FOTO: Sporting News

Clink.

Dentro.

Clink.


Dentro.

Clink.

Dentro.

Clang.

Fuori.

Clang.

Fuori.

Thud. Clink.

Dentro di tabella.

Stasera aveva la mano calda. Forse era la birra gelata che si era scolato ad avergli sciolto il polso e acuito la vista. Forse era stata l’incazzatura per aver lavorato il turno di notte del 25, mentre il resto del mondo smaltiva ancora il pranzo di Natale. Forse era il peso di quei giorni tutti uguali, a fare un lavoro di merda nella città più sporca d’America, a raccattare da terra i resti di un’umanità che agli slogan “Keep NYC clean” stampati sui bidoni aveva smesso di credere da tempo. Ormai roditori e scarafaggi erano diventati i veri padroni di quell’agglomerato urbano trasudante opulenza, sudiciume e miseria umana, ed erano più che felici di fare festa con gli avanzi della cena di quei bipedi arroganti, espandendo il loro dominio sull’isola che in tempi remotissimi, gli olandesi avevano chiamato New Amsterdam. 17 dollari l’avevano pagata dagli indiani. Fin troppo, a suo parere.

Aveva lasciato il tepore dell’appartamento un paio d’ore prima, ringraziando mentalmente Iddio che il figlio si fosse addormentato senza rimostranze e che la partita al Garden fosse durata due supplementari. D’altronde, nonostante il tacito rimprovero nei suoi occhi, anche il piccolo Marcus l’aveva capito. Se volevano accendere le luci dell’albero almeno il 27, papà doveva fare il turno di Natale, che veniva pagato doppio. Per cui, niente storie.

Non ne poteva più. Era una sensazione che provava spesso ultimamente e che la brodaglia al sapore di caffè del deposito o le continue docce prima e dopo il turno non riuscivano a levargli. Il puzzo della strada se lo pelava di di dosso, ma quella sensazione no. Non ne poteva più. Di quel lavoro schifoso, di non avere soldi per comprare scarpe nuove a Marcus, di non vedere una via d’uscita da quella vita maledetta fatta di camion, bidoni e discariche. E quella sera in particolare, non ne poteva più. Per cui, quando gli veniva la tentazione di mandare affanculo Paulie, un mezzosangue italiano semianalfabeta che gli faceva da supervisore, di rovesciare cumuli di pattume sulla testa della gente e di chiudersi la porta di casa alle spalle per andare, chessò, a LA da suo cugino dove almeno non ti gelavi le palle 5 mesi l’anno, allora sentiva che era il momento di tornare nel cuore di Harlem.

Al playground. A quel rettangolo di gioco dalle linee scolorite, mezzo sfondato dalla pioggia, che per lui rappresentava una cattedrale. Un luogo sacro. Per lui il playground era una zona magica dove per qualche ora poteva ritrovarsi e rigenerarsi. Respirare. Dimenticare tutto e concentrarsi sul far tintinnare quelle retine metalliche. Di notte, da solo. In pace.

Clink.

Dentro.

Clink.

Dentro.

Clink.

Dentro.

Man, stasera le stava infilando tutte. Avesse avuto una manciata di sere così all’high school, forse a quest’ora poteva essere nell’NBA, invece di guidare un camion della nettezza urbana.

Thud. Clink.

Dentro.

Thud. Clink.

Dentro.

Thud.

Dentro.

OK, aveva imbroccato l’angolo destro del tabellone. Era in striscia positiva. Glielo diceva sempre coach O’Brien: “Il tabellone può diventare il tuo migliore amico.” E mai come stanotte aveva ragione. Si fermò un attimo per rifiatare. Il fumo gli usciva rapido dalla bocca e l’aria gli bruciava di gelo i polmoni. Era decisamente fuori allenamento.

Si risolse a provare l’ultimo tiro per tentare il 5 su 5. Era ora di risalire sul camion per continuare il giro. C’era un mare di mondezza da caricare. E Paulie lo aspettava al varco per rompergli le scatole. Meglio non dargli ulteriori scuse.

Lasciò partire una parabola altissima dalla linea di tiro da tre del college. Il vecchio Wilson che aveva rubato dopo l’ultima partita dell’high-school e che ogni tanto infilava di nascosto nella cabina del camion colpì la parte sinistra del ferro esterno. Rimbalzò sull’asfalto una volta. Due. Tre. E finì sotto un albero, nella neve, in una zona buia dove la luce dei lampioni non arrivava. Rabbrividì un secondo. Lo avrebbe lasciato volentieri lì. C’era il rischio di un incontro ravvicinato con uno dei signori di New York di cui sopra. O peggio. Era il 1985, dopotutto, e ad Harlem girava tanta eroina. Troppa.

Tentennò un attimo ancora e fece un respiro profondo. Non si poteva permettere un altro pallone, per cui c’era poco da pensarci. Infilò i guanti da lavoro che aveva lasciato a terra e si diresse verso l’albero. Recuperò la sfera con la stessa delicatezza con cui padre Jeffrey porgeva il calice ai fedeli durante la comunione la domenica a St Paul. Niente topi, niente siringhe. Grazie a Dio, pensò sollevato.

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“Si può?”

Si voltò e lo vide. Ci mise un momento a mettere a fuoco, e un altro a raccapezzarsi. Era l’ultima persona che si aspettava di vedere un bianco – quel bianco – in un playground di Harlem, la notte del 25, con 6 gradi sotto zero. Ma che ci faceva qui?  E come aveva fatto a non sentirlo? “Certo, “ rispose lui, non senza una certa esitazione, e fece un passaggio schiacciato a terra.

“Grazie”, fece il tizio, che ricevette la palla con due manone giganti dalle dita nodose. Indossava jeans smangiati all’orlo, un paio di Converse nere ai piedi e un orrendo giaccone a quadri che probabilmente non teneva un granché caldo. Si tolse il cappellino che portava in testa, scoprendo un mare di capelli biondi.

Era proprio lui. Aveva gli occhi di ghiaccio, i baffi pronunciati che gli coprivano un labbro superiore inesistente e la faccia butterata di chi ha conosciuto la fame vera. Non fosse stato per la stazza imponente, sarebbe potuto benissimo passare per uno dei suoi colleghi. O anche per il suo supervisore. Ma non tutti i supervisori della nettezza urbana potevano vantare, tra le altre cose, due titoli NBA, due titoli di MVP e un cervello cestistico di finezza sartoriale.

Il tizio provò un tiro dall’angolo che, come da copione, s’infilò alla perfezione senza neanche toccare neanche la rete metallica, penzolante a metà dal ferro. Gli ripassò il pallone.

Tiro dal gomito dell’area.

Clink. Dentro.

Tiro dalla linea da tre del college.

Clink. Dentro.

Tiro dalla linea da tre dell’NBA.

Clink. Dentro.

“È un buon pallone”, osservò il tizio.

“Grazie, signor Bird”, fece lui, ancora mezzo intontito.

“Larry.”

“Larry.”

“Come ti chiami?”

“MJ.”

Bird fece una risatina. “E ti pareva”, disse sottovoce.

“Come dice, scusi?”

“Niente. Quell’MJ. Per cosa sta?”

“Marcus James.”

“OK.”. Gli ripassò la palla.

MJ non proferì verbo e ricominciò a tirare, anche se le gambe gli tremavano. E non per il freddo. Azzeccò un altro paio di canestri, pregando sottovoce di non far figure da idiota di fronte al miglior cestista della Lega che solo qualche ora prima aveva crocifisso i tifosi del Garden. I due rimasero in silenzio, interrotto solo dal rimbalzare del pallone sull’asfalto e dal rumore corale e metallico di ferro, tabellone e retina. Il tutto durò cinque, forse dieci minuti. E tra i due uomini, non un suono. Non ce n’era bisogno. Finalmente la curiosità ebbe la meglio su MJ, che si decise a rompere l’incanto di quella sessione di tiro svoltasi in totale relax, neanche fosse stata una domenica pomeriggio.

“Signor B…Larry?”

“Mhm?”

“Mi scusi, ma che ci fa qui?”

“Sto giocando a basket. Non lo vedi?”

“D’accordo, ma stasera avete avuto una partita al Garden. Starete forse all’Hilton, in pieno centro. Come ci è capitato ad Harlem alle tre di notte, la sera di Natale?”.

“Non riuscivo a dormire. Per cui ho preso un taxi e ho cercato un posto dove poter fare due tiri.”

“Ed è finito qui?!”

“Già.”

Silenzio. MJ non sapeva cosa dire, ma cercò comunque di tenere viva la conversazione. Quando gli ricapitava di chiacchierare con Larry Bird?

“Ha giocato molto bene stasera.”

“Nah. Ho fatto 8/27.”

“Sì, ma con 10 rimbalzi. E poi avete vinto.”

“Dopo due supplementari. Meno male che ci hanno pensato Kevin e Chief. Se non c’erano loro, la spuntavate. Ewing è un gran bel centro, tenetevelo stretto.”

“Sì, sono d’accordo. Comunque, se posso, il vincere non è un fatto solo di cifre a tabellino.”

Si voltò e lo fissò per un attimo. “Hai ragione.”.

Silenzio.

“Signor B… Larry?”

“Mhm?”

 “Me lo farebbe un autografo?”

“Se mi lasci tirare in pace e tieni la bocca chiusa, sì.”

MJ capì subito. Senza dire una parola si mise sotto canestro. E attese. Bird si tolse la giacca, rivelando una felpa grigia meravigliosamente anonima e divinamente in linea col personaggio. Poi cominciò a crivellare la retina dall’angolo sinistro. Una bomba. Poi un’altra. E un’altra ancora. Si spostò verso la curvatura dell’arco. Altre tre bombe. Poi al centro. Boom. Sulla curvatura destra. Boom. E all’angolo destro. Boom. Senza neanche cambiare espressione facciale. 15/15.

Ripassò il pallone a MJ e si mise lui in posizione per raccogliere i rimbalzi. MJ deglutì rumorosamente. Le doti di cecchino del 33 dei Celtics erano cosa nota, ma qua aveva di fronte una macchina. Non poteva permettersi di fare figuracce. Cercò di rilassarsi e di sciogliersi i muscoli senza darlo troppo a vedere. Si levò di dosso il giaccone e i brividi gli trasmisero una scarica elettrica lungo tutto il corpo. Cominciò a tirare da punti diversi del campo rispetto a Bird. Non voleva rischiare il confronto a tutti i costi, sapeva che l’avrebbe perso. Ma un 7/15 dalle sue mattonelle preferite non era fantascienza. Anzi, ci avrebbe fatto la firma.

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9/15.

“Niente male, MJ”, disse Bird.

“Grazie.”

“Quel camion è tuo?”

“Sì, signor Bird.”

“Larry.”

“Sì, Larry.”

“Bella bestia. Stai facendo il turno di notte?”

“Si sign…Larry. Perché, se ne intende?”

“Un pochino. Paga bene?”

“Abbastanza, ma avevo bisogno di fare straordinari.”

“Per quello stai lavorando a Natale?”

“Esatto.”

“Mhm.”

“Vuole un drink?”

“Perché no?”

MJ si diresse verso la cabina e afferrò una lattina di Miller.

“Ecco qui.”

“Grazie. Tu non bevi?”

“Già fatto, grazie. E poi devo guidare”, sorrise MJ indicando il furgone.

“È vero.”

Rimasero ancora in silenzio un paio di minuti, le sirene della polizia in sottofondo. Bird sorseggiava la sua birra, MJ rifiatava col pallone sottobraccio.

“MJ?”

“Sì, Larry?”

“Rendiamo le cose un po’ più interessanti?”

“In che senso?”

“Gara di tiri liberi. 10 a testa. Se vinci tu ti do 100 dollari. Se vinco io…”

“Purtroppo sono al verde, Larry.”

“Non importa. Se vinco io, mi fai guidare il camion per un paio d’isolati.”

“ Ma Larry… sono bestie difficili da manovrare e non posso rischiare il lavoro.”

“Tu non preoccuparti che me la cavo. E tirerò di sinistro.”

“Ah.”

Ci pensò su un attimo. Erano le quattro del mattino. Nessuno li avrebbe visti. E Bird avrebbe tirato di sinistro. Magari una chance ce l’aveva. Insomma, 100 dollari erano 100 dollari. “OK, ci sto. Vediamo che sa fare.” Per la prima volta, Larry abbozzò un sorriso e alzò il sopracciglio, come se volesse registrare mentalmente quell’ultima frase. “OK. Comincia tu”.

MJ si posizionò sulla linea del tiro libero. Fece un respiro enorme, tentando di concentrarsi solo sul buttarla dentro. Sto facendo una gara di tiro con Larry Bird!, gridò a squarciagola dentro di sé. E si mise al lavoro. Chiuse con 8/10. Aveva persino sfiorato il 9/10, ma la palla aveva camminato per qualche istante sul ferro e alla fine era scivolata fuori. Comunque era una percentuale rispettabile. Non aveva mai fatto 8/10 neanche in cinque anni di high school. Forse forse – oddio! – poteva spuntarla.

Venne il turno di Bird. Come concordato. Un palleggio, due palleggi. Tiro di sinistro. Canestro. OK, pensò MJ. Magari gli è andata bene una volta. Dopotutto è destrorso, non può essere poi così efficace anche con la sinistra. Un palleggio, due palleggi. Tiro di sinistro. Fuori. MJ non poté trattenere un sorriso. Si lasciò scappare un “Allora anche lei è umano”. E qui vide la faccia di Bird irrigidirsi. Sembrava essere diventata di pietra.

Un palleggio, due palleggi. Canestro.

Un palleggio, due palleggi. Canestro.

Un palleggio, due palleggi. Canestro.

Un canestro. E poi un altro. E un altro.

Ad ogni tiro segnato da Bird, il sorriso di MJ gli si restringeva dal volto e la mascella gli si dirigeva sempre più verso il pavimento. 9/10. “Man, that’s impossible”, urlò MJ al di sopra del traffico cittadino. Bird allungò la mano verso MJ, imperturbabile. “Chiavi”. MJ non ebbe neanche la forza di obiettare. Rideva in modo isterico e dovette fare uno sforzo sovrumano per non gettarglisi in ginocchio.

“OK, OK, Larry. Una promessa è una promessa. Che roba! Incredibile!” Bird fece il giro del camion e salì dalla parte del guidatore. “Vieni”. MJ agguantò il pallone, raccolse le giacche e si sedette dal lato del passeggero.

“OK, ha vinto. Dove vuole andare?”

“Mah, io direi che possiamo andare in Lenox Avenue e mi scarichi lì. Credo di sapere la strada.”

“Perfetto.”

Larry diede un’occhiata veloce al cruscotto e avviò il motore senza indugio. Mise la prima e il colosso d’acciaio prese vita, immettendosi nella strada deserta.

“Vivi qui ad Harlem?”

“Sì, non lontano da qui.”

“Hai figli?”

“Sì, uno, Marcus Junior.”

“MJJ?”

“MJJ!”. E scoppiarono tutti e due in una risata.

“E lei, ha figli?”

Sì”, rispose un po’ spento Larry. “Una bambina.”.

“Oh.”. MJ aveva udito una nota malinconica nella sua voce. “Le manca molto perché è Natale?”

“No. Mi manca molto sempre. Non la vedo mai, vive con sua madre. Stanotte però faceva un po’ più male del solito.”

“Mi dispiace, Larry, non volevo…”

“Tranquillo.”

MJ cercò di cambiare argomento per sdrammatizzare.

“Ehi, senta Larry… Le devo fare i complimenti. Guida il camion come un professionista, potrebbe essere un mio collega!”

“Difatti lo sono. Ho lavorato nella nettezza urbana per quasi un anno.”

“Cosa?! Ma quando? Dove?”

“French Lick. Dopo che avevo mollato Indiana e prima di passare a Indiana State.”

“Ma mi prende in giro?”

“No. Si fa quello che si deve fare per sopravvivere.”

“E quindi siamo colleghi?”

“Esatto.”

MJ era a un passo dal collasso cardiaco. “Oddio! Non ci credo! Larry Bird faceva lo spazzino! Oddio, ti prego, basta, non ce la faccio più! Questo è il miglior Natale di sempre!”. L’ilarità di MJ era talmente contagiosa che anche Bird si mise a ridere di gusto e continuò fino ad avere le lacrime agli occhi, dovendosi fermare un paio di volte sulla strada. Alla fine arrivarono su Lenox Avenue.

“Eccoci qua”, fece Bird. Mise le quattro frecce e si voltò verso MJ.

“Grazie ancora. Sai, stasera non mi sarebbe dispiaciuto fare cambio con te.”

“Ma cosa dice?! Lei è Larry Bird! Il miglior giocatore di basket al mondo! È pieno di soldi! Io non sono nessuno!”

Bird si fermò per un attimo. La sua voce, lentissima, era carica di dignità. “Può darsi che tu non sia famoso e che tu non sia ricco, ma fai un lavoro onesto. Ti guadagni da vivere. E a fine turno torni a casa da tuo figlio. E questo te l’invidio non sai quanto.”. MJ non sapeva che dire. Non l’aveva mai vista così. Bird fece un gesto con la testa e si scrollò di dosso quella momentanea tristezza. “In ogni caso, hai un tiro niente male, davvero!”. MJ ricominciò a ridere. “Grazie, un suo complimento vale oro!”. “No problem”, rispose Bird, poi mise le quattro frecce, saltò giù dal camion e fermò un taxi con un gesto.

“Ehi, non si scordi l’autografo!!”, gridò MJ.

“Ah, è vero.”. Fece segno al tassista di aspettare. “Hai una penna e un pezzo di carta?”

“Penna sì, ma il pezzo di carta no. Ho solo il foglio di presenza del lavoro.”. Esitò per un attimo. “Ah, e chissenefrega! Firmi pure questo!”

“Sicuro?”

“Ma sì, tanto ne ho un altro in tasca. Uso quello. E poi chi glielo dice ai miei colleghi che ho incontrato Larry Bird?!”

“Ah, tanto saranno tifosi dei Knicks. O al limite dei Lakers.”

Scoppiarono entrambi a ridere. Bird scribacchiò qualcosa, si frugò le tasche e porse il foglio giallo autografato a MJ. Poi stese la mano, che MJ strinse vigorosamente. Quando la ritrasse, MJ vide la faccia di Benjamin Franklin che faceva capolino da sotto il foglio.

“Larry, senta, non posso accettare.”

“Ah, prendili. Ti ho pagato per il passaggio.”

“Ma se ha guidato lei!”

“Dettagli. Stammi bene.”

“Grazie mille, Larry. Anche lei.”

Bird s’infilò nel taxi e sparì nel traffico. MJ risalì sul camion e tolse le quattro frecce. Era pronto a ripartire quando l’occhio gli cadde sulla dedica. “From one colleague to another – Keep up the good work. Nice shooting! Best wishes, Larry Bird. #33”. E poi un numero di telefono con una scritta: “Call them. See you Feb 25. We’ll kick your ass! Merry Xmas.”. MJ non poté fare a meno di sorridere.

Merry Xmas, signor Bird. Anzi, Larry.