Una critica da parte di Jeff Teague alle ripetute selezioni di Kobe Bryant nei quintetti difensivi NBA.

Kobe Bryant Jeff teague
FOTO: Los Angeles Times

L’ex All-Star NBA Jeff Teague sta scatenando un acceso dibattito nel mondo con alcune dichiarazioni critiche sulla reputazione difensiva di Kobe Bryant. Durante un episodio del podcast “Club 520”, Teague ha messo in discussione la legittimità delle 12 selezioni di Bryant nei quintetti All-Defensive NBA, affermando che molte di queste sarebbero arrivate più per la “persona”, dunque per la reputazione, che per reale rendimento difensivo.

Vi dico una cosa sugli All-Defensive Team: dopo un po’ ci mettono chiunque. Se ci sei stato una, due, tre volte, poi ti ci mettono sempre. Dodici volte nei quintetti difensivi? Ho giocato contro Kobe, non difendeva così tanto. Magari i primi quattro o cinque anni sì, ma dopo no. Non in uno stadio così avanzato della sua carriera. Andate a guardare, Paul Pierce e Joe Johnson lo hanno messo in difficoltà più volte.

Secondo Teague, la fama di Bryant avrebbe pesato più delle sue prestazioni effettive nelle selezioni difensive, soprattutto nella seconda parte della carriera:

Si trattava di una cosa riguardante la sua “persona”, la sua figura. All’inizio difendeva davvero, era un mastino, si è meritato il primo paio di selezioni. Poi è diventata una cosa di reputazione: ‘Kobe gioca in difesa’, e la gente ha cominciato a ripeterlo a caso. Ma i veri difensori erano altri, come Tony Allen. Kobe era competitivo, ma non vuol dire che mettesse davvero la museruola agli avversari.

E poi pensate davvero che Kobe Bryant, quando ha iniziato a prendersi 40 tiri, scendesse in campo e difendesse sempre al massimo? Era competitivo, certo, ma non significa che fosse anche la prima opzione difensiva, ha avuto a fianco anche Metta World-Peace per quello, per contenere il miglior giocatore avversario. Non sto dicendo che non sapesse difendere, ma per ottenere 12 selezioni negli All-Defensive Team? Significa che devi essere costantemente il meglio del meglio, far parte dell’élite della Lega in difesa per metà della tua vita.

Le dichiarazioni di Teague si collegano a un discorso ormai affrontato più e più volte che riguarda Kobe Bryant. Solitamente, da un lato c’è chi sostiene quanto la reputazione sia stata alla base di queste scelte in generale anche in passato: la copertura mediatica di molte piazze era molto inferiore rispetto a ora e top-player di mercati secondari finivano sotto i riflettori soltanto in occasioni specifiche, magari in sfide a New York o Los Angeles, mentre le stelle dei “big market” erano sotto stretta osservazione tutto l’anno.

Dall’altro, c’è chi invece si appiglia all’agonismo di Kobe Bryant nei momenti decisivi, come possono essere alcune scene celebri dei Playoffs o le Finals 2010 contro Paul Pierce e i Celtics, concentrandosi sulla leadership ancora prima che sulla continuità difensiva – dunque la qualità preferita alla quantità.

Difficile ricavarne una verità assoluta. Appare ovvio quanto sia improbabile sostenere che Kobe Bryant sia stato tra i primi cinque migliori difensori della Lega con quel carico offensivo anche superati i trent’anni, soprattutto considerando l’esistenza di altri specialisti messi in campo apposta. Ma, allo stesso tempo, l’assegnazione dei premi alla fine è sempre stata influenzata dalla reputazione, pertanto questo discorso retroattivo si presterebbe anche ad altri grandi nomi.

Teague, da ex avversario diretto, prova ad offrire una prospettiva interna che arricchisce il dibattito, ma è una visione circoscritta a nove partite totali giocate tra i due nel periodo tra 2009 e 2016, dunque quando Kobe Bryant era già over 30 – anche se in quel periodo è stato selezionato tre volte nel primo quintetto All-NBA e una volta nel secondo, il che rende le critiche di Teague più legittime di quel che si pensi, almeno dal suo punto di vista.

La mitizzazione della figura di Kobe Bryant, nel bene o nel male, resta comunque innegabile, un concetto ripetuto più e più volte anche in altri articoli. Qualunque sia l’opinione, la critica o lo studio sul giocatore, il suo nome, le sue imprese, quei momenti iconici sono capaci di illuminare gli occhi dei credenti del culto del Mamba come nessun altro prima e dopo di lui ha mai saputo fare. Meritati o no, quei 12 quintetti All-NBA non verranno mai e poi mai posti seriamente in dubbio.