Jalen Brunson non è solo l’MVP delle Finals di questi New York Knicks, ma un culture changer come non se ne sono mai visti nella Grande Mela.

Jalen Brunson è campione NBA e Finals MVP
FOTO: NBA

Nell’estate del 2022, quando lasciò i Dallas Mavericks per firmare con i New York Knicks, Jalen Brunson era considerato un ottimo giocatore, ma non certo il volto di una franchigia destinata a vincere il titolo NBA.

A Dallas aveva trascorso quattro stagioni all’ombra di Luka Doncic, ritagliandosi progressivamente un ruolo sempre più importante fino a diventare uno dei protagonisti della cavalcata che portò i Mavericks alle Western Conference Finals. In quella postseason Brunson brillò per continuità e personalità, contribuendo in maniera decisiva al passaggio del primo turno contro i Jazz in assenza di Luka Doncic nelle prime tre gare e come uno dei protagonisti della memorabile Gara 7 contro i Phoenix Suns, una delle vittorie più dominanti nella storia recente dei playoffs.

I numeri raccontavano già un giocatore in piena ascesa: 21,6 punti di media, il 47% dal campo e il 35% da tre punti durante quella corsa playoffs. Eppure Dallas, che lo aveva selezionato al secondo giro del Draft 2018, non credette abbastanza in lui da considerarlo una colonna del proprio futuro. Fu allora che arrivò la chiamata dei Knicks.

New York era una franchigia alla ricerca di una nuova identità. Dopo l’inaspettato ritorno ai playoffs nel 2021, la stagione successiva si era trasformata in una delusione e la squadra aveva mancato la qualificazione alla postseason. Serviva una guida, un leader capace di cambiare la traiettoria della franchigia.

Quattro anni dopo, il risultato è sotto gli occhi di tutti. Jalen Brunson non è soltanto il leader dei Knicks: è l’MVP delle NBA Finals e il simbolo assoluto del titolo conquistato da New York. Come spesso accade ai grandi campioni, la firma definitiva sull’anello arriva nel momento più importante. In Gara 5, quella che consegna il titolo ai Knicks, Brunson ha realizzato 45 punti e chiuso la serie con una prestazione destinata a entrare nella storia della franchigia.

Le sue Finals sono state un concentrato di leadership e produzione offensiva. I suoi 11,2 punti di media nel quarto periodo rappresentano il secondo miglior dato mai registrato nelle Finals NBA, alle spalle soltanto dei 12,3 fatti segnare da Shaquille O’Neal nel 2000. Il tutto tirando con il 51% dal campo e il 43% dalla lunga distanza nei momenti più pesanti della serie.

I 45 punti realizzati in Gara 5 gli permettono inoltre di eguagliare il record stabilito da Michael Jordan nella decisiva Gara 6 delle Finals del 1998 per il maggior numero di punti segnati in trasferta in una partita che assegna il titolo.

Con il premio di MVP delle Finals, Brunson entra anche in un club estremamente esclusivo. A 188 centimetri di altezza, si unisce infatti a una ristretta lista di giocatori alti 188 centimetri o meno capaci di conquistare il riconoscimento: Isiah Thomas nel 1990, Tony Parker nel 2007 e Stephen Curry nel 2022.

Quando arrivò a New York, diversi osservatori dubitavano che una squadra potesse vincere un titolo costruendo attorno a lui. Tra questi anche Becky Hammon, che aveva sostenuto come Brunson fosse semplicemente “troppo basso” per rappresentare il fulcro di una contender. La storia, però, ha raccontato altro.

I Knicks campioni NBA sono stati costruiti a immagine e somiglianza del loro numero 11. Non solo dal punto di vista tecnico, ma anche sotto il profilo culturale. Brunson ha incarnato i valori della franchigia e, per permettere al front office di costruire un roster competitivo, ha persino accettato di lasciare sul tavolo una parte significativa dei propri guadagni, scegliendo da leader di guadagnare meno pur di aumentare le possibilità della squadra di lottare per il titolo.

Un gesto raro nell’NBA moderna e che ha contribuito a rafforzare ulteriormente il suo status all’interno dell’organizzazione. Perché il più grande successo di Jalen Brunson non è soltanto aver vinto un anello o essere stato nominato MVP delle Finals. È aver trasformato completamente la cultura di una squadra e di una franchigia storicamente affamata di successi, diventando il volto di una delle corse playoffs più dominanti degli ultimi anni.

Da comprimario di lusso a Dallas a simbolo assoluto di New York. Una parabola che oggi lo consegna alla storia dei Knicks e che, per molti, lo proietta nella discussione per essere il Knickerbocker più importante di sempre.