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Questo contenuto è tratto da un articolo di Branson Wright per Andscape, tradotto in italiano da Marco Marchese per Around the Game.


Quando John Lucas è stato allenatore dei Cleveland Cavaliers, aveva spesso l’abitudine di organizzare workout e tornei estivi che coinvolgessero i giovani talenti di high school, college ed anche giocatori professionisti.

Il mattino del 22 maggio 2002 era uno qualunque per coach Lucas, ai tempi al primo anno sulla panchina dei Cleveland Cavaliers. Alla Gund Arena (oggi Rocket Mortgage FieldHouse) erano presenti, oltre ai giocatori, solo qualche membro dello staff e pochissimi altri. Quei pochi, che oggi possiamo definire fortunati, non avevano la più pallida idea che di lì a poco un giovanissimo LeBron James avrebbe messo in pratica un piccolo cameo della sua futura carriera in NBA. Ed era solo un junior all’high school.

Erano passati solo tre mesi dalla famosa copertina The Chosen One di Sports Illustrated; mancava ancora un anno prima che il nativo di Akron fosse scelto come numero 1 al Draft 2003, e svariati altri prima divenisse uno dei migliori giocatori della storia della lega.

Dato che la partecipazione a quel torneo violava la regola NBA per cui non può avvenire alcun contatto tra le franchigie ed i giocatori non ancora eleggibili al Draft, la lega ha costretto coach Lucas a pagare una multa di $250,000 e lo ha squalificato per le successive due partite di Regular Season, mentre i Cavs se la sono cavata “solo” con una multa da $150,000.

In ogni caso, ciò che LeBron ha mostrato in campo è stato uno “spoiler” della sua lunga carriera, ed è rimasto impresso a fuoco nella memoria di ognuno dei presenti, che gelosamente ne ricorda ancora ogni dettaglio da quasi 20 anni. E quella che leggerete è la testimonianza diretta di chi ha vissuto quei momenti.

La reputazione del giovane LeBron era nota già da molto prima di quegli allenamenti estivi con i Cavaliers, sin dai suoi due primi anni di high school, quando ha auto 21 punti di media da freshman e 25.2 punti da sophomore. Ha aiutato St. Vincent-St. Mary a vincere titoli in back-to-back in quegli anni, e non ci è voluto molto prima che all’appena assunto coach John Lucas venisse voglia di vedere personalmente di che pasta fosse fatto sul campo.

“Ero andato a vederlo durante qualche partita di AAU a Cleveland State. In passato ero andato a visionare anche Kobe Bryant, e mi era stato detto che LeBron era un prospetto addirittura potenzialmente migliore di Kobe, per cui ero incuriosito. Sono andato a vederlo giocare e sono rimasto molto colpito. Uno dei miei commenti fu un paragone con l’allora point guard dei Cavs, Bimbo Coles: affermavo che LeBron fosse già migliore di lui. Alcuni hanno riso di me...

La prima cosa che ho notato era il suo IQ cestistico, fuori da ogni categoria. Certamente sapevo che avrebbe dovuto migliorare al tiro, ma era già un passatore élite.”

John Lucas

“L’ho visto giocare sia durante l’anno vincente da freshman che da sophomore. Ho pensato che sarebbe diventato un ottimo giocatore, ma ad essere sinceri, avendo visionato anche Jimmy Jackson e Clark Kellogg durante il periodo alla high school, non pensavo che LeBron potesse mai superare il loro livello.”

Johnny Clark, Player development associate dei Cleveland Cavs

“Avevo già sentito parlare di lui durante il suo primo anno all’high school, ma l’ho visto giocare solo al suo secondo anno, durante una partita di Cleveland State. Ciò che suscitò maggior scalpore in me era che avrebbe potuto fare 50-60 punti ed essere allo stesso tempo un giocatore altruista. Giocava nel modo giusto, già a quell’età. Per lui era un’abilità innata, perchè normalmente un atleta capace di segnare così tanti punti scende in campo per fare soltanto quello. LeBron no, è sempre stato un giocatore altruista. Era atletico come Michael Jordan, con il fisico e la personalità di Magic Johnson.”

Jim Paxson, GM dei Cleveland Cavaliers

“Ho giocato contro LeBron quando ero al mio secondo anno alla Oak Hill Academy, Virginia. Anche lui era al secondo anno. Ci ha dominati. Molti ci conoscevano e temevano, sapevano come Oak Hill fosse capace di demolire i propri avversari, ma non contro di lui. Avevo sentito parlare di lui già prima di averlo affrontato in campo, ma dopo quella partita ero certo che sarebbe stato un campione.”

DeSagana Diop, ex Centro dei Cleveland Cavaliers

“Quando mio padre ha preso l’incarico di allenatore ai Cavs, ero un freshman al college. A quel tempo, mio padre ha detto che c’era un giocatore della high school, nativo di Akron, che riteneva potesse diventare il nuovo Kobe, MJ, Magic o Dr J. Sono sempre stato un fan di Kobe, quindi inizialmente non gli credevo.”

John Lucas III, ex point guard e figlio di John Lucas
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Durante gli anni alla high school, le due principali guide di LeBron sono state Chris Dennis, consigliere di famiglia, ed Eddie Jackson, ciò che si avvicina quanto più possibile ad un padre per James. Dennis ha mostrato un videotape di un giovanissimo LeBron nel suo anno da freshman a Sonny Vaccaro, esperto di basket ma soprattutto membro dell’executive della Nike. Jackson, invece, lo ha sempre seguito da vicino ed è stato con lui nei momenti più importanti.

Nel suo secondo anno alla high school, come di frequente per tante altre stelle nascenti (tra cui, oltre James, anche Paul Pierce, Ron Artest e Penny Hardaway) ha sfidato Michael Jordan in una pick-up ball game a Chicago.

“Avevo creato un gameplan studiato per LeBron, ed una delle cose migliori in tutto ciò è stata metterlo a confronto con dei veri professionisti dell’NBA. Volevo che LeBron vedesse com’era strutturato il fisico di un vero atleta e che coloro che già giocavano in NBA si rendessero conto che lui poteva giocare al loro livello. Perciò nell’anno successivo, ho voluto che si confrontasse con altri giocatori professionisti a Cleveland, in modo da abituarcisi. Sapevo di poter contare su Eddie Jackson, che ha sempre avuto buoni rapporti con tanta gente, tra cui proprio John Lucas.”

Chris Dennis

“Il giorno precedente al suo arrivo, c’erano già delle voci in circolo tra i giocatori. E siccome credevano che fosse veramente forte, tutti volevano accertarsene; non facendolo sentire umiliato, al contrario facendogli comprendere il loro rispetto, anche se lui era soltanto un ragazzino della high school al confronto con degli uomini fatti e cresciuti, tra cui parecchi professionisti. Insomma, fargli capire che lui era forte, anche se loro erano a un altro livello.”

Johnny Clark

“Appena siamo arrivati in palestra John Lucas ha richiamato i giocatori dei Cavaliers. Bryant Stith, Coles, Jumaine Jones, Chris Mihm e Diop, più altri quattro ragazzi tra i collegiali. Io e LeBron ci siamo inizialmente accomodati in panchina, e mentre parlavamo John Lucas lo ha chiamato a sé. ‘Bron, fai vedere quello che sai fare’. Era arrivato il suo momento, e lo gestì con grande tranquillità in campo.”

Eddie Jackson

“Quella volta LeBron non è sceso in campo con la spocchia di chi si sente il numero uno. Si è unito agli altri, sembrando sin da subito uno di loro. Non è sembrato scosso, né emozionato. Non c’era ego nel suo gioco. Dava assist e creava tiri per i compagni.”

Keith Smart, Assistant Coach dei Cleveland Cavaliers

“All’inizio nessuno di noi ragazzi del college gli voleva passare la palla. Ognuno voleva arrivare a giocare in NBA ed eravamo ansiosi di avere la nostra chance di confrontarci con dei veri giocatori professionisti.”

John Lucas III

“Nelle prime due partitelle sembrava quasi che non volesse pestare i piedi a nessuno. Si limitava a passare il pallone e servire assist. Più o meno come fa anche adesso, il suo gioco era molto ‘coinvolgente’. Ma dopo la seconda partita, ogni professionista presente aveva già capito che quando il rimbalzo difensivo arrivava a lui, poteva mangiarsi il campo e segnare con estrema semplicità.”

Johnny Clark
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Lucas probabilmente riteneva di aver visto anche troppo LeBron all’opera da playmaker. Ora, da lui voleva un gioco meno à la Magic Johnson e più à la Michael Jordan.

“Al fischio di John Lucas tutti sono andati a sedersi per un rapido break. LeBron era seduto in panchina e coach Lucas gli ha rivolto queste parole: ‘E così hai deciso di non voler giocare coi professionisti? Vuoi farci vedere soltanto tutti quei giochetti? Non sei ancora pronto.’ LeBron allora ha cambiato marcia.”

Eddie Jackson

“In quel momento l’intera giornata ebbe una svolta. Come se LeBron avesse premuto l’interruttore. James è sceso in campo per le successive partite con in testa il solo obiettivo di dimostrare che sapeva segnare. Segnare e allo stesso tempo coinvolgere i compagni. Si è impadronito del workout. Mi sentivo davvero onorato di trovarmi lì, quando sentivo i commenti dei presenti. Non credevo alle mie orecchie.”

Johnny Clark

“Abbiamo organizzato un mini-torneo chiamato ‘series’, in cui James ha effettuato letture e giocate perfette al servizio della squadra. Ad un tratto ha preso palla, battuto due difensori ed è andato a canestro chiudendo con una schiacciata incredibile. Se mai un giorno dovessi scrivere un libro, quel giorno ci entrerà di certo.”

John Lucas

“Quando siamo tornati in campo, mio padre ripeteva solo: ‘Date la palla a LeBron’. Gli abbiamo dato la palla e lui si è trovato sul lato destro del campo, appena dentro l’arco, con davanti DeSagana Diop e Chris Mihm ad aspettarlo; è andato al ferro e li ha evitati agilmente in volo, chiudendo con una reverse dunk in cui la palla non ha neanche sfiorato ferro o retina. Subito dopo era già pronto a difendere. Un momento incredibile. Da lì, ha ripreso soltanto a servire assist. Ma tutti i presenti volevano vedere dell’altro.”

John Lucas III

“Quando ha fatto quella schiacciata, sono corso via dalla palestra. Ero troppo eccitato per ciò a cui stavo assistendo. Quella sera ho chiamato il mio allenatore per dirgli che nel pomeriggio avevo visto la prossima superstar dell’NBA. Lui non lo conosceva, quindi ho specificato: ‘un ragazzo proveniente da Akron, Ohio, di nome LeBron James’. Anni dopo, ogni volta che LeBron viene inquadrato in qualche telegiornale sportivo, il mio coach mi scrive ancora, pensando a quel momento.”

Bryant Stith, ex guardia dei Cleveland Cavaliers

“In tarda serata ho chiamato due dei miei più cari amici, dicendogli di aver visto il miglior talento dopo Kobe. Mi hanno risposto di non sbilanciarmi troppo, allora gli ho raccontato di quella schiacciata: non riuscivano a credere alle loro orecchie.”

John Lucas III

“Da quel momento in poi è stato un LeBron-show. Era infermabile. Dopo la fine delle partitelle, Lucas mi ha lanciato uno sguardo e subito dopo mi ha detto che avevamo per le mani qualcosa di grande. Io gli ho risposto che quello che avevamo visto era solo una piccola parte del suo enorme bagaglio tecnico.”

Eddie Jackson

“Vedendo il suo modo di giocare, non contro dei ragazzi della high school suoi coetanei, ma contro dei veri professionisti, c’era solo da rimanere entusiasti ed esclamare cose come ‘questo ragazzo diventerà uno dei più forti’. È entrato e uscito dal campo come un uragano, mentre le partite erano totalmente in balia delle sue giocate. Nonostante fosse un ragazzo, era già al livello di tutti i presenti, se non più forte.”

Keith Smart

“Tutti a fine giornata avevamo un’opinione di LeBron completamente diversa da quella che avevmo in precedenza. Era come se ognuno avesse lasciato il campo d’allenamento pensando che lui fosse davvero The Chosen One, avendolo provato davanti ai nostri occhi. Tutti lo guardavamo allibiti, chiedendoci se avevamo davvero assistito a qualcosa di reale.”

Johnny Clark

“Ammiro coach Lucas, e apprezzo il fatto che mi abbia convocato per quel workout. Come chiunque mi voglia veder giocare, dimostra interesse nei miei confronti e verso il mio modo di giocare, ritenendomi in grado di poter stare nella sua squadra. Sento che devo dare il meglio di me in campo. Per me è stata una grandissima esperienza, ho imparato tante cose e mi sono divertito.”

LeBron James in una dichiarazione a The Plain Dealer
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Sfortunatamente per coach John Lucas e i Cavaliers, la NBA non era affatto contenta della partecipazione, seppur volontaria, di LeBron al workout alla Gund Arena. La regola ufficiale recita:

“Le franchigie NBA non possono, direttamente o indirettamente, avere, intrattenere o tentare di avere o intrattenere, in qualsiasi forma, nessun tipo di discussione, comunicazione o interazione con qualsiasi giocatore che abbia ancora degli anni di militanza nel basket collegiale o che per qualunque ragione non sia ancora eleggibile al Draft NBA.”

Tutto ciò ha provocato la squalifica di John Lucas, comunicata ufficialmente alla stampa il 28 maggio 2002.

“Non avevo idea dell’esistenza di quella regola, perchè avevo già fatto la stessa cosa con Kobe (quando era allenatore dei Philadelphia 76ers, ndr). In realtà avevo sempre invitato i migliori giocatori ai miei workout. Sfortunatamente, un articolo su quel workout mi ha inchiodato e mi è costato una multa e una squalifica. Ma indovinate chi sto cercando di convincere a venire ai miei camp in giro per gli Stati Uniti? Già, proprio Bronnie.”

John Lucas

“Dovevo solo creare hype e attirare l’attenzione collettiva su LeBron, per fare in modo di creargli un percorso che lo conducesse in NBA. Ed è quello che stavo facendo.”

Chris Dennis

“Le cose, per fortuna, sono andate per il verso giusto. Il destino ha deciso di essere benevolo verso la città di Cleveland, verso LeBron James e la sua famiglia. All’inizio non tutto ha funzionato alla perfezione, ci sono stati degli intoppi durante le sua prima esperienza coi Cavs, ma al suo ritorno è riuscito a regalare alla sua città il tanto agognato titolo. Tutto ha finalmente avuto un senso. Una leggenda prendeva vita.”

Bryant Stith

“LeBron ha avuto moltissimo hype attorno a sè in quel periodo, ma ha superato le aspettative nei suoi confronti. Ciò che lo rende davvero speciale è l’esser riuscito a reggere sotto una pressione mediatica tale, ad un’età così giovane. Lui è riuscito a superarla e dominarla.”

DeSagana Diop