
È durato esattamente due anni l’esperimento Trae Young-Dejounte Murray ad Atlanta, da giugno 2022 a giugno 2024, un biennio nel quale gli Hawks hanno cercato di fare il salto da squadra da Play-In a stabile presenza nei Playoffs, e forse anche qualcosa in più, per cercare quantomeno di ripetere le finali di Conference ottenute nel 2020/21. Le tre prime scelte più pick swap mandate a San Antonio tre anni fa per ottenere Murray hanno restituito due annate mediocri, piuttosto negative rispetto alle aspettative, dove con estemporanei problemi di coesistenza sul parquet hanno coinciso momenti di speranza e fiducia verso un backcourt che era stato presentato come uno fra i migliori della lega.
Il record di 36-46 dello scorso anno, alla fine, ha fatto propendere per una separazione, quella da Murray, nonostante si fossero rincorse voci anche su un potenziale scambio di Young: la scorsa estate, quindi, l’ex Spurs è stato mandato a New Orleans in cambio di due prime scelte (di cui una, quella del 2027, in arrivo dai Pelicans e protetta top-4), Dyson Daniels e Larry Nance Jr., più un paio di nomi “irrilevanti” dal punto di vista del roster effettivo degli Hawks, già fortemente popolato di giocatori a caccia di minuti.
Con l’addio di Murray, Atlanta ha scelto, se mai ci fosse stato qualche dubbio, di plasmare il roster e il quintetto attorno a Trae Young: Daniels come guardia titolare, giocatore con un’intelligenza difensiva sensazionale, primo in stagione per palle rubate e per deflections; Risacher, per il quale gli Hawks hanno speso la prima scelta assoluta all’ultimo Draft, nel ruolo di ala piccola; Capela sotto canestro, perfetto prototipo di lungo da affiancare a Young; infine Jalen Johnson come ala grande, giovane in rampa di lancio che aveva già dimostrato nella passata stagione lampi di talento.
Senza più il contratto di Murray e con quelli di Capela e di Nance Jr. in scadenza al termine di questa stagione, poi, gli Hawks hanno liberato prezioso spazio salariale per poter costruire e modellare una squadra competitiva. La prima mossa è stata quella di rinnovare Jalen Johnson, una delle poche note positive del 2023/24 in Georgia: quinquennale da $150 milioni firmato ad ottobre per un giocatore che, utilizzando le parole di Landry Fields, GM degli Hawks, “Non solo dal punto di vista del gioco, ma anche della persona, si adatta a chi siamo noi e al nostro DNA”. Come ribadito da coach Quin Snyder, “Lui, in molti modi, rappresenta la maniera in cui penso che la nostra squadra debba giocare per raggiungere le vette che sono sicuro possiamo raggiungere. Ogni volta prende decisioni rapide, qualunque esse siano”.
In questa azione, per esempio, si vede una di quelle decisioni rapide di cui parla l’ex allenatore dei Jazz: Johnson porta il blocco a Young per creare un vantaggio dal palleggio; Hardy, dopo essersi divincolato da Johnson, mette pressione sulla palla, ma questo, unito al fatto che Irving non ha ancora recuperato su Johnson, apre una linea di passaggio per Young, che serve sullo short roll il #1, il quale, trovandosi ora in superiorità numerica, costringe Gafford a ruotare su di lui staccandosi dalla marcatura di Capela, che riceve un alley oop e schiaccia comodamente al ferro. “RBC”, read before catch, è diventato quasi un mantra che Snyder ripete incessantemente a Jalen Johnson, prendere decisioni in “0.5 secondi”, girarsi, guardare il canestro, i giocatori negli angoli, come un quarterback che scannerizza il campo, legge la difesa, si vede “snappato” il pallone e cerca un ricevitore da servire in funzione dello sviluppo dell’azione.
Non sono molti i giocatori che possono combinare le capacità atletiche di Johnson con l’abilità di sapere dove si trovano i compagni su un campo da basket prendendo decisioni in così poco tempo. I 5.3 assist di media nelle prime 32 partite non sono casuali, bensì frutto di un continuo movimento a ricercare la posizione del campo in cui può essere maggiormente utile per la squadra, sia per liberare Young dalla pressione – e a volte dai raddoppi – degli avversari, che per condurre lui l’azione, penetrare e riaprire per i tiri da tre punti.
Qui Johnson sfrutta il pin-down di Risacher per salire in punta e ricevere il passaggio consegnato da Okongwu, poi penetra a centro area, seguito da Reaves, finendo nella zona di Hayes; in quel momento rallenta il passo, salta (non sono sicuro avesse già in mente cosa fare, ma diamogli il beneficio del dubbio) e scarica sul perimetro per una tripla aperta di Risacher, aiutata anche da un gran blocco di contenimento di Okongwu su James.
In questa Regular Season, solo Nikola Jokic e Tyrese Haliburton hanno passato più volte la palla rispetto a Johnson e gli unici giocatori che hanno visto la loro percentuale di usage aumentare maggiormente rispetto a quella dell’ala di Atlanta negli ultimi due anni sono Scottie Barnes e Franz Wagner.
Il nativo del Wisconsin, nonostante abbia di frequente vantaggi fisici – in altezza o in velocità – o, più semplicemente, in bravura, difficilmente si rifugia in un isolamento o in un post basso e questo è abbastanza atipico per un giocatore con la sua produzione offensiva. Ovvero, oltre ai già citati 5.3 assist a partita, 19.8 punti e 10.1 rimbalzi a sera, uniti al 58.5% di percentuale reale di tiro – è uno dei cinque giocatori oltre a Jokic, Sabonis, Antetokounmpo e Sengun con 19-10-5 di media. Questo significa che tutto il suo gioco avviene nel flusso della partita, non è lui il deputato a condurre l’attacco ad ogni possesso, semmai è il primo a cui viene richiesto di farne parte assumendo in questo senso un ruolo importante.
I suoi tocchi per partita sono decisamente aumentati (21 in più rispetto allo scorso anno), trovandosi ora al sesto posto nella lega in questa statistica, dietro a giocatori come Jokic, Haliburton, Cunningham, LaMelo Ball e lo stesso Trae Young, ma il suo compito è completamente diverso se rapportato ai cinque davanti a lui, tanto che, tra i 34 giocatori con almeno 70 tocchi a partita, solo Anthony Davis e Sabonis tengono meno la palla in mano mediamente per ogni tocco.
L’attacco di Atlanta è un sistema fluido e veloce, con il pace di squadra che è il secondo più alto della lega a 104.6 possessi a partita, in aumento di quasi 4 possessi rispetto all’anno scorso, che predilige la transizione, tanto che da essa derivano 27.8 punti a partita contro i 20.8 della passata stagione, e che si conclude molto spesso in situazioni di cronometro “early” o “very early”. Tutto questo è favorito anche dall’avere in squadra un giocatore come Jalen Johnson, che gioca 4.5 possessi a partita in transizione (tra i primi venti cestisti della lega) segnando 1.21 punti per possesso (settimo tra chi gioca almeno 4.5 possessi).
Qui Irving gioca un pick&roll con Gafford, con la difesa degli Hawks che raddoppia il play dei Mavs per costringerlo a liberarsi del pallone; lui lo fa cercando di servire il proprio lungo ma la difesa si chiude e Johnson se ne esce con la palla rubata che innesca un quattro contro due in transizione chiuso con la schiacciata dello stesso Johnson al ferro.
Chiude nel pitturato come nessun altro fa nella lega (almeno 6 tentativi a partita), sfruttando il suo atletismo, convertendo il 74% dei suoi 6 tiri a sera nella restricted area contro giocatori in molti casi più alti e grossi di lui.
Johnson è chiaramente in quello che viene chiamato “breakout year”, quella stagione che lo mette di forza sulla mappa della lega, ma nonostante abbia numeri da All-Star, per poterlo definire tale c’è bisogno che migliori sotto certi aspetti.
Il primo è sicuramente il tiro da tre punti, che segna con il 33.1% su 4.2 tentativi: arrivano quasi tutti catch&shoot, quindi su scarichi da penetrazioni, in particolare di Young, e per diventare un giocatore completo deve aggiungere la pericolosità dall’arco come minaccia credibile per le difese, anche perché, se i difensori chiudono forte su di lui, ha poi la possibilità di penetrare e, volendo, esplodere al ferro.
Il secondo è il ball-handling, in particolare in situazioni di traffico a centro area, in quanto non si sente a proprio agio quando penetra in spazi stretti e molte volte deve raccogliere il palleggio e tirare senza aver creato un vantaggio, oppure si ritrova a dover scaricare il pallone sul perimetro senza però aver trovato un angolo di passaggio ideale e questo si tramuta in palle perse (3 a partita) e contropiedi avversari.
Il terzo è la difesa lontano dalla palla, in quanto a volte subisce tagli back-door o viene più in generale trovato a guardare la palla (“ball-watching”) perdendo di vista il suo uomo – c’è da dire, di contro, che la sua difesa sulla palla è molto buona, dato che concede solamente il 43.8% agli avversari su 15 tentativi a partita.
È probabile che la stagione di Atlanta si concluda ancora a metà della Eastern Conference, a cavallo tra l’ultimo posto disponibile per i Playoffs diretti e le posizioni del Play-In. C’è però di che sorridere in Georgia: Quin Snyder sta pian piano riuscendo a implementare il suo stile di gioco, la dirigenza sta facendo delle scelte che sembrano andare nella giusta direzione e i giocatori stanno dando il loro apporto inserendosi in un sistema di gioco ben definito. Avere giocatori forti, come Jalen Johnson, di certo aiuta.
Snyder alla domanda su quali fossero le prospettive di crescita di Johnson e quale fosse il suo “ceiling”, il massimo che possa offrire, ha risposto che stabilire adesso qual è il suo massimo potrebbe significare mettergli un limite da qui a qualche anno. Di questo ha bisogno Atlanta, di giocatori talentuosi per andare a scalare la Eastern Conference. E di questo ha bisogno Jalen Johnson, di un allenatore che non prefissi limiti per lui, che non racchiuda i suoi compiti e le sue qualità all’interno di un ruolo.
Ti piace il modo in cui raccontiamo l’NBA su Around the Game? Siamo sicuri che ti piacerà, se non ti sei già iscritto, anche il modo in cui giochiamo al Fanta-NBA! Ti aspettiamo su STAZ, il fantabasket sviluppato dalla nostra redazione e pensato per tutti quelli che – come diceva Rasheed (più o meno) – leggono i numeri pensando… stats don’t lie!