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	<title>Storie | Around the Game</title>
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	<description>Dove il basket sopravvive agli highlight</description>
	<lastBuildDate>Fri, 25 Sep 2026 10:59:38 +0000</lastBuildDate>
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		<title>The First MVP &#8211; Bob Pettit</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Dagnino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 10:59:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[Uno sguardo alla carriera di una leggenda spesso dimenticata dalle nuove generazioni: Bob Pettit]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Uno sguardo alla carriera di una leggenda spesso dimenticata dalle nuove generazioni: Bob Pettit, un campione non convenzionale che ha dato al basket forse più di quanto abbia ricevuto.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="536" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/cover-pettit-1024x536.jpeg" alt="Bob Pettit, NBA
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<p class="wp-block-paragraph">La notte del 20 febbraio 2022, in quel di Cleveland, si è tenuta la 71esima edizione dell’<strong>All-Star Game</strong> che ha celebrato il 75° anniversario della Lega, con un’attesa parata di campioni ad alto tasso lacrimevole. Esattamente 25 anni prima, sempre nella città dell’Ohio, i 50 migliori giocatori di tutti i tempi avevano compiuto la stessa sfilata, cosa avvenuta in altri due precedenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo quattro nomi fanno parte di tutti questi Anniversary Teams, la cui prima edizione è datata 1971. Il primo, purtroppo unico assente a Cleveland poiché scomparso nel 2005, è Mr. Basketball <strong>George Mikan</strong>, il primo vero simbolo del Gioco. Il secondo e il terzo sono i soliti noti, <strong>Bob Cousy</strong> e <strong><a href="https://aroundthegame.com/bill-russell-one-life-at-the-garden/">Bill Russell</a></strong>, leggende dei Celtics 11 volte campioni in 13 stagioni tra gli anni ’50 e ’60.<br><br>Il quarto nome sfugge maggiormente all’immaginario collettivo, nonostante sia il principale responsabile del fatto che quegli anelli degli imbattibili Verdi del dopoguerra non siano 12. Tutti noi appassionati lo abbiamo sempre sentito nominare, probabilmente mai approfondendo la sua carriera più di tanto.<br><br><strong>Bob Pettit</strong> ha l’unica “colpa” di aver illuminato i parquet in un’epoca lontana dagli occhi e dal cuore delle nuove generazioni, in cui il basket era lontano antenato di quello che vediamo a ogni scroll di Instagram oggigiorno. Come si dice in contesti ben più gravosi, “chi non ha memoria non ha futuro” e per fortuna eventi come questa partita delle stelle ci costringono a ricordare chi ha segnato la via, ha posto le fondamenta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È stato il primo MVP nella storia della Lega nel 1956, premio che ha bissato nel ’59; per anni è stato l’unico, prima dell’arrivo di Chamberlain, a impensierire <strong>Bill Russell</strong> dal suo dominio totale sotto le plance; ha vinto un titolo NBA, è stato indotto nella Hall of Fame, ha partecipato a 11 All-Star Game vincendone l’MVP quattro volte…&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua storia, insomma, merita di essere conosciuta. E inizia nell’ennesima estate insopportabile in quel di <strong>Baton Rouge</strong>, Louisiana, dove il caldo umido che viene dalle paludi si attacca ai vestiti, al corpo, alla gola, rendendo fastidioso persino il respiro.<br><br>L’intera popolazione cerca riparo all’ombra di qualche salice, rintanata in casa sotto a qualche stanca pala di ventilatore o appoggiando sulle membra bollenti una birra ghiacciata. Un silenzio irreale riempie le strade appoggiate sulle rive del Mississippi, non fosse per un tonfo a cadenza regolare, proveniente dal cortile di casa Pettit dove Robert Jr., un bel giovanotto dall’aria seria e il fisico slanciato, si allena tutti i giorni incurante dei tentativi della madre di farlo rientrare per evitare un colpo di calore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando il padre, Robert Senior, rientra a casa all’imbrunire dal suo ufficio, il giovane Bob è ancora lì, a provare movimenti, tirare, lavorare sul suo gioco in maniera maniacale. Da due anni consecutivi, infatti, Coach Kenner Day lo ha tagliato dalla squadra del liceo, costringendolo a giocare nel campionato delle parrocchie: un’umiliazione che non è più pronto a sopportare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Papà Bob sorride: è stato proprio lui a convincerlo a impegnarsi sempre di più, rendendosi conto che questa cosa della pallacanestro per il figlio non è un semplice passatempo, ma una sana ossessione, dalla quale il ragazzo vuole ottenere qualcosa di più che il semplice divertimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fortuna aiuta gli audaci e quella stessa estate, prima di compiere 16 anni, Bob cresce di 13 centimetri, arrivando così oltre i due metri, convincendo coach Day a dargli finalmente un posto in squadra. Risultato? Nell’anno da junior è nel miglior quintetto della città, nell’anno da senior porta Baton Rouge High al primo titolo statale della sua storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella sua cassetta postale, già nella penultima estate liceale, Bob trova più una dozzina di lettere di svariati atenei che lo implorano di giocare per loro. Nonostante la corte spietata, soprattutto di DePaul University, Pettit vuole restare vicino a casa, decidendo di impegnarsi con <strong>Louisiana State</strong>, dove nelle tre stagioni che gli è concesso di giocare &#8211; allora i freshman dovevano stare a guardare &#8211; dà una sterzata decisiva alla sua carriera professionistica.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized is-style-default"><img decoding="async" width="1024" height="922" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/96d72068-nprqfocksmhuzsi.20130214222920-1024x922.webp" alt="Bob Pettit" class="wp-image-10066" style="width:601px;height:541px" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/96d72068-nprqfocksmhuzsi.20130214222920-1024x922.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/96d72068-nprqfocksmhuzsi.20130214222920-300x270.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/96d72068-nprqfocksmhuzsi.20130214222920-150x135.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/96d72068-nprqfocksmhuzsi.20130214222920-768x691.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/96d72068-nprqfocksmhuzsi.20130214222920-1080x972.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/96d72068-nprqfocksmhuzsi.20130214222920.webp 1192w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Foto: LSU Athletics</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Da centro, con la sua rara eleganza e infallibile precisione al tiro, Pettit domina già dal primo anno, chiuso a 25 e 13 rimbalzi di media; al secondo porta i Tigers alle prime Finals Four della loro storia, per poi chiudere il suo percorso universitario con una stagione da 31 punti e 17 rimbalzi a partita, numeri che pochi hanno solo avvicinato nella storia del college basket.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che fino a qualche anno prima non era neanche nei sogni del giovane Bob sta per diventare realtà: la sera del 24 aprile 1954 diventa ufficialmente un giocatore professionista, scelto per secondo al Draft dagli allora <strong>Milwaukee Hawks</strong>.  La Lega in cui entra è leggermente diversa da quella cui siamo abituati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1954 iniziano il campionato 9 squadre: lo finiscono in 8, perché i Baltimore Bullets, calcolando male il loro business plan, devono dichiarare bancarotta dopo nemmeno 25 partite. Le altre franchigie ne giocano 72 totali, con trasferte che per lo più venivano condotte con bus, treni o anche le proprie autovetture.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli stipendi non sono certo quelli faraonici di oggi, nemmeno rapportando il valore del dollaro: Pettit firma un contratto &#8211;&nbsp; record per un rookie all’epoca &#8211; di 11 mila dollari all’anno, che lo obbliga a lavorare in offseason &#8211; nell’agenzia immobiliare dei genitori &#8211; e a divedere un appartamento con l’altro rookie <strong>Frank Selvy</strong> per ammortizzare le spese.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista cestistico, inoltre, il futuro non sembra dei più floridi nel Wisconsin, sbarcando in una squadra per nulla competitiva: l’unico vantaggio è che ha sostanzialmente licenza di uccidere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Coach Red Holzman, dal primo giorno di training camp, capisce di avere per le mani un giocatore speciale e decide di farlo concentrare sul gioco da ala forte, per usare meglio, oltre alla sua statura, la sua tanto innata quanto sinuosa capacità di muoversi negli spazi lasciati dalle difese. Un cambio di ruolo comunque non scontato.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Dopo anni e anni di gioco spalle a canestro, ritrovarmi improvvisamente ad operare fuori dall’area  è stato abbastanza difficile: è come se avessi dovuto reimparare a giocare a basket</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto la stagione degli Hawks sia un mezzo disastro, la crescita di Pettit nel nuovo ruolo è impressionante. Bob chiude l’annata d’esordio oltre i 20 punti e 13 rimbalzi a uscita, venendo selezionato nell’All-NBA First Team e ovviamente vincendo il <strong>ROTY</strong>. Un’estate di cambiamento quella che arriva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo quattro stagioni non proprio esaltanti &#8211; costantemente ultimo record NBA &#8211; e un pubblico del Wisconsin che non si è ancora deciso a togliere un po’ di tempo dedicato al football per la palla a spicchi, la franchigia si sposta di 600 km a sud, approdando in quel di <strong>St. Louis, Missouri</strong>.</p>



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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La Lega, stanca di partite a basso punteggio, si decide ad implementare una norma già ampiamente caldeggiata dagli addetti ai lavori: i 24 secondi diventano una realtà, ed effettivamente il gioco offensivo esplode.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La media a gara di tutte le squadre, nella stagione 1954/’55, non arrivava nemmeno a 80 punti: nel ’55/’56 supera quota 93. Bob, che fa dei rimbalzi offensivi il suo pane quotidiano e che dal suo esordio nella Lega ha cominciato a lavorare parecchio anche sul tiro dalla media, è il più pronto di tutti a questo cambio epocale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli Hawks migliorano sensibilmente le loro prestazioni ed è difficile non vedere un nesso con la stagione clamorosa di Pettit: guida la NBA in punti (25.7) e rimbalzi (16.2). Vince il premio di MVP dell’<strong>All-Star Game</strong>, in cui fa registrare 20 punti, 24 rimbalzi e 7 assist, sconfiggendo una Eastern Division data da tutti come favorita.<br><br>Vince anche il primo titolo di <strong>MVP</strong> stagionale nella storia della Lega, premio introdotto proprio quell’anno; intervistato dopo la cerimonia di premiazione, con lucidità analitica da banchiere più che da giocatore di basket, cerca di spiegare il suo successo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>I rimbalzi d’attacco mi valgono tra gli 8 e 12 punti a gara. Se a questi aggiungi un minimo di 8 tiri liberi a segno, visto che subisco tanti falli, mi basta mandare a segno qualche jumper e sono già sulla strada per una buona serata. Diciamo che quest’anno ne ho avute più d’una</em>.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Stavolta St. Louis fa un’ottima figura ai Playoffs, eliminando i Minneapolis Lakers al primo turno, salvo subire una feroce rimonta dai Fort Wayne Pistons in semifinale e chiudere la stagione ancora a mani vuote. Ma ci sono tutte le premesse perché a breve accada qualcosa di grande, dato che, a detta di tutti, la squadra ha per le mani il miglior giocatore della Lega. Ma le cose stanno per cambiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spinti dai grandi segnali di miglioramento, la dirigenza degli Hawks, nutrendo forti speranze di Titolo per la stagione 1956/57, decide di investire in due giocatori dei <strong>Boston Celtics</strong>, imbastendo una trade: la guardia veterana Ed Macauley e il rookie Cliff Hagan &#8211; entrambi verrano inseriti nella Hall of Fame, in cambio dei Draft rights di un centro molto interessante, proveniente da University of San Francisco, noto come Bill Russell.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esatto, i due avrebbero potuto giocare insieme: diedero vita, invece, alla prima vera grande rivalità della NBA.  Pettit vs. Russell, Celtics vs. Hawks, diventeranno due leitmotiv della Lega per le stagioni successive, finendo per incontrarsi alle Finals quattro volte in cinque anni.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Al college uno dei miei marchi di fabbrica era il gancio, lo segnavo con regolarità e nessuno riusciva a fermarmi. Anche in NBA lo riproponevo di quando in quando. Alla prima partita contro i Celtics, dopo uno switch difensivo finisco per essere difeso da Bill Russell. Provo il mio gancio: non è che lo stoppò, lo afferrò con entrambe le mani… da quel giorno non ne ho più tirato uno.</em></p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/russell-pettit-1024x576.jpg" alt="Bob Pettit" class="wp-image-10065" style="width:-104px;height:-58px" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/russell-pettit-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/russell-pettit-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/russell-pettit-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/russell-pettit-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/russell-pettit-1536x864.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/russell-pettit-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/russell-pettit.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Foto: NBA</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Bill Russell</strong> è un bug per l’epoca. Non si era mai visto un atleta del genere, così lungo e così atletico, in grado di condizionare gli attacchi avversari con la sua sola presenza; intimidazione fisica alla quale aggiunge un’intelligenza superiore che ne farà il giocatore più dominante di tutta la sua generazione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Come volevasi dimostrare le due franchigie, guidate dai loro leader indiscussi, veleggiano verso le <strong>Finals</strong>, le prime della loro storia, senza subire sconfitte in tutti i Playoffs. Gara 1 al Boston Garden dà subito il quadro del livello della competizione: vittoria Hawks dopo doppio overtime con un Pettit da 37 e 14.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I Verdi da Gara 2 in poi prendono le misure &#8211; Russell comincia a tritare tutto e tutti sotto i tabelloni &#8211; e nelle successive partite ben 3 si decidono con un margine di 2 punti: si va a una anticipata e attesissima <strong>Gara 7</strong>, che per i pochi testimoni rimasti è a tutti gli effetti una delle partite più belle della storia del Gioco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bob ne mette 39 con 19 rimbalzi, i Celtics ne mandano 6 in doppia cifra con Russell che registra una doppia doppia da 19 punti e 32 (!!) rimbalzi, ostacolando l’MVP stagionale con ogni mezzo necessario. Allora le stoppate non venivano conteggiate, ma siamo abbastanza certi che la tripla doppia sia arrivata comodamente.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Ricordo nell’ultimo quarto di aver provato a tirare 4 volte vicino al canestro: due me li ha rispediti al mittente, altri due li ho sbagliati perché lo cercavo con lo sguardo. Era un difensore diabolico, dovevi sempre sapere dove si trovava o saltava fuori dal nulla per cancellare le tue conclusioni</em>.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Ma a decidere la gara non sono né le due stelle, né il veterano Cousy, che giocherà tutti e 58 i minuti di partita con un deludente 2/20 dal campo: è il rookie <strong>Tom Heinsohn</strong>, che segna 37 punti compreso il canestro decisivo del sorpasso a pochi secondi dalla fine del secondo overtime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tentativo disperato di Pettit, che tira quasi di tocco prendendo un cross del compagno Alex Hannum a tutto campo, si ferma sul ferro. Finisce 125 a 123, curiosamente lo stesso risultato &#8211; e stesso minutaggio &#8211; di Gara 1 a parti invertite.</p>



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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Qualche ora dopo che i Celtics hanno sollevato il trofeo di campioni, Bob si attacca al telefono: il povero Alvin Roy e tutta la sua famiglia vengono svegliati nel cuore della notte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alvin è un personal trainer di stanza a Baton Rouge e alla domanda di Pettit <em>“Come posso migliorare?”</em>, Roy risponde con un intenso programma per mettere su massa muscolare, in modo da aumentare la forza fisica senza sacrificare l’agilità.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>La cosa che più mi ha contraddistinto come giocatore di basket è stata la voglia di vincere, la determinazione. Devi analizzare il tuo gioco, capire di cosa hai bisogno per migliorare e concentrarti su quello, lavorando duramente senza perdere fiducia.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle stagioni successive, in modo graduale, Pettit riuscirà a mettere su oltre 13 chili di muscoli per avere una corazza più pronta per una NBA che si fa sempre più fisica e dura. Ma nella sua testa, in realtà, c’è solo Bill Russell.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A poco meno di un anno dalla lacerante delusione di Gara 7, gli Hawks sono di nuovo al Garden di Boston per sfidare i campioni in carica, col miglior record stagionale, guidati dall’MVP della Lega, il tentacolare centro col numero 6.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gara 1, come l’anno precedente, è degli Hawks per 104 a 102, con l’ennesima prestazione sublime di Pettit da 30 punti e 19 rimbalzi. Dopo la vittoria Celtics nella seconda sfida, le gare 3 e 4 vengono divise equamente tra le due franchigie. È Gara 5, come spesso capita, ad essere il turning point: St. Louis resiste a una furiosa rimonta dei Verdi nell’ultimo quarto e vince in quel di Boston, conquistandosi il match point in casa propria al Kiel Auditorium.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qual è la grande differenza? Bill Russell non scende in campo né in Gara 4 né in Gara 5 per un serio problema alla caviglia. Per Gara 6 non c’è infortunio che tenga e torna in campo, seppur limitato a 20 minuti di gioco. Boston gioca una partita esemplare, dando tutto quello che ha, ma Pettit ha capito di essere all’appuntamento col destino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fa registrare una delle più incredibili prestazioni nella storia delle<strong> Finals</strong>, segnando 31 punti nei primi tre quarti, per poi segnare 19 degli ultimi 21 di squadra nell’ultimo periodo, compreso un tap in a rimbalzo offensivo che vale il sorpasso decisivo a meno di 15 secondi dalla fine.<br><br>50 punti, 19 rimbalzi e il tanto agognato Titolo NBA per gli Hawks, il primo e ultimo nella storia della franchigia.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/bob-pettit-1920x1080-1-1568x882-1-1024x576.jpg" alt="Bob Pettit" class="wp-image-10067" style="width:-113px;height:-64px" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/bob-pettit-1920x1080-1-1568x882-1-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/bob-pettit-1920x1080-1-1568x882-1-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/bob-pettit-1920x1080-1-1568x882-1-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/bob-pettit-1920x1080-1-1568x882-1-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/bob-pettit-1920x1080-1-1568x882-1-1536x864.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/bob-pettit-1920x1080-1-1568x882-1-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/12/bob-pettit-1920x1080-1-1568x882-1.jpg 1568w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Foto: NBA</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Le due squadre si incontreranno di nuovo nelle Finals nel 1960 e nel 1961: la prima serie finisce nuovamente a Gara 7, dominata però dai Verdi; così come sarà dominata per intero la serie del 1961, che Russell chiude a 18 punti e quasi 29 rimbalzi di media.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Capitolata la stagione, Pettit sente che la sua parabola discendente è già cominciata, nonostante sia ancora molto giovane. Come detto, ogni estate lavorava insieme ai genitori nell’agenzia immobiliare di famiglia, e dal lavoro comincia a trarre lo stesso se non maggior gradimento rispetto alla sua carriera professionistica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’estate del ’63 un amico che lavora all’American Bank di Baton Rouge gli offre un impiego, con la possibilità di crescere all’interno dell’azienda: non vogliono farsi scappare quel gentiluomo del sud dalla spiccata etica del lavoro come lui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come per un appartamento in cui si ha vissuto a lungo, Bob decide di concedere un ampio preavviso al proprietario degli Hawks Ben Kerner: due stagioni e lascerà il basket per andare a lavorare in banca.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Kerner pensa a uno scherzo, annuisce convinto che al momento della verità Pettit cambierà idea, ma evidentemente non lo conosce abbastanza: nel 1965, a soli 32 anni, Bob lascia la pallacanestro&#8230; per andare a lavorare in banca.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Allora il basket non era sufficiente a sfamarti per il resto dei tuoi giorni, una volta appese le scarpe al chiodo. Mi diedero l’opportunità di avere un buon lavoro e accettai ben lieto, anche se questo significava lasciare il Gioco. Inoltre negli ultimi anni avevo cominciato ad avere diversi acciacchi e dolori. Mi sono detto: meglio diventare un giovane banchiere che un vecchio giocatore che si trascina malinconico e stanco su e giù per il campo.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Da allora ha lavorato tra banca e finanza fino al 2006, anno della meritata pensione, sempre rimanendo ancorato alla Louisiana, spostandosi tra Baton Rouge e New Orleans.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante i grandi successi, la rivalità con Bill Russell, l’essere una delle prime leggende del Gioco, Pettit ha abbandonato definitivamente la pallacanestro nell’estate del 1965, e da allora l’ha sfiorata solo come abbonato ai Pelicans. Come un vero uomo d’altri tempi, neanche all’alba dei suoi 89 anni c’è spazio per la nostalgia.<br></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Molti ex atleti ripensano alla loro carriera nel basket come l’apice della vita, vivono costantemente proiettati nel passato. A me questo non è mai successo, ho avuto la stessa gioia e soddisfazione dal lavoro dopo la carriera che giocando. Non credo che molti miei ex colleghi possano dire la stessa cosa.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quando il basket è &#8220;absolute cinema&#8221;. Letteralmente.</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/nba-cinema-migliori-film-basket/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Murano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 10:07:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[Quattordici film che girano intorno al basket per raccontare sempre qualcos'altro]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Quattordici film che girano intorno alla pallacanestro per raccontare sempre qualcos&#8217;altro.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/MV5BYmEzZWY1OGUtMmZhZi00ZTIwLWJkMWMtN2Y5NzY2YmMxNDE4XkEyXkFqcGc@._V1_-1024x576.jpg" alt="Basket, NBA e cinema" class="wp-image-80685" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/MV5BYmEzZWY1OGUtMmZhZi00ZTIwLWJkMWMtN2Y5NzY2YmMxNDE4XkEyXkFqcGc@._V1_-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/MV5BYmEzZWY1OGUtMmZhZi00ZTIwLWJkMWMtN2Y5NzY2YmMxNDE4XkEyXkFqcGc@._V1_-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/MV5BYmEzZWY1OGUtMmZhZi00ZTIwLWJkMWMtN2Y5NzY2YmMxNDE4XkEyXkFqcGc@._V1_-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/MV5BYmEzZWY1OGUtMmZhZi00ZTIwLWJkMWMtN2Y5NzY2YmMxNDE4XkEyXkFqcGc@._V1_-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/MV5BYmEzZWY1OGUtMmZhZi00ZTIwLWJkMWMtN2Y5NzY2YmMxNDE4XkEyXkFqcGc@._V1_-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/MV5BYmEzZWY1OGUtMmZhZi00ZTIwLWJkMWMtN2Y5NzY2YmMxNDE4XkEyXkFqcGc@._V1_.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: IMDb</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La prima regola dei film sul basket è che quasi mai parlano soltanto di basket. Parlano di razzismo, padri e figli, sogni americani, playground, soldi, fallimenti e seconde possibilità. A volte la palla a spicchi occupa ogni fotogramma; altre rimane appoggiata in un angolo, ma continua a decidere la storia. Il canestro è il mezzo. Il bersaglio, di solito, sta altrove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Hollywood se n’è accorta da parecchio. Negli ultimi quarant’anni ha prodotto classici, piccoli cult, onesti film da divano e qualche operazione costruita per cavalcare la popolarità della <strong>NBA</strong>. Non tutto ha lasciato il segno. E meno male: una partita in cui entrano tutti i tiri, dopo un po’, diventa sospetta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Metterli in classifica avrebbe poco senso. Sarebbe soprattutto il sistema più rapido per finire a discutere se <em>He Got Game</em> sia davvero migliore di <em>Hoosiers</em> e dimenticare il resto. Meglio una selezione imperfetta e &#8216;personale&#8217; di quattordici titoli che hanno contribuito, ciascuno a modo proprio, a costruire l’immaginario cestistico moderno. Ci sono storie vere molto aggiustate da Hollywood, commedie, drammi, Looney Tunes e Anthony Edwards che bullizza Juancho Hernangómez con impressionante naturalezza. Insomma, c’è &#8216;quasi&#8217; tutto.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Blue Chips (1994)</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Se NIL, transfer portal e recruiting contemporaneo vi sembrano il Far West, <em>Blue Chips</em> vi farà l’effetto di un vecchio telegiornale che aveva già capito parecchie cose. Nel 1994 William Friedkin raccontava il college basketball come un sistema in cui l’<em>amateurismo</em> era una bella parola da stampare sui programmi, mentre dietro le quinte circolavano automobili, case, trattori e buste di denaro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nick Nolte è Pete Bell, allenatore di successo arrivato al punto in cui vincere onestamente non sembra più possibile. Non è un santo assediato dai cattivi: il film funziona proprio perché lo osserva mentre accetta un compromesso, poi un altro, e scopre che la coscienza non dispone di un comodo salary cap.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="570" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/basta-vincere-1024x570.jpg" alt="La NBA e il cinema" class="wp-image-80181" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/basta-vincere-1024x570.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/basta-vincere-300x167.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/basta-vincere-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/basta-vincere-768x428.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/basta-vincere-1080x601.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/basta-vincere.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: The Front Porch</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi il quadro normativo è cambiato e il NIL ha finalmente riconosciuto agli atleti una parte del valore che producono. Il sottobosco raccontato da Friedkin appartiene a un’altra stagione, ma l’odore del denaro e la pressione esercitata sui ragazzi sono rimasti piuttosto riconoscibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi ci sono loro: Shaquille O’Neal e Penny Hardaway. Non due cameo buoni per il trailer, ma due protagonisti veri. Shaq riempie lo schermo prima ancora di imparare a farlo in NBA; Penny ha già quella grazia un po’ obliqua che, prima degli infortuni, sembrava destinata a ridisegnare il ruolo di playmaker. Vederli insieme, alla vigilia degli anni di Orlando, trasforma <em>Blue Chips</em> in qualcosa di più di un film sportivo riuscito. È un documento. E anche una discreta radiografia del peccato originale del college basketball.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Blue Chips (9/9) Movie CLIP - Neon Jams, Winning! (1994) HD" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/ptgpK6nH-5g?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Coach Carter (2005)</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il cinema sportivo ama gli allenatori che entrano in palestra, pronunciano un discorso e rimettono in ordine la vita di venti adolescenti entro il terzo atto. <em>Coach Carter</em> possiede buona parte di quel corredo, ma Samuel L. Jackson impedisce al film di diventare un sermone con la palla a spicchi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il suo Ken Carter arriva alla Richmond High School e trova una squadra talentuosa, indisciplinata e convinta che il basket sia l’unico biglietto per uscire dal quartiere. Carter non nega la forza di quel sogno. Semplicemente, si rifiuta di venderlo come un piano pensionistico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima i voti, poi gli allenamenti. Le partite vengono dopo, se i contratti firmati dai ragazzi sono stati rispettati.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/coach-carter-1024x683.avif" alt="La NBA e il cinema" class="wp-image-80182" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/coach-carter-1024x683.avif 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/coach-carter-300x200.avif 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/coach-carter-150x100.avif 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/coach-carter-768x512.avif 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/coach-carter-1536x1025.avif 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/coach-carter-1080x721.avif 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/coach-carter.avif 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Esquire</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il fatto più celebre è vero: nel 1999 Carter chiuse la palestra a una squadra ancora imbattuta perché diversi giocatori non stavano mantenendo gli impegni scolastici. Fu contestato dai genitori, dalla scuola e da una comunità che vedeva nelle vittorie una delle poche buone notizie disponibili. Non era una scelta simpatica. Era il punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Jackson interpreta Carter senza addolcirlo troppo: autoritario, ostinato, a tratti irritante. Ma credibile. Non pretende soltanto disciplina in campo, pretende che quei ragazzi immaginino una vita nella quale il tabellone non sia l’unico giudice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A più di vent’anni dall’uscita, <em>Coach Carter</em> resta uno dei film più efficaci sul rapporto tra sport e formazione. Ha i suoi momenti hollywoodiani, certo. Però conosce una verità che il cinema motivazionale dimentica spesso: il talento apre porte, non garantisce che restino aperte.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="&quot;We&amp;apos;re a team. One person struggles, we all struggle&quot; | Coach Carter | CLIP" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/dfGYZMXUvnQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Hoosiers (1986)</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni sport americano ha il proprio testo sacro. Il baseball ha <em>L’uomo dei sogni</em>, il football si divide tra <em>Ogni maledetta domenica</em> e parecchi altri candidati. Per il basket la discussione dura poco: prima o poi si torna sempre a <em><a href="https://aroundthegame.com/post/gene-hackman-hoosiers-e-la-magia-della-milan-high-school/" data-type="link" data-id="https://aroundthegame.com/post/gene-hackman-hoosiers-e-la-magia-della-milan-high-school/">Hoosiers</a></em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gene Hackman interpreta Norman Dale, allenatore dal passato ingombrante che arriva nella minuscola Hickory, Indiana, per guidare un gruppo di ragazzi di provincia. Il film prende ispirazione dall’impresa della Milan High School, campione statale nel 1954 nonostante le dimensioni quasi tascabili dell’istituto. Hollywood ha sistemato parecchie cose: la vera Milan non era una banda di sprovveduti capitata lì per caso, veniva da una semifinale statale ed era considerata molto forte. Ma il cuore della storia resiste alle licenze narrative.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/SI-kids-1024x576.jpg" alt="La NBA e il cinema" class="wp-image-80183" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/SI-kids-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/SI-kids-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/SI-kids-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/SI-kids-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/SI-kids-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/SI-kids.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: TV Insider</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">È il cuore dell’Indiana, dove le palestre dei licei assomigliano a chiese e un blocco eseguito bene può diventare questione civica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Hoosiers</em> è retorico? Certo che lo è. Anche la colonna sonora di Jerry Goldsmith sa benissimo dove vuole portarci. La differenza è che il film si guadagna quasi tutto: gli allenamenti spogli, la diffidenza del paese, le fragilità di Dale, quelle ancora più evidenti del personaggio di Dennis Hopper. E soprattutto il basket, giocato senza effetti da luna park. Passaggi, tagli, difesa, fiducia. Roba semplice, dunque complicatissima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quarant’anni dopo continua a funzionare perché non racconta una squadra che scopre di essere invincibile. Racconta persone imperfette che, per qualche partita, imparano a muoversi nella stessa direzione. Poi parte Goldsmith e sì, arrivano i brividi. Non facciamo troppo gli snob.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="HOOSIERS: Coach Dale&amp;apos;s Pre-Game Motivational Speech" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/H5ZBOL3M6B0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Rebound: The Legend of Earl “The Goat” Manigault (1996)</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Michael Jordan è stato il più grande? Domanda da bar, dunque insolubile. Earl Manigault è stato uno dei più grandi giocatori mai passati da un playground di New York? Per chi lo vide tra gli anni Sessanta e Settanta, la risposta era spesso meno esitante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che “The Goat” in NBA non ci arrivò mai.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="720" height="540" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/reb-IMDb.jpg" alt="La NBA e il cinema" class="wp-image-80184" style="width:844px;height:auto" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/reb-IMDb.jpg 720w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/reb-IMDb-300x225.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/reb-IMDb-150x113.jpg 150w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: IMDb</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il film televisivo diretto da Eriq La Salle racconta la sua parabola: Harlem, l’atletismo fuori scala, la reputazione che corre da un campetto all’altro e diventa leggenda prima ancora di poter essere verificata. Si dice che Manigault riuscisse a prendere una moneta appoggiata sulla parte alta del tabellone. È quasi certamente il genere di storia che cresce a ogni passaggio di bocca, ma mandare i miti dei playground al controllo del VAR sarebbe una crudeltà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tossicodipendenza spezza la traiettoria di Manigault e il film, per fortuna, non prova a trasformare tutto in un’equazione morale da risolvere. Don Cheadle lo interpreta con misura, lasciando convivere il talento, la fragilità e quella malinconia particolare riservata ai giocatori ricordati più per ciò che avrebbero potuto essere che per ciò che sono stati.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Rebound</em> parla anche di una geografia cestistica che rischia di sfuggirci: un’epoca in cui Rucker Park poteva assegnare una forma di immortalità alternativa a quella della NBA, scritta nella memoria di chi era a bordo campo e poi passata di bocca in bocca.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Kevin Garnett as Wilt Chamberlain (Rebound: The Legend of Earl The Goat Manigault, 1996)" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/8rvxTokEpqA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Forget Paris (1995)</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Billy Crystal parla di basket con la naturalezza di chi preferirebbe discutere di pick&amp;roll anziché del meteo. In <em>Forget Paris</em>, che scrive, dirige e interpreta, fa una scelta insolita: trasforma un arbitro NBA nel protagonista di una commedia romantica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mickey Gordon passa le serate a prendere decisioni capaci di far infuriare ventimila persone nello stesso momento. Poi incontra Ellen e scopre che la vita di coppia non prevede instant replay. La metafora è lì, ma Crystal ha il buon gusto di non palleggiarla fino allo sfinimento.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="670" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/forget-paris-1024x670.jpg" alt="La NBA e il cinema" class="wp-image-80185" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/forget-paris-1024x670.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/forget-paris-300x196.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/forget-paris-150x98.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/forget-paris-768x502.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/forget-paris-1080x707.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/forget-paris.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NSS Sports</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il basket resta sullo sfondo e intanto invade il film. Compaiono David Robinson, Charles Barkley, Reggie Miller, Patrick Ewing, John Starks, Chris Mullin, Tim Hardaway, Spud Webb e mezza NBA degli anni Novanta. Le apparizioni sono brevi, spesso autoironiche. <a href="https://aroundthegame.com/kings-with-no-rings-charles-barkley-atg/">Barkley è Barkley,</a> il che generalmente basta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il suo posto nella lista è laterale, ma come fotografia della lega di metà anni Novanta <em>Forget Paris</em> conserva un certo fascino: parquet lucidi, pantaloncini larghi, rivalità e facce note che entrano ed escono senza chiedere applausi. Sembra di sfogliare un album Panini trovato in fondo a un cassetto. Solo che, ogni tanto, le figurine protestano per un fallo tecnico e l&#8217;arbitro Gordon diventa assoluto protagonista..</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Mickey Gordon loses it." width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/EFbbDI0J8uw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>White Men Can’t Jump (1992)</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">A un certo punto <em>White Men Can’t Jump</em> ha smesso di appartenere soltanto al cinema ed è finito nella cultura pop: nelle maglie, nelle citazioni, nell’estetica dei playground e in un’idea molto precisa di basket anni Novanta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ron Shelton mette insieme Billy Hoyle e Sidney Deane, due giocatori di strada che riconoscono nell’altro un socio, un avversario e un possibile pollo da spennare. Billy ha l’aspetto giusto per farsi sottovalutare e un tiro che consiglia prudenza. Sidney parla abbastanza da vincere alcune partite prima ancora che comincino. Woody Harrelson e Wesley Snipes litigano con una chimica che non si può fabbricare in laboratorio.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/white-men-cant-jump-scfreen-5-1024x576.webp" alt="La NBA e il cinema" class="wp-image-80186" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/white-men-cant-jump-scfreen-5-1024x576.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/white-men-cant-jump-scfreen-5-300x169.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/white-men-cant-jump-scfreen-5-150x84.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/white-men-cant-jump-scfreen-5-768x432.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/white-men-cant-jump-scfreen-5-1080x607.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/white-men-cant-jump-scfreen-5.webp 1222w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Little bits of gaming &amp; movies</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Le partite a Venice Beach hanno ancora oggi una fisicità rara. Niente pallacanestro coreografata da supereroi: contatti, esitazioni, errori, soldi scommessi e trash talking usato come un fondamentale. Il titolo provoca uno stereotipo razziale; il film lo smonta, poi ne prende in esame altri, senza fingere che Billy e Sidney siano uomini migliori di quanto siano. Sono competitivi, vanitosi, fragili. In breve, sono giocatori di playground e anche esseri umani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il remake del 2023 con Jack Harlow e Sinqua Walls scorre via senza provocare danni particolari e, soprattutto, senza lasciare memoria. L’originale resta irreplicabile perché non si limita a ricostruire un ambiente. Lo respira.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="WHITE MEN CAN&amp;apos;T JUMP Clip - &quot;Hustling&quot; (1992) Woody Harrelson" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/GAZNtblwKrQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>He Got Game (1998)</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Se dovessi indicare un solo film capace di raccontare cosa significhi essere un fenomeno del basket negli Stati Uniti, sceglierei <em><a href="https://aroundthegame.com/he-got-game-the-making-of/">He Got Game</a></em>. Senza convocare una commissione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spike Lee prende Jesus Shuttlesworth &#8211; il nome non nasconde esattamente le proprie intenzioni &#8211; e lo mette al centro di un sistema che ha già deciso quanto vale, dove deve andare e chi dovrebbe guadagnare dal suo talento. Jesus ha diciotto anni. Attorno a lui si muovono università, procuratori, sponsor, giornalisti, politici, amici e parenti. Tutti vogliono aiutarlo. Quasi tutti vogliono qualcosa.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/he-got-game-1024x576.webp" alt="La NBA e il cinema" class="wp-image-80187" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/he-got-game-1024x576.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/he-got-game-300x169.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/he-got-game-150x84.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/he-got-game-768x432.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/he-got-game-1536x864.webp 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/he-got-game-1080x608.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/he-got-game.webp 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Andscape</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Ray Allen, allora giovane stella dei Milwaukee Bucks, non possiede la tecnica di un attore consumato. Possiede qualcosa di più utile al film: il corpo, i silenzi e i movimenti di chi quella pressione la conosce. Quando gioca, nessuno deve fingere. Quando non gioca, la sua rigidità diventa parte del personaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Denzel Washington è Jake, il padre uscito temporaneamente di prigione con l’incarico di convincere il figlio a scegliere l’università gradita al governatore. Tra i due c’è una partita che vale più di qualsiasi discorso. Spike Lee la filma lasciando al basket il compito di dire ciò che padre e figlio non riescono a dirsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I cameo &#8211; Shaq, Reggie Miller, Scottie Pippen, Charles Barkley, Bill Walton &#8211; e la presenza di giocatori veri come Walter McCarty, Travis Best e John Wallace aumentano il senso di realtà. Best e Wallace sarebbero poi passati anche dal basket italiano. Ma il film non vive di figurine: vive della colonna sonora dei Public Enemy, di Coney Island, della regia nervosa e di una domanda che nel 1998 era già urgente. A chi appartiene il talento di un ragazzo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">È uno dei migliori film sul basket e, più in generale, uno dei film americani più lucidi degli anni Novanta.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="He Got Game [1998] - College Visit Scene" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/7DPn6S24aeg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Shooting Stars (2023)</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Prima degli anelli, degli MVP, dei quarantamila punti e delle discussioni eterne con Michael Jordan, LeBron James era un ragazzo di Akron con quattro amici e una quantità di attenzione addosso poco adatta a un adolescente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Shooting Stars</em>, tratto dal libro scritto da James con Buzz Bissinger, racconta gli anni della St. Vincent–St. Mary High School e la nascita dei Fab Five: LeBron, Dru Joyce III, Willie McGee, Sian Cotton e Romeo Travis. Non tutti entrano nella storia nello stesso momento, ma il film fa bene a spostare il centro dal singolo al gruppo, evitando quasi sempre l’agiografia del Prescelto.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/shooting-stars-1024x576.jpg" alt="La NBA e il cinema" class="wp-image-80188" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/shooting-stars-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/shooting-stars-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/shooting-stars-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/shooting-stars-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/shooting-stars-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/shooting-stars.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Netflix</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Allenamenti, tornei AAU, prime frizioni e una stampa nazionale che trasforma un liceo dell’Ohio nel centro del basket americano: più che collezionare segnali profetici, il film mostra la rete di amicizie dentro cui quel talento è cresciuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mano di chi custodisce il mito di LeBron si avverte, e la profondità di <em>He Got Game</em> rimane lontana. Resta però un buon racconto di formazione collettivo, soprattutto quando ricorda che anche la carriera più individuale possibile può cominciare da un patto tra amici.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Shooting Stars Exclusive Movie Clip - We Don&amp;apos;t Need You (2023)" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/AoduNbWSsFI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Scoprendo Forrester (2000)</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">A prima vista sembra l’intruso della lista. Dopotutto <em>Scoprendo Forrester</em> è il film di Gus Van Sant sull’incontro tra Jamal Wallace, studente del Bronx, e William Forrester, scrittore premio Pulitzer ritiratosi dal mondo con la faccia di Sean Connery. Eppure il basket è ovunque. Non come destinazione, piuttosto come passaporto.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="577" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/FindingForrester_2000_01-copy-1606154444-1024x577.webp" alt="La NBA e il cinema" class="wp-image-80189" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/FindingForrester_2000_01-copy-1606154444-1024x577.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/FindingForrester_2000_01-copy-1606154444-300x169.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/FindingForrester_2000_01-copy-1606154444-150x84.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/FindingForrester_2000_01-copy-1606154444-768x433.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/FindingForrester_2000_01-copy-1606154444-1080x608.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/FindingForrester_2000_01-copy-1606154444.webp 1296w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: The Hollywood reporter</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Jamal gioca abbastanza bene da ottenere una borsa di studio in un liceo prestigioso di Manhattan. Per compagni e insegnanti diventa subito “quello bravo a basket”, definizione apparentemente elogiativa che nasconde una gabbia. Nessuno si aspetta che sappia scrivere. Quando emerge il contrario, il sospetto arriva prima della curiosità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui la pallacanestro compie un movimento interessante: apre a Jamal la porta dell’élite e nello stesso momento rischia di impedirgli di essere visto per intero. Il playground del Bronx, il Madison Square Garden, la palestra della scuola e l’appartamento di Forrester disegnano una New York in cui talento sportivo e talento letterario vengono valutati con pesi diversi. Uno produce applausi immediati. L’altro, se appartiene alla persona “sbagliata”, produce incredulità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Scoprendo Forrester</em> parla di scrittura, educazione e identità. Parla anche di basket perché conosce bene il modo in cui un pallone può cambiare una vita e, contemporaneamente, diventare l’etichetta dalla quale provare a liberarsi.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Finding Forrester (2000) Basketball Practice" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/Ufxt4LVnN_Q?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Glory Road (2006)</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Alcune partite assegnano un titolo. Altre finiscono nei libri di storia anche se nessuno ricorda più tutti i parziali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La finale NCAA del 1966 tra Texas Western e Kentucky appartiene alla seconda categoria. Don Haskins era arrivato sulla panchina dei Miners nel 1961, dopo avere allenato nelle high school texane squadre maschili e femminili. <em>Glory Road</em> comprime tempi, semplifica il reclutamento e lucida diversi angoli, come fanno quasi tutti i film tratti da una storia vera. Il nucleo, però, non ha bisogno di grandi ritocchi.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="681" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/glory-road-1024x681.webp" alt="La NBA e il cinema" class="wp-image-80190" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/glory-road-1024x681.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/glory-road-300x200.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/glory-road-150x100.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/glory-road-768x511.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/glory-road-1080x719.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/glory-road.webp 1500w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBC News</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Texas Western entra nel Torneo NCAA del 1966 con un record di 23 a 1. In finale trova la Kentucky di Adolph Rupp, favoritissima e interamente bianca. Haskins schiera un quintetto iniziale composto da cinque giocatori afroamericani: non una trovata preparata per diventare simbolo, ma la scelta dei giocatori che ritiene migliori. Texas Western vince 72-65. Il basket universitario del Sud non può più fingere che nulla sia cambiato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il film racconta il razzismo incontrato dalla squadra, le minacce, gli insulti e l’ostilità senza rinunciare ai meccanismi del cinema sportivo tradizionale. Qualche passaggio è sottolineato due volte, nel dubbio che qualcuno in fondo alla sala si sia distratto. Ma la forza della vicenda regge il trattamento hollywoodiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E Don Haskins, interpretato da Josh Lucas, non viene trasformato in un santo che salva i propri giocatori. È un allenatore ruvido che vuole vincere e sceglie chi può aiutarlo a farlo. A volte la storia cambia anche così: non con un discorso preparato, ma mettendo in campo il quintetto giusto.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="GLORY ROAD (2006) | &quot;Right now it&amp;apos;s not about talent, it&amp;apos;s about heart...&quot; scene | Movieclips" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/hsP16tB5ps0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Space Jam (1996)</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Diciamolo subito: <em>Space Jam</em> non è il miglior film sul basket. Probabilmente non è neppure il miglior film possibile con Michael Jordan. È però qualcosa che pochissimi titoli riescono a diventare: un pezzo autosufficiente di cultura pop.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La trama, osservata da adulti, sembra uscita da una riunione durata troppo. Alieni minuscoli rubano il talento a Charles Barkley, Patrick Ewing, Larry Johnson, Muggsy Bogues e Shawn Bradley; i Looney Tunes sfidano i nuovi mostri per non finire prigionieri in un parco divertimenti; Jordan interrompe la propria parentesi nel baseball e scende in campo con Bugs Bunny, Daffy Duck e Titti. Bill Murray compare senza che nessuno ritenga necessario fornire spiegazioni. Giusto così.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/space_jam-e1407841014110-1024x576.webp" alt="La NBA e il cinema" class="wp-image-80191" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/space_jam-e1407841014110-1024x576.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/space_jam-e1407841014110-300x169.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/space_jam-e1407841014110-150x84.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/space_jam-e1407841014110-768x432.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/space_jam-e1407841014110-1536x864.webp 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/space_jam-e1407841014110-1080x607.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/space_jam-e1407841014110.webp 1622w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Grantland</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il film tiene insieme Nike, Warner Bros., merchandising, NBA e cartoni animati con la serenità di chi non vede alcun confine tra sport e spettacolo. Non era soltanto un’operazione commerciale: era la rappresentazione più fedele possibile di ciò che Michael Jordan era diventato. Un atleta, un marchio, un personaggio globale capace di entrare nello stesso fotogramma di Bugs Bunny senza sembrare fuori posto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2021 <em>Space Jam: A New Legacy</em> ha provato a ripetere il sortilegio con LeBron James. Più proprietà intellettuali, più effetti, più tutto. Meno magia. L’originale continua a funzionare non malgrado la propria assurdità, ma grazie a quella. È gli anni Novanta chiusi in una VHS: colorati, commerciali, un po’ sguaiati e convinti che Jordan potesse risolvere qualsiasi problema allungando il braccio.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Space Jam: The Nerdlucks Steal Talent From NBA Players" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/pbnyVj2iVlw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Air (2023)</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">In <em>Air</em> il basket quasi non si vede. C’è una videocassetta, qualche immagine di repertorio e soprattutto un ragazzo che il film sceglie di mostrare il meno possibile. Quel ragazzo è Michael Jordan, quindi la sua assenza occupa parecchio spazio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ben Affleck racconta la trattativa con cui Nike, nel 1984 ancora molto indietro rispetto a Converse e Adidas nel mercato delle scarpe da basket, decide di puntare il proprio budget su un rookie dei Chicago Bulls. Matt Damon interpreta Sonny Vaccaro, l’uomo convinto che non serva aggiungere Jordan a una linea di atleti: bisogna costruire la linea attorno a lui.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/air-rai-1024x576.webp" alt="La NBA e il cinema" class="wp-image-80192" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/air-rai-1024x576.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/air-rai-300x169.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/air-rai-150x84.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/air-rai-768x432.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/air-rai-1536x864.webp 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/air-rai-1080x608.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/air-rai.webp 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Rai.it</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">È una storia di uffici, telefonate e riunioni. Sulla carta, materiale buono per un corso aziendale con pessimo catering. Affleck gli dà ritmo e affida il centro emotivo a Deloris Jordan, resa da Viola Davis con la calma di chi comprende il valore del figlio meglio di Vaccaro, Phil Knight e tutti gli altri uomini in quella stanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il film semplifica meriti e passaggi della trattativa, ma mette a fuoco il punto decisivo: la famiglia Jordan pretende una partecipazione al valore generato dalle scarpe. Da quel momento il rapporto tra atleta, sponsor e identità commerciale cambia per sempre.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Air</em> dialoga bene con <em>Space Jam</em>. Il primo mostra la costruzione del marchio; il secondo il momento in cui quel marchio è ormai in grado di giocare contro i Monstars. In mezzo c’è Michael Jordan, che in un film non appare quasi mai e nell’altro occupa persino l’animazione. Due modi opposti di raccontare la stessa mitologia.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Michael Jordan “The Shot” scene from the movie AIR" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/tiQ35icu_Kc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Hustle (2022) e The Way Back – Tornare a vincere (2020)</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Hustle</em> e <em>The Way Back</em> sono film molto diversi. Il primo guarda alla NBA come a una porta ancora da aprire; il secondo usa una palestra di liceo per tornare dentro una vita che si è chiusa. Li tiene insieme una parola parecchio frequentata dal cinema sportivo: redenzione. Qui, almeno, non è usata del tutto a sproposito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prodotto anche dalla SpringHill Company di LeBron James, <em>Hustle</em> è forse il film che restituisce meglio la consistenza quotidiana della NBA contemporanea. Adam Sandler interpreta Stanley Sugerman, scout dei Philadelphia 76ers consumato da voli, palazzetti e prospetti osservati per anni nella speranza di trovare quello giusto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo trova in Spagna: Bo Cruz, interpretato da Juancho Hernangómez. La presenza di giocatori, allenatori e dirigenti veri potrebbe ridurre tutto a una lunga strizzata d’occhio; invece dà al film il lessico e i gesti corretti. Le sessioni pre-Draft, i workout, le telefonate, le gerarchie tra scout e front office. Si sente che il basket non è stato aggiunto alla sceneggiatura dopo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi arriva Anthony Edwards. Kermit Wilts è il rivale di Bo Cruz e il miglior villain cestistico degli ultimi anni: arrogante, divertente, cattivo con metodo. Edwards gli presta il proprio trash talking e ruba il film a persone che recitano per mestiere. Non è chiaro se questo dica di più sul suo talento cinematografico o sulla quantità di materiale raccolto direttamente in campo. Probabilmente entrambe le cose.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Kermit Uses Bo&amp;apos;s Daughter to Get Inside His Head | Hustle (2022) Movie Scene" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/J7LzwuGaYHU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">In <em>The Way Back</em>, Ben Affleck è Jack Cunningham, ex stella liceale diventata un uomo solo e dipendente dall’alcol. Quando gli affidano la squadra della vecchia scuola, il basket non gli offre una nuova carriera. Gli concede un posto in cui provare a rimettere in fila le giornate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gavin O’Connor conosce i cliché del genere e non li evita tutti. Le vittorie arrivano, la squadra migliora, l’allenatore ritrova uno scopo. Ma il film si rifiuta di scambiare una buona stagione per una guarigione. Jack non viene salvato da un montaggio di allenamenti né da un tiro allo scadere. La partita difficile comincia quando la palestra si svuota.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Hustle</em> racconta il lavoro necessario per entrare nel basket dei migliori. <em>The Way Back</em> quello necessario per non usare il basket come nascondiglio. Stessa palla, due direzioni opposte.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/way-back-4-1-1024x576.webp" alt="La NBA e il cinema" class="wp-image-80194" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/way-back-4-1-1024x576.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/way-back-4-1-300x169.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/way-back-4-1-150x84.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/way-back-4-1-768x432.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/way-back-4-1-1536x864.webp 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/way-back-4-1-1080x608.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/way-back-4-1.webp 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Variety</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il basket racconta sempre qualcos’altro</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Messe una accanto all’altra, queste storie confermano un sospetto: il cinema usa il basket perché è uno sport meravigliosamente disponibile alle metafore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il playground può essere un regno senza contratti, come in <em>Rebound</em>, oppure un luogo in cui razza, denaro e orgoglio si mescolano a ogni possesso, come in <em>White Men Can’t Jump</em>. La palestra può diventare una scuola in <em>Coach Carter</em>, una chiesa laica in <em>Hoosiers</em>, un rifugio pericoloso in <em>The Way Back</em>. Il college promette un futuro in <em>He Got Game</em> e mostra il proprio retrobottega in <em>Blue Chips</em>. Jordan attraversa <em>Air</em> come un’idea e <em>Space Jam</em> come un supereroe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cinema non usa il basket soltanto perché un tiro allo scadere fornisce un finale già pronto. Lo usa perché pochi sport mostrano con la stessa chiarezza la tensione tra individuo e gruppo. Puoi creare il tiro da solo, ma qualcuno deve bloccarti il difensore. Puoi diventare un’icona, ma dietro ci sono amici, famiglie, allenatori, aziende e persone convinte di possedere un pezzo del tuo futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se dovessi salvare tre titoli sceglierei <em>He Got Game</em>, <em>Hoosiers</em> e <em>Blue Chips</em>. Il primo perché resta il film più completo sul talento come dono e condanna; il secondo perché contiene l’essenza, vera e inventata insieme, dello sport americano; il terzo perché aveva visto arrivare il lato oscuro del college basketball quando molti preferivano guardare il tabellone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per convertire qualcuno alla pallacanestro, invece, partirei da <em>Coach Carter</em>. Non è il film più sottile della lista e nemmeno il più bello. Ma sa rendere comprensibile una cosa a chiunque, anche a chi confonde un pick and roll con una compagnia assicurativa: il basket conta moltissimo proprio quando smette di essere la cosa più importante.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/ratio3x2_1920-1-1024x683.jpg" alt="La NBA e il cinema" class="wp-image-80196" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/ratio3x2_1920-1-1024x683.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/ratio3x2_1920-1-300x200.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/ratio3x2_1920-1-150x100.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/ratio3x2_1920-1-768x512.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/ratio3x2_1920-1-1536x1024.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/ratio3x2_1920-1-1080x720.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/08/ratio3x2_1920-1.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: SFGate</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Appendice – Voti IMDb e disponibilità streaming</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Disponibilità riferite all’Italia e verificate il 2 agosto 2026. I cataloghi cambiano con una frequenza che neppure il mercato NBA, mentre i voti IMDb possono subire piccole oscillazioni.</em></p>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><thead><tr><th>Film</th><th>Rating IMDb</th><th>Dove trovarlo in Italia</th></tr></thead><tbody><tr><td><em>Blue Chips – Basta vincere</em> (1994)</td><td><strong>6,3/10</strong></td><td>Noleggio o acquisto su Prime Video Store</td></tr><tr><td><em>Coach Carter</em> (2005)</td><td><strong>7,4/10</strong></td><td>Paramount+ e Paramount+ Amazon Channel; disponibile anche a noleggio o acquisto</td></tr><tr><td><em>Hoosiers – Colpo vincente</em> (1986)</td><td><strong>7,4/10</strong></td><td>Prime Video; disponibile anche a noleggio o acquisto</td></tr><tr><td><em>Rebound: The Legend of Earl “The Goat” Manigault</em> (1996)</td><td><strong>7,6/10</strong></td><td>Non risulta disponibile in streaming legale in Italia</td></tr><tr><td><em>Forget Paris</em> (1995)</td><td><strong>6,5/10</strong></td><td>Noleggio o acquisto su Apple TV Store, Prime Video Store e CHILI</td></tr><tr><td><em>White Men Can’t Jump – Chi non salta bianco è</em> (1992)</td><td><strong>6,8/10</strong></td><td>Al momento non disponibile sulle piattaforme italiane</td></tr><tr><td><em>He Got Game</em> (1998)</td><td><strong>6,9/10</strong></td><td>Disney+; disponibile anche a noleggio o acquisto</td></tr><tr><td><em>Shooting Stars</em> (2023)</td><td><strong>6,5/10</strong></td><td>Noleggio o acquisto su Apple TV Store, Prime Video Store e Rakuten TV</td></tr><tr><td><em>Scoprendo Forrester</em> (2000)</td><td><strong>7,3/10</strong></td><td>Netflix; disponibile anche a noleggio o acquisto</td></tr><tr><td><em>Glory Road – Vincere cambia tutto</em> (2006)</td><td><strong>7,2/10</strong></td><td>Disney+</td></tr><tr><td><em>Space Jam</em> (1996)</td><td><strong>6,5/10</strong></td><td>Prime Video, TIMVISION e HBO Max; disponibile anche a noleggio o acquisto</td></tr><tr><td><em>Air – La storia del grande salto</em> (2023)</td><td><strong>7,4/10</strong></td><td>Prime Video; disponibile anche per l’acquisto digitale</td></tr><tr><td><em>Hustle</em> (2022)</td><td><strong>7,3/10</strong></td><td>Netflix</td></tr><tr><td><em>The Way Back – Tornare a vincere</em> (2020)</td><td><strong>6,7/10</strong></td><td>Netflix; disponibile anche a noleggio o acquisto</td></tr></tbody></table></figure>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>The very last dance: gli anni ai Wizards di Michael Jordan</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/the-very-last-dance-gli-anni-ai-wizards-di-michael-jordan/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Dagnino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2026 22:10:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[all-star game]]></category>
		<category><![CDATA[chicago bulls]]></category>
		<category><![CDATA[michael jordan]]></category>
		<category><![CDATA[washington wizards]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://aroundthegame.com/?p=64438</guid>

					<description><![CDATA[Ripercorriamo le ultime due stagioni da professionista di Michael Jordan a Washington.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Ripercorriamo le ultime due stagioni da professionista di MJ in quel di Washington, cercando di analizzare a freddo quanto abbiano inciso sulla sua legacy, tra chi li vorrebbe cancellare dalla memoria collettiva e chi reputa ne abbiano consacrato ancor di più la grandezza.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2024/12/jordan-returns-age-38-top-moments-history-1568x882-1-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-64439" style="width:731px;height:auto" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2024/12/jordan-returns-age-38-top-moments-history-1568x882-1-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2024/12/jordan-returns-age-38-top-moments-history-1568x882-1-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2024/12/jordan-returns-age-38-top-moments-history-1568x882-1-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2024/12/jordan-returns-age-38-top-moments-history-1568x882-1-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2024/12/jordan-returns-age-38-top-moments-history-1568x882-1-1536x864.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2024/12/jordan-returns-age-38-top-moments-history-1568x882-1-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2024/12/jordan-returns-age-38-top-moments-history-1568x882-1.jpg 1568w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<div style="height:24px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>I’m 99,9% sure that I will never play again.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Queste parole risalgono a un’intervista rilasciata al Washington Post nell’aprile del 2001, quando, su tutte le testate sportive, i rumors sull’imminente ritorno alle competizioni di MJ si inseguono e moltiplicano con una viralità ante-litteram. In questo proclama c’è tutto il <strong>Michael Jordan</strong> che conosciamo dai tempi della storica clausola “Love of the game”: quello 0,01% non risponde davvero alle leggi della statistica. Del resto quelle voci non sono meri pettegolezzi di corridoio. Nell’ultimo anno e mezzo, Jordan si è riavvicinato a Tim Grover, suo storico preparatore atletico ai tempi dei Bulls, ed è apparso &#8211; visibilmente dimagrito &#8211; in numerose partite organizzate con ex e attuali atleti NBA. <em>&#8220;Niente è paragonabile ad essere un giocatore”</em>, diceva nel 2000, interrogato sul suo nuovo ruolo da dirigente dei <strong>Washington Wizards</strong>. Nei due anni in ufficio si è sempre tenuto ben lontano dalla squadra, viaggiando raramente con essa, dedicandosi per lo più all’amato golf e a lunghe notti di gioco d&#8217;azzardo. Quando un giornalista gli fece notare che quella sera i Wizards avrebbero giocato una partita, lui rispose seccamente: &#8220;Io no.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molti sono gli aneddoti dei suoi allora “dipendenti” nella capitale che raccontano di un Jordan che sovente si presentava cambiato agli allenamenti per umiliare le giovani guardie dei Wizards. Storico resta lo scontro con il rookie Laron Profit, che durante una sfida si lascia scappare qualche parola di troppo: nell’estate del 2001 venne scambiato, nel 2002 giocava a Montegranaro…  Per questo, il comunicato del 25 settembre &#8211; a soli 5 mesi da quel 99,9% &#8211; con cui annuncia il ritorno al basket, sorprende ma non troppo: semmai scatena un furioso dibattito pubblico, tra chi pensa che finirà per rovinare la sua <strong>legacy</strong> e chi invece esulta per la terza venuta di Black Jesus.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Michael Jordan Washington Wizards 2001 Return / Comeback Press Conference (October 1, 2001)" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/qCa7w7Wbzhc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Com&#8217;è maturata la decisione? Le annate da dirigente slatentizzano una sorta di crisi di mezza età, dovendosi confrontare col fallimento in un mestiere che non fa per lui: il record di 36-89 della squadra sull’arco di 24 mesi parla da solo. Il fallimento, come ben sappiamo, è la cosa che più terrorizza His Airness, che decide così di accettare la chiamata della pallacanestro ancora una volta, tornando a fare ciò per cui è nato, ciò che lo fa sentire vivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche per uno degli atleti più iconici di tutti i tempi, il processo del rientro, a 38 anni, non è certo una passeggiata: testa, tecnica e istinto sono immutate, fisicamente è tutta un’altra storia. Mike si trascina problemi alla schiena e alle ginocchia già dai tempi di <strong>Chicago</strong>; in un pick up game estivo ha subito la rottura di due costole dopo un contrasto con Artest; inoltre, deve ancora testare seriamente l’indice destro che ha rischiato di vedersi amputare, causa un tragicomico incidente con un taglia sigari in un casinò delle Bahamas. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Da un punto di vista contrattuale, l’accordo viene trovato immediatamente. Al proprietario Abe Pollin non serve neanche un minuto per accettare il passaggio dagli uffici al parquet del suo dirigente preferito. Per altro, è un’operazione a costo zero: siamo a poche settimane dall&#8217;<strong>11 settembre</strong> e MJ decide di devolvere l’intero stipendio da veterano base &#8211; 1 milione di dollari &#8211; ad un’associazione per i parenti delle vittime dell’attentato al World Trade Center.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto possa essere vecchio e malandato, poi, l’apporto di un fenomeno come Jordan &#8211; sia da un punto di vista tecnico che d’immagine schifo non fa ai Wizards, una franchigia perdente e col palazzo sempre vuoto. Al solo annuncio del suo ritorno, gli abbonamenti stagionali si esauriscono e la Lega stravolge i palinsesti nazionali per poter trasmettere le partite del 23 negli orari di punta.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Sono convinto che abbiamo le basi per costruire una squadra da Playoffs. L&#8217;opportunità di insegnare ai nostri giovani giocatori e aiutarli a portare il loro gioco a un livello superiore ha fortemente influenzato la mia decisione.</em></p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Michael Jordan vs. New York Knicks (First Game as Wizard)" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/K3u-LAq-siU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sulla carta, dunque, l’idea di MJ è quella di tornare da facilitatore, contribuendo alla maturazione dei propri compagni e alla costruzione di una mentalità vincente in uno spogliatoio senza punti di riferimento.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Non c’è modo migliore di insegnare ai giovani giocatori che essere in campo con loro come compagno di squadra, non solo negli allenamenti, ma durante le partite.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">E qui iniziano i problemi. Il 27 novembre Jordan sale sull’aereo di squadra dalla scala posteriore, dove siedono i vari giornalisti a seguito dei Wizards, che hanno appena subito una sonora sconfitta di 19 punti a Cleveland. Guarda verso i compagni che stanno prendendo posto ed esclama: <em>“Fanculo quei figli di puttana, mi siedo qui con i grandi”</em>. Siamo solo alla 13° gara di regular season e sono già arrivate 10 sconfitte: il processo come mentore, finora, sta avendo gli stessi risultati di quello da dirigente. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Va detto che, a rileggere oggi il roster di quei Wizards, il primo pensiero va a un detto tanto caro alle nostre latitudini: non si può cavare sangue da una rapa. L’unico nome che attira l’attenzione è quello di <strong>Richard Hamilton</strong>, che nel 2001 entrava nella sua terza stagione da professionista. Il prodotto di UConn sembrerebbe l’allievo ideale per MJ, soprattutto da un punto di vista tecnico, avendo fatto del gioco dalla media un marchio di fabbrica, come Black Jesus. Ma arrivato con uno status importante &#8211; campione NCAA, All-American, settima scelta al Draft &#8211; e vedendosi negare la licenza di uccidere, mal sopportava l’idea di essere sotto la protezione di qualcuno, anche se del suo idolo cestistico. Quando Jordan saltò una partita vinta dai Wizards per dare tregua alle sue ginocchia, Hamilton nel dopopartita non nascondeva una certa soddisfazione.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>I ragazzi sono orgogliosi e vogliono mostrare che possiamo giocare anche senza Michael, spero che abbia visto la partita e possa capire meglio il nostro gioco.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapporto tra i due è fatto di alti e bassi e la squadra ha avuto poche volte la possibilità di sfruttarli insieme, dati i vari problemi fisici di entrambi in quella stagione: va detto che quando sono stati in salute, Washington ha vinto con regolarità, assomigliando in tutto e per tutto a una compagine da <strong>Playoffs</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella stagione seguente, però, Rip venne spedito a Detroit in cambio di Jerry Stackhouse, secondo gli addetti ai lavori perché Jordan e coach Doug Collins, da sempre suo scudiero, dubitavano della sua durezza mentale. In ogni intervista successiva, Hamilton ha parlato di quanto MJ sia stato fondamentale per la sua carriera, ma è indubbio che solo lontano dalla sua area d’influenza abbia trovato la felicità &#8211; leggasi top scorer dei Pistons campioni NBA meno di due anni dopo.<br></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img decoding="async" width="720" height="405" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2024/12/kwame-brown-michael-jordanjpg.jpg" alt="" class="wp-image-64472" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2024/12/kwame-brown-michael-jordanjpg.jpg 720w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2024/12/kwame-brown-michael-jordanjpg-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2024/12/kwame-brown-michael-jordanjpg-150x84.jpg 150w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption class="wp-element-caption"><a href="https://www.si.com/" target="_blank" rel="noopener">Sports Illustrated</a></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora più eclatante è il caso di <strong>Kwame Brown</strong>, per il quale il processo di tutorship di MJ è stato estremamente più turbolento. Brown è di fatto un uomo di Jordan: l’ultima mossa da dirigente prima di tornare in campo è stato spingere per la sua scelta con la prima pick assoluta del Draft 2001.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ragazzo viene direttamente dal liceo e a detta di molti addetti ai lavori ha grande potenziale: una combinazione di stazza e velocità che non si potevano insegnare e una muscolarità già adatta al livello NBA. Gli basterà imparare qualche movimento in post e dominerà per gli anni a venire, si pensava.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Brown si rivela essere uno dei più grandi abbagli nella storia dello scouting NBA. Arriva al training camp piuttosto fuori forma e palesando, alle prime schermaglie sul parquet, una serie di enormi limiti: sbaglia movimenti e passaggi elementari, ha difficoltà a trattenere il pallone a rimbalzo, appare smarrito in attacco e in difesa. Jordan, in un primo momento, lo prende sotto la sua ala, lo aiuta, lo motiva: cerca insomma di trasmettergli quella competitività e ossessione per la vittoria che lo ha sempre contraddistinto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rapidamente ci si rende conto che lo spirito di sacrificio e la professionalità di Kwame sono davvero deficitarie, probabilmente in modo genetico e irrecuperabile. Durante un allenamento, Michael, frustrato dal suo ennesimo atteggiamento “leggero”, lo apostrofa con un insulto omofobo e altri improperi che portano Brown vicino alle lacrime.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Ha sempre preteso troppo dai compagni. Senza dubbio, molti di loro si sono sentiti maltrattati, alienati, discriminati e hanno provato molto risentimento nei suoi confronti.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">(Tex Winter)</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Finora il quadro proposto non è dei più idilliaci, ma limitarsi a presentare le due annate di Jordan a Washington legandole solo al fallimento della squadra e alla sua incapacità di fare da chioccia ai compagni sarebbe estremamente riduttivo, soprattutto perché le prestazioni sul campo parlano da sole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sì, potevano capitare sere in cui sbagliava un comodo appoggio al tabellone o si faceva stoppare da giocatori che qualche anno prima non gli avrebbero nemmeno portato il borsone. Ma in un mese in cui le ginocchia gli davano un minimo di tregua poteva piazzare una decina di partite a quasi 30 di media o giocate senza tempo.<br></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="MJ&#039;s ICONIC Two-Hand Snatch Block | NBA Vault" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/tRhYR5DB2rg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Emblema di questa altalena sono i giorni di Natale del 2001. Il 22 dicembre i Wizards sono al <strong>Madison Square Garden</strong> sull’83 pari a tre secondi dalla sirena finale. <a href="https://youtu.be/68fsUdNIy6M?si=HZy_wiBV5Ee53jVD&amp;t=3253" data-type="link" data-id="https://youtu.be/68fsUdNIy6M?si=HZy_wiBV5Ee53jVD&amp;t=3253" target="_blank" rel="noopener">Jordan porta Sprewell verso il gomito destro</a>, si alza in leggero fadeaway come ha fatto per una carriera intera. Canestro e vittoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">4 giorni dopo, Washington è ospite degli Charlotte Hornets: Jordan ne segna 28 ma tirando trenta volte, forzando e sbagliando molto e i padroni di casa ne escono vittoriosi. Il giorno dopo, in back-to-back, MJ è un ectoplasma sul campo dei Pacers: segna 6 punti in 25 minuti d’impiego, il punteggio più basso della sua gloriosa carriera. Coach Collins lo toglie dalla gara già compromessa, per farlo rifiatare in vista di un altro match di lì a due giorni: così facendo, interrompe di la sua striscia di 866 partite consecutive oltre i 10 punti.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Sull’aereo che ci riportava a Washington si sedette vicino a me e mi chiese: “Pensi ancora che io possa giocare?”, al che risposi: “Certo, per questo sono qui, credo ancora in te, Michael”. “Ho bisogno di sapere solo questo, hai fatto bene a togliermi stasera, non mi importa della striscia. Voglio solo sapere che credi ancora che possa giocare a questi livelli.&#8221;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">(Doug Collins)</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">L’aereo atterra alle 3 del mattino: alle 7.30 MJ è in palestra con Tim Grover ad allenarsi. La sera successiva Charlotte arriva all’MCI Center della capitale statunitense: Jordan segna 24 punti nel primo quarto, all’intervallo sono 34, alla sirena finale sono 51 in 38 minuti in una comoda vittoria.  Due sere dopo ne mette 45 contro i <strong>New Jersey Nets</strong> che quell’anno saranno finalisti NBA, trascinando i Wizards a una W per 98 a 76: 96 punti in meno di 48 ore a quasi 40 anni, con tutti i problemi fisici possibili. <em>“Te l’avevo detto che posso ancora giocare”</em>, disse a fine partita a coach Doug Collins.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="The Game OLD Michael Jordan SHUTS DOWN Critics! CRAZY Highlights vs Hornets 2001.12.29 - 51 Points!" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/Jh-szbNsmHw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">In totale, nelle sue ultime due stagioni, Jordan ha segnato 21,2 punti a partita con il 43% al tiro, sei rimbalzi, quasi 5 assist e una rubata e mezzo a partita. Oltre venti punti a partita nella Lega più competitiva del mondo, giocando di pura intelligenza e tecnica, usando ogni mezzo rimastogli a disposizione: una volta erano il primo passo micidiale e un atletismo insano; ora, il trash talking, l’intimidazione data dal suo status e l’astuzia nel gioco di piedi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La stagione 2002-2003 è quella del lungo commiato dalla pallacanestro e ogni partita in trasferta diventa un occasione, per i tifosi dei tutto il paese, di stringersi attorno a uno dei più grandi di sempre, con montaggi strappalacrime, messaggi di saluto e discorsi accorati. Emblematico è l’<strong>All-Star Game</strong> di Atlanta, iniziato con il bellissimo gesto di Vince Carter che cede a MJ il posto da titolare e si chiude con lo sciagurato fallo di Jermaine O’Neal su Kobe, che rovina un possibile game winner di Jordan.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il picco di emozioni si tocca con lo show dell’intervallo, lasciato alle sapienti corde vocali di Mariah Carey, col suo leggendario abito/maglia da gioco del 23. <em>“A hero lies in you”</em>, canta la diva: Michael si commuove, poi si ricompone e parla al pubblico.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Michael Jordan Crying in 2003 NBA All-Star Game Half-Time Break" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/q3UcbPdsvlo?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Voglio ringraziare tutti, i miei compagni, i miei avversari e i fan della pallacanestro in generale, non solo i miei fan. Ho ricevuto il testimone dai grandi prima di me come Dr. J, Larry e Magic, io lo passo a questi All-Star e al resto degli atleti nella NBA. Ora posso tornare a casa e sentirmi in pace con il Gioco.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">È evidente che l’addio in quel di<strong> Salt Lake City</strong>, con quella mano in follow-trough e i tifosi Jazz disperati sullo sfondo, aveva un grado di purezza e perfezione che inevitabilmente le due stagioni ai Wizards hanno intaccato. È altresì vero che la terza scorribanda nella Lega di MJ non è assimilabile a quelle malinconiche (e pericolose) carriere pugilistiche che si allungano più del dovuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due anni che rimangono degni di nota per l’incapacità di Michael di controllarne gli esiti, come sembrava scontato in quel di Chicago dal 1991 in poi. Due stagioni perdenti, dove ha offerto prestazioni straordinarie, così come molte di scarso valore, in cui ha segnato tanto, forzando molto, in cui si era posto degli obiettivi che non ha raggiunto, in cui ha dimostrato di poter ancora giocare ad alto livello nonostante un evidente decadimento fisico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per molti fan resterà sempre un capitolo da dimenticare, quasi da eliminare dalla sua storiografia. Per chi vi parla &#8211; e credo molti altri &#8211; resta una tappa essenziale per tracciare ancora meglio il profilo del più grande giocatore di basket che sia mai esistito: la definitiva testimonianza della sua grandezza.</p>



<hr class="wp-block-separator aligncenter has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">Ti piace il modo in cui raccontiamo l’<strong>NBA</strong> su <strong>Around the Game</strong>? Siamo sicuri che ti piacerà, se non ti sei già iscritto, anche il modo in cui giochiamo al <strong>Fanta-NBA</strong>! Ti aspettiamo su <strong>STAZ</strong>, il <strong>fantabasket</strong> sviluppato dalla nostra redazione e pensato per tutti quelli che &#8211; come diceva Rasheed (più o meno) &#8211; leggono i numeri pensando… <em>stats don’t lie!</em></p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter"><img decoding="async" src="https://lh7-rt.googleusercontent.com/docsz/AD_4nXdF2D1Lgjl568z0xs5kJoa9t3ExQegHn7gBSV5-jTOaigeqXqSSQPxd7Ca6r8pLQumGoAa-1lh6gRk30YYDSoZQJJ8FBYqVoBTAD_9ZDHTuqf5sRDRfcvlmoETIhUJb30lY2YOnvOX_K_3z80EgWes?key=C1KuU78AGeVphq1UhIxJlrN9" alt=""/></figure>
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		<title>5 motivi per i quali gli americani ricorderanno Andrea Bargnani</title>
		<link>https://aroundthegame.com/5-motivi-per-i-quali-gli-americani-ricorderanno-andrea-bargnani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicola Zapparoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2026 22:03:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[andrea bargnani]]></category>
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					<description><![CDATA[Andrea Bargnani - anzi, "Bargs" - l’hanno giudicato in tanti, e in tanti lo hanno anche odiato, preso in giro.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Andrea Bargnani &#8211; anzi, &#8220;Bargs&#8221; &#8211; l’hanno giudicato in tanti, e in tanti lo hanno anche odiato, preso in giro.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7db34f_183d8b1fbc374d8cbd683d7bbd62f283-mv2.jpg" alt="Andrea Bargnani in NBA con i Knicks
"/></figure>



<div></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>1. Perché è stato il primo giocatore europeo selezionato con la prima chiamata assoluta nel draft NBA.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Poco dopo l’All Star break della stagione 2006-2007 Bryan Colangelo, il General Manager dei Toronto Raptors, raccontava tronfio di quando gli erano stati comunicati i risultati fatti registrare da Andrea Bargnani nel Caliper Profile. Per l’incredulità aveva quasi fatto cadere il telefono a terra, diceva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Caliper Profile prende nome dall’azienda che lo ha creato e viene utilizzato da moltissime compagnie a livello mondiale (e quindi anche da squadre professionistiche) nel processo di assunzione del personale. Sviluppato sulla base di una specie di quiz psicologico permette (o ambirebbe a permettere) di prevedere come reagirà una persona in determinate posizioni e condizioni, al netto di pressioni e stimoli. Molte squadre se ne sono servite per anni nel processo di valutazione di talento e potenziale di moltissimi dei prospetti che si sono trovate ad analizzare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I risultati ottenuti da Bargnani erano così stupefacenti da spingere il dottor Greenberg, fondatore del test, ad ammettere di aver in qualche modo convinto i Raptors della bontà della scelta &#8211; a Colangelo il giocatore piaceva, ma sapeva che la sua eventuale chiamata avrebbe portato con sé delle critiche &#8211; che avrebbero fatto con <strong>Bargnani,</strong> garantendo loro che il ragazzo sarebbe diventato uno dei migliori 10 centri di tutti i tempi. Sull’affidabilità del Caliper Profile non ci esprimeremo ma su internet si trovano addirittura delle teorie del complotto che ipotizzano come il Mago possa aver barato nello svolgere il test.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo per dire che purtroppo non è diventato uno dei più grandi centri della storia del Gioco, e che da quando Bryan Colangelo si vantava della propria coraggiosa e storica chiamata, di acqua sotto i ponti ne è passata e parecchia. Addirittura, Bargnani è sceso così tanto nella considerazione degli appassionati di basket d’oltreoceano, che sembra in qualche (crudele) modo più credibile che abbia aggirato un test piuttosto che pensare che il test medesimo così probante non fosse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornando al 2007: Bargnani è arrivato secondo nella classifica del Rookie Of the Year alle spalle del solo Brandon Roy e davanti a gente come Aldridge, Gay, Rondo, Lowry e Millsap. Tutti giocatori scelti dopo di lui al Draft 2006 e tutti giocatori, come sappiamo bene, protagonisti di carriere un po’ più fortunate della sua.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bargnani era arrivato a Toronto circondato dallo scetticismo e “accarezzato” dalle parole del miglior giocatore della sua nuova squadra, <strong><a href="https://aroundthegame.com/post/bargnani-dominerebbe-nba-chris-bosh-david-west/">Chris Bosh</a></strong>, che aveva detto: <em>“Ottimo, un altro lungo con le mani buone! Era proprio quello di cui avevamo bisogno!”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Bosh voleva giocare da 4 e avrebbe probabilmente preferito fare coppia con un giocatore che potesse difendere sui 5 avversari e imporre la propria fisicità nel pitturato, e considerando che Toronto aveva a roster anche Garbajosa e Nesterovic le sue parole erano ironiche. Ma nelle prime due stagioni NBA il Mago ha giocato bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Addirittura Dirk Nowitzki, che in un primo tempo aveva rifiutato ogni paragone con l’ex Benetton Treviso forse infastidito dal fatto che ogni sette piedi con tiro da fuori in uscita dal vecchio continente gli venisse automaticamente accostato, aveva detto che Bargnani era molto più avanti di quanto fosse lui alla sua età, e che il cielo era il limite per il ragazzo. Qualche anno dopo, Dirk ha detto le stesse cose parlando di Lauri Markkanen. Forse, le profezie del tedesco meritano un po&#8217; più cautela.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’insorgere per Bargnani dei primi problemi fisici, alcuni sempre più evidenti limiti mostrati sul campo e la scarsa fiducia (o la mancanza di comprensione) dimostrata da coach Sam Mitchell nei suoi confronti resero più complicate del previsto la seconda e la terza stagione NBA del Mago. In particolare, a preoccupare come poi sarà per il resto della carriera sono la difesa e le scarse doti a rimbalzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando Bosh nell’estate 2010 firma con Miami, Bargnani diventa il volto della (derelitta) franchigia e segna 21 punti di media a partita. Ma in realtà è l’inizio della fine. Ciò che dal Caliper Profile era emerso chiaro e tondo e aveva più impressionato Colangelo era questo: “Ad Andrea non interessa minimamente ciò che gli altri pensano di lui, non sente le pressioni esterne. Se ne frega di tutto e tutti”. La sua più grande dote sarà la sua croce più pesante.</p>



<div style="height:21px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>2. Perché è diventato uno dei giocatori più odiati dell’NBA.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Bargnani viene fischiato dal pubblico di casa durante le sue ultime due stagioni in maglia Raptors. Viene fischiato durante il primo tempo della prima partita casalinga dei New York Knicks, la sua nuova squadra, nella stagione 2013-14. All’esordio al Madison Square Garden.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualche mese dopo. Stesso palcoscenico. Bargnani è seduto in panchina, infortunato. Sul maxi schermo del palazzo compaiono le foto dei giocatori dei Knicks da bambini; uno spettatore sorteggiato deve indovinare quale giocatore è diventato quel bambino. Compare una fotografia del giovane Mago. Ululati dalla tribuna. Come si è arrivati a questo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima mossa dell’ex GM dei Denver Nuggets Masai Ujiri nel suo nuovo incarico ai Raptors è quella di liberarsi del contratto dell’ex prima scelta italiana. I Knicks mettono sul piatto un paio di giocatori inutili e tre future scelte: due seconde e una prima, che diventerà poi Jakob Poeltl. Home run Toronto. I tifosi canadesi esultano alla sua cessione. Quelli dei Knicks si prenderanno addirittura gioco di lui quando si farà male.</p>



<div><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/V9dX6IhU2tM" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></div>



<p class="wp-block-paragraph">I <strong>Knicks </strong>sono una franchigia perdente con un pubblico troppo competente e troppo importante, di conseguenza estremamente frustrato, che non ci mette molto a trovare un capro espiatorio. Bargnani viene accusato di essere molle, di non lottare, di farsi male troppo spesso e di avere una soglia del dolore troppo bassa. E’ un difensore improponibile e uno dei peggiori rimbalzisti di tutti i tempi se paragonato ai centimetri che si porta appresso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è un tiratore abbastanza efficace e come stoppatore è poco più che decente. Non sembra neanche provarci. Esattamente come diceva il suo profilo psicologico, sembra che se ne freghi del parere degli altri e di ciò che lo circonda. Quella che sembrava una dote che sarebbe tornata buona nei momenti di maggiore pressione, in contesti perdenti diventa la maledizione di un giocatore cui i tifosi non possono perdonare un atteggiamento che appare come menefreghista. Un tifoso, uno sportivo, non perdonerà mai il giocatore che non ci prova neanche. E Bargnani sembra non provarci neanche. Per davvero. Ma è realmente così?</p>



<blockquote class="instagram-media" data-instgrm-captioned data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/p/DVYzzzRDNYR/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14" style=" background:#FFF; border:0; border-radius:3px; box-shadow:0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width:540px; min-width:326px; padding:0; width:99.375%; width:-webkit-calc(100% - 2px); width:calc(100% - 2px);"><div style="padding:16px;"> <a href="https://www.instagram.com/p/DVYzzzRDNYR/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" style=" background:#FFFFFF; line-height:0; padding:0 0; text-align:center; text-decoration:none; width:100%;" target="_blank" rel="noopener"> <div style=" display: flex; flex-direction: row; align-items: center;"> <div style="background-color: #F4F4F4; border-radius: 50%; flex-grow: 0; height: 40px; margin-right: 14px; width: 40px;"></div> <div style="display: flex; flex-direction: column; flex-grow: 1; justify-content: center;"> <div style=" background-color: #F4F4F4; 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<p class="wp-block-paragraph">Nelle sue ultime due stagioni a Toronto e nelle due in maglia Knicks (contando anche la stagione, l&#8217;ultima in NBA, con Brooklyn, Bargnani non ha mai giocato più di 46 partite in una singola stagione nei suoi ultimi cinque anni nella Lega – mai meno di 65 nei primi cinque anni) le advanced stats di Bargnani crollano. Le sue squadre sono sensibilmente meglio quando lui è seduto, e il suo impatto negativo lo pone ai vertici nella Lega quanto a dannosità sul parquet.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Mago viene inserito nelle classifiche delle peggiori prime scelte assolute di tutti i tempi (in alcune classifiche vaga tra la terza e la settima posizione, altre in cui la memoria storica pesa di più lo escludono dai primi dieci più grandi abbagli di tutti i tempi) e in ogni sorta di classifica negativa che un fan medio della NBA possa stilare (il giocatore più pigro, il più indisponente).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualcuno ipotizza che il suo menefreghismo sia una forma di auto-protezione. Qualcuno pensa che odi il basket. Qualcun altro nota come un atteggiamento del genere non gli procuri la benché minima empatia. I più dicono semplicemente: “Non gliene frega niente”. Difficile pensare fosse così. Anche se a volte sembrava proprio.</p>



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<div style="height:21px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>3. Perché è stato un precursore.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Un po’ tutti gli allenatori di Bargnani hanno provato a fare di lui un giocatore più cattivo, più grintoso e combattivo. Qualcuno che non era. Hanno faticato a trovargli un posto in campo. Lui, troppo lento e poco esplosivo per giocare da 4, troppo leggero e debole a rimbalzo per giocare da 5. Probabilmente non è mai riuscito ad essere se stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha chiuso la sua carriera NBA con poco meno del 44% dal campo e poco più del 35% da tre punti. Non sono cifre buone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le statistiche ma ancor più l’impatto che il Mago ha avuto sulla Lega sono state una delusione, nasconderlo non avrebbe senso. Nonostante una stagione chiusa a 21 di media e quattro stagioni consecutive a più di 15 a partita (roba che fatelo voi, verrebbe da dire) Bargnani salvo rarissimi momenti della sua esperienza a Toronto non è mai stato ciò che sarebbe dovuto essere. Mai una prima scelta assoluta, mai un giocatore importante in una squadra forte. In realtà, mai in una squadra forte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quest’ultima cosa è un gran peccato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché forse gli Americani no, ma noi, che pure ci aspettavamo di più, i limiti di Andrea li conoscevamo bene, sapevamo che avrebbe faticato in difesa, che fisicamente non se la sarebbe mai potuta lottare con i migliori centri dell’NBA e che più che di sciabola avrebbe sempre preferito tirare di fioretto; ma uno così, con quei centimetri e quelle mani, quella grazia pura in certi movimenti e quel talento offensivo, lo avremmo voluto vedere sfruttato per le sue qualità piuttosto che esposto al pubblico ludibrio per i propri limiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo avremmo voluto vedere terzo o quarto o sesto violino in una squadra vera, piuttosto che tollerato comprimario in una squadra con poco presente e meno futuro, falsa stella di una squadra in ricostruzione, uomo a cui dare una seconda e ultima chance nel mercato più schizofrenico d’America e infine causa di ogni male di ogni squadra in cui abbia mai giocato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bargnani è venuto dopo Dirk Nowitzki ma prima di Porzingis, Markkanen e moltissimi altri. Aveva le sue doti e non ne ha molte altre, ma in qualche modo anche lui era un Unicorno. Prima del tempo degli unicorni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con certe scelte, con certe decisioni e certi atteggiamenti non si sarà aiutato da solo. Ma gli è stata riservata ben poca pietà, ben poco amore. Troppo poco, anche per chi non sembra meritarne. Sembrare ed essere sono due cose diverse, e Bargnani è sempre stato il primo ad essere gettato sotto al bus ben al di là dei propri (evidenti) demeriti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E’ stato creato per un basket più avanzato rispetto a quello in cui ha giocato. E ciò che lo rendeva speciale lo ha reso diverso. Infine, sbagliato.</p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>4. Per una serie di sfortunati eventi.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Toronto non era preoccupata del fatto che Bargnani ci potesse mettere del tempo a sviluppare il proprio talento. Era normale che risultasse più indietro rispetto ad altri rookie nella prima stagione. Invece questo non accadde, anzi. Forse proprio per questo Colangelo parlava con tanta sicurezza ed entusiasmo a neanche un anno dall’inizio del viaggio americano di Bargnani. Il basket europeo aveva forgiato e reso pronto subito il Mago.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il suo talento lo metteva nelle condizioni di brillare. Il suo fisico lo sorreggeva. Se le cose sono andate a sud nel giro di pochi anni è stato per una serie di ragioni solo in parte legate le une con le altre oppure tutte legate intrinsecamente: dal fisico all’allenatore ai compagni alla dirigenza ai contesti non vincenti alla cultura del lavoro alla fame interiore alla voglia di emergere ai soldi a chissà quante altre cose che non sappiamo, non potremo mai sapere, che forse dipendono tutte da qualcosa che sta nel cuore, nella testa, nel braccio di Bargnani o forse no, dipendono dalla storia che il mondo aveva in serbo per lui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se però gli Americani non si dimenticheranno di lui (noi, come potremmo?) sarà anche per una serie di concause accidentali e non così importanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<strong>Bargs”</strong>, uno dei soprannomi utilizzati per il Mago dalla stampa americana, è uno dei raggruppamenti di lettere più osceni e uno dei nomi più cacofonici che possiate contare di udire nella vostra vita, specie se esce dalla bocca di un Americano e solo vagamente richiama al capo cattivo di Homer Simpson. Semplicemente, è un nome che vi impedisce di prendere sul serio chi viene chiamato così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bargnani era, cosa ancor più crudele se si vuole, un’autentica macchina da triple in una serie non irrilevante di giochi per la Playstation che tra il 2008 e il 2015 una discreta parte dell’universo interessato all’NBA ha frequentato a fasi più o meno intense. Un sette piedi che spara dall’arco senza pensarci con percentuali roboanti fa la felicità del giocatore (che tira più triple in cinque minuti di una squadra di D’Antoni in una partita &#8211; il giocatore che ama Bargnani è in qualche modo precursore della Sloan Conference e di tutte le analytics del mondo).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il giocatore che ama Bargnani resterà due volte più stupito dalla sua inefficacia nella vita reale e si farà delle domande su quale sarebbe il modo più giusto di impiegare il ragazzo. Ma il suo potenziale virtuale e la sua tragicità reale regala immortalità!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al di là della sciagurata giocata contro Milwaukee (la partita poi i Knicks la vinsero), del volo rovinoso contro Philadelphia e di una serie di giocate più o meno buone che resteranno nella memoria collettiva, al di là degli infortuni e dei troppi fischi presi, ci sono due momenti particolari nella carriera NBA del Mago che meritano di essere ricordati. O meglio, che non possono essere dimenticati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del primo momento il Mago è stato solo uno spettatore, ma molto privilegiato.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Lapo Elkan... il sesto uomo dei Lakers!!!.avi" width="1080" height="810" src="https://www.youtube.com/embed/89Jk3Np-vYg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Questo potrebbe essere uno dei fatti più esilaranti della storia dell’NBA e lo è soprattutto per un Italiano. Lapo fa qualcosa di mitologico (e che a ben pensarci potrebbe accadere più spesso?) e il Mago c’è. Verosimilmente si vergogna, unico giocatore in campo a riconoscere quel tifoso che non sa le regole. Suo compatriota. La partita la vinsero i Lakers.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Toronto in quella stagione arrivò nona a Est, con una partita di ritardo da Chicago, ottava e ultima qualificata per la postseason. I Raptors avevano il tiebreaker favorevole nei confronti dei Bulls. Ma persero una partita in più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del secondo episodio Bargnani è protagonista assoluto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo nel 2013, prima stagione a New York. In un accalorato ma tecnicamente modesto derby in trasferta contro i Nets, il Mago ha un <a href="https://aroundthegame.com/post/bargnani-kevin-garnett-miglior-difensore-nba/">alterco con <strong>Kevin Garnett</strong></a><strong>.</strong> KG, che sta all’estremo opposto della galassia rispetto ad Andrea per quanto riguarda l’atteggiamento sul campo, sta perdendo la partita e sta anche venendo discretamente dominato dall’Italiano (non si parla del miglior Garnett, ma anche qui, non è roba da tutti, Bargnani era speciale per davvero e sarebbe potuto esserlo molto di più).</p>



<p class="wp-block-paragraph">I due si aggrovigliano facendo finta di lottare a rimbalzo. C’è una piccola zuffa nell’area dei Knicks, intervengono compagni ed arbitri e i contendenti sono separati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Azione seguente. Close-out in ritardo di Garnett e bomba del Mago, che torna indietro verso la propria metà campo urlando qualcosa all’indirizzo dell’ex Celtic. Joey Crawford è lì vicino e fa partire la consueta raffica di fischi impazziti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bargnani espulso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I Knicks vinceranno la partita per 113-83. Bargnani ne mette a referto 16 contro i 6 soli di Garnett. KG nel dopopartita interrogato sulla questione dirà che non sa cosa gli abbia detto Bargnani perché non capisce l’italiano. Ma la leggenda vuole che tornando verso il proprio canestro il <em>&#8220;Mago d’Italia&#8221; </em>(sentire lo speaker dell’Air Canada Center dire queste quattro parole dopo i canestri di Andrea dovrebbe essere un’altra cosa che gli Americani non dimenticheranno) abbia detto a KG, il re del trash talking di tutti i tempi, le seguenti parole:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Your wife tastes like fettuccine Alfredo”. </em>Scolpite nel muro dei momenti sacri del Gioco.</p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>5. Perché non l’hanno capito.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">E per la verità, chi lo ha fatto?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una cosa particolarmente difficile è provare a slegarsi dalle connessioni emotive che si hanno con un oggetto, un evento, una persona per darne una valutazione oggettiva. “Cosa ne penserei se non…? &#8230;se fossi libero da pregiudizi?”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non riesco a immaginare come vivrei <strong>Andrea Bargnani </strong>se non fossi italiano. Non che il patriottismo o il campanilismo siano sentimenti particolarmente forti in me, ma è innegabile che per me Bargnani non sarà mai Anthony Bennett o Andrew Bogut o Jakob Poeltl.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse anche io non avrei simpatia per il Mago come la maggior parte degli appassionati di basket nel Mondo pare non ne abbiano (io stesso non so se ho simpatia per lui, ma in qualche modo sì, e certamente sempre in qualche strano modo, gli voglio bene) e lo giudicherei menefreghista, svogliato, molle, deludente, frustrante, pigro, viziato. Per quello che si è visto in campo, parte di questi giudizi sembrerebbero attaccarsi molto bene ad Andrea Bargnani. Ma come dicevamo sopra, il perché di tutto questo non è chiaro. L’atteggiamento, anche se reiterato per anni, non può bastare come parametro di condanna. I risultati, neanche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse a Bargnani davvero il basket non interessava poi così tanto. Che non avesse la fame di Kobe Bryant appare evidente. Questo ha fatto di lui un giocatore meno forte di quanto si sperasse. Ma non ha fatto di lui un uomo meno degno di rispetto, né un uomo di minore valore. In realtà le peculiarità del gioco e del modo di stare in campo e forse al Mondo di questo ragazzone di Roma lo hanno reso ciò che è agli occhi dei tifosi e degli appassionati, ma non ciò che è, veramente, lui. Quello sfugge al nostro giudizio. Per fortuna. E pensare che non sia così è prova di arroganza, di malafede.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di un modo non bello di giudicare chi è esposto perché fa qualcosa che tutti guardano. Per l’appassionato medio è stato impossibile provare empatia nei confronti di questo ragazzo. Ma forse non è stata colpa sua. Non è stata colpa di nessuno. Il profilo di Colangelo ci aveva avvisati.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2021/08/7db34f_162673a3596d491ebab3f46d282ae899-mv2.jpg" alt="test alt text" style="width:600px;height:400px"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Ho sentito dire che Bargnani fosse molto popolare tra i giocatori NBA per la sua competenza in ambito finanziario. Due soldi li ha guadagnati in carriera, e pare abbia saputo e anche molto bene che farne. I colleghi gli chiedevano spesso consigli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non so se questa storia sia vera e (non che c’entri qualcosa) se anche fosse vero &#8211; come capita per molte persone che si ritrovano improvvisamente molto ricche e un po’ a corto di stimoli – che i soldi non hanno fatto del bene ad Andrea, che la vita da giocatore NBA non l’ha saputa vivere da grande professionista, e che si è un po’ rovinato con le sue mani per mancanza di impegno a volte o di stimoli; o, di nuovo, per una serie di ragioni che difficilmente possiamo o potremo comprendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso che sia normale per l’appassionato empatizzare con la voglia tarantolata di Dellavedova, ad esempio, e storcere il naso davanti ad un giocatore dall’atteggiamento distaccato come poteva essere Andrea; ma non penso che così si arrivi all’essenza delle cose, a poter stabilire che un giocatore è migliore di un altro, che a uno importi più che all’altro. L’atteggiamento apparente ci dice delle cose, ma ci abbaglia se pensiamo di poterlo elevare a fattore determinante per le nostre valutazioni finali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella di Bargnani è una storia non così fortunata e dove non si racconta di vittorie. L’atteggiamento del Mago è stato uno dei suoi problemi ma non l’unico. E’ stato però quello che gli è costato la comprensione e l’empatia di chi lo guardava.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’appassionato a volte non capisce come uno sportivo che avrebbe tutto per dominare finisca a leccarsi le ferite dimenticato dal Mondo. Non concede al suo eroe l’onore delle armi a meno che non abbia dato tutto per diventare la versione migliore possibile di se stesso. Non concepisce che la felicità possa non dipendere da dove finirà la palla, dall’ossessione sfamata del suo eroe nel suo sogno di grandezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non tutti hanno quell’ossessione, non tutti vogliono diventare Grandi, o almeno non tutti ci provano con la stessa forza. Non tutti nascono Kobe Bryant. E’ per questo che è così bello quando ne nasce uno.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Bargnani l</strong>’hanno giudicato in tanti, e in tanti lo hanno anche odiato, preso in giro. Ma non sanno, non sappiamo, davvero perché non ha funzionato. Non sappiamo se avrebbe potuto funzionare. Forse, giusto lui lo sa. E siccome con l’NBA è finita così, alla fine non resta che ammettere che come per molte cose, con Andrea Bargnani non ci abbiamo capito niente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spero che sia felice, perché questo lo merita. Probabilmente era la cosa più importante fin dall’inizio, e ce ne siamo fregati.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<div style="height:21px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>
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			</item>
		<item>
		<title>How I Met Your Billy – La storia di come sono nati i Florida Gators</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/how-i-met-your-billy-la-storia-di-come-sono-nati-i-florida-gators/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Pucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2026 22:02:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[al horford]]></category>
		<category><![CDATA[billy donovan]]></category>
		<category><![CDATA[corey brewer]]></category>
		<category><![CDATA[florida gators]]></category>
		<category><![CDATA[joakim noah]]></category>
		<category><![CDATA[ncaa]]></category>
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					<description><![CDATA[Billy Donovan, attuale coach dei Chicago Bulls, ha messo i Florida Gators sulla mappa del basket collegiale.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Billy Donovan, attuale coach dei Chicago Bulls, ha messo l&#8217;Università oggi campione NCAA sulla mappa del basket collegiale.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-1-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-69615" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-1-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-1-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-1-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-1-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-1-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-1.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NCAA.com</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La pallacanestro collegiale americana, si sa, difficilmente risponde alle regole tanto dello sport scolastico in senso proprio quanto a quelle del professionismo – sebbene i recenti cambi regolamentari abbiano sempre più avvicinato gli studenti-atleti a dei pro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per vincere, infatti, non serve solamente la giusta quantità di scouting e di competenza tecnica, né basta, almeno fino ad oggi, spendere più degli altri, ma c’è bisogno di creare una cultura cestistica, un <em>programma</em>, come direbbero da quelle parti dell’oceano, in grado di essere sempre riconoscibile in campo e fuori e di rimanere all’interno di un gattopardesco mutamento controllato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo così si possono coinvolgere e assimilare future stelle NBA che tra i banchi e nei campus si sentono solamente meteore di passaggio, solo così si possono mettere insieme delle squadre a marzo dove a settembre c’era unicamente un ammasso informe di freshmen dal certo futuro professionistico e senior di medio talento pronti a una vita da investment banker o venditori di auto usate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Moltissimi atenei, vuoi per la propria posizione strategica, vuoi per il prestigio accademico, vuoi per essere stati terra di elezione di grandi padri fondatori della pallacanestro a stelle e strisce hanno potuto contare su questa distinta cifra stilistica fin dai tempi della televisione in bianco e nero. È il caso della UCLA di coach John Wooden, della Oklahoma di Hank Iba o della North Carolina di Dean Smith. Altri, come Duke, si sono sviluppati nel corso di quel decennio rivoluzionario che sono stati gli anni Ottanta, trovando solo leggermente più tardi la propria dimensione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Arrivare agli inizi degli anni 2000 con soltanto sei apparizioni totali al torneo, di cui due rese nulle dalla NCAA, significa essere ormai relegati a una periferia dell’Impero. Proprio questa è la situazione in cui si troveranno i <strong>Florida Gators</strong>, nel momento in cui, dopo qualche anno di apprendistato, <strong>Billy Donovan</strong> prenderà definitivamente in mano le redini cestistiche dell’Università. Questa è la storia di come un giovane allenatore, nonostante i tempi sembrassero definitivamente cambiati rispetto alle foto in bianco e nero dei tempi di Wooden, sia riuscito a creare dal nulla una potenza che ha appena vinto il suo terzo titolo NCAA.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>The origin story: Billy e i Gators prima di incontrarsi</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">I giorni di sole della squadra di basket dell’Università della Florida, nonostante il clima mite che contraddistingue da sempre lo stato, erano, come detto, ben pochi fino allo scoccare del nuovo millennio. La divisione cestistica dell’Ateneo era nata ufficialmente nel 1915, ma era stata di livello praticamente dopolavoristico almeno fino al 1960, quando era stato assunto come allenatore <strong>Norm Sloan</strong>, ex-guardia e quarterback di North Carolina State che da qualche anno si stava imponendo come giovane promessa della panchina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto il coach di Indianapolis, i Gators trovano finalmente una certa regolarità di vittorie, pur senza mai essere invitati al torneo NCAA, per poi perdersi dopo la sua cacciata nel 1966.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Soltanto dopo il suo ritorno in panchina nel 1980, anno in cui finalmente Florida si sarebbe trasferita nel nuovo O’ Connell Center, tuttavia, i risultati si sarebbero uniti alla continuità e a una certa idea di basket rapido ed estremamente tecnico. Nel 1987, guidati da un grande prospetto delle high school locali come <strong>Vernon Maxwell</strong>, Florida sarebbe arrivata al primo torneo della propria storia, concluso alle Sweet Sixteen con una sconfitta contro <strong>Syracuse </strong>per 87-81.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio Maxwell, tuttavia, sarebbe stato in seguito al centro di una delle grandi classiche della pallacanestro collegiale statunitense: lo scandalo dei denari versati sottobanco al fine di <em>agevolare </em>il reclutamento. Gli anni Ottanta, quindi, si chiudono con le dimissioni di Sloan e un nuovo punto di partenza per dei sempre più sperduti Alligatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli stessi anni, 1988-1989, una giovane guardia del Long Island stava terminando la sua scalcagnata e brevissima carriera professionistica per dedicarsi al trading in quel di Wall Street. <strong>Billy Donovan</strong>, questo il nome di quel giocatore cestisticamente poco fortunato, era infatti tornato, dopo averlo odiato e rifuggito per lungo tempo, al lavoro cui erano destinati quasi tutti i figli della zona bene di New York da cui proveniva: vendere azioni, in una giungla solo un po’ più edulcorata rispetto a quel capolavoro (di denuncia, va sempre ricordato) che è <em>The Wolf of Wall Street. </em>&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante un retroterra culturale che sembrava gridare alla predestinazione, <em>Billy the Kid</em>, come lo conoscevano all’Università di Providence, dove aveva raggiunto il proprio apice sportivo, mal sopportava le costrizioni dell’ufficio e sognava di tornare a calcare i parquet in una nuova veste.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Mi davano pile di carte e mi dicevano: ‘Chiama questo tizio a Dallas’, e io provo a chiamarlo e penso: ‘Ma cosa gli sto vendendo, quale azienda? Farà bene?’. Le chiamate a freddo erano una pazzia per me.”</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">La ritrosia di Donovan verso quel nuovo mondo colpisce anche uno dei suoi migliori amici nel mondo della pallacanestro: si tratta di <strong>Rick Pitino</strong>, allenatore di Billy prima a Providence e poi ai <strong>New York Knicks</strong> e suo grande mentore, tanto da fargli dire ancora oggi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Non sarei dove sono senza di lui.”</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">All’ennesima manifestazione di infelicità dell’amico, Rick, fiero avvocato dell’idea per cui Donovan cercasse stabilità nei <em>lavori veri</em> gli offre impietosito un posto da assistente non pagato sulla panchina dei <strong>Kentucky Wildcats</strong>, Ateneo in cui si era accasato proprio nell’offseason del 1989 in seguito all’ennesimo scandalo sui reclutamenti che aveva portato alla cacciata di <strong>Larry Brown</strong>. Billy inizia quindi il proprio viaggio in panchina da tuttofare dello staff: si occupa di reclutamento, scouting, logistica delle trasferte, player development e soprattutto montaggio video, un vero calvario nell’epoca pre-digitale.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-2-1024x576.png" alt="" class="wp-image-69591" style="width:724px;height:auto" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-2-1024x576.png 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-2-300x169.png 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-2-150x84.png 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-2-768x432.png 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-2-1080x608.png 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-2.png 1296w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: ESPN</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante il magrissimo contributo economico, comunque, non sembra poter essere più felice di questo nuovo ruolo, che gli permette, anche data la giovane età, di stabilire una connessione umana e fungere da ponte tra Rick e i giocatori, un tratto di empatia che lo caratterizzerà per tutta la carriera successiva. Al quarto anno, quando ormai è diventato primo assistente, è chiaro a tutti che Pitino stia creando l’ennesimo ramo rigoglioso del suo coaching tree.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le persone che si rendono conto del talento di <em>The Kid </em>– soprannome al tempo ancora appropriato, visti i 28 anni del diretto interessato – c’è anche l’athletic director di <strong>Marshall University</strong>, che nel 1994, anche per l’interessamento diretto dell’amico Rick, rende Donovan il più giovane allenatore della Division I. Il primo anno è di rodaggio, con un record comunque positivo, 18-9, ma anche alcune brutte cadute, come quella, proprio contro Kentucky, per 116-75.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 1995/96, il primo vero anno di Billy come plenipotenziario dei <em>Thundering Herds </em>inizia poi con una grandissima notizia per la piccola università del West Viriginia: <strong>Jason Williams, </strong>prospetto più invitante tra i nati nello stato, ha stracciato la promessa con cui si era legato a Providence per seguire Pitino e rimanere a casa. Sembra l’inizio della costruzione di un programma serio e duraturo, e invece è l’ultimo anno di Donovan come allenatore dell’Ateneo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’estate ’96, infatti, <strong>Jeremy Foley, </strong>fresca speranza della scrivania che dal 1992 è diventato plenipotenziario sportivo dell’Università della Florida, sta cercando un giovane allenatore di pallacanestro in grado di portare un po’ di interesse anche per la palla a spicchi in quel di Gainesville, dove l’inverno cestistico è in quel momento visto come <em>“un passatempo per far arrivare più in fretta il football di primavera</em>”. Innamoratosi del basket rapido e della capacità empatica di Donovan, Jeremy gli ha offerto la panchina, trovando tuttavia qualche resistenza. Allenare in una <em>football school</em>, d’altronde, può rivelarsi profondamente controproducente per un coach in rampa di lancio, e lo stesso Pitino sconsiglia al suo protetto di mettersi <em>“all’ombra di Steve Spurrier”</em>, allenatore della palla ovale e uomo più coccolato del campus.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante le difficoltà, Billy rimane affascinato dalla possibilità, in un’epoca cestistica così tarda e definita nelle gerarchie, di avere le risorse e la libertà – e il tempo, dati i sei anni di contratto &#8211; per creare un <em>suo </em>programma. Come ricorderà lo stesso Foley.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Le persone gli dicevano di non andare a Florida, che qui a tutti interessava solo del football. Ci dicevano che non saremmo riusciti a farcela nel basket, e questo mi motivava molto, e, quando l’ho detto a Billy, ha motivato anche lui.”</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Sembrerebbe un matrimonio perfetto, quindi, ma anche nelle migliori coppie le difficoltà degli inizi possono farsi oltremodo dure.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Crescere, insieme – 1996-2004</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sebbene lo staff, soprattutto nella persona di Foley, fosse fermamente convinto della bontà della scelta di Billy Donovan, la reazione dell’ambiente mediatico intorno all’istituzione di Gainesville era stata tiepida e decisamente poco interessata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal canto suo, il coach non si era lasciato intimorire: sin dalla conferenza stampa di presentazione, tenuta il 27 marzo 1996, aveva rimarcato di essere <em>“pronto e felice per tutte le grandi cose che ci aspettano” </em>e di volere reclutare i migliori giocatori dello stato tramite i metodi appresi sotto Pitino, tanto in campo come fuori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da buon ospite, poi, Donovan si era presentato bussando coi piedi e recando in dono ai Gators Jason Williams, il quale, tolto il coach, sommava all’incirca zero buoni motivi per rimanere in West Virginia. La prima stagione, nonostante queste buone premesse, è di assoluto rodaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio a <em>White Chocolate</em>, infatti, è impedito di giocare per tutta la stagione per via delle ristrettive regole sui trasferimenti, mentre l’entusiasmo popolare ricercato dalla direzione universitaria è ancora di là da venire, con la media spettatori che non raggiunge i 7000 paganti a partita. Anche il record, 13-17, non sembra dare molto spazio a squilli di tromba, con i giocatori che sono apparsi scarichi alla fine della stagione per i metodi draconiani dell’allenatore, ossessionato dal basket agile e rapido e conseguentemente dal controllo della linea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante un secondo anno altrettanto poco entusiasmante, alcune delle promesse di Billy all’annoiata sala stampa della Florida iniziano a compiersi sin dall’anno 1998. Nel corso della stagione, infatti, l’assistente John Pelphry ha seguito con metodi al limite dell’imbarazzo il giovane <strong>Mike Miller</strong>, grande obiettivo della classe di diplomati di quell’anno. Per battere la concorrenza, poi, Donovan in persona aveva telefonato a Mike un minuto dopo la mezzanotte del giorno in cui si erano aperte le contrattazioni, colpendo molto il giovane prospetto.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Mi sono innamorato di coach Donovan e degli assistenti qui. Sapevamo di poter lasciare la nostra impronta su qualcosa.”</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Le illazioni, ovviamente, si sprecano, e diversi coach avversari denunciano strani giri di intermediari e di regali alle famiglie che però non vengono mai sanzionati dalla NCAA. Insieme a questa instancabile opera di convincimento dei prospetti nazionali, poi, va aggiunta una carsica operazione di risveglio dell’orgoglio statale dei giocatori locali. Proprio con questo metodo, sempre nel ’98, Billy riesce a portare a casa i talenti di <strong>Udonis Haslem</strong>, uno non esattamente indifferente quando si parla di portare alta la bandiera della Florida e di <strong>Teddy Dupay</strong>, talentuosissima guardia dalla carriera decisamente sfortunata in termini di infortuni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con questo primo gruppo di freshmen, i Gators concludono la stagione regolare a 19 vittorie e 7 sconfitte, venendo per la prima volta invitati al torneo NCAA, terminato al terzo turno con una sconfitta per 73-72 contro Gonzaga.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’anno seguente, quando con metodi simili il coaching staff è riuscito ad assicurarsi anche le prestazioni di <strong>Matt Bonner</strong>, la squadra migliora ulteriormente, chiudendo a 23-6 e presentandosi al Torneo come mina vagante del proprio lato di tabellone. Si tratta di un risultato storico, soprattutto se si pensa che quella del 2000 è soltanto la settima partecipazione di sempre al Torneo per l’Ateneo del Sunshine State. Un cambio di scenario impensabile anche solo al momento dell’assunzione del giovane allenatore, come ben rappresentato dalle parole di <strong>Brent Wright</strong>, uno dei leader di quello spogliatoio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Non eravamo più una semplice football school. Avevamo costruito qualcosa, in quell’anno, che aveva messo Florida anche sulla mappa del basket.”</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Il Torneo sembra cominciare sulle ali del medesimo entusiasmo che abbiamo appena provato a descrivere. Durante la partita di primo turno contro Butler, infatti, due liberi del mai troppo preciso Haslem permettono di allungare la partita ai supplementari, all’interno dei quali Miller, autore di una prestazione da 16 punti su 69 di squadra, chiude la partita con un <em>buzzer beater </em>dal sapore storico.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Mike Miller Game Winning Floater (Florida 69 - Butler 68)" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/CokEr_oYAP0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<div style="height:25px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Quel tiro ha cambiato tutto. Gli sono saltato addosso e dopo ci siamo ammucchiati tutti. Ci hanno schiacciati, soprattutto Mike. È stato caos, ma gioia pura.” </em></p>



<p class="wp-block-paragraph">(Ted Dupay)&nbsp;</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Il secondo turno si chiude con una prestazione più controllata e una netta vittoria nel punteggio per 93-76 contro Illinois. Battute anche due casate storiche come Duke e Oklahoma, i Gators si trovano quindi pronti a giocare la seconda Final Four della propria storia in quel di Indianapolis. Di fronte a loro, un’altra grande nobile del North Carolina: i Tar Heels di UNC, guidati da <strong>Brendan Haywood.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo un primo tempo terminato in vantaggio di sole tre lunghezze, i Gators chiudono la difesa nella seconda metà di gara, portando a casa l’accesso in Finale con il risultato di 71-59. A soli quattro anni dalla chiamata sul pino di Billy the Kid, Florida è finalmente entrata in maniera non estemporanea nell’élite della pallacanestro collegiale. Una decisione che non può che far contento <em>in primis </em>l’uomo che aveva dedicato a questa missione gran parte dei propri primi quattro anni a Gainesville, Foley.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Billy Donovan mi ha fatto sembrare un genio.”</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante l’ondata di entusiasmo, percepita anche in un palazzetto da oltre 10.000 presenze medie in stagione, l’inesperienza gioca un brutto scherzo al gruppo guidato dall’allievo di Pitino, e Florida si deve arrendere in Finale alla più quotata Michigan State.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La delusione è ovviamente forte, ma la sensazione di aver generato qualcosa di duraturo è rimasta. Nei quattro anni successivi, infatti, la squadra raggiunge sempre il Torneo NCAA, mettendo a roster futuri giocatori NBA di buon livello come <strong>David Lee. </strong>Billy sembra ormai aver raggiunto un grado di esperienza tale da poter competere anche quando non trascinato dall’onda dell’entusiasmo; l’unica cosa a mancare, ovviamente, è una classe di reclutamento all’altezza della sfida.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>The oh-Fours: 2004-2007</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante il solido lavoro di crescita fatto da Donovan, all’inizio del 2004 i critici avevano speso diverse parole di disappunto nei confronti dei suoi Gators. Florida, infatti, pur qualificandosi con continuità alla postseason, non aveva mai superato il secondo turno, lasciando molti analisti scontenti rispetto all’assenza di crescita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Billy, in pieno stile Pitino, non si era particolarmente preoccupato delle nubi che andavano addensandosi sulla sua testa, e aveva fatto quello che forse sapeva fare meglio dietro a una scrivania di un Ateneo: reclutare. Già dal 2003, infatti, aveva sguinzagliato il suo assistente Anthony Grant in giro per gli Stati Uniti, in modo da avere qualche conferma da parte di atleti della classe di reclutamento del 2004, per molti una delle più ricche del periodo. Proprio grazie a questo metodo anticipatorio, Florida si era assicurata i talenti di uno dei giocatori più promettenti di quel gruppo di promesse, <strong>Corey Brewer</strong>, guardia dell’Oregon di lì a poco nominata All-American.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per completare l’opera, tuttavia, Donovan intende portare alla sua corte altri tre prospetti, tutti diversi in campo e fuori, ma tutti, casualmente, figli di grandi atleti del passato. Il primo ad affacciarsi all’Ateneo, nonché il meno mediatico di tutti, è <strong>Al Horford</strong>, ala grande di origine dominicana con un passato liceale in Michigan, vicino alla sponda dei Grandi Laghi in cui suo padre Tito aveva vissuto due intense stagioni con la maglia dei <strong>Milwaukee Bucks</strong>. Oltre a lui, arrivano nel campus di Gainesville anche <strong>Taurean Green</strong>, stella delle high school della Florida ed erede dell’eterna riserva anni ’80 Sidney, e soprattutto <strong>Joakim Noah</strong>, figlio di cotanto Yannick.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="511" height="287" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-3-edited.png" alt="" class="wp-image-69594" style="width:641px;height:auto" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-3-edited.png 511w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-3-edited-300x168.png 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-3-edited-150x84.png 150w" sizes="(max-width: 511px) 100vw, 511px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Florida Gators</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante si tratti di ragazzi cresciuti nello sport e nella consapevolezza del proprio talento, l’arrivo al campus è assolutamente umile e positivo, forse anche per la formazione atletica avuta alla corte dei propri genitori.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Sono ragazzi che non si sono mai sentiti superiori solo perché i loro padri hanno fatto questo o quello. Credo che Yannick Noah pensi dei propri avversari sul campo da tennis: ‘Sai cosa? Questo ragazzo al di là della rete ha il mio stesso talento, cosa posso fare per superarlo e separarmi da lui?’ Sono sicuro che Sidney Green pensava lo stesso, quando si schierava di fronte alle migliori ali grandi della Lega.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">(Billy Donovan)</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio a dimostrare la propria voglia di competere, i quattro, appena arrivati al campus e fatte le dovute presentazioni, decidono di andare insieme in palestra per serrare un’amicizia che si rivelerà vincente. Come ricorderanno in una bellissima intervista quadrupla di qualche anno fa:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Dopo che abbiamo traslocato, ci siamo seduti e ci siamo detti: ‘Andiamo in palestra.’ Così io, Taurean e Al siamo andati a tirare. E qui è arrivato Jo, che già era Jo, quindi pazzo. La prima cosa che ci ha detto è stata: ‘Mi piacete ragazzi, siete il mio tipo, già vi state allenando.’ Da lì in poi siamo stati dei topi da palestra. Per la prima volta ho pensato: ‘Oh, siamo tutti uguali. Amiamo tutti essere sul campo.’“ (Brewer)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Fin da subito ho sentito come se ci conoscessimo e fossimo compagni da anni… è qualcosa che non ho mai provato prima … difficile da spiegare, mi sento come se fosse scattato qualcosa, nel modo giusto, con la giusta competizione.” (Horford)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“La cosa che avevamo in comune era voler giocare. Eravamo tutti competitivi. È scattato questo” (Green)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“La cosa bella è la chimica che si è creata da subito.” (Noah)</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio la volontà di ricercare una chimica di squadra anche in campo porta i quattro freshmen a giocare pickup games lungo tutto il campus, senza mai separarsi o dividere le squadre. Le innumerevoli vittorie ottenute in queste partitelle estive, giocate anche contro i futuri e più esperti compagni, portano Joakim Noah a coniare uno dei soprannomi più fortunati della storia del college basketball: the Oh-Fours, ad indicare sia il numero dei membri di questo piccolo club, sia l’anno di reclutamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante il clima positivo e un roster in grado di conteggiare al proprio interno ben sette futuri giocatori NBA, tuttavia, il torneo del 2005 si chiuse con l’ennesima delusione e la sconfitta al secondo turno contro Villanova.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ferita è apertissima, e riprendere ad allenarsi ad aprile dopo la sconfitta diventa veramente difficile. Proprio in una sessione post-eliminazione di inizio aprile, il gruppo è diviso per la partitella tra i veterani e i soliti Oh-Fours, i quali già dalla fine della stagione regolare avevano iniziato a scalpitare per prendere in mano il futuro della squadra. In un alterco di poco conto per una palla contesa, Corey Brewer e il junior <strong>Matt Walsh</strong>, una delle stelle della squadra, vengono alle mani, venendo divisi dai compagni, che tuttavia sembrano accettare molto di più le ragioni di Brewer che quelle del giocatore alle porte dell’ultimo anno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come riassumerà in maniera molto efficace ESPN alla fine della stagione: <em>“C’è un nuovo sceriffo in città, anzi una nuova cricca.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">La rottura porta Walsh e altri giocatori delle annate più elevate a lasciare il gruppo e dichiararsi per la NBA, con conseguenti nubi che ricominciano ad addensarsi intorno alla squadra e soprattutto a Donovan, ormai fuori dai giri che contano per quanto riguarda le panchine più ambite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stagione regolare, tuttavia, prova una volta per tutte la bontà del cambio al timone: Florida inizia la stagione vincendo 17 partite consecutive sena mai subire più di 80 punti, e chiude la stagione regolare con un roboante 24-6. Archiviata la pratica, si sbarazza al Torneo di avversarie di ottimo livello come Arkansas, South Carolina e Georgetown per accedere alle Final Four dell’RCA Dome di Indianapolis, la città di Norm Sloan, per chi crede nel destino.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="660" height="371" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-4.png" alt="" class="wp-image-69595" style="width:794px;height:auto" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-4.png 660w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-4-300x169.png 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/04/image-4-150x84.png 150w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: USA Today</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La prima partita delle due che possono consegnare il titolo, tuttavia, non vede i pur favoritissimi Gators al centro delle attenzioni mediatiche del paese. Come ricorderà Al Horford, infatti, le speranze erano tutte per la Cenerentola di quella edizione.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Erano tutti a parlare di che splendida storia fosse <strong>George Mason</strong>, cosa sarebbe successo se fossero andati avanti, bisognava celebrarli al meglio. Coach Donovan non disse molto la prima sera, eravamo tutti molto motivati e pronti a uscire e batterli.”</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Billy, silenzioso, ma motivatissimo a diventare il cattivo della storia, riunisce i suoi ragazzi nella hall dell’albergo a poche ore della partita. Nonostante si fosse convertito ormai da tempo a coach più tradizionale, tattico, quasi astruso in certi momenti, decide in quella circostanza di tornare per un momento il venticinquenne relegato al fondo della panchina di Pitino e trovare un momento di empatia coi suoi giocatori. Differentemente da altri discorsi carichi di retorica da <em>underdog</em>, tuttavia, l’allenatore newyorchese guarda negli occhi il suo gruppo e lo lancia alla carica con una delle esclamazioni più brutali, pur nella sua semplicità, di cui chi vi scrive abbia memoria.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Noi stasera rompiamo la scarpetta a Cenerentola.”</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Superato il primo ostacolo, il gioco è fatto, e i Gators, superata anche UCLA, diventano campioni collegiali per la prima volta nella loro storia. Il gruppo, tuttavia, ha un patto segreto che si rivela solo dopo questa importante vittoria: fare la storia e vincere due titoli di fila per la prima volta dopo oltre vent’anni. Tenuto il gruppo unito, quindi, dominano anche la stagione 2006/07, terminata con un altro aggiornamento dell’argenteria ai danni della Ohio State di Greg Oden.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal secondo successo, tuttavia, deriva anche la brusca parabola discendente. I ragazzi del 2004 sono ovviamente tutti in procinto di lasciare la squadra per proseguire con la propria carriera professionistica, e Donovan, ormai da undici anni sulla panchina di Gainesville, non è così convinto di poter ripetere quanto fatto fino a quel momento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un momento di profonda crisi di idee per la programmazione successiva e di voglia di provarsi al piano superiore, decide di quindi di accasarsi agli <strong>Orlando Magic</strong>, che stanno cercando un giovane allenatore per sfruttare al meglio il prime di <strong>Dwight Howard</strong>. Il giorno della firma, tuttavia, si rimangia tutto e prega Foley di riprenderlo, trovando nel suo executive un assenso condizionato: dovrà firmare una no-NBA clause fino al 2013. Gli ultimi anni sono quindi alla soglia della cattività, e hanno come unico vero highlight le Final Four del 2014, ottenute con una squadra che, eccezion fatta per <strong>Dorian Finney-Smith, </strong>non produrrà grandissimi talenti in ambito pro. Nel 2015, dopo diciannove stagioni, Donovan deciderà finalmente per il salto, accasandosi agli <strong>Oklahoma City Thunder </strong>e diventando l’acclamato – e controverso – allenatore che vediamo ancora oggi in NBA.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il suo più grande successo, comunque, rimane quello di aver messo i Florida Gators sulla mappa, ed è una bellissima chiusura del cerchio, quindi, vederlo annunciato nella Hall of Fame proprio nei giorni in cui a Gainesville si sta festeggiando il terzo titolo della storia dell’Università.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Da dove salta fuori Collin Gillespie?</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/collin-gillespie-chi-e-nba-suns/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Murano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Feb 2026 09:54:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[collin gillespie]]></category>
		<category><![CDATA[denver nuggets]]></category>
		<category><![CDATA[devin booker]]></category>
		<category><![CDATA[Dillon brooks]]></category>
		<category><![CDATA[nba]]></category>
		<category><![CDATA[phoenix suns]]></category>
		<category><![CDATA[villanova]]></category>
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					<description><![CDATA[Chi è Collin Gillespie? Quattro flashback e un indizio.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Quattro flashback e un indizio.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="690" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/the-NY-times-1024x690.jpg" alt="Collin  Gillespie Phoenix Suns NBA" class="wp-image-77584" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/the-NY-times-1024x690.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/the-NY-times-300x202.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/the-NY-times-150x101.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/the-NY-times-768x518.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/the-NY-times-1536x1035.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/the-NY-times-1080x728.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/the-NY-times.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: The New York Times</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">C’è, oggi, un giocatore a Phoenix che al giro di boa della stagione si è ritrovato titolare, playmaker dei Suns con un ruolo vero, minuti veri e responsabilità vere, e sta segnando oltre tredici punti a partita con percentuali che per un esterno arrivato dal “sottosopra” non dovrebbero esistere: 44% dal campo, 43% da tre, 85% ai liberi; messi in fila sembrano soltanto numeri, ma raccontano un fatto semplice, cioè che non sta riempiendo il foglio, sta incidendo sul gioco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa è la parte che stona con la trama prevista, perché dopo l’addio di Kevin Durant Phoenix avrebbe dovuto infilarsi in una stagione grigia, una di quelle che scorrono senza lasciare memoria, e invece è rimasta attaccata alla corsa, sta lottando perfino per un posto diretto ai playoff, e ogni sera aggiunge un capitolo che smentisce i bookmakers che a inizio regular season pronosticavano i <a href="https://aroundthegame.com/post/phoenix-suns-scioccato-nba-booker-durant/">Suns</a> a una quota di 30,5 vittorie (sono già a 32 W dopo 55 gare disputate).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da qui la domanda, insistente: da dove diavolo è uscito <strong>Collin Gillespie</strong>?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tentativo di questo pezzo è ripercorrere l’iter tortuoso che lo ha portato alla consacrazione NBA senza ridurlo a una cronologia scolastica, ma passando da quattro flashback scelti per peso e per senso, perché il punto è che non è un’apparizione casuale; gli indizi c’erano, soltanto che per vederli bisogna guardare con attenzione, e nel basket moderno l’attenzione è merce rara.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/burn-city-sports-1024x683.webp" alt="Collin  Gillespie Phoenix Suns NBA" class="wp-image-77585" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/burn-city-sports-1024x683.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/burn-city-sports-300x200.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/burn-city-sports-150x100.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/burn-city-sports-768x512.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/burn-city-sports-1536x1024.webp 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/burn-city-sports-1080x720.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/burn-city-sports.webp 1902w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Burn City Sports</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Flashback 1</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">27 febbraio 2017. The Palestra, finale della Philadelphia Catholic League: Archibishop Woosd contro Neumann-Goretti, un titolo liceale che a Philadelphia vale quasi più del titolo stesso, perché dentro quell’arena si misurano reputazioni e nervi prima ancora che punti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima cosa che si sente non è la folla, è lo scricchiolio del parquet, un suono che non consola nessuno e che invece mette pressione, perché suggerisce che qui ogni passo resta registrato; non si viene a “giocar bene”, si viene a dimostrare di reggere quando la partita gira male e quando le scuse stanno a zero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sugli spalti ci sono ottomila persone e passa, e il campo sembra più piccolo proprio per questo, perché il rumore stringe gli spazi e rende ogni possesso un fatto pubblico; Archbishop Wood va sotto, la partita prende la direzione tipica delle finali, quella in cui l’inerzia diventa un avversario aggiunto, e in mezzo c’è Collin Gillespie, che nel primo tempo non offre alcun appiglio a chi cerca l’eroe in anticipo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È presente, ordinato, controllato, ma non incide, eppure non si scompone, forse perché ha sempre giocato così: passaggi puliti, spacing accorto, scelte che non cercano applausi; d’altra parte, è poco sopra il metro e ottanta, 75 chili bagnato, e non ha nulla di spettacolare da vendere, quindi gli resta ciò che conta davvero, cioè la capacità di non buttare via il pallone.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="682" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/the-black-cager-1024x682.jpg" alt="Collin  Gillespie Phoenix Suns NBA" class="wp-image-77586" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/the-black-cager-1024x682.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/the-black-cager-300x200.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/the-black-cager-150x100.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/the-black-cager-768x512.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/the-black-cager-1080x720.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/the-black-cager.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: The Black Cager</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">All’intervallo i conti sono brutti e i conti, in una finale, diventano subito una mezza sentenza: chi sta reggendo, chi sta cedendo, chi è sparito dal campo; di lui si potrebbe dire la cosa peggiore, non pervenuto, perché nel primo tempo ha segnato due punti, e due punti, lì dentro, suonano come un’etichetta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, nel secondo tempo, succede la sua trasformazione preferita, che non è un’esplosione ma un progressivo aggiustamento: Gillespie non diventa un altro da sé, piuttosto più preciso, e la precisione, quando gli altri iniziano a irrigidirsi, può cambiare le sorti di una partita; segna, fa le letture giuste, serve un compagno nel momento utile, prende un tiro che è nel flusso e mai forzato e, piano piano, sposta l’equilibrio senza teatralità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Wood rientra, pareggia, mette il naso avanti, e dentro il frastuono lui resta in controllo, quasi fastidioso, perché non concede la scena alla tensione, la tiene al guinzaglio; chiude con 24 punti, ma la cifra che racconta tutto è l’altra, 22 nel secondo tempo, cioè quando il gioco si fa più duro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando finisce e Archbishop Wood vince, non c’è un’esplosione emotiva in lui, solo un pacato sollievo: </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Nel secondo tempo sono entrati i tiri che nel primo non volevano entrare. Abbiamo lavorato duro tutto l’anno per questo. Sono senza parole&#8230;</p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Archbishop Wood vs Neumann-Goretti 2017 PCL Championship" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/5bfGqhKJ3vs?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Flashback 2</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">3 marzo 2021. Villanova batte Creighton 72–60 e per una sera tutto sembra in ordine, perché la squadra difende, il tabellone è pulito, la stagione pare reggere su basi solide; poi arriva l’infortunio, l’MCL che si strappa, e la stagione di Gillespie finisce lì, senza torneo NCAA, senza la pagina finale che un senior si immagina di scrivere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La contraddizione è che proprio mentre il corpo gli chiude la porta, la regular season gli consegna uno dei suoi riconoscimenti più pesanti: Big East Co-Player of the Year, insieme a Jeremiah Robinson-Earl e a Sandro Mamukelashvili; è un premio che non ripara nulla, ma certifica un fatto, cioè che fino a quel momento Gillespie era stato abbastanza centrale da meritare la cima, anche se non avrebbe potuto difenderla in campo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capire perché quel 3 marzo faccia così male, bisogna guardare la traiettoria che lo precede, perché Villanova non lo “scopre”, lo costruisce, e lo fa con il metodo di Jay Wright, che chiede controllo dei tempi, delle scelte e dei nervi, e premia chi non perde la testa quando la partita si decide.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img decoding="async" width="800" height="533" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/Philadelphia-INquirer.jpg" alt="Collin  Gillespie Phoenix Suns NBA" class="wp-image-77588" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/Philadelphia-INquirer.jpg 800w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/Philadelphia-INquirer-300x200.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/Philadelphia-INquirer-150x100.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/Philadelphia-INquirer-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: The Philadelphia Inquirer</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2018, da freshman, entra dalla panchina nella squadra che vince il titolo nazionale e gioca minuti piccoli ma veri, quelli che contano perché arrivano quando l’aria pesa e il margine d’errore è risicato; la finale contro Michigan non è il suo palcoscenico, è l’apprendistato che gli insegna a stare dentro la partita senza farla deragliare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da lì il suo ruolo cresce senza salti bruschi: da comprimario diventa titolare, poi riferimento, e lo diventa perché somma le tre cose che rendono un play affidabile a questi livelli, cioè segna nel clutch, passa al compagno ‘più caldo’ e guida quando gli altri iniziano a farsi prendere dall’ansia; fuori dal campo resta quello di sempre: umile, irreprensibile e il miglior compagno che si possa avere in spogliatoio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi la pandemia gli lascia l’eleggibilità extra e lui la prende senza esitazioni, torna per una quinta stagione da super senior e la trasforma nella sua annata più completa: nel 2022 vince il Bob Cousy Award e per la seconda volta il Big East Player of the Year, diventando il primo nella storia di Villanova a riuscirci due volte, e guida i suoi fino alle Final Four dove i Wildcats arrestano la loro corsa contro Kansas nonostante i 19 punti di Gillespie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiude così la sua carriera collegiale: 1.858 punti, dodicesimo miglior marcatore all-time di Villanova, e 156 partite giocate, record di ateneo, che in pratica significa una cosa sola: su Collin ci puoi sempre contare.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Collin Gillespie 2022 NCAA tournament highlights" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/fO1wtLAMED4?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Flashback 3</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">4 agosto 2019, Lima, Perù: Panamericani. Team USA arriva al torneo con il roster più giovane e con un calendario che non perdona, cinque partite in cinque giorni, e la partita per il bronzo contro la Repubblica Dominicana diventa un esame di tenuta più che un evento da incorniciare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli Stati Uniti entrano nel quarto periodo sotto di cinque, abbastanza per sentire la paura ma non abbastanza per arrendersi, e nell’ultimo quarto ribaltano la gara con un parziale 32–18 che mette ordine nella confusione; Gillespie chiude con 25 punti, 19 nel secondo tempo, e soprattutto undici consecutivi nel terzo quarto, una sequenza che non vale soltanto come scoring ma come gestione, perché in quel momento impone ritmo e scelte, e la partita prende la direzione degli americani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Coach Ed Cooley parla di durezza mentale, di un gruppo che reagisce ogni volta che inciampa, e dentro quel discorso c’è già il personaggio di Gillespie, uno che non si esalta, non gingilla troppo, ma puoi giurarci che farà sempre la cosa che serve per vincere la partita. Esce da Lima con il bronzo al collo e la prova provata che quando la pressione sale lui c’è.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/villanova-1024x683.webp" alt="Collin  Gillespie Phoenix Suns NBA" class="wp-image-77590" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/villanova-1024x683.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/villanova-300x200.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/villanova-150x100.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/villanova-768x512.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/villanova-1080x720.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/villanova.webp 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Villanova.com</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Poi però arriva il Draft e nessuno lo chiama: undrafted, che in NBA significa essere considerato una soluzione d’emergenza più che un investimento, e infatti entra nella lega con un contratto two-way coi Nuggets coi quali giocherà molto poco ma abbastanza da procurarsi un brutto infortunio alla gamba. E nonostante a fine anno si toglierà lo sfizio di vincere il titolo NBA – pur da spettatore non pagante – per l’ex Villanova sembra già tutto apparecchiato per traslocare i suoi talenti in Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, Collin non demorde e, ancora una volta non ha timore di scegliere la via più tortuosa per tornare in gioco: riparte dal basso, dalla G League, e lo fa con lo stesso stile: controllo, letture, continuità; Phoenix se ne accorge e lo ingaggia con un altro contratto two-way nel luglio 2024. Che sulla carta pare poco ma, nella pratica, è una porta che resta aperta.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/gillespie-2-1024x576.jpg" alt="Collin  Gillespie Phoenix Suns NBA" class="wp-image-77591" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/gillespie-2-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/gillespie-2-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/gillespie-2-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/gillespie-2-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/gillespie-2-1536x864.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/gillespie-2-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/gillespie-2.jpg 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Flashback</strong> 4</h2>



<p class="wp-block-paragraph">4 marzo 2025, Phoenix: Suns contro Clippers. Phoenix va sotto anche di 23, e quando finisce il terzo quarto il tabellone dice 95–76 per Los Angeles, con Zubac che sta dominando e la partita che sembra bella che andata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È in quel momento che Gillespie entra, a fine terzo, e resta in campo per tutto il quarto periodo, e il senso della scelta è chiaro: non serve qualcuno che faccia scena, serve qualcuno che non sprechi nulla, né un possesso né un secondo; Durant inizia il quarto con un’accelerazione personale e chiude con 19 punti nell’ultima frazione, ma la rimonta non è un monologo, perché per ribaltare una partita del genere servono esecuzione e scelte pulite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gillespie porta esattamente questo, e mentre Phoenix rosicchia lo svantaggio lui produce 10 punti e 3 assist dentro i minuti più densi, quelli in cui una palla persa pesa più di un canestro; i Suns vincono il quarto 43–22, pareggiano, passano avanti e non si voltano più, e con 36,4 secondi sul cronometro arriva la tripla che chiude la porta, non come highlight eroico, ma come gesto di pura coerenza in salsa Gillespie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Phoenix, vincendo 119–117, completa lo sweep stagionale sui Clippers. Ma per coach Budenholzer questo successo è una sorta di Epifania: Collin è un giocatore NBA fatto e finito, un piccoletto che quando entra, capisce il gioco e lo semplifica.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Suns INSANE 4th Qtr Comeback From Down 19 PTS | March 4, 2025" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/NGsumszNev0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<h2 class="wp-block-heading">Today</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Questi quattro flashback servono a capire dove cambia la sua traiettoria, perché la consacrazione NBA non nasce per caso e non arriva in un lampo: è una somma di prove, di ritorni, di stagioni spezzate e ricostruite, a partire da un ragazzo nato a Philadelphia il 25 giugno 1999 che ha imparato presto a trattare ogni possesso con fosse l’ultimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi Collin Gillespie è un pezzo di struttura nello starting five di coach Jordan Ott, è diventato necessario per equilibrio e letture, e sta giocando il miglior basket della sua carriera proprio adesso, nel punto in cui l’NBA di solito chiede certezze e punisce le illusioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A dicembre 2025 ha firmato il career-high con 28 punti contro i Lakers e una settimana fa ha seganto 30 punti con 10 assist nella vittoria a Portland cambiando la narrazione attorno a lui e confermando che non è soltanto un play ordinato e affidabile, ma uno che sa anche colpire quando la partita lo richiede, restando però identico nel modo, senza compiacimenti e senza pose, con la stessa ossessione di sempre per la scelta giusta. In difesa, poi, è tostissimo il che lo proietta tra i migliori giocatori in NBA in grado di fare la differenza in entrambe le metà campo.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="The Suns Accidentally Found An NBA Player" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/4TBAcIvsM7I?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Gillespie non sta semplicemente macinando minuti, si sta costruendo un &nbsp;futuro: 26 volte titolare nelle prime 45 partite e una grande intesa con la stella della squadra, Devin Booker e la <a href="https://x.com/NBAonNBC/status/1995734146883178974?s=20" rel="nofollow">fiducia incondizionata del cagnaccio Dillon Brooks</a>. È altresì vero che questa continuità stia creando a Phoenix il tipo di problema che tutte le squadre vorrebbero, perché il giocatore two-way che doveva tappare un buco è diventato tassello fondamentale del progetto Suns. E allora qui, a breve, entreranno in scena diritti, regole, contratti, con gli early Bird rights che aprono la strada a un accordo lungo e pesante, anche se il mercato resta un’asta e le aste non hanno mai un finale già scritto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La verità è che Gillespie, detta male, sembra too small e raccontato bene sembra merce rara, perché il suo è un talento adulto: non è “guarda cosa so fare”, è “guarda cosa non sbaglio”, ed è per questo che quei flashback contano, perché se vuoi sapere da dove è uscito la risposta non è “dal nulla”. Lo avevamo tutto sotto agli occhi: al The Palestra nel 2017; A Lima nel 2019; nel marzo 2025 contro i Clippers. E in qualche modo ci siamo girati tutti dall’altra parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora però non possiamo più far finta di niente. Oggi Collin Gillespie, maglia Suns numero 12, non è più una sorpresa per nessuno ma un indizio che ha smesso di essere tale. Una traiettoria che si è finalmente chiusa senza clamore e che, proprio per questo, fa più rumore.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="512" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/Phoenix-Suns-1024x512.jpg" alt="Collin  Gillespie Phoenix Suns NBA" class="wp-image-77594" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/Phoenix-Suns-1024x512.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/Phoenix-Suns-300x150.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/Phoenix-Suns-150x75.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/Phoenix-Suns-768x384.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/Phoenix-Suns-1536x768.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/Phoenix-Suns-1080x540.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/Phoenix-Suns-1280x640.jpg 1280w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/Phoenix-Suns.jpg 1650w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Sportingpedia</figcaption></figure>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<div style="height:25px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi preferisse vederci e ascoltarci anziché leggerci, ricordiamo che potete trovarci sui canali<strong> Twitch (clicca&nbsp;<a href="https://www.twitch.tv/videos/2641007209" target="_blank" rel="noreferrer noopener nofollow">QUI</a>) e YouTube (clicca&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/watch?v=htMbQ_2BgJo&amp;t=4s" target="_blank" rel="noreferrer noopener nofollow">QUI</a>) </strong>di Around the Game con tante rubriche settimanali e bisettimanali. Per chi volesse seguire il <strong>nostro podcast,&nbsp;<em>The Weak Side</em></strong>, l&#8217;appuntamento è invece ogni <strong>giovedì pomeriggio per la registrazione live</strong>, con un&#8217;uscita prevista il <strong>venerdì mattina su Spotify e Apple Podcasts</strong>.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Dalla Florida alla Florida: il cammino di Makayla Timpson</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/makayla-timpson-wnba-indiana-fever/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Caccianiga]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jan 2026 10:21:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[basket femminile]]></category>
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		<category><![CDATA[euroleague]]></category>
		<category><![CDATA[florida state]]></category>
		<category><![CDATA[indiana fever]]></category>
		<category><![CDATA[makayla timpson]]></category>
		<category><![CDATA[USK Praha]]></category>
		<category><![CDATA[wnba]]></category>
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					<description><![CDATA[Un'intervista con Makayla Timpson, una giovane giocatrice alla ricerca del rimbalzo perfetto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Un&#8217;intervista con Makayla Timpson, una giovane giocatrice alla ricerca del rimbalzo perfetto.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/GettyImages-2212472421-1024x576.jpg" alt="Makayla Timpson, Indiana Fever.
" class="wp-image-77529" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/GettyImages-2212472421-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/GettyImages-2212472421-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/GettyImages-2212472421-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/GettyImages-2212472421-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/GettyImages-2212472421-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/GettyImages-2212472421.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Makayla Timpson, Indiana Fever.<br></em>FOTO: fever.wnba.com</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Sono arrivato a Praga in un mattino gelido di inizio dicembre. Mentre il centro era invaso da turisti da ogni angolo del mondo, io cercavo di risalire faticosamente, sotto un cielo plumbeo, la collinetta dove si trova l’arena dell’USK Praha, appena dietro lo stadio dello Sparta.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo Sparta Praga è nettamente la società sportiva più famosa della città, con uno store dedicato nell’aeroporto internazionale. Ma non è la più vincente a livello internazionale. L’<strong>USK Praha</strong> è <a href="https://www.youtube.com/watch?v=VnnFIQWX_Z4" rel="nofollow noopener" target="_blank">campionessa d’Europa</a> in carica, è fresca vincitrice della Supercoppa Europea contro il Villeneuve, e domina incontrastata il campionato nazionale da anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ero qui per intervistare <strong>Makayla Timpson</strong>, rookie delle <strong>Indiana Fever</strong> proveniente dal college di <strong>Florida State</strong> e arrivata in Repubblica Ceca durante l’offseason americana. Ironicamente, quello sarebbe stato già il suo ultimo match in Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rimango sempre affascinato da come molte giocatrici della <strong>WNBA</strong> riescano a trascorrere sei mesi all’anno negli Stati Uniti e gli altri sei in un paese a diverse ore di fuso orario di distanza, senza quasi mai fermarsi.&nbsp; Nel caso di Timpson, però, siamo di fronte a un ulteriore salto di qualità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Timpson ha chiuso la sua carriera al college in Florida a marzo, sconfitta dalle <strong>LSU Tigers</strong> di Kim Mulkey e Flau’jae Johnson al secondo turno della March Madness. Ad aprile è stata selezionata dalle Indiana Fever con la 19esima scelta al WNBA draft. A fine settembre ha concluso la sua prima stagione professionistica con un finale thrilling: la sconfitta in Gara 5 di semifinale all’overtime contro le Las Vegas Aces di A’Ja Wilson, al termine di una stagione piena di disgrazie e colpi di scena. Poco dopo, ha preso l’aereo per Praga, dove ha avuto inizio la sua prima avventura fuori dagli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il 7 dicembre, quando l’ho incontrata, ha salutato le sue compagne per tornare negli Stati Uniti, a Miami, dove stava per iniziare la seconda stagione di Unrivaled.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="LSU vs. Florida State - Second round NCAA tournament extended highlights" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/xUETGC1S8M8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption class="wp-element-caption"><em>L&#8217;ultima partita di Makayla Timpson nella sua carriera universitaria.</em></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Tallahassee, Indianapolis, Praga, Miami in meno di un anno. Una March Madness, una Commissioner’s Cup in bacheca, l’EuroLeague. Solo a metterlo per iscritto, il 2025 di Makayla Timpson, mi è venuto il mal di mare. Per questo ero curioso di incontrarla e di sapere da lei &#8211; una donna di 23 anni appena compiuti nata e cresciuta a Edison, un paesino della Georgia di poco più di mille anime &#8211; com’è stato affrontare tutto questo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ho trovata in grande forma: MVP del match contro Sokol, con 15 punti, 15 rimbalzi di cui 10 offensivi, tre stoppate e due assist. E un saluto commosso alle compagne di squadra.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">In her last game as a Praha player before getting back to the US and preparing for <a href="https://twitter.com/Unrivaledwbb?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">@Unrivaledwbb</a>, Makayla Timpson left her mark <br><br>First double-double in her pro career 💥 <a href="https://t.co/70hgMsCVoA">pic.twitter.com/70hgMsCVoA</a></p>&mdash; Euro Women’s Hoops (@euwhoops) <a href="https://twitter.com/euwhoops/status/1997439593050771837?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">December 6, 2025</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Pur avendo già stima di lei, dopo averla vista guadagnarsi minuti importanti nella sua prima stagione in W, non mi aspettavo una prestazione così autorevole. Timpson, in questi mesi autunnali, ha giocato in un’eccellenza del basket femminile europeo. Tra le sue compagne di squadra c’è <strong>Bridget Carleton</strong>, punto fermo delle Minnesota Lynx dal 2019; <strong>Pauline Astier</strong>, giovane point guard che sta già puntando a scalare le gerarchie di una nazionale, quella francese, già stracolma di talento, e pronta ad approdare nel campionato americano; <strong>Janelle Salaün</strong> e <strong>Kaitlyn Chen</strong>, due rookie protagoniste della scorsa stagione delle Golden State Valkyries; <strong>Valeriane Ayayi</strong>, e molte altre ancora.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come Chen, tornata negli States per partecipare alla nuova stagione di Athletes Unlimited, anche Timpson ha dovuto lasciare l’Europa dopo pochi mesi, ma con la consapevolezza di aver centrato un obiettivo personale e di aver riempito il proprio bagaglio di esperienze preziose.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>«Ricordo quando, al college, ci fecero scrivere i nostri obiettivi a breve e lungo termine»</em> racconta <em>KK</em> dopo la vittoria contro Sokol. <em>«Come obiettivi a lungo termine scrissi: giocare in WNBA e giocare oltreoceano. Averli già raggiunti nel mio primo anno, e aver avuto un impatto in entrambe le realtà, mi dà una grande emozione e una spinta enorme a continuare a migliorare»</em>.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>«Ho vissuto tutto questo senza soffermarmi troppo a pensare &#8211; non c’era nemmeno il tempo per farlo. Sono grata di tutte le opportunità che ho avuto. Tutte. Sono veramente felice della mia carriera al college, e dal momento del mio addio alla Florida ho avuto molte occasioni per dimostrare il mio valore. Mi sono sempre allenata, ho sempre avuto fiducia nel mio gioco, e mi sono sempre fatta trovare pronta.»</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">«<em>Thankful</em>». Grata. È la parola che ripete più spesso, durante la nostra conversazione. A 23 anni, Timpson ha già vissuto diverse vite. Ogni tanto devo ricordarmi che per gli atleti e le atlete americane, a 22-23 anni, si conclude un grande capitolo del loro percorso sportivo. E, per la maggior parte, il percorso si chiude lì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il college è un elemento centrale dello sport negli Stati Uniti, ma nello sport femminile è ancor più importante. Le occasioni, per una sportiva, sono inferiori a quelle che hanno gli uomini, che possono contare su leghe professionistiche ricche di squadre con roster e stipendi abbondanti. Nella pallacanestro, le giocatrici hanno la possibilità di dichiararsi per il WNBA Draft: le pick totali sono 45 &#8211; tre per ogni team, con la consapevolezza che ogni squadra deciderà di tenerne due, quando va bene, e quando va male nemmeno una. Altrimenti ci sono due strade: preparare la valigia e tenerla sempre pronta per girare il mondo come trottole, o dire addio alla palla a spicchi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Timpson, terminata la sua carriera a Tallahassee, ha atteso pazientemente una chiamata da una squadra di WNBA. Il Draft, tranne che per poche elette, è insieme un terno al lotto e un allineamento di pianeti. Già <strong>Jazmon Gwathmey</strong>, ex giocatrice che ora ha cominciato la sua nuova vita da coach come assistente di Cinzia Zanotti al Geas, <a href="https://aroundthegame.com/post/una-carriera-con-la-valigia-in-mano-laddio-al-basket-di-jazmon-gwathmey/">ci ha raccontato</a> che scoprì di essere stata scelta mentre cenava con le compagne di college, guardando la televisione. Nel caso di KK, il merito va alla dirigenza delle Indiana Fever, capace di fare di necessità virtù.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo aver vinto due lotterie consecutivamente, le Fever sono riuscite a tornare ai Playoffs dopo otto anni, e dopo aver deciso di scambiare la loro prima scelta (l’ottava assoluta), sono scalate al diciannovesimo posto. Da queste posizioni, in genere, è difficile pescare diamanti. Ma con Timpson hanno trovato ciò che cercavano: una post player abile nella fase difensiva e capace di darsi il cambio con <strong>Natasha Howard</strong>, la veterana tornata a Indiana nell’ultima parte della sua carriera. Il caso vuole che anche Howard provenga da Florida State, e che il loro gioco sia incredibilmente simile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Complice un mercato aggressivo e mirato a scalare rapidamente la classifica &#8211; <strong>DeWanna Bonner</strong>, <strong>Sophie Cunningham</strong>, la stessa Natasha Howard, <strong>Sydney Colson</strong>, <strong>Brianna Turner</strong> -, Timpson è partita piuttosto indietro nelle gerarchie. Ma la stagione delle Indiana Fever ha preso pieghe imprevedibili. L’abbandono improvviso di Bonner, il primo stop di Caitlin Clark che ha innescato una interminabile catena di infortuni, le vittorie esaltanti seguite da crolli rovinosi: tutto questo ha portato la giovane Timpson a bruciare le tappe, e a rendersi subito disponibile. E la rookie ha risposto presente.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla sua prima stagione tra le professioniste ha giocato 31 partite, con 7 minuti di media. Non numeri appariscenti, ma un contributo concreto soprattutto in difesa e nella protezione del ferro, interpretando con intelligenza il ruolo e concedendo minuti preziosi a Howard e Damiris Dantas.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>«La stagione alle Fever è stata dura, soprattutto quando hanno cominciato a infortunarsi alcune giocatrici chiave. Ma la nostra forza è stata il gruppo: siamo rimaste sempre unite. Dentro e fuori dal campo, ci siamo sempre date una mano. È per questo che, nonostante tutte le avversità, siamo riuscite a ottenere degli ottimi risultati. Ogni volta che arrivava una brutta notizia, a ogni infortunio subito, ci rialzavamo. Grazie anche al supporto dello staff, siamo riuscite a rimanere a galla. Ho imparato tanto nella passata stagione, e devo dire grazie a tutto il gruppo.»</em></p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Indiana Fever vs. Chicago Sky | FULL GAME HIGHLIGHTS | July 27, 2025" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/zl6nGleHjSk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption class="wp-element-caption"><em>La migliore partita di Makayla Timpson nella sua stagione da rookie in WNBA: 14 punti, 4 rimbalzi e 3 palle rubate contro le Chicago Sky.</em></figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Dicono di lei</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Timpson ha lasciato subito il segno nelle Fever, a partire dal lavoro di tutti i giorni in allenamento. Per <strong>Kelsey Mitchell</strong> &#8211; tre volte WNBA All-Star, e parte del quintetto ideale del 2025, alla sua ottava stagione a Indianapolis &#8211; è <em>«una delle migliori rookie che abbia mai avuto in squadra. Una professionista esemplare. Quando hai un buon clima nello spogliatoio, è importante inserire le persone giuste. E lei lo è. Mi è stata accanto quando ne avevo più bisogno, e questo dice tutto di lei»</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per la coach <strong>Stephanie White</strong>, tornata nel 2025 in Indiana dopo aver allenato le Connecticut Sun, la sua presenza è stata molto preziosa, a fronte di tutte le difficoltà affrontate in stagione. <em>«Si è sempre fatta trovare pronta, senza mai lamentarsi. Per una post player il salto dal college alle professioniste è particolarmente arduo, ma lei si è guadagnata il suo spazio. La sua versatilità ci è molto utile, soprattutto in fase difensiva, e ci permette di giocare in modo diverso rispetto a quando schieriamo Dantas o Howard»</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>«Sono davvero orgogliosa di Makayla»</em> ha detto di lei <strong>Caitlin Clark</strong>. <em>«Lavora duramente ogni singolo giorno ed è una grande compagna di squadra. Ogni volta che viene chiamata sul parquet dà il massimo, e sono certa che continuerà a migliorare»</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapporto con Clark è stato buono fin da subito. La guardia di West Des Moines, Iowa, ha cambiato per sempre la traiettoria delle Fever e della lega stessa, portando con sé migliaia di nuove fan e catapultando la piccola franchigia sotto i riflettori: nel 2025 è stata la squadra con il maggior numero di partite trasmesse sulla tv nazionale degli Stati Uniti (41 su 44, in regular season; Lakers, Warriors, Thunder e Knicks sono arrivati a 34). Ero curioso di sapere come deve essere stato per Timpson approcciarsi a lei e a tutte le narrazioni che si porta dietro.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>«La prima cosa che ho notato, e che mi ha più colpito di lei, è quanto faccia ridere. È simpaticissima. Ha una personalità molto divertente, ci siamo trovate subito in sintonia. La ammiro molto, è una grande compagna di squadra. So tutto quello che affronta, quello che viene detto di lei sui social media, ma ha una forza mentale incredibile. E in campo è una giocatrice eccezionale. Quello che ha fatto nella sua prima stagione in WNBA è straordinario, lo sport femminile deve tanto a lei. Sono davvero fiera di giocare con lei, spero ancora a lungo.»</em></p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-reddit wp-block-embed-reddit"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="reddit-embed-bq" style="height:500px" ><a href="https://www.reddit.com/r/CaitlinClark/comments/1k7pc7q/caitlin_clark_with_makayla_timpson/" target="_blank" rel="noopener">Caitlin Clark with Makayla Timpson</a><br> by<a href=""></a> in<a href="https://www.reddit.com/r/CaitlinClark/" target="_blank" rel="noopener">CaitlinClark</a></blockquote><script async src="https://embed.reddit.com/widgets.js" charset="UTF-8"></script>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Già, perché qui si apre un tema molto spinoso. Timpson mi ha ribadito più volte il desiderio di tornare a giocare con le Fever, e la franchigia punta su di lei. Ma resta un grande punto interrogativo: nel 2026 ci sarà una stagione di WNBA?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei primi di novembre del 2025 abbiamo pubblicato <a href="https://aroundthegame.com/post/giocatrici-contro-lega-futuro-wnba-a-rischio/">un articolo</a> per fare il punto sulle trattative tra giocatrici e lega per rinnovare il CBA, il contratto collettivo che regola i rapporti tra le parti.&nbsp; A oggi, non è cambiato nulla.&nbsp;Le parti sono ancora distanti e i nervi piuttosto tesi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho provato a chiedere a Timpson la sua idea sulla vicenda, e sulla possibilità di arrivare a un accordo. Mi ha risposto in maniera diplomatica, con molta cautela, consapevole che si tratti di un tema molto spigoloso, e che con una mezza frase fuori posto si rischierebbe di rovinare quei pochi passi avanti fatti.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>«Il mio desiderio, come quello di tutte noi, è tornare a giocare. Al momento, però, nessuna di noi sa cosa succederà. Ci sono delle trattative in corso, abbiamo fatto delle proposte, ne abbiamo ricevute, ma non siamo ancora riuscite a trovare un terreno comune. Spero davvero che riusciremo a trovare un accordo, perché voglio tornare a giocare in W.»</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Ma potrebbe esserci finalmente un lieto fine. La lega <a href="https://www.wnba.com/news/2026-regular-season-key-dates" target="_blank" rel="noopener">ha pubblicato</a> il calendario ufficiale della stagione 2026, che sarebbe la trentesima dalla sua fondazione. L&#8217;accordo per il nuovo CBA non è ancora stato trovato, ma questo sembra essere un segnale importante in tal senso. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Breanna Stewart spoke on the current climate of the WNBA CBA negotiations.<br><br>The leagues current CBA expired on Jan. 9 🫠 <a href="https://t.co/XExs4We5WU">pic.twitter.com/XExs4We5WU</a></p>&mdash; Ball Don’t Lie (@Balldontlie) <a href="https://twitter.com/Balldontlie/status/2013994409835061380?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">January 21, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Un altro segnale importante.</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Al momento molte giocatrici, comprese tre vicepresidenti del WNBPA, il sindacato delle cestiste, sono impegnate nella seconda stagione di Unrivaled, il campionato invernale di 3&#215;3 fondato da due giocatrici, <strong>Napheesa Collier</strong> e <strong>Breanna Stewart</strong>. Non è un concorrente della WNBA, dal momento che si svolge nei mesi di pausa della lega, ma la sua fondazione è dovuta in parte al conflitto tra WNBA e giocatrici. La lega rende da sempre difficile la vita alle atlete che decidono di giocare oltreoceano nei lunghi mesi di offseason; una necessità, più che uno sfizio, considerato che gli stipendi della WNBA, a partire dai più alti, sono piuttosto esigui.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Miami, sede di Unrivaled, c’è anche Timpson. Attualmente non fa parte di nessuna delle otto squadre del campionato, ma è nel cosiddetto <em>development pool</em>, ovvero le riserve pronte a subentrare in caso di infortuni. <em>«Sono molto contenta di vivere anche questa esperienza»</em> dice Timpson. <em>«Ovviamente non auguro a nessuna di farsi male, ma mi alleno e aspetto pazientemente il mio turno, se mai dovesse arrivare. Sono felice già solo di potermi allenare con tutte le grandi giocatrici della lega, credo che potrò imparare moltissimo. Voglio sfruttare anche questa opportunità che mi è concessa per poter crescere ancora»</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista tecnico, la possibilità di giocare in quattro campionati completamente diversi tra loro &#8211; in meno di dodici mesi &#8211; offre uno sguardo privilegiato sulle differenze di gioco. <em>«Il passaggio dal college alla W è stato sicuramente tosto»</em>, ammette. <em>«Il gioco è molto più veloce, e noi, a Florida State, giocavamo già a ritmi alti. E c’è molta più attenzione ai dettagli. Bisogna stare attente a ogni singolo movimento, anche e soprattutto senza palla. C’è sempre qualcuna che si muove»</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi, ovviamente, c’è la fisicità. Una delle differenze sottolineate da tutte le giocatrici che fanno il salto nel professionismo. <em>«È un altro aspetto su cui ci si deve abituare in fretta. Le giocatrici sono molto più esperte; ti capita di giocare contro atlete con tre, cinque, otto, o dieci anni in più di esperienza»</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La grande fisicità è un fattore anche in Europa. Timpson ha avuto la possibilità di sperimentare, oltre al campionato ceco, due partite di EuroLeague, la maggiore competizione continentale. <em>«Anche qui il gioco è molto fisico. Ci sono molte spinte, e gli arbitri non fischiano ogni contatto; bisogna imparare a saper incassare e continuare a giocare»</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>«Quello che mi porto a casa da questa esperienza»</em>, dice Timpson, riflettendo sui suoi mesi praghesi, <em>«sono tutte quelle piccole cose che il coach e le compagne hanno richiesto da me. Qui ho avuto più responsabilità. Dovevo essere sempre pronta a passare a marcare le guardie, e a muovermi molto rapidamente. Ne esco con una consapevolezza maggiore sulle mie doti difensive: ora mi sento pronta a marcare chiunque sul parquet»</em>.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>«È cresciuta anche la fiducia in me stessa. Qui, in attacco le compagne mi cercavano, si aspettavano che segnassi. In questo mi ha ricordato il college. Ho imparato a essere più aggressiva in campo, a lottare su ogni rimbalzo. A continuare a migliorare come giocatrice a tutto tondo. Credo di essere migliorata e di poter tornare alle Fever più completa.»</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">E ora, Unrivaled. La stagione è già cominciata, con le Laces di Jackie Young e Alyssa Thomas in testa con quattro vittorie in cinque partite. Il format 3&#215;3 e il campo ristretto lo rendono ovviamente diverso dal tradizionale 5&#215;5. Una delle caratteristiche principali, come spiegato da Sue Bird &#8211; peraltro investitrice di Unrivaled &#8211; nel suo podcast <a href="https://www.youtube.com/watch?v=lD-SGbtwMRQ" rel="nofollow noopener" target="_blank">Bird’s Eye View</a>, è che <em>«non ti puoi nascondere. In ogni azione, offensiva e difensiva, devi partecipare attivamente. Il rischio è esporsi a delle figuracce. Non ci si può nascondere in un angolo e sperare che le compagne facciano da sé»</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sempre secondo Bird, il 3&#215;3 favorisce le giocatrici più duttili, quelle che riescono a fare più cose. Come le post player che sanno tenere la palla e chiamare gli schemi, si veda Aliyah Boston, o che sanno tirare da tre come Azurá Stevens; <em>«coltellini svizzeri»</em> capaci di rendersi utili in ogni zona del campo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo senso, credo che Timpson potrà essere una giocatrice importante in Unrivaled. Se arriverà l’occasione, sono certo che saprà coglierla — come ha sempre fatto. E che continuerà a migliorare e fare tesoro di tutte le opportunità che le verranno offerte.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>From Florida to Florida: Makayla Timpson’s Relentless Path to Greatness</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/florida-euroleague-makayla-timpson-wnba/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Caccianiga]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jan 2026 07:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[basket femminile]]></category>
		<category><![CDATA[caitlin clark]]></category>
		<category><![CDATA[cba]]></category>
		<category><![CDATA[indiana fever]]></category>
		<category><![CDATA[makayla timpson]]></category>
		<category><![CDATA[wnba]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://aroundthegame.com/?p=77481</guid>

					<description><![CDATA[A conversation with a young basketball player with her eyes on the world: Makayla Timpson.
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"><strong>A conversation with a young basketball player with her eyes on the world</strong></h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/GettyImages-2212472421-1024x576.jpg" alt="Makayla Timpson, Indiana Fever." class="wp-image-77529" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/GettyImages-2212472421-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/GettyImages-2212472421-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/GettyImages-2212472421-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/GettyImages-2212472421-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/GettyImages-2212472421-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2026/01/GettyImages-2212472421.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Makayla Timpson, Indiana Fever.<br></em>PHOTO: fever.wnba.com</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">I arrived in Prague on a freezing December morning. The city center was packed with tourists from every corner of the world. I was walking uphill under a leaden sky, trying to find the <strong>USK Praha</strong> arena—just behind Sparta football stadium.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sparta Prague is the city’s most famous sports club, with its own store at the airport. But it isn’t the most successful internationally. That honor belongs to USK Praha, reigning <a href="https://www.youtube.com/watch?v=VnnFIQWX_Z4" target="_blank" rel="noopener">European champions</a>, fresh off a victory in the European Super Cup against Villeneuve, and undisputed rulers of the national league for years.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I was there to meet <strong>Makayla Timpson</strong>, a rookie with the <strong>Indiana Fever</strong>, fresh from <strong>Florida State</strong> and just arriving in the Czech Republic for her offseason. And, as it turned out, this would already be her final game in Europe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I’ve always been fascinated by how WNBA players—most of them—manage to spend six months a year in the U.S., then jet off halfway around the world for another six, rarely stopping.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Timpson’s story, though, is a level above.</p>



<p class="wp-block-paragraph">She finished her college career in Florida in March, knocked out by <a href="https://www.youtube.com/watch?v=xUETGC1S8M8" rel="nofollow noopener" target="_blank">Kim Mulkey’s <strong>LSU Tigers</strong></a> in the second round of March Madness. In April, she was drafted 19th overall by the Indiana Fever. By the end of September, her rookie season ended in a heart-stopping overtime loss to the <strong>Las Vegas Aces </strong>in Game 5 of the WNBA semifinals—a season full of ups, downs, and plot twists. Then she flew to Prague to start her first adventure outside the States. On December 7, when I met her, she was saying goodbye to her teammates, heading to Miami to start the second season of <em><strong>Unrivaled</strong></em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tallahassee. Indianapolis. Prague. Miami. All in less than a year.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">March Madness. A Commissioner’s Cup win. EuroLeague.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Just writing it down gives me a mild headache. So I was eager to meet her, to hear from her—23 years old, born and raised in Edison, Georgia, a town barely a thousand strong—how she navigated all of it.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I found her in peak form: MVP against Sokol, 15 points, 15 rebounds (10 offensive), three blocks, two assists. A quiet, emotional farewell to her teammates.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">In her last game as a Praha player before getting back to the US and preparing for <a href="https://twitter.com/Unrivaledwbb?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">@Unrivaledwbb</a>, Makayla Timpson left her mark <br><br>First double-double in her pro career 💥 <a href="https://t.co/70hgMsCVoA">pic.twitter.com/70hgMsCVoA</a></p>&mdash; Euro Women’s Hoops (@euwhoops) <a href="https://twitter.com/euwhoops/status/1997439593050771837?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">December 6, 2025</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Even though I’d admired her during her rookie season in the WNBA, this was on another level. In the fall months, she was competing at the pinnacle of European women’s basketball. Her teammates included <strong>Bridget Carleton</strong>, a Minnesota Lynx cornerstone since 2019; <strong>Pauline Astier</strong>, a young French point guard already climbing her national team’s depth chart; <strong>Janelle Salaün</strong> and <strong>Kaitlyn Chen</strong>, rookies from the Golden State Valkyries; <strong>Valeriane Ayayi</strong>, and several more.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Like Chen, who returned stateside for Athletes Unlimited, Timpson left Europe after a few months, but with a sense of accomplishment and a backpack full of invaluable experiences.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“I remember in college we had to write down our short- and long-term goals,&#8221; <em>KK</em> told me after the win over Sokol. &#8220;For long-term, I wrote: play in the WNBA, and play overseas. To have already done both in my first year, and made an impact in each, it’s incredibly exciting. I mean, it&#8217;s incredible. I just want to keep playing in both places and be able to experience as much as I can.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;I’m mostly going with the flow. I’ve been living all this without much time to reflect—there wasn’t any. I’m thankful for every opportunity I’ve had. Every single one. My college career was great, and since leaving Florida, I’ve had so many chances to prove myself. I’ve always trained hard, trusted my game, and been ready when called upon.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Thankful.</em> That’s the word she keeps repeating. At 23, she’s already lived multiple lives. I sometimes have to remind myself: for American athletes, a large part of their careers can be over by 22 or 23. And for most, that’s it.</p>



<p class="wp-block-paragraph">College is central to sports in the U.S., but even more so for women. Opportunities are fewer than for men, who have richer professional leagues, more teams, deeper rosters, and higher pay. In basketball, women can enter the WNBA draft—45 picks total, three per team. Usually, only two make the roster, sometimes none. Otherwise, there are two options: keep your bags packed and spin around the world, living out of a suitcase, or leave the game behind.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Timpson waited patiently for that WNBA call. For most, the draft is equal parts lottery, luck, and celestial alignment. Jazmon Gwathmey—former Indiana Fever player, now on the coaching staff at Geas alongside Cinzia Zanotti, in Italy— <a href="https://aroundthegame.com/post/living-out-of-a-suitcase-jazmon-gwathmeys-final-buzzer/">once told me</a> she discovered her draft night pick while having dinner with her college teammates — watching TV.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-wp-embed is-provider-around-the-game wp-block-embed-around-the-game"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="dQLA4lLJ3t"><a href="https://aroundthegame.com/post/living-out-of-a-suitcase-jazmon-gwathmeys-final-buzzer/">Living Out of a Suitcase: Jazmon Gwathmey’s Final Buzzer</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Living Out of a Suitcase: Jazmon Gwathmey’s Final Buzzer&#8221; &#8212; Around the Game" src="https://aroundthegame.com/post/living-out-of-a-suitcase-jazmon-gwathmeys-final-buzzer/embed/#?secret=yChQidHGeN#?secret=dQLA4lLJ3t" data-secret="dQLA4lLJ3t" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">In Timpson’s case, it was the Indiana Fever who made necessity into opportunity.</p>



<p class="wp-block-paragraph">After winning two lottery picks in a row, the Fever returned to the playoffs after eight years. They traded their first pick (eighth overall) to climb to the 19th spot. Usually, you don’t find diamonds there. But they found <em>KK</em>: a defensively savvy post player, able to rotate with veteran Natasha Howard. Coincidentally, Howard is also from Florida State, and their games are strikingly similar.</p>



<p class="wp-block-paragraph">With an aggressive market strategy and the addition of new players (Natasha Howard, Sophie Cunningham, DeWanna Bonner, Sydney Colson, Brianna Turner), Timpson started low in the rotation. But the season quickly became unpredictable. Bonner’s sudden departure, Clark’s first injury triggering a cascade of absences, euphoric wins followed by crushing losses—it all forced Timpson to accelerate her growth. And she answered the call.</p>



<p class="wp-block-paragraph">31 games, 7 minutes per contest. Not flashy stats, but a meaningful contribution on defense and in protecting the rim, allowing Howard and Dantas breathing room.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;It was a tough season,&#8221; she told me. &#8220;Especially when our key players started getting injured. But <strong>our strength was the team</strong>. <strong>We stayed connected</strong>. We loved each other, on and off the court, and we had each other’s back. When adversity came, we climbed right over it. Every bad moment, every injury, we got back up. The coaches just kept telling us to keep believing and keep fighting. I learned so much, and I owe it all to the team”</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Indiana Fever vs. Chicago Sky | FULL GAME HIGHLIGHTS | July 27, 2025" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/zl6nGleHjSk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption class="wp-element-caption"><em>Timpson’s highest-scoring WNBA game: 14 points, 4 rebounds, 3 steals vs. Chicago Sky.</em></figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Voices from the team</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Kelsey Mitchell</strong>, three-time All-Star, 2025 All-WNBA First Team, eight seasons in Indiana, <a href="https://eu.indystar.com/story/sports/basketball/wnba/fever/2025/09/17/makayla-timpson-impacts-indiana-fever-small-town-roots-where-from-kk-edison-georgia-mentor-howard/86168148007/" target="_blank" rel="noopener">said about <em>KK</em></a>: “<strong>She’s one of the best rookies I think I&#8217;ve ever come across of</strong>. I say she’s like the ultimate pro, shows up, no problems. And I think when you have locker room culture happening, you need great people to make it greater. And I think we got a good addition here.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Coach <strong>Stephanie White</strong>: &#8220;She&#8217;s really done a great job of staying ready … One of the benefits of having a deep team is that if you don&#8217;t have it one night, somebody else does. One of the challenges of having a deep team is that people deserve to play, but they don&#8217;t always get to play. And <em>KK</em> has been ready, and she continues to get better.”&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Caitlin Clark</strong>: &#8220;She’s going to be a great asset for us as we go forward here. <strong>I’m just really proud of her</strong>. She comes in every single day, works as hard as she can and&nbsp;is a great teammate. When her number has been called, she’s really produced, so it’s really awesome to see the ways she’s playing&nbsp;and&nbsp;I know she’ll keep it up moving forward.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Her relationship with Clark was easy from the start. Clark changed the trajectory of the Fever and the league, drawing fans and attention. In 2025, the Fever had the most nationally televised games in the U.S.—41 out of 44. I asked Timpson what it was like playing alongside that kind of spotlight.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“The first thing that stood out about her is her personality. She’s funny. Like, really funny. And she’s a great teammate.”&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">“I couldn’t imagine going through the stuff she goes through, but she stays strong. She came into the W, she had a great year, and was able to make the W what it is right now.”&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">“She’s a great player, and just seeing her grow and us growing together as teammates, making each other better, pushing each other, it&#8217;s going to be great. I love her, how she fights, the things that she&#8217;s able to control and that she doesn&#8217;t show. She’s just strong, strong player, strong minded. Hopefully we can just continue to play with each other.”</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-reddit wp-block-embed-reddit"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="reddit-embed-bq" style="height:500px" ><a href="https://www.reddit.com/r/CaitlinClark/comments/1k7pc7q/caitlin_clark_with_makayla_timpson/" target="_blank" rel="noopener">Caitlin Clark with Makayla Timpson</a><br> by<a href=""></a> in<a href="https://www.reddit.com/r/CaitlinClark/" target="_blank" rel="noopener">CaitlinClark</a></blockquote><script async src="https://embed.reddit.com/widgets.js" charset="UTF-8"></script>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">And here comes a big question: <strong>Will there be a WNBA season in 2026?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">As of January 2026, the collective bargaining agreement talks are stalled. The parties are still far apart.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Timpson responded diplomatically. &#8220;We all want to play. But right now, we don’t know what will happen. Talks are ongoing; we proposed something, they didn’t like it, they proposed something, and we didn’t like it. There’s still a lot of back and forth, and no middle ground right now. I talked with the other players, no one knows what’s gonna happen. We’re just trying to reach an agreement that both sides agree with. Hopefully we will, and we’ll be back playing. I want to come back to play for the Fever”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">There are encouraging signs of progress though. The league <a href="https://www.wnba.com/news/2026-regular-season-key-dates" target="_blank" rel="noopener">has released</a> the 2026 schedule, with the regular season set to begin on May 8 and conclude on September 24, including a two-week break for the FIBA World Cup in Berlin. While the CBA has not yet been finalized, the publication of a full calendar suggests real momentum behind the scenes — and offers genuine hope that the league’s landmark 30th anniversary season will tip off as planned.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Breanna Stewart spoke on the current climate of the WNBA CBA negotiations.<br><br>The leagues current CBA expired on Jan. 9 🫠 <a href="https://t.co/XExs4We5WU">pic.twitter.com/XExs4We5WU</a></p>&mdash; Ball Don’t Lie (@Balldontlie) <a href="https://twitter.com/Balldontlie/status/2013994409835061380?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank" rel="noopener">January 21, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Meanwhile, many players, including three WNBPA VPs, are in the second season of <em>Unrivaled</em>, the winter 3&#215;3 league founded by Napheesa Collier and Breanna Stewart. Not a competitor to the WNBA—it runs in the offseason—but it exists in part because of the friction between league and players. Salaries in the WNBA, even at the top, are still modest.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Timpson is in Miami, part of the development pool—reserves ready to step in if injuries strike. &#8220;I’m excited to experience this,&#8221; she says. &#8220;Of course, I hope nobody gets hurt, but I train and wait patiently for my chance. Just training with these amazing players is already great. I want to make the most of this opportunity to grow.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Playing in four completely different leagues in less than twelve months gives her a rare perspective on the game. &#8220;Jumping from college to the W is tough. The game is much faster than college. We already played fast at Florida State, especially after my sophomore year. But the W is even faster. <strong>Details matter a lot</strong>. Every movement counts, especially off the ball. <strong>There’s always somebody moving somewhere, even if you don’t see it</strong>.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">And, of course, the physicality. &#8220;It’s a huge adjustment. You’re facing players with three, five, eight, ten years more experience.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Physicality is key in Europe as well. Timpson had EuroLeague experience too. &#8220;It’s physical here too. Lots of contact, refs don’t call everything—you learn to take it and keep going.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;What I take from Prague,&#8221; she says, reflecting on those months, &#8220;are the little things my coach and teammates asked of me. I had more responsibility. It reminded me of college, in a way. I had to be able to switch on the guards, to move my feet quick and guard them. <strong>So it&#8217;s been pretty good just knowing that I could be able to defend anyone on the court</strong>.” &nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">And it’s a huge step in confidence. “My teammates, every time I ran the floor, they were going to throw it to me. They expected me to finish it. And so, being aggressive, getting rebounds, fulfilling my potential and continuing to build the player I’m becoming.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;I’ve learned to be more aggressive, fight for every rebound, keep improving all-around. I feel more complete heading back to the Fever.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Timpson left a strong impression in Prague — and the feeling was mutual.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“I loved it here. It was my first time overseas. The city is great, the people are kind. I’m thankful for everything my teammates and this club gave me.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Now, Unrivaled. The season is underway. Laces of Jackie Young and Alyssa Thomas lead with 4 wins in 5 games. 3&#215;3 is different from 5&#215;5: smaller court, faster pace. As Sue Bird said on <a href="https://www.youtube.com/watch?v=lD-SGbtwMRQ&amp;list=PLbYWaos68o1y_KJ9fLMVWxC_FjKqUO2RJ" target="_blank" rel="noopener">Bird’s Eye View</a>: “You are on an island. You can’t hide. You are literally in every single play. You can’t take a breath and sit in the corner even for one possession. You’re gonna get exposed.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">3&#215;3 favors versatile players—post players who can handle the ball, call plays, shoot threes—a Swiss army knife on the court.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Timpson fits that mold. If her opportunity comes, she’ll seize it—as she always has. And she’ll keep learning, keep growing, keep hunting every rebound, wherever it takes her.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Breaking Badly &#8211; il rapporto tra infortuni e NBA odierna</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/rapporto-infortuni-achille-nba-odierna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Murano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 10:35:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
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		<category><![CDATA[Victor Wembanyama]]></category>
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					<description><![CDATA[Scienza, Velocità, Fragilità: il paradosso dei corpi nella NBA di oggi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"><strong>Scienza, Velocità, Fragilità: il paradosso dei corpi nella NBA di oggi.</strong></h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img decoding="async" width="1000" height="563" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/250622-NBA-832-e47990.jpg" alt="Infortuni NBA" class="wp-image-77320" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/250622-NBA-832-e47990.jpg 1000w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/250622-NBA-832-e47990-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/250622-NBA-832-e47990-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/250622-NBA-832-e47990-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBC Sports</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">C’è un modo in cui un infortunio può suonare come una sirena, e un modo in cui suona come un incidente stradale: brutto, improvviso, casuale. Quello occorso a <strong>Nikola Jokić </strong>sta nella seconda categoria. Una iperestensione del ginocchio che lo terrà fuori circa quattro settimane, nata da un impatto sfortunato con un compagno di squadra. In forma meno grave, <strong>Victor Wembanyama</strong> è incorso nel medesimo destino poche ore dopo. In entrambi i casi si tratta di un episodio, non un cedimento. E proprio per questo stona: oggi la maggior parte degli stop, infatti, sa di usura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se oggi chiudi gli occhi durante una partita NBA, quello che ti resta impresso nella retina è la purezza della geometria. Le parabole perfette che senza l’ausilio del plexiglass s’infilano magicamente a canestro. Il suggestivo scricchiolio delle suole sul parquet immacolato. Un <em>pat</em> lontano, non della folla, ma del pallone contro il palmo della mano, e subito dopo il silenzio assordante che precede il possesso seguente. È un mondo pulito, quasi astratto: linee, angoli, <em>timing</em>. Poi li riapri, e ti accorgi che quella bellezza vive appoggiata a qualcosa di molto meno astratto: carne, ossa, cartilagine. Il basket più raffinato del pianeta è anche un’industria che mette ogni notte corpi reali dentro una centrifuga di accelerazioni, frenate e torsioni.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Nikola Jokic in so much pain after knee injury vs Heat and limps to locker room" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/vfViuDuT62E?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza tra queste due ‘visioni’ dell’NBA, quella che senti a occhi chiusi e quella che vedi quando li riapri, è esattamente l’<em>hic et nunc</em> di questo pezzo: amare questo sport significa anche essere testimoni di ciò che distrugge. Senza sofismi: il conflitto vero dell’NBA moderna è anche fisico, non soltanto tattico. Non è solo <em>drop vs switch</em>, non è solo <em>five out</em> contro <em>paint packing</em>. È un conflitto fisico, brutale e quotidiano: la tensione tra quello che il gioco chiede e quello che un corpo, anche il migliore al mondo, può concedere senza pagare interessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E gli interessi, prima o poi, arrivano.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>1. L’injury report come liturgia: Out &#8211; Right Achilles; Repair</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">C’è un tipo di documento che, più di qualsiasi highlight, descrive l’NBA contemporanea. È un banale PDF. Ogni giorno, in orari regolari e ossessivi, la lega pubblica l’<em>injury report</em> ufficiale. Una lista che sembra un registro di frontiera: nomi, status e una riga clinica che riduce un’esistenza atletica a poche parole in croce. E quindi a fine dicembre 2025, dentro quei PDF, <strong>Jayson Tatum</strong> è <em>Out &#8211; Right Achilles; Repair</em>. Non ‘stanco’, non ‘in gestione’, non ‘da valutare’: riparazione. La parola suona più da officina meccanica. E in un certo senso lo è: un tendine come un cavo, una sutura come un nodo, una stagione come tempo di asciugatura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tatum si è strappato il tendine d’Achille nei Playoffs, maggio 2025, nella combattuta gara 4 contro i New York Knicks. L’infortunio, come si dice in questi casi, era <em>non-contact</em>, il più inquietante dei verdetti: nessun urto, nessun cattivo atterraggio sul piede dello Zaza Pachulia di turno. Un movimento e stop, <em>that’s all, folks</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altrove, <strong>Damian Lillard</strong> risulta fuori per un <em>Left Achilles tendon tear</em>. E intorno, nello stesso periodo, le liste infortunati si riempiono di rotture e strappi: il lessico dei tessuti molli è diventato quotidiano. E se quello che sorprende è sempre di più la quantità di giocatori NBA che abdica issando bandiera bianca, è perché siamo ancora educati a guardare la Lega come uno spettacolo di invincibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La realtà è che la NBA è diventata un laboratorio di biomeccanica applicata alla competizione: corpi più grandi, più veloci, più allenati, più monitorati e contemporaneamente più esposti a un tipo di stress che non perdona. Il paradosso dell’NBA moderna comincia qui: più scienza, più dati, più nutrizione e prevenzione… e, ciononostante, un senso diffuso di incalcolabile fragilità. Non perché gli atleti siano &#8216;meno duri’. Piuttosto, perché oggi il gioco chiede l’impossibile su base quotidiana.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/TATUM-NBC-News-1024x683.jpg" alt="Jayson Tatum infortunio" class="wp-image-77281" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/TATUM-NBC-News-1024x683.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/TATUM-NBC-News-300x200.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/TATUM-NBC-News-150x100.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/TATUM-NBC-News-768x512.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/TATUM-NBC-News-1080x720.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/TATUM-NBC-News.jpg 1500w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBC News</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>2. Perché oggi si rompono: non è solo sfortuna, è design</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quando un tifoso assiste ad un infortunio, tende spesso ad archiviarlo in una categoria fuorviante: sfortuna. È comprensibile. La casualità è come la coperta di Linus. “È capitato.” “Gli è andata male.” “Poteva succedere a chiunque.” Ma l’NBA del 2026 non è più un habitat dove ‘capita e basta’. È un luogo dove certe cose <em>tendono</em> a capitare, perché le condizioni che le rendono probabili sono diventate sistemiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il basket contemporaneo vive di tre verbi che il corpo umano non è creato per sostenere troppo a lungo: accelerare, decelerare, cambiare direzione. L’attenzione va sempre alla prima parte &#8211; lo scatto, l’esplosione, il primo passo, perché è la parte cinematografica, quella che vende i biglietti. Ma, biomeccanicamente, spesso è la seconda che rovina tutto: la frenata. Decelerare significa assorbire energia. Significa chiedere ai muscoli di fare lavoro ‘negativo&#8217; (contrazioni eccentriche, quando un muscolo si contrae allungandosi), di trasformarsi in freni mentre tutto sopra &#8211; tronco, braccia, intenzione &#8211; vorrebbe continuare a volare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È lì che ginocchia e tendini diventano punti di confine: o tengono, o cedono. E oggi si frena di più per due motivi semplici: più spazio. Il gioco è aperto fino a 7 metri e oltre e difendere significa coprire più terreno, chiudere linee di penetrazione e poi tornare fuori sui tiratori (i famosi <em>close out</em> a velocità supersonica). Più velocità come norma. La Lega, questa stagione, viaggia attorno a 100.8 possessi per 48 minuti per squadra: una quantità di azioni che, tradotta, significa più scatti, più ripartenze, più transizioni, infiniti <em>stop-and-go</em>.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Steve Kerr is &#039;very concerned&#039; that the NBA&#039;s pace &amp; schedule is leading to injuries | NBA Today" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/brtHauGUPNs?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><br>E non è solo percezione. <strong>Steve Kerr</strong>, uno che ha navigato l’NBA da giocatore negli anni ’90 e da allenatore nel pieno dell’era <em>analytics</em>, poche settimane fa ha detto di essere “molto preoccupato” per l’aumento degli infortuni ai tessuti molli, collegandoli a ritmo e calendario:<em> “Credo che l’usura e il logorio, la velocità, il chilometraggio: tutto stia incidendo su questi infortuni”</em>. Questa è la cornice: non un destino, ma un <em>pattern</em> sempre più frequente. E dentro questa cornice, alcune parti del corpo sono diventate il vero luogo di conflitto dell’NBA moderna.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>3. Il tendine d’Achille: il cavo che tiene insieme il mito</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il tendine d’Achille prende il nome dal mito greco: la madre di Achille lo rese quasi invulnerabile immergendolo nello Stige, ma il tallone (tenuto in mano) restò l’unico punto debole. Da qui la metafora del ‘tallone d’Achille’ e il nome del grande tendine che collega polpaccio e tallone, il cavo che rende possibile la spinta. In pratica, ciò che permette di essere leggero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando si rompe, non ti fa ‘male e basta’. Ti toglie una grammatica. La grammatica dell’esplosività. <strong>Kobe Bryant</strong>, aprile 2013: il passo, la torsione, e poi quella sensazione raccontata da tanti atleti nello stesso modo, come se qualcuno ti avesse colpito da dietro. Kobe andò in lunetta, segnò, e uscì. Ma la partita vera era già finita: quella tra il corpo e la sua volontà. Dieci anni dopo, questo infortunio continua a essere il punto dove l’NBA mostra uno dei suoi lati più delicati: quello in cui non c’è margine di trattativa.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/Daily-News-1024x768.webp" alt="Kobe Bryant infortunio" class="wp-image-77283" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/Daily-News-1024x768.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/Daily-News-300x225.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/Daily-News-150x113.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/Daily-News-768x576.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/Daily-News-1080x810.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/Daily-News.webp 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Daily News</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tyrese Haliburton</strong> si strappa il tendine di Achille nel giugno 2025 su un primo passo: non un salto spettacolare, non un poster, ma un gesto normale, di quelli che in NBA sono ripetuti centinaia di volte. <em>Non-contact</em>, di nuovo. E qui bisogna essere chiari: oggi si torna da questo infortunio molto meglio di vent’anni fa, ma non è una favola a lieto fine garantito. Intanto, ci vuole un anno per il pieno recupero e, in ogni caso, i primi due anni dalla ripartenza sono spesso contrassegnati dal calo di alcune metriche di performance.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è il punto emotivo del tendine di Achille: non è solo ‘tornerà?’. È ‘tornerà <em>come</em>?&#8217;. Ecco quindi che questo infortunio diventa una metafora concreta: il luogo dove l’evoluzione atletica supera i materiali a disposizione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>4. Ginocchia: il cardine di un palazzo troppo alto</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Se l’Achille è un cavo, il ginocchio è una zona di passaggio. È il punto in cui la forza che sale dal suolo incontra la massa che scende dall’alto. È magnifico, ma nuoce gravemente alla salute. Le ginocchia sono progettate per stabilità e movimento in un piano relativamente ordinato. L’NBA, invece, richiede stabilità e movimento in un caos controllato: atterraggi, contatti, rotazioni, cambi di direzione su un piede, frenate oblique e <em>step back</em> impossibili. <strong>Shaun Livingston</strong>, 2007: un ginocchio che, in un istante, sembrano non appartenere più al corpo. Livingston è diventato <a href="https://aroundthegame.com/oltre-il-destino/">la storia rara di un ritorno possibile</a>, ma quella scena resta un promemoria: non stai guardando sport. Stai guardando anatomia portata vicino al limite.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/derrick-rose-injury-knee-2012-1024x576.webp" alt="Derrick Rose infortunio" class="wp-image-77285" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/derrick-rose-injury-knee-2012-1024x576.webp 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/derrick-rose-injury-knee-2012-300x169.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/derrick-rose-injury-knee-2012-150x84.webp 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/derrick-rose-injury-knee-2012-768x432.webp 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/derrick-rose-injury-knee-2012-1536x864.webp 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/derrick-rose-injury-knee-2012-1080x608.webp 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/derrick-rose-injury-knee-2012.webp 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><br>E poi <strong>Derrick Rose</strong>: non solo un ACL (lesione del legamento crociato anteriore), ma una traiettoria deviata. Un terribile infortunio che, subdolamente, si manifesta quasi sempre senza contatto diretto. Il corpo si auto-tradisce in un millisecondo di disallineamento. E oggi, la tendenza a penetrare (attaccare il ferro con <em>drive</em> frequenti) espone i nostri super atleti a un rischio maggiore: più &#8220;zingarate&#8221; nelle aree avversarie, più frenate e cambi, più esposizione al meccanismo tipico dell’infortunio che il ginocchio non riesce a decodificare sempre. Perché non è fatto per la creatività. È fatto per la funzione. E l’NBA del 2026 chiede tutt’altro.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>5. Tessuti molli e coaguli: la fatica, il sangue, infortuni che non fanno rumore</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">C’è un tipo di infortunio che non ha il glamour tragico dell’Achille e non ha l’iconografia crudele dell’ACL. È più banale. Più frequente. Più moderno. Strappi, stiramenti, risentimenti: polpacci, ischiocrurali, adduttori. La roba che, detta male, suona come “eh, ha tirato”. Ma in realtà è il linguaggio del sovraccarico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E i dati di contesto hanno senso: se la lega viaggia sopra i 100 possessi a partita e la difesa deve coprire fino al centrocampo è perché tutti tirano da tre. Qui entra in scena un concetto semplice e poco romantico: fatica. La fatica non è solo “sono stanco”. È un cambiamento misurabile della qualità del movimento: atterri leggermente peggio, freni un filo più rigido, ruoti con un grado in più. E quando lavori con margini millimetrici, come fa un atleta NBA, quel grado può essere un abisso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è anche un dettaglio poco discusso: l’NBA moderna riduce il tempo di allenamento vero. Non perché gli allenatori siano pigri, ma perché tra viaggi, recupero e partite ravvicinate, la priorità è tenere in piedi i corpi.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/NBAcom-1024x576.avif" alt="Wembanyama infortunio" class="wp-image-77286" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/NBAcom-1024x576.avif 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/NBAcom-300x169.avif 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/NBAcom-150x84.avif 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/NBAcom-768x432.avif 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/NBAcom-1536x864.avif 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/NBAcom-1080x608.avif 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/NBAcom.avif 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">E poi ci sono guasti che non assomigliano nemmeno a infortuni. Non è un tendine, non è un legamento. È il sangue che smette di fare il suo mestiere. Negli ultimi due anni una sigla estranea è entrata nel lessico NBA: DVT, trombosi venosa profonda. <strong>Wembanyama, ancora Lillard, Ausar Thompson, Cam Whitmore</strong>, prima ancora <strong>Chris Bosh e Brandon Ingram</strong>: casi diversi, stesso allarme. Qui non c’è un contatto da rivedere o una caviglia da fasciare, ma un sistema interno che diventa più pericoloso del gioco. È il punto in cui il <em>refrain</em> del ‘giocare sopra il dolore’ si rompe. I coaguli non si curano con il <em>tape</em> e la volontà non è una terapia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’inizio è spesso invisibile: fastidio, gonfiore, stanchezza. Il contrario dell’infortunio spettacolare. Sta aumentando? Difficile dirlo senza dati solidi. Ma i casi sono ormai abbastanza visibili da imporre prudenza. Perché ricordano una verità semplice e scomoda: se i tessuti molli sono l’infortunio del ritmo, i coaguli sono quello dell’invisibile. E a volte il confine non è tra prestazione e dolore, ma tra prestazione e pericolo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>6. Il dolore non è un badge: è un’infrastruttura</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">E ogni tanto il dolore entra in scena in modo assurdo, quasi burocratico. Nel febbraio 2025, <strong>Bobby Portis Jr.</strong> è stato sospeso 25 partite dopo un test positivo al Tramadol, una sostanza vietata: secondo quanto riportato, il giocatore ha detto di averlo assunto per errore, confondendolo con un farmaco approvato, il Toradol (un antinfiammatorio non steroideo), nel contesto della gestione di un infortunio al gomito. È una storia che mostra quanto il confine tra ‘cura’ e ‘funzionare’ sia sottile in uno sport che chiede prestazione continua.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dolore, in NBA, non è più il dramma. È un rumore di fondo che riguarda tutti i giocatori coinvolti. E se vuoi capire quanto sia profondo questo rumore, devi guardare non solo chi si fa male, ma chi <em>non</em> si infortuna mai, e cosa questo significhi. <strong>Mikal Bridges</strong>, per esempio, è diventato un’anomalia contemporanea: minuti a catinelle, una striscia di partite giocate che sembra uscita da un’altra epoca. Il fatto che lo raccontiamo come eccezione dice molto, oggi la durabilità è quasi una qualità ‘esotica’. L’NBA si è evoluta fino a rendere straordinario ciò che un tempo era normale: scendere in campo per 82 partite.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img decoding="async" width="720" height="405" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/sports-illustrated.webp" alt="Mikal Bridges nba" class="wp-image-77287" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/sports-illustrated.webp 720w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/sports-illustrated-300x169.webp 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/sports-illustrated-150x84.webp 150w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Sports Illustrated</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>7. Dopo: quando spegni le luci, il corpo continua a giocare</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La parte più difficile da raccontare non è l’infortunio in sé, ma quello che resta. Perché l’NBA, come spettacolo, è costruita sul presente: il possesso successivo, la prossima partita, la deadline, i Playoffs. Il corpo del giocatore, invece, vive in un tempo diverso, accumula. E dopo il ritiro, quell’accumulo diventa biografia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno studio del 2019 su ex giocatori NBA (Khan M, Ekhtiari S, Burrus MT, Madden K, Rogowski JP, Bedi A. <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33380964/" rel="nofollow noopener" target="_blank">“Impact of Knee Injuries on Post-retirement Pain and Quality of Life: A Cross-Sectional Survey of Professional Basketball Players”</a>. HSS Journal.) racconta una realtà poco televisiva: tra chi aveva subito infortuni al ginocchio durante la carriera, molti riferivano dolore persistente fino al ritiro, e circa due terzi riportavano dolore al ginocchio ancora presente al momento del questionario. Una parte significativa aveva avuto bisogno di interventi chirurgici. E dolore cronico significa scelte quotidiane diverse. Scala o ascensore. Corsa o camminata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi ci sono le anche, il grande ‘non detto’ dei lunghi, l’articolazione che regge la rotazione e assorbe carichi enormi. Gli atleti NBA in pensione sono ad alto rischio di dolore all’anca/inguine e possono avere un rischio aumentato di arrivare ad artroplastica (protesi) rispetto alla popolazione generale. Proviamo a immaginare cosa significa essere un sette piedi anche quando la NBA non ti paga più. Una vita quotidiana in cui la taglia diventa un vantaggio solo nei ricordi.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Why NBA&#039;s Stars Can’t Stay Healthy - Gary Vitti Solves The Injury Epidemic" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/sjTU0xQLdRE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">E allora sì: quando spegni le luci dell’arena, il corpo continua a muoversi. Ma non è più una partita. È gestione del danno.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>8. Più scienza, più soldi, più fragilità: il paradosso non ha un <em>villain</em></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Arrivati qui viene naturale cercare un colpevole: calendario, load management, preparatori, scarpe, parquet, analytics. Il cervello ama le storie con un antagonista. Il problema è che il paradosso dell’NBA moderna non ha un <em>villain</em> singolo, perché è un paradosso di sistema. La lega investe come mai prima in performance, salute, <em>data science</em>. Eppure, l’impressione &#8211; confermata dalla centralità quotidiana degli i<em>njury report</em> &#8211; è che i corpi siano sempre sul orlo del precipizio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Persino il load management, la grande idea degli ultimi anni, è più ambiguo di quanto sembri, tanto che ad oggi ancora si fa fatica a trovare un correlazione chiara tra partite saltate per gestione e riduzione del rischio infortuni. Non significa che riposare sia inutile. Significa che il problema non si risolve con una leva sola. Perché ciò che si rompe non è solo il corpo: è l’equilibrio tra richiesta e recupero.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/GettyImages-2234078879-scaled-1-1024x683.jpg" alt="Adam Silver load management" class="wp-image-77290" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/GettyImages-2234078879-scaled-1-1024x683.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/GettyImages-2234078879-scaled-1-300x200.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/GettyImages-2234078879-scaled-1-150x100.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/GettyImages-2234078879-scaled-1-768x512.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/GettyImages-2234078879-scaled-1-1536x1024.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/GettyImages-2234078879-scaled-1-1080x720.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/GettyImages-2234078879-scaled-1.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: New York Times</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">E la richiesta del gioco continua a crescere in modi sottili: più transizione perché è ‘efficiente’; più <em>spacing</em> perché apre il campo; più cambi difensivi, perché altrimenti vieni cacciato dal parquet; più <em>playmaking</em> diffuso, perché i ruoli sono evaporati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un’evoluzione meravigliosa, tecnicamente. Ma è anche una corsa agli armamenti fisiologica: ogni vantaggio tattico diventa un costo che il corpo dovrà pagare.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>9. Finale: guardare il punto in cui la bellezza diventa rischio</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">C’è un momento, dopo una partita NBA, in cui la televisione cambia linguaggio. Le luci si abbassano, l’arena si svuota, e la regia indugia su un corridoio. Un giocatore cammina piano. Non zoppica in modo teatrale. Cammina <em>come uno che deve arrivare a domani</em>. A volte c’è un asciugamano sulla testa, a volte una borsa del ghiaccio, a volte una smorfia trattenuta che non è <em>coolness</em>. È lì che l’NBA assomiglia meno a un film e più a una realtà fisica: la bellezza del gioco non è separabile dal rischio che la rende possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I corpi che vediamo in TV non sono supereroi. Sono esperimenti al limite, atleti che hanno portato l’evoluzione del basket in un territorio dove la tecnica ha superato la tolleranza dei tessuti. E forse la verità più inquieta, quella che resta addosso quando spegni lo schermo, è questa: la NBA è così bella proprio perché la sua evoluzione è più veloce rispetto a quella del corpo umano. Ogni azione perfetta contiene, in filigrana, la possibilità della crepa: il tendine di Achille che tiene, il ginocchio che regge, il polpaccio che non si strappa in quella frenata. Noi ci fermiamo, ammaliati, al volo. Solo loro però, su quelle giunture, sentono l’atterraggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se vogliamo amare davvero l’NBA, non solo consumarla, dobbiamo imparare a vedere entrambe le cose: la parabola perfetta… e il prezzo invisibile che la rende possibile. Niente soluzioni facili. Solo il gioco più vero &#8211; doloroso &#8211; che mai.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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		<title>Sam Presti’s Things: le creature magiche del GM migliore del mondo</title>
		<link>https://aroundthegame.com/post/nba-sam-presti-storia-gm-thunder-spurs/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Pucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 02:05:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[christmas day]]></category>
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		<category><![CDATA[nba]]></category>
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		<category><![CDATA[sam presti]]></category>
		<category><![CDATA[San Antonio Spurs]]></category>
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					<description><![CDATA[La storia di Sam Presti tra Boston  Celtics, San Antonio Spurs, Seattle SuperSonics e Oklahoma City Thunder.]]></description>
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<h2 class="wp-block-heading">La storia di Sam Presti tra Boston Celtics, San Antonio Spurs, Seattle SuperSonics e Oklahoma City Thunder.</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/84314535007-1-bt-2873-1024x576.jpg" alt="Sam Presti Oklahoma City Thunder San Antonio Spurs" class="wp-image-77257" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/84314535007-1-bt-2873-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/84314535007-1-bt-2873-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/84314535007-1-bt-2873-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/84314535007-1-bt-2873-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/84314535007-1-bt-2873-1536x864.jpg 1536w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/84314535007-1-bt-2873-1080x608.jpg 1080w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/84314535007-1-bt-2873.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: The Oklahoman</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono dei nerd cresciuti negli anni Ottanta degli Stati Uniti più profondi – e rurali – che da qualche settimana hanno raggiunto, meritoriamente, una rinnovata notorietà. Non si tratta tuttavia, dei protagonisti di una famosissima serie di Netflix che sta trovando in questa fase dell’anno il proprio epilogo, ma di <strong>Sam Presti</strong> e dello staff dirigenziale che contorna i suoi sforzi come principale dirigente cestistico degli <strong>Oklahoma City Thunder.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta forse del general manager più celebrato degli ultimi anni della NBA, paragonabile soltanto a colui che è stato il suo mentore e maestro nella San Antonio dei primi anni Duemila: <strong>RC Buford.</strong> Proprio come nella premessa della serie televisiva, tuttavia, Sam è stato a lungo trattato come una sorta di scienziato pazzo, un accumulatore seriale di scelte che non aveva a cuore il futuro a medio termine della franchigia che gli era stata affidata, preoccupandosi soltanto di un rebuilding “scientifico” e poco legato alle contingenze attuali della pallacanestro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un titolo e una partenza da record dopo, Presti pare aver provato la bontà dei propri metodi ancora una volta, suscitando non pochi nervosismi tra i suoi hater, ormai nascosti ma sempre serpeggianti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La nascita di un mito: infanzia e prime esperienze</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante le migliori cose della sua carriera siano state fatte tra Oklahoma City e San Antonio, due città simbolo dell’America rurale, dura ma spaziosa, sferzante ma possibilista, Sam Presti nasce nel novembre del 1976, a pochi mesi dal Bicentenario, a Concord, Massachusetts, una cittadina di 17mila abitanti, epitome del New England più europeo. In questo scenario settecentesco che può rimandare a qualche dramma televisivo in costume, più che alla durezza della frontiera, era infatti nato, anni prima di Presti, lo scrittore Henry David Thoreau. Sempre qui, poi, è ambientato quel piccolo capolavoro letterario di <em>Piccole Donne</em>, che ha cresciuto milioni di giovani aprendo loro gli occhi sugli Stati Uniti orientali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quest’area così peculiare nelle proprie caratteristiche, Sam rimarrà sempre profondamente legato, tanto da tornarci almeno una volta ogni anno, anche durante i periodi di festività come questo, per passare qualche serata con gli amici o riprendere in mano le bacchette della sua amata batteria, vera ossessione degli anni del liceo, insieme ovviamente al basket, come dimostra una lettera scritta nel 1994 al Boston Globe per portare avanti la crociata a favore della scelta di <strong>Jason Kidd </strong>da parte dei <strong>Boston Celtics</strong>, ovviamente la squadra tifata in gioventù.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il legame con il territorio è tanto forte da convincerlo, dopo un breve e poco fortunato passaggio a Virginia Wesleyan University, a completare la propria istruzione in quel di Boston, precisamente all’Emerson College, università di Division III guidata in quel momento da coach Hank Smith, recordman di presenze alla guida dei Lions e, oggi, scout dei Thunder sotto la guida di uno dei suoi allievi prediletti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Smith, come ogni allenatore di college minori, è un attento osservatore dei licei locali, nonché un estimatore di Sam sin dai tempi della scuola. Proprio per questo, si era proposto in prima persona per averlo in squadra una volta saputa la sua intenzione di lasciare la Virginia</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“[Coach Smith] aveva provato a reclutarmi quando ero al liceo, e lo ricordava. Mia madre aveva chiamato dicendo che il figlio era interessato a trasferirsi. Lui aveva chiesto chi fosse il figlio e, quando lei ha risposto ‘Sam Presti’, lui si ricordava di me. Poteva descrivermi e descrivere il mio gioco perfettamente. Allora mia madre mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Dovresti seriamente pensare a questo signore che si ricorda di te dalla scuola. Sa tutto di come giochi, di come sei, tutto…’. Questo è stato decisivo per me. La sua fiducia è stata la cosa più importante.”</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Al di là dell’obiettivamente trascurabile successo sul parquet e della sua esperienza da capitano dei Lions, l’avventura di Presti ad Emerson è fondamentale nel creare il dirigente che in seguito avrebbe ridefinito i parametri della NBA: nel 2000, infatti, Sam si laurea in comunicazione, legge e politica, diventando il primo alunno dell’Università ad essere nominato per una Rhodes Scholarship, una delle più importanti borse di studio del mondo anglosassone. La vita, tuttavia, avrebbe avuto altri piani. Negli stessi mesi, fa uscire, sotto pseudonimo, un album rap ormai ritenuto di culto in tutto l’Oklahoma, nonostante la qualità musicale decisamente non eccelsa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’estate del 2000, poco dopo la fine degli studi, Sam è comunque impegnato a fare quanto gli riesce meglio, ovvero l’allenatore a un camp estivo di pallacanestro, precisamente nella splendida località di Aspen, Colorado, certamente più nota alle masse per le sue attrazioni sciistiche rispetto a quelle cestistiche. La scelta di quel lavoretto estivo, tuttavia, non è casuale. Per gli ultimi giorni di camp è atteso nella località sciistica il general manager dei <strong>San Antonio Spurs</strong> RC Buford, uno dei grandi idoli di Sam per la sua capacità di guidare uno small market con la forza delle idee e il coraggio di ricostruire quando necessario.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1200" height="675" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-4-edited.jpg" alt="" class="wp-image-77244" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-4-edited.jpg 1200w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-4-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-4-edited-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-4-edited-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-4-edited-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-4-edited-1080x608.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Sports Illustrated</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Sull’incontro non si hanno particolari reportage e, per quanto possa interessare a chi vi scriva, probabilmente non sapremo mai cosa abbia detto Presti per convincere Buford a dargli una chance. Fatto sta che, a partire da settembre 2000, Sam Presti diventa un assistente video di San Antonio, con il poco invidiabile stipendio di 250 dollari al mese. Pochi, anche prima del Covid o del 2008. Il giovane del Massachussetts, comunque, sembra essere contento anche solo di poter vivere il proprio sogno, e inizia a lavorare duramente. A notarlo, prima di tutti, è proprio il suo responsabile diretto, Buford, che ancora oggi ricorda come</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Dopo una settimana era chiaro a tutti che avrebbe comandato la Lega prima o poi.”</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Anche gli altri membri della franchigia si affezionano presto a quel giovane così dinamico. Pop ricorderà sempre l’enorme generosità lavorativa e personale del giovane adepto di RC, affermando addirittura che gli Spurs avrebbero ritardato alcune sue promozioni per “tenerlo nello sgabuzzino” e non far sapere alle altre franchigie di avere in casa un talento manageriale di quel livello. Anche i giocatori, pur non afferrando da principio le mansioni di quel loro coetaneo improvvisamente catapultato al centro della squadra, ne imparano a cogliere le sottili ironie, le argute osservazioni tecniche e l’instancabile tenacia. Come ha avuto modo di raccontare Steve Smith, arrivato in Texas nel 2001:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Era sempre in mezzo. Se fossi stato un nuovo membro della squadra, non avresti mai indovinato il suo titolo: era in sala video, coi coach, con i giocatori, col general manager.”</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio in questo nuovo ruolo ufficioso di uomo-ombra, Presti vive forse il primo vero momento decisivo della propria carriera. Ormai assunto in pianta stabile dalla franchigia, infatti, il giovane è un convinto sostenitore dell’idea di scegliere, con la seconda chiamata di San Antonio al Draft del 2001, una giovane guardia francese di nome <strong>Tony Parker</strong>. Buford e Pop, poco impressionati dal suo allenamento con gli Spurs, propendono invece per uno scambio o per una scelta più sicura, magari americana. Soltanto un video di highlights sapientemente montato dal Sam, secondo la leggenda, sarebbe stato in grado di convincere i due superiori a puntare tutto sul futuro numero 9 neroargento, dando il via ad anni di successi difficilmente replicabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La crescita professionale di Sam si accompagna infatti al rinnovamento della dinastia di Pop a San Antonio; Presti, come detto, è un meccanismo fondamentale nei titoli del 2003, del 2005 e del 2007, vinti anche grazie allo scouting e alla capacità di rimpolpare la rotazione dal Draft. Contemporaneamente, in una delle molte cene solitarie fatte all’Azuca Nuevo Latino, improbabile ristorante Tex-Mex sulle rive dell’Alamo, l’ormai vicepresidente di San Antonio ha conosciuto Shannon, che nel 2012 sarebbe diventata sua moglie. Il tempo dello sgabuzzino, tuttavia, era ormai finito, e alla porta di questo ventinovenne di bellissime speranze si stavano presentando ormai da qualche tempo quasi tutte le altre 29 franchigie NBA.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Seattle, i Bennett, Durant: la prima esperienza da general manager</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">I <strong>Seattle SuperSonics</strong>, alla fine della stagione 2006/2007, sono forse tra le franchigie più deluse dall’annata appena passata alla storia. Per la prima volta dal 1986 la stagione si era conclusa con soltanto 31 vittorie, lasciando più di un dubbio sul difficile esperimento <strong>Ray Allen</strong>. Per questo motivo, coach <strong>Bob Hill </strong>e il general manager <strong>Rick Sund </strong>sono stati prontamente accompagnati alla porta, con la leggenda <strong>Lenny Wilkens</strong> richiamato in qualità di President of basketball operations e capo indiscusso del comitato di ricerca del nuovo plenipotenziario della franchigia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le tensioni, tuttavia, non si limitano al campo: il nuovo proprietario, <strong>Clay Bennett</strong>, che negli anni di Katrina aveva guidato il comitato per portare momentaneamente a Oklahoma City i <strong>New Orleans Pelicans</strong>, non nasconde l’antipatia nei confronti del consiglio comunale di Seattle, reo di non fornire finanziamenti pubblici per la costruzione di una nuova, più moderna arena. Chiunque, nello stato di Washington, è tuttavia conscio della volontà di Bennett di lasciare la città per riportare una franchigia, questa volta stabilmente, dalle sue parti, dove le ampie connessioni con la politica locale possono rendere meno gravosa qualunque avventura immobiliare.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1200" height="675" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-5-edited.jpg" alt="Sam Presti SuperSonics" class="wp-image-77246" style="width:742px;height:auto" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-5-edited.jpg 1200w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-5-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-5-edited-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-5-edited-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-5-edited-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-5-edited-1080x608.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Allo stesso tempo, Clay è certamente un proprietario innovativo e al passo coi tempi, e mal sopporta i colloqui di Wilkens, fatti quasi solo per conoscenze, senza l’ausilio di dati, con dirigenti navigati e da tempo inseriti nel mondo NBA. Bennett è affascinato da Theo Epstein, il giovanissimo general manager dei Red Sox, uno dei grandi fautori del <em>Moneyball</em> insieme a Billy Beane, il Brad Pitt della vita reale che ha probabilmente rifiutato il lavoro in Massachussetts prima che venisse offerto a Theo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel basket, Clay ritiene che il modello più vicino a quello degli A’s o dei Red Sox sia riscontrabile a San Antonio, in un mercato minuscolo eppure vincente, in una franchigia di cui, qualche anno prima, proprio la famiglia Bennett era socia, e quindi partecipe degli enormi dividendi sportivi e non. Conscio dell’impossibilità di strappare agli Spurs Buford, e men che meno Pop, Clay Bennett decide quindi di incontrare, in gran segreto da Wilkens, l’uomo-ombra dell’operazione, quel giovanissimo dirigente che può portare a Seattle e poi a OKC, a prezzo decisamente inferiore rispetto ai due big, cultura vincente e metodologie innovative.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel giugno del 2007, perciò, il proprietario annuncia di aver affidato le chiavi della propria creatura a Presti, all’epoca ventinovenne. La sua azione è così perentoria e orientata al futuro da fargli decidere di ridimensionare anche il ruolo di Wilkens, in modo da non creare fazioni interne alla franchigia. La notizia viene accolta dai tifosi di Seattle senza particolari scossoni: Bennett ha già annunciato che dalla stagione 2008/09 i Sonics si sposteranno con ogni probabilità altrove, e la città, in rivolta per questo, non ha tempo da perdere con general manager che sembrano soltanto un velleitario tentativo di trovare un colpevole per anni di tanking e per lo spostamento ad Oklahoma City.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’apatia era sfociata in disprezzo mal celato quando, a pochi giorni dal suo arrivo, Sam aveva poi deciso di scambiare alla “sua” Boston uno scontento Allen e di spedire agli <strong>Orlando Magic Rashard Lewis</strong>, in una mega-trade che avrebbe fruttato ai Sonics <strong>Delonte West, Wally Szczerbiak </strong>e la quinta scelta al Draft successivo – diventata <strong>Jeff Green. </strong>In questo mare di critiche e di indifferenza, soltanto un editorialista di Seattle, peraltro uno dei pochi convinti della permanenza della franchigia, aveva levato la voce per dire che, secondo lui:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Clay Bennett non ha soltanto assunto un GM. Ha preso assolutamente l’uomo migliore per prendere in mano la situazione e avere successo. Si è assicurato di avere una franchigia in grado di competere per il titolo in quattro anni, forse prima.”</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Quattro anni dal 2007, a meno che l’aritmetica non inganni, significa 2011, anni in cui gli eredi dei Sonics, gli <strong>Oklahoma City Thunder</strong>, stavano in effetti costruendo una contender di primissimo livello.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>OKC, 1.0. I primi Big Three</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La prima scelta al Draft della carriera di Sam Presti è probabilmente una delle più facili che dovrà mai compiere lungo tutta la sua vita sportiva. Dopo che i <strong>Portland Trail Blazers </strong>hanno chiamato con la prima assoluta del Draft 2007 Greg Oden, infatti, Seattle, con la seconda, non può esimersi dal selezionare <strong>Kevin Durant</strong>, ala di bellissime speranze dell’Università del Texas. Nonostante la sua presenza, e quella dell’altro rookie Green, la stagione è una lenta processione verso lo spostamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I ragazzi di <strong>PJ Carlesimo</strong> e soprattutto di <strong>Scott Brooks</strong> – assistente che sviluppa nel corso dei mesi un certo intendimento con il nuovo general manager – vincono soltanto 20 partite all’interno di un’annata dal tanking scientifico e dalla rassegnazione dell’ambiente, che si sente slegato da quelli che sono ormai solo formalmente i Sonics.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stagione negativa permette al giovane Presti di mettere un altro pezzo di quel puzzle quadriennale che si sta componendo: con la quarta scelta assoluta viene infatti selezionato <strong>Russell Westbrook</strong>, dinamico playmaker di UCLA. Con la 29esima, inoltre, fa il proprio ingresso nella NBA anche <strong>DJ White</strong>, giocatore assolutamente tangenziale rispetto a questa storia ma capitano di una storica salvezza dell’Auxilium Torino che ancora riecheggia nel cuore di chi vi scrive.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="620" height="349" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-6-edited.jpg" alt="Thunder" class="wp-image-77248" style="width:712px;height:auto" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-6-edited.jpg 620w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-6-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-6-edited-150x84.jpg 150w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: Forbes</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante i cambi a livello di roster, l’annata parte malissimo, con una sola vittoria nelle prime tredici uscite della stagione 2008/09, la prima ad Oklahoma City. Presti, che ha sapientemente accumulato nel corso dell’estate una lunga serie di contratti poco appetibili e di scelte, non è contento delle rotazioni dell’anziano coach, e decide quindi di licenziarlo per affidare la squadra a Brooks. Slam, nota rivista di pallacanestro, dà la notizia sul proprio sito non lasciando spazio ai dubbi sulle eventuali motivazioni alla base di quella decisione:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“I Thunder non vanno bene. Un buon coach avrebbe evitato di perdere 105-80 contro New Orleans, o addirittura l’88-108 della partita prima contro i Clippers. Carlesimo non deve per forza essere l’agnello sacrifical, ma il suo licenziamento sembra essere il primo passo per diversi cambiamenti. Il GM, Sam Presti, ha passato diverso tempo ad accumulare scelte al Draft e contratti in scadenza. È il momento di mettere il piano in azione.”</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">In effetti, nonostante la squadra continui a perdere anche nel mese di dicembre, Sam ha ormai messo da parte ogni residuo della “vecchia” NBA per perseguire con forza il proprio piano. Se dal punto di vista tecnico, Brooks appare decisamente più incline di PJ a dare una chance da titolare a Russell Westbrook, dal punto di vista dirigenziale Presti è in grado, a gennaio, di ottenere da Denver una scelta al primo giro in cambio di Johan Petro. Proprio questa scelta, poche settimane dopo, verrà inviata ai Bulls per portare in Oklahoma Thabo Sefolosha, lo specialista difensivo richiesto dal nuovo staff.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante venti vittorie nelle ultime cinquanta partite di stagione regolare e la conferma di Brooks anche per la stagione successiva, l’annata permette comunque ai Thunder di scegliere nuovamente in top-5. Con la terza chiamata, quindi, Presti può completare il proprio capolavoro portando nel Midwest <strong>James Harden</strong>, ancora privo di barba ma già giocatore di culto a livello collegiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È l’inizio dell’estate della svolta: a inizio luglio, tra le critiche di tutto il mondo dei commentatori, viene pagata la clausola rescissoria per portare dalla Spagna <strong>Serge Ibaka</strong>, blindato subito con un ricco biennale. Il 27 dello stesso mese, mandando a Minnesota Chucky Atkins e Damien Wilkins, Presti riesce ad accumulare altre due scelte al secondo giro per il Draft successivo, da aggiungere a quelle originariamente di OKC. Una di queste, scambiata ancora una volta a giugno, diventerà la diciottesima assoluta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La squadra, con Harden e Ibaka nel motore, vince 50 partite nel 2009/10 e 55 l’anno seguente, quando a gennaio, grazie anche a un giro di scambi che ha portato Eric Bledsoe ai Clippers, Presi architetta una trade per portare in Oklahoma <strong>Kendrick Perkins</strong>, il centro di difesa ed esperienza che mancava per proteggere tutti questi giovani. Se il primo anno la cavalcata si interrompe al Primo Turno, il 2011 è la stagione delle prime, storiche, Finali di Conference, ottenute dopo aver superato ai Quarti di Finale di Conference proprio dei favoritissimi Spurs, in una personalissima e prestiana storia di allievo che supera il maestro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’annata della consacrazione, come è tuttavia noto, è il 2011/12. Nel corso della stagione, Presti aumenta la profondità del backcourt portando a OKC Reggie Jackson dal Draft e <strong>Derek Fisher</strong> dai Free Agent. Contemporaneamente, sia Durant che Westbrook firmano estensioni al massimo salariale, uscendo dal contratto da rookie e mettendo per la prima volta la franchigia di Bennett pericolosamente vicina alla soglia per la luxury tax.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima delle scelte da compiere per evitare un costo che la famiglia non ha nessuna intenzione di sobbarcarsi, Sam e Clay devono presiedere alla run playoff di dei Thunder, una delle migliori di sempre per una squadra così giovane. Durant e compagni superano i campioni uscenti dei Mavs per 4-0 e i Lakers di Mike Brown – un compagno di karaoke e musica ad alto volume di Presti negli anni di comune militanza a San Antonio – in sole cinque partite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Finale di Conference, nemmeno a dirlo, si gioca contro gli Spurs. Dopo essersi divisi equamente le prime quattro partite, vinte sempre dalla squadra di casa, la gara decisiva diventa la trasferta di gara-5 a San Antonio. OKC la vince nettamente per 108-103, difendendosi da 34 punti di Ginobili, un altro che a Sam piaceva molto, e dal tentativo di rimonta finale. Nonostante l’euforia della vittoria, confermata nella successiva gara-6, Sam rimane con i piedi per terra: le Finals saranno da giocarsi contro quello che forse è l’avversario più temibile: i <strong>Miami Heat </strong>dei Big Three, scottati dalla sconfitta dell’anno precedente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio per non dare false speranze al proprio pubblico, il GM dei Thunder tiene, a pochi giorni dall’inizio della serie, una conferenza stampa quasi dimessa, all’interno della quale afferma che l’esperienza di certe partite non si possa comprare, ma debba essere acquisita da un gruppo, a volte anche attraverso la sconfitta. Si rivelerà una previsione azzeccata, con Miami che, fatto tesoro delle delusioni precedenti, sarà in grado di mostrare maggior tenuta mentale lungo tutte le cinque partite di Finale.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1200" height="675" src="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-7-edited.jpg" alt="Thunder" class="wp-image-77250" style="width:709px;height:auto" srcset="https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-7-edited.jpg 1200w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-7-edited-300x169.jpg 300w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-7-edited-1024x576.jpg 1024w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-7-edited-150x84.jpg 150w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-7-edited-768x432.jpg 768w, https://aroundthegame.com/wp-content/uploads/2025/12/image-7-edited-1080x608.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /><figcaption class="wp-element-caption">FOTO: NBA.com</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Lo sguardo alla stagione, nonostante la delusione, rimane comunque positivo, come avrà modo di affermare lo stesso Presti al termine della stagione:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“Questa organizzazione deve pensare a come ha fatto le cose, non concentrarsi su cosa avrebbe potuto fare. È importante per noi comprendere che ogni anno è unico e che quello che abbiamo avuto è fantastico. Dobbiamo comunque girare pagina e capire cosa serve per costruire una mentalità vincente anche per la prossima stagione.”</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Sembra il preludio a una conferma in blocco, certificata anche da un ricco rinnovo offerto a Ibaka, nonostante i mugugni che iniziano a levarsi contro il centro naturalizzato spagnolo, ma è invece la prima anticipazione di una scelta sorprendente. Lungo tutta l’estate, infatti, Presti aveva lavorato all’estensione di Harden, criticatissimo dalla stampa dell’Oklahoma per lo scarso apporto dato contro Miami nei momenti decisivi. The Beard, tuttavia, si era impuntato su un aumento al massimo possibile che avrebbe portato per la prima volta i Thunder oltre la luxury tax, un rischio che la proprietà, come detto, non si sentiva ancora di correre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 27 ottobre 2012, a pochi giorni dal via, Sam decide quindi di evitare un gioco al rialzo durante l’estate 2013, in cui Harden sarebbe stato restricted free agent. James viene mandato agli <strong>Houston Rockets </strong>in cambio di Kevin Martin, Jeremy Lamb e due prime scelte future, causando a Presti le critiche di tutto quell’ambiente che aveva storto il naso solo giugno precedente commentando le prestazioni della guardia californiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Richiesto di una spiegazione, soprattutto dopo le grandi prestazioni di Harden in quel del Texas, il general manager del New England affermerà sempre di aver preferito la flessibilità alla ricerca di continuità, prendendo una decisione dolorosa ma necessaria. La sua spiegazione non sembra essere così stralunata, soprattutto se si ricorda che nel 2012/13 i Thunder hanno vinto 60 partite, una sola in più delle 59 dell’anno successivo, e che le tre scelte acquisite nell’operazione Harden si sono trasformate in <strong>Steven Adams</strong>, <strong>Alex Abrines</strong> e <strong>Mitch McGary</strong>, forse l’unico dei tre senza un ruolo importante nei Thunder degli anni a venire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sfortuna, tuttavia, sembra essere di casa. Ibaka, il pezzo tenuto a scapito di James, si infortuna prima delle Finali di Conference del 2014, vinte questa volta da San Antonio, Durant salta quasi tutta la stagione 2014/15, facendo uscire per la prima volta OKC dai Playoff nonostante una stagione regolare da oltre 45 vittorie. Sul 2016, poi, poco da aggiungere rispetto ai fiumi già scritti sull’ “1-3 prima dell’1-3” e sulla scelta estiva di Kevin che porta Presti, ancora una volta, a dover fare tutto daccapo. Con nuovi mezzi a disposizione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>OKC, 2.0: Il ritorno</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">I due anni successivi all’uscita di scena di Kevin Durant sono forse le fasi meno <em>prestiane</em> della carriera di Sam. Dopo la grande stagione della vendetta di Russell Westbrook, infatti, il dirigente si intestardisce sul progetto dei Big Three con <strong>Carmelo Anthony </strong>e <strong>Paul George</strong>, che frutta ben poco in termini di successi. Nell’estate del 2019, tuttavia, i tempi sembrano maturi per una nuova ricostruzione. PG13, ormai decisamente sottotono, viene spedito ai <strong>Los Angeles Clippers</strong>, in cambio di Chris Paul, Gallinari, <strong>Shai Gilgeous-Alexander</strong> e la miriade di scelte di cui si è più volte detto. È l’inizio di <a href="https://aroundthegame.com/post/oklahoma-city-thunder-titolo-nba-finals-gara-7/"><em>questi </em>Thunder</a>, quelli che porteranno finalmente Sam a fregiarsi di un anello e a giocare una stagione NBA da assoluto favorito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E chissà che, guardando quel roster del 2019/20, con Dort e Shai ancora in rampa di lancio e poco considerati, Presti non abbia pensato, nonostante le minacce di morte che quotidianamente riceveva da tifosi imbufaliti e poco intelligenti, che forse, anche questa volta, avrebbe vinto con le “sue” creature, e non come tutti gli dicevano di fare.</p>
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