puntare su Bradley Beal.
Bisogna fare esercizi mentali per poter accettare quest’idea, renderla per lo meno giustificabile. Si deve anche tener conto del nuovo basket senza posizioni fisse, ovviamente, e quindi che fare? Che altra scelta si ha? Massì, diamogli una chance.
Tenere Bradley Beal
Come ci si rapporta all’idea di tenere in squadra Bradley Beal dovendo accettare quella che prevede lo stesso come parte integrante del cuore del roster? Il disprezzo a quest’opportunità è stato già espresso, non per la persona ma verso il giocatore. Ma, ancor di più, verso il suo sanguinoso contratto. Ha fatto da zavorra in ottica flessibilità, è stato un punto cruciale nei bilanci societari e ha mostrato chiaramente gli errori commessi dai Suns andando All-in non vincendo la mano.
Ed eccoci qui, con Beal ancora in squadra. Per sopravvivere un’altra stagione, i tifosi dovranno trovare il modo di accettarlo. Di crederci. E, infine, di farci pace. Quindi, come detto, di nuovo fiducia a Bradley Beal.
Dovendo citare due lacune all’interno del roster dei Phoenix Suns dello scorso anno, probabilmente si tratta di personalità e leadership. Lo spogliatoio si sentiva quasi una banda di mercenari: assoldati e messi a lavoro, ad eseguire i loro compiti con la precisione di assassini male addestrati, poi di ritorno a casa. Non c’erano impulsi vitali, né emozioni o calore nell’anima. Solo un gruppo di giocatori estremamente professionali ad operare in autonomia, senza ritmo, connessione e, fatalmente, senza un vero leader.
Questa scollinata senza timoniere ha probabilmente definito l’intera annata, ma la presenza di Beal può dare una mano in tal senso. Ha mezzi e risorse per essere molto più che un semplice scorer. Può dettare il ritmo, essere la voce del gruppo e una presenza costante al suo interno.
Ma lo scorso anno si è sentito quasi messo a tacere, in ombra dagli altri due All-Star che, volenti o nolenti, assorbivano tutta l’aria della stanza. Il Coach lo ha apparentemente spinto ai margini e sembrava che Beal fosse a tratti sopraffatto dalle emozioni. E sì, ha avuto a che fare con gli infortuni, divenuto un tratto sfortunato e costante della sua carriera.
La mente va a quella striscia di 10 partite finali della Regular Season 2024, appena prima che i Suns fossero buttati fuori dai Playoffs dai Minnesota Timberwolves. Si è trattato di un periodo brutale, uno dei peggiori calendari di fine stagione dell’intera lega, tuttavia… Beal ha risposto presente. Non si è nascosto, né defilato. Si è alzato in piedi e ha mostrato il suo valore in quell’occasione.
In quella stretch ha giocato con rapidità, con passione. Ha parlato con convinzione nelle interviste post-partita, non additando la squadra per i problemi e mantenendosi affidabile e fiducioso.
In quel periodo era presente un fuoco in lui, che poi è mancato per gran parte della scorsa stagione. Quando i Suns hanno vinto, e lui era a bordocampo per le interviste, cosa si vedeva? I suoi compagni di squadra più giovani a circondarlo, gettandogli acqua addosso durante le celebrazioni per la vittoria. Qualcuno ricorda sia mai successo con Durant? No. Durant era osservato con reverendo rispetto, trattato come una divinità tra umani, intoccabile e superiore a chiunque.
Ma Beal? Beal sembra proprio uno di noi. Non superiore ma tra la gente. Parte del tutto. Qualcuno che viene rispettato, osservato e celebrato. C’è qualcosa in tutto ciò. Un prequel della leadership di cui questa squadra avrebbe bisogno: passione, unione, presenza. Se questa versione di Beal potesse tornare, forse ci sarebbero ancora speranze. “Brad è il cuore della squadra,” ha affermato tempo fa Devin Booker.
“Averlo lì in campo, al nostro fianco, a infonderci tutta la sua energia, è sempre qualcosa di cui abbiamo ed avremo bisogno.”
Devin Booker
Osservando questo nuovo percorso in arrivo per i Phoenix Suns, segnato dall’abbondanza di guardie, si finisce a pensare a ciò che Beal potrebbe apportare in positivo. La risposta è: leadership, l’essere la voce di un gruppo, una presenza costante dotata di personalità sul parquet. Ha mostrato sprazzi di ciò che potrebbe fare, e la squadra ne ha estremamente bisogno.
Basta pensare a Jalen Green. Una versione più giovane di Beal, per varie ragioni. Movenze rapide, esplosività, attaccare il ferro senza paura. Adora le conclusioni dal perimetro, per quanto non abbia ancora costruito un sentimento tanto profondo. Il potenziale è evidente, ma necessita disperatamente di una guida, di essere strutturato, di avere un modello da seguire e imitare.
Per coloro che pensano che Beal debba essere allontanato dalla squadra solo per non aver tolto la sua clausola no-trade, ciò non è corretto: non si tratterebbe di leadership o di fiducia, ma di punizione. Essere punitivi non crea una culture, la erode. Se si dovesse davvero ricostruire la squadra, iniziare con un mindset punitivo invierebbe un messaggio errato. L’affidabilità si ottiene settando aspettative, comunicandole in pubblico. E se qualcuno fallisce ripetutamente nel raggiungerle, allora si prenderanno delle decisioni.
Ma non per dispetto o come scorciatoia per un esito desiderato. Non si può punire Bradley Beal per aver fatto ciò che qualsiasi altro giocatore al suo posto avrebbe fatto: firmare un max-contract ed onorarne i termini. La colpa ricade sui Suns, non su di lui. E quindi no, non lo si manda in esilio solo per aver rifiutato la trade. Lo si abbraccia, gli si da spazio e responsabilità di manovra.
Ci si affaccia comunque ad un’altra stagione in cui non si vincerà il Titolo NBA, che però potrebbe essere sfruttata per costruire identità di squadra, crescita e continuità del gruppo. Beal va messo al timone di comando, lasciato parlare e condurre. Gli va concesso di mostrare a Jalen Green cosa voglia dire essere la prossima versione di Bradley Beal. Sarebbe un approccio più furbo e concreto, più umano rispetto a mandare a casa un giocatore per meri errori non commessi da lui.
Beal nel nuovo basket senza ruoli fissi
Si torna a parlare di basket senza ruoli fissi. Okay, con un roster stracolmo di guardie tiratrici, mentre la classica point guard sta lentamente sparendo dallo scenario NBA, i Suns si ritrovano esattamente nello stesso scenario visto due estati fa: si parla di facilitare il gioco mentre la lega sta de-enfatizzando il tema. Una combo guard è ciò che servirebbe, ma giocatori che abbiano lo skillset, l’abilità di dirigere il gioco, di dettare il ritmo e comandare le offensive sono ancora rari.
E i Suns non lo hanno. Già, hanno riportato a casa Collin Gillespie, ma anche se c’è del valore nella sua resilienza, furbizia, presenza in spogliatoio, tutto ciò non è la risposta ai problemi dei Suns. La sua forza risiede in aspetti intangibili del gioco, ma certo non nel playmaking. Questo è l’attuale trend: i Suns non sono i soli in questo stato, ma certamente sono tra i più esposti al rischio che ne consegue.
Si tratta di una situazione già vissuta. Quando l’idea di un backcourt composto da Booker e Beal ha iniziato a fare capolino, due anni fa, sono apparse anche le stesse nubi all’orizzonte: chi condurrà le danze quando uno di loro sarà in panchina a riposare? Chi impedirà alle offensive di risultare stagnanti?
Ad essere onesti la prima annata di Booker-Beal non è stata negativa, almeno sulla carta: nei 1,111 minuti in cui hanno condiviso il parquet i Suns hanno avuto un Plus/Minus di +136. Non era la chimica di squadra il loro problema, ma le tempistiche di gioco. Nello specifico, quelle all’interno dell’ultima frazione di gioco. I Suns hanno avuto parecchi problemi quando una delle due Star non era in campo, con le offensive carenti di struttura e schemi.
Ma nei 222 minuti in cui Booker e Beal erano in campo durante il 4° Quarto delle sfide la squadra ha totalizzato +23. Di fatto, tutte le line-up più produttive dei Suns nei finali di gara li includevano entrambi. Questa è la prova che insieme possono funzionare bene.
Ma la scorsa stagione, nel tentativo di correggere le imperfezioni, la squadra le addirittura iper-corrette. La firma di Tyus Jones avrebbe dovuto risolvere i problemi, ma invece ha confuso maggiormente idee ed identità di gioco. Anziché impiegarlo per stabilizzare ed equilibrare la second-unit, i Suns lo hanno inserito in quintetto, ottenendo ben poco dal trio Beal-Booker-Jones che sulla carta strabiliava, ma all’atto pratico si è rivelato poco utile.
Il risultato è stata una fase difensiva scadente, spaziature sovraffollate e incapacità di effettuare stoppate o chiarire le rotazioni. Anziché migliorare la squadra, quella scelta di mercato ne ha compromesso la struttura, ed è stato evidente. E pur giocando 1,139 minuti insieme, la combo Beal-Booker ha terminato con un Plus/Minus di -177, a prova del fatto che il quintetto small, senza una giusta guida, crea solo caos.
E, ancora una volta, bisogna aver fiducia nel fatto che i roster colmi di guardie possano funzionare. Che forse ci sia spazio per trovare equilibrio anche quando si lavora con un roster profondamente sbilanciato. L’arrivo di Jalen Green aggiunge una wild card a questo mix. Un talento grezzo, dinamico, che apporta grande energia ma altrettanti quesiti sul suo fit in squadra. La speranza è che il prossimo anno Jordan Ott abbia ben chiaro cosa ci sia in palio. Che non cadrà negli stessi errori dello scorso anno.
Perché se pensa di far scendere in campo Green, Booker e Beal in contemporanea, si dirigerebbe ancora una volta verso lo stesso errore, lo stesso caos. Uno di loro deve rimanere in panchina ed essere l’Uomo della Provvidenza. Chi crede che schierare tre guardie di taglia fisica ridotta non sia un problema sta sottovalutando la questione: è una formula per i blackout difensivi. Per creare mismatch. Che ha fatto sì che Booker giocasse fuori posizione. Ancora una volta.
E stavolta sarebbe una mancanza di rispetto alla sua carriera. Si, è vero, può giocare in quella posizione, è stato visto anche con Team USA. Ma il roster olimpico era anche pieno di Hall of Famers e difensori d’élite. Era un contesto creato per nascondere qualunque punto debole della squadra ed amplificarne i pregi.
Questo non è il caso dei Phoenix Suns. Le Olimpiadi di Parigi 2024 non dovrebbero essere l’esempio di come impiegare Devin Booker in campo in Regular Season. Ma, in compenso, sono il chiaro esempio di come una star possa rendere se schierata in maniera opportuna, seguendo degli schemi, fornendogli supporto ed avendo chiarezza circa il proprio ruolo in campo.
Questi Suns possono ancora funzionare. Ma solo se smetteranno di pensare che non possono farlo. Hanno reso chiare le loro intenzioni: vogliono dare priorità a grinta, resilienza e difesa sul perimetro. L’aggiunta di Dillon Brooks parla chiaro in favore di quest’identità, e necessariamente lui DEVE far parte del quintetto iniziale. Ma non nel ruolo di ala grande. Le sue caratteristiche tecniche, l’energia, la sua presenza difensiva che fine farebbero? Sono proprie di un’ala, ma non schiacciate da corpi più prestanti nel pitturato.
La strategia sembrerebbe ovvia: affiancare un backcourt con due ali atletiche e dotate di lunghe leve, che sappiano difendere il canestro ed il pitturato. Se l’intenzione è di schierare quintetti con Booker e Beal, o Booker e Green, o infine Green e Beal, la parola chiave sarà soltanto una: fiducia. Fiducia nel fatto che chi si trova alle proprie spalle sia in grado di difendere e rimediare ai propri errori. Fiducia nel fatto che ci sia qualcuno quando si manca la rotazione o si rimane impantanati in un blocco.
Può ricordare il periodo in cui Booker e Chris Paul giocavano con Mikal Bridges, Jae Crowder e Deandre Ayton alle loro spalle. Si poteva chiedere loro di essere più aggressivi sul point-of-attack, poiché il resto della struttura era solido. Ancora una volta, la speranza è questa. Che si aggredisca la noncuranza, si ponga pressione alla passività. Ma tutto ciò funzionerà solo in un caso: grazie alla comunicazione. Ed ecco il settore in cui i Suns devono migliorare.
Poiché tutte e tre le principali guardie – Booker, Beal e Green -, sono al di sotto della media in fase difensiva. Sono puri fatti. Ma se tutto questo funzionerà, serviranno comunicazioni costanti, rotazioni affinate, affidabilità reale. Tutti avranno la propria chance da point guard e tutti dovranno comunicare in modo efficiente. E ancora ci si riferisce a quel ruolo parlando di point guard. Ma siamo nel 2025 e quest’etichetta non sembra essere più adatta.
Stiamo vivendo l’era delle ali, guardie e centri. Ed è qui che l’apparente sbilanciamento dei Suns potrebbe superare la percezione della realtà. Basta osservare quanto fatto da Jordan Ott a Cleveland: Donovan Mitchell e Darius Garland non sono point guard tradizionali: sono due combo guard di statura ridotta ed in grado di creare gioco e finalizzare. Ma ha funzionato, per via delle dimensioni difensive alle loro spalle.
Forse è proprio ciò che in Arizona vorrebbero replicare: guardie in grado di concludere, attaccare il ferro, affiancate da difensori strutturati, atletici ed in grado di coprire gli spazi e rendere la vita più semplice al resto della squadra.
Sembra una scommessa. Ma se il sistema è compatto ed i ruoli ben definiti, potrebbe anche essere vincente. Ed ovviamente, le aspettative vanno mantenute salde al suolo. Questa squadra difficilmente porterà a casa un Titolo NBA. Non quest’anno. Sembrerebbe più un gradino in un processo più ampio, un punto di volta nella scacchiera, ma non il traguardo. Perciò, quando si vede il tutto come un anno di transizione, di reset della culture per ricalibrare l’identità di squadra, si riesce ad ottenere un po’ di tranquillità in più.
Sì, si può avere fiducia in Bradley Beal. E anche nel basket senza ruoli fissi. Mat Ishbia, Brian Gregory non devono cederlo. Comunque molto probabilmente i Suns non vinceranno l’anno prossimo. A meno che non ci sia in serbo una mossa in grado di cambiare il volto alla franchigia, questo è il destino previsto. Bisogna affrontare le prossime due annate con l’intento di costruire la squadra nel modo corretto. Soprattutto, mantenendo la flessibilità finanziaria. Ma si sa, si tratta dei Phoenix Suns, quindi…un buyout potrebbe anche essere imminente.