Jaden McDaniels incarna alla perfezione l’identità di questi Minnesota Timberwolves, che si sono calati alla perfezione nel ruolo di underdog, sguazzandoci.

McDaniels contro i Nuggets
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Se i Minnesota Timberwolves avessero un superpotere, sarebbe il rancore. Questa squadra trasuda hating da tutti i pori indipendentemente dall’avversario, anche se i Denver Nuggets li stimolano un pochino di più. Come mai? In primis perché questa squadra è stata assemblata per affrontare Nikola Jokic e compagni, sin dal primo momento, sin dalla trade per Gobert della prima ora fino ad arrivare alle successive, come quella per Mike Conley e Nickeil Alexander-Walker. In secondo luogo, perché i Wolves non hanno mai accettato di aver perso un’occasione qualche anno fa.

Non vorremmo andare troppo indietro, ma non molti ricorderanno i Playoffs 2023, quando al primo turno i Nuggets eliminarono in cinque partite i Timberwolves, patendo però le pene dell’inferno in ogni singola gara. A Minnesota è rimasto il tarlo in testa, perché se la giocò con Karl-Anthony Towns appena tornato dall’infortunio e molto limitato nei movimenti, con un Anthony Edwards nelle prime fasi della propria ascesa, ma soprattutto senza Naz Reid e Jaden McDaniels. Una sconfitta “non alla pari”, che ha lasciato l’amaro in bocca tipico di chi sa di aver lasciato per strada qualcosa, di chi ne è convinto ma non può dimostrarlo. A McDaniels, in particolare, non è mai andata giù.

Sarà per questo che è arrivato in questo primo turno pronto per andare in guerra, sfottendo la difesa dei Nuggets in un’intervista iconica subito dopo la prima vittoria dei suoi nella serie, in Gara 2, con il cappuccio abbassato e lo sguardo cattivo, una figura associata da tutti a Darth Maul di Star Wars. Su X la chiamano la più grande “Aura gamble” di tutti i tempi, una scommessa fatta con ampio anticipo sulla potenza astratta della propria figura, che richiede una certa sicurezza. Cosa ha detto? In parole povere, che i Nuggets vanno attaccati perché in difesa fanno tutti schifo, a partire da Jokic. Il bello? Aveva ragione.

Senza Anthony Edwards, senza Donte DiVincenzo, senza Ayo Dosunmu (e senza Kyle Anderson), Minnesota ha comunque battuto Denver in Gara 6, eliminandola. Come? Attaccando l’attaccabile, sfruttando la taglia, la velocità, l’esplosività, tutto. Jaden McDaniels ha chiuso con 32 punti, 10 rimbalzi, 2 rubate e 0 palle perse, entrando a far parte di una cerchia ristretta di giocatori con prestazioni simili ai Playoffs – Jayson Tatum, Kobe Bryant, Larry Bird. Terrence Shannon Jr., che ha giocato 0 minuti nelle prime tre e 20 complessivi nella serie prima di Gara 6, ha messo a referto 24 punti, 6 rimbalzi e 2 rubate al debutto da titolare ai Playoffs.

Cosa accomuna queste due prestazioni a quella di Ayo Dosunmu in Gara 4, autore di 43 punti per guidare i suoi alla vittoria senza Ant Man e DiVincenzo? In astratto, tutti e tre sono dei fottuti dawg, dei cagnacci. Più concretamente, si tratta di esterni / ali super atletiche – chi più orizzontalmente, chi più verticalmente – che possono attaccare il ferro a piacimento senza esaurirsi, sempre alla ricerca della chiusura più esplosiva possibile, mettendo a segno anche tiri da fuori se particolarmente in ritmo.

In più, sono animali da transizione e grandi difensori perimetrali, il prototipo di giocatore che, se riesce a galvanizzarsi in difesa, poi si esalta anche in attacco, e viceversa. Un incubo da affrontare quando esplode questo agonismo. Il risultato? Tanti punti correndo, attaccando il mismatch anche nei primi secondi, ma soprattutto rettilinei liberi fino al ferro contro l’inesistente difesa dei Nuggets.

Ma perché Denver ha fatto tutta questa fatica? Perché Jokic, in relazione al ruolo, è tra i peggiori difensori NBA, pertanto va nascosto. Mancando Aaron Gordon, o comunque avendolo acciaccato, vengono meno i sistemi di aiuti tra le seconde linee quando il serbo prova a salire al livello del blocco per tirarsi fuori da ogni azione nella quale gli avversari provano a inserirlo. Se l’aiuto finale al ferro è Jokic, non esiste aiuto. Se Jokic sale e non c’è Gordon, manca taglia e non esiste ancora aiuto. Se i difensori perimetrali della prima linea non tengono mezzo palleggio, beh, si capisce che è un disastro.

Cam Johnson non ha mai ritrovato la fisicità dei tempi dei Suns, e si è visto. Christian Braun è reduce da un infortunio, Peyton Watson infortunato, e si è sentito. Jamal Murray è stato braccato in attacco, cacciato in difesa, Barbecue Chicken come dicono negli Stati Uniti. Gli esterni dei Timberwolves si sono leccati le dita per tutta la serie, mentre Denver non ha mai trovato una risposta. Jaden McDaniels aveva ragione, di nuovo. Ma, ancora una volta, prima della tattica, il motore di tutto è il rancore.

Nessun “esperto” aveva scelto Minnesota nelle previsioni per il passaggio del turno. Annotato. Coach Finch, nella conferenza dopo Gara 6, se ne è uscito dicendo che Denver potesse scegliere il proprio avversario, optando deliberatamente per i Timberwolves. Annotato, anche se non proprio corretto – ma non importa, tutto carburante fatto in casa. Nikola Jokic si è agganciato con McDaniels in un tafferuglio prima, con Jaylen Clark (iconica la sua risposta su X) poi, in Gara 6, reagendo di istinto e con nervosismo alla mancanza di risposte sul campo. Annotato, e poi scartato tutto una volta chiusa la pratica.

McDaniels, intervistato a riguardo a fine partita e poi in conferenza, ha semplicemente detto che lo direbbe di nuovo, che lui è così. E fa bene. I Nuggets si sono applicati molto di più a rispondere con queste scenate extra-campo o in conferenza stampa, nel caso di coach Adelman, facendo trasparire tutt’altro che durezza, ma insicurezza. E questo perché c’erano anche dei trascorsi.

McDaniels è un villain. Nella Gara 7 del 2024, a partita finita, ha provato una schiacciata da dunk contest in mezzo alla Ball Arena di Denver, con il pubblico che era già stato aizzato dalla tripla “dagger” di Anthony Edwards e dalla rimonta storica di Minnesota. Non è stata presa bene, ma ancora una volta il campo ha dato ragione ai Timberwolves.

Il giocatore di Minnesota si esalta così. Dai tempi del Draft, è scelto in fondo al primo giro non tanto per il talento, quanto per problemi attitudinali. Ci è voluto tempo (la prima serie contro Denver l’ha saltata per aver dato un pugno contro il muro in una gara di fine stagione fondamentale contro i Pelicans), ma è riuscito a incanalare il tutto sulla pallacanestro, diventando uno dei migliori difensori dell’intera Lega ed evolvendosi in una sporadica seconda/terza opzione, capace di attaccare il ferro con le lunghe leve per compensare un tiro altalenante – ma letale nelle serate giuste.

Anche questa è una “chip on the shoulder”, fa parte del ruolo di underdog. Ruolo incarnato alla perfezione dall’intera squadra, Anthony Edwards incluso, talmente esaltato da questa attitudine dei compagni da aver coniato uno dei motti più riconoscibili nella community NBA: “Loro avranno KD, ma noi abbiamo Jaden McDaniels”.

In questo modo, forgiando un’identità non tanto da villain, quanto da antieroi, i Wolves sono arrivati per due anni di fila alle Conference Finals, pur cambiando svariati nomi a roster. Hanno sempre portato a casa almeno una serie come squadra dal posizionamento più basso dal 2024, un traguardo non scontato e limitato a poche altre squadre. Quando sono sfavoriti, danno il meglio di loro, come in Gara 6. Magari non sarà abbastanza per diventare campioni, ma è sicuramente abbastanza da renderli uno dei nuclei più godibili della pallacanestro attuale. “They got Jaden McDaniels”, e questo fa tutta la differenza del mondo.