La vicenda umana e sportiva di Drazen Petrovic, uno dei primi europei a mettere il Vecchio Continente sulla mappa NBA.

Il sole del primo pomeriggio riscalda le antiche mura di Sebenico, avvolgendo la città in un torpore che profuma di immobilità e quiete. Un silenzio quasi irreale, rotto solo da un suono familiare agli abitanti del luogo: un ritmico e inesorabile rumore di una palla contro un tabellone.
“Cos’è questo rumore?”
“È Kamen che si allena, povero ragazzo. E povero canestro! Quasi si sentono i giunchi che implorano pietà.”
“Kamen?”
“Il piccolo Petrović, il fratello di Aza. Gli hanno dato le chiavi della palestra. Passa ore e ore a tirare a canestro, ogni santo giorno.”
Era quello il soprannome di Dražen Petrović: Kamen, “pietra”. Sfortunato e brutto, camminava in modo goffo e, ovunque andasse, calpestava l’ombra proiettata dal fratello Aleksandar. Quel fratello, di cinque anni maggiore, era il prodigio di Sebenico. Ed era complicato per il piccolo Kamen tenere il passo con l’ammirazione e il paragone naturale che ne derivava.
Il suo carattere, poi, non lo aiutava: schivo, silenzioso, estremamente educato e cortese, ma era quasi impossibile fare con lui un discorso che andasse oltre la sua ossessione: il basket. Non fu il primo ossessivo nella storia del gioco, men che meno l’ultimo, eppure ciò che Kamen creò con la sua ossessione fu, per gli europei, qualcosa di mai visto prima.
Passano gli anni, Petrovic cresce, e le ore spese in palestra hanno l’effetto che ogni allenatore predica: la fiducia. Fiducia nei suoi mezzi, nel suo gioco, nella sua creatività, nella sicurezza che il suo destino sia proprio quello di calcare per tutta la vita i 28 metri del campo da basket. Zoran “Moka” Slavinic lo nota e lo porta con sé al KK Šibenik, per poterlo privare e osservare, perché osservarlo era l’unica cosa possibile.
Non si era modificato, negli anni, quel carattere cupo e schivo, che portava a pensare vivesse in una sorta di isolamento dal mondo, radicato nell’ossessione per un successo sul campo che irradiava tutt’intorno ogni volta che calcava il parquet. Ha quindici anni quando inizia la sua carriera professionistica, e più avanti porterà il piccolo club alla finale di Coppa Korac per due volte, entrambe perse contro il Limoges. Sarà a vent’anni che Mirko Novosel, coach del Cibona Zagabria, la squadra dove gioca Aza, deciderà di riunire i fratelli in una grande nobile del basket slavo. Sarà la consacrazione del minore dei due, capace, nella stagione successiva , di trascinare la squadra alla vittoria del titolo nazionale, della coppa di Jugoslavia e alla coppa dei Campioni con oltre 43 punti a partita.
Quest’ultima coppa ha, per coloro che lo osservano al giorno d’oggi, sapore di sinfonia; nella finale “compone” 36 punti senza tiri da tre, giocando una pallacanestro sontuosa fatta di arresti, incroci, penetrazioni al ferro, finte e grande creatività al servizio di una tecnica perfetta. E sono proprio le sinfonie di quegli anni che portano la prima firma della Gazzetta dello Sport, Enrico Campana, a soprannominarlo nell’unico modo possibile per un compositore di quel calibro. Mozart, dei canestri. Il soprannome Kamen è ormai un lontano ricordo, ciò che parte dalle sue mani non è più duro come una pietra, ma morbido e soave, potente e veloce; una melodia che esprime la necessità dirompente di lasciare attoniti tutti quelli che erano testimoni del suo gioco. Eppure, in Drazen, rimane il vecchio soprannome, Kamen, non più adatto al suo gioco, ma al suo modo di essere: ossessionato, cupo, duro, tendente all’isolamento; immutabile come una pietra. La sua ascesa è, ormai, chiara, e in Europa ha solo una tappa rimasta. Nella stagione 1988 arriva la chiamata dal Real Madrid; Petrovic è senza mezzi termini il più forte giocatore europeo, ed è perentoria la sua sinfonia di assoluto dominio. Porterà la Casa Blanca alla finale di Coppa delle Coppe del 1989, contro la Snaidero Caserta di Nando Gentile, Vincenzino Esposito e Oscar Schmidt. La partita è combattuta per tutti gli interpreti, ma non per il compositore.

Petrovic segna infatti 62 punti sui 117 di squadra e vince, lui, la partita. Mozart e Kamen, due lati della stessa medaglia. La rappresentazione più accurata della complessità di un’icona del mondo cestistico. Drazen è Mozart in campo: è espressivo, geniale, emotivo, è inarrestabile. Lo si vede sorridere, arrabbiarsi, festeggiare e soffrire. Ma Drazen è anche Kamen. Ed è durante finale del campionato mondiale del 1990 vinta a Buenos Aires contro l’Unione Sovietica che questa dualità, estremamente umana, si palesa in maniera lapalissiana. La Jugoslavia è sul tetto del mondo, e poggia i piedi sul terreno di Belgrado che, in quegli anni, è tutt’altro che stabile.
Quel 19 agosto è il giro di boa per la vita di Kamen, oltre che per la sua carriera. Al centro del parquet, l’artista è a festeggiare con i compagni la vittoria, abbraccia l’amico fraterno Divac, così complementare da essere l’unico a poter comunicare con la sua guardia, accompagnati dallo sventolio delle bandiere. Una di queste bandiere ha però al centro qualcosa di differente, si nota una scacchiera, simbolo storico croato. Vlade Divac, quel fratello, se ne accorge subito e strappa rabbiosamente via dalle mani del giovane tifoso quella bandiera che vuole fornire un sapore politico alla vittoria; in quella armonia di suoni, la nota dell’indipendentismo è cacofonica, e il gigante serbo non vuole che la sinfonia di Mozart venga interrotta. A Mozart poco importa dell’accaduto, ma un piccolo graffio si crea sulla dura superficie di Kamen. L’accaduto sembra poco importante, ma già dalle prime ore successive la voce si sparge e dalla Croazia una parola risuona forte in direzione dell’amico di Kamen. Četnički, cetnico, il nome dei partigiani serbi e monarchici durante la Seconda guerra mondiale. Vlade giustifica l’accaduto, è credibile, il gesto è per preservare la vittoria di tutta la squadra. Ma Drazen è croato e Kamen è presente, e chiude ogni possibile rapporto con Vlade.
È il momento di un ulteriore passo, un viaggio sull’oceano che consacri Mozart al di fuori del mondo Europeo, la NBA. Entrambe le facce di Drazen sono d’accordo, continuare a vincere in Europa non ha senso, è ora di dimostrare che il genio e l’ossessione sono all’altezza dei mostri sacri, gli americani. Si accasa ai Portland Trail Blazers, la squadra di Clyde Drexler, sotto la guida di Rick Adelman. L’allenatore però non lo vede e i compagni lo accusano di un egoismo deleterio per la squadra. La sofferenza che ne proviene per Drazen non fa altro che cementare la durezza di Kamen e la fiducia nei propri mezzi di Mozart. Non c’è nessuno che lo comprenda, nessuno capace, come al tempo delle vittorie con la Jugoslavia, di comunicare con Kamen al pari di Divac.
Ma Drazen si isola, la porta per l’amico rimane chiusa, nonostante i ripetuti tentativi di contatto di Vlade, e vive questo periodo sofferente appoggiandosi solo alla pietra della sua ossessione. Quando hai quel tipo di ossessione per il basket, se il basket non funziona allora non c’è niente che funzioni. A Mozart stanno stretti quei sette minuti e la frustrazione non fa che crescere. A novembre del 1990 Kamen decide di proteggere il fragile Mozart, e si lascia andare a un duro attacco alla squadra.
“Comunque vadano le cose, qualunque cosa io faccia, qui non c’è posto per me…”
È nel gennaio del 1991 che le cose riprendono il corso giusto per Drazen; approda ai Nets e il suo minutaggio sale vertiginosamente. 21 minuti di media che portano a 12,6 punti per partita. Mozart stava iniziando a dimostrare che era solo questione di tempo, il suo genio avrebbe conquistato anche quel lato del globo. La stagione successiva fu quella della consacrazione. Mozart viene spostato in quintetto, il suo minutaggio sale a 37 e i punti a oltre 20 di media, e Kamen è finalmente felice osservatore della ricompensa per la sua ossessione.
Solo una volta scenderà in campo con Mozart, per una chiara questione personale. Si tratta di una partita contro gli Houston Rockets. La guardia titolare, Vernon Maxwell, dichiarò “Deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il c..o”. Un affronto troppo grande perché Kamen lasciasse correre; concluse la partita con 44 punti a referto e in spogliatoio rientro portando per mano la reputazione di quell’americano che osò sminuire Mozart. Petrovic è ormai riconosciuto come una delle guardie più forti del mondo, la sinfonia del Mozart è giunta alle orecchie di tutti e ha conquistato anche gli americani.
Si presenta a Barcellona 1992, con la sua Croazia, pronto e deciso a portare Zagabria nell’olimpo del basket. Arriva in finale contro il Dream Team, e gioca una partita da Mozart. 24 punti, due in più della leggenda vivente Michael Jordan, ma la sconfitta è chiara. Questi americani sono alieni, tutti. La domanda di molti però rimane: se fosse stata quella Jugoslavia a giocare quella partita, sarebbe finita così? È il 7 giugno 1993, Drazen ha appena concluso una partita di qualificazione contro la Polonia; quel torneo di qualificazione non avrebbe necessità di Mozart, ma Kamen ha un senso di appartenenza alla sua terra troppo forte, non rinuncerebbe mai ad una partita con la sua Croazia. In aeroporto arriva Klara, la sua fidanzata e insieme decidono di passare qualche giorno di vacanza a Monaco. Mozart ne sente la necessità, e Kamen deve cedere; i graffi alla pietra di tutti questi anni si fanno sentire, e i segni, come quello di 3 anni prima procurato dall’amico Divac, hanno bisogno di cure. Partono sulla Golf rossa con Klara alla guida, un viaggio tranquillo nonostante la pioggia incessante. Petrovic si addormenta al posto passeggero, è stanco. Questa eterna dicotomia tra Mozart e Kamen è stata la sua salvezza ma in questi anni ha drenato le sue energie più di ogni altra cosa; sembra quasi giunto il momento in cui la dicotomia non serve più, in cui è possibile riunire i due se ed essere finalmente solo Drazen.
Vlade entra in un bar, era in vacanza con la famiglia. C’è la tv accesa che proietta immagini di una partita di pallacanestro. “La Croazia ha vinto, è ovvio”, poi l’immagine di Drazen. Non riesce a capire la lingua. “Chissà quanti punti ha fatto”, poi l’immagine di una Golf rossa accartocciata sotto un camion. Il fiato si spezza, senza più aria nei polmoni.