Billy Donovan, attuale coach dei Chicago Bulls, ha messo l’Università oggi campione NCAA sulla mappa del basket collegiale.

La pallacanestro collegiale americana, si sa, difficilmente risponde alle regole tanto dello sport scolastico in senso proprio quanto a quelle del professionismo – sebbene i recenti cambi regolamentari abbiano sempre più avvicinato gli studenti-atleti a dei pro.
Per vincere, infatti, non serve solamente la giusta quantità di scouting e di competenza tecnica, né basta, almeno fino ad oggi, spendere più degli altri, ma c’è bisogno di creare una cultura cestistica, un programma, come direbbero da quelle parti dell’oceano, in grado di essere sempre riconoscibile in campo e fuori e di rimanere all’interno di un gattopardesco mutamento controllato.
Solo così si possono coinvolgere e assimilare future stelle NBA che tra i banchi e nei campus si sentono solamente meteore di passaggio, solo così si possono mettere insieme delle squadre a marzo dove a settembre c’era unicamente un ammasso informe di freshmen dal certo futuro professionistico e senior di medio talento pronti a una vita da investment banker o venditori di auto usate.
Moltissimi atenei, vuoi per la propria posizione strategica, vuoi per il prestigio accademico, vuoi per essere stati terra di elezione di grandi padri fondatori della pallacanestro a stelle e strisce hanno potuto contare su questa distinta cifra stilistica fin dai tempi della televisione in bianco e nero. È il caso della UCLA di coach John Wooden, della Oklahoma di Hank Iba o della North Carolina di Dean Smith. Altri, come Duke, si sono sviluppati nel corso di quel decennio rivoluzionario che sono stati gli anni Ottanta, trovando solo leggermente più tardi la propria dimensione.
Arrivare agli inizi degli anni 2000 con soltanto sei apparizioni totali al torneo, di cui due rese nulle dalla NCAA, significa essere ormai relegati a una periferia dell’Impero. Proprio questa è la situazione in cui si troveranno i Florida Gators, nel momento in cui, dopo qualche anno di apprendistato, Billy Donovan prenderà definitivamente in mano le redini cestistiche dell’Università. Questa è la storia di come un giovane allenatore, nonostante i tempi sembrassero definitivamente cambiati rispetto alle foto in bianco e nero dei tempi di Wooden, sia riuscito a creare dal nulla una potenza che ha appena vinto il suo terzo titolo NCAA.
The origin story: Billy e i Gators prima di incontrarsi
I giorni di sole della squadra di basket dell’Università della Florida, nonostante il clima mite che contraddistingue da sempre lo stato, erano, come detto, ben pochi fino allo scoccare del nuovo millennio. La divisione cestistica dell’Ateneo era nata ufficialmente nel 1915, ma era stata di livello praticamente dopolavoristico almeno fino al 1960, quando era stato assunto come allenatore Norm Sloan, ex-guardia e quarterback di North Carolina State che da qualche anno si stava imponendo come giovane promessa della panchina.
Sotto il coach di Indianapolis, i Gators trovano finalmente una certa regolarità di vittorie, pur senza mai essere invitati al torneo NCAA, per poi perdersi dopo la sua cacciata nel 1966.
Soltanto dopo il suo ritorno in panchina nel 1980, anno in cui finalmente Florida si sarebbe trasferita nel nuovo O’ Connell Center, tuttavia, i risultati si sarebbero uniti alla continuità e a una certa idea di basket rapido ed estremamente tecnico. Nel 1987, guidati da un grande prospetto delle high school locali come Vernon Maxwell, Florida sarebbe arrivata al primo torneo della propria storia, concluso alle Sweet Sixteen con una sconfitta contro Syracuse per 87-81.
Proprio Maxwell, tuttavia, sarebbe stato in seguito al centro di una delle grandi classiche della pallacanestro collegiale statunitense: lo scandalo dei denari versati sottobanco al fine di agevolare il reclutamento. Gli anni Ottanta, quindi, si chiudono con le dimissioni di Sloan e un nuovo punto di partenza per dei sempre più sperduti Alligatori.
Negli stessi anni, 1988-1989, una giovane guardia del Long Island stava terminando la sua scalcagnata e brevissima carriera professionistica per dedicarsi al trading in quel di Wall Street. Billy Donovan, questo il nome di quel giocatore cestisticamente poco fortunato, era infatti tornato, dopo averlo odiato e rifuggito per lungo tempo, al lavoro cui erano destinati quasi tutti i figli della zona bene di New York da cui proveniva: vendere azioni, in una giungla solo un po’ più edulcorata rispetto a quel capolavoro (di denuncia, va sempre ricordato) che è The Wolf of Wall Street.
Nonostante un retroterra culturale che sembrava gridare alla predestinazione, Billy the Kid, come lo conoscevano all’Università di Providence, dove aveva raggiunto il proprio apice sportivo, mal sopportava le costrizioni dell’ufficio e sognava di tornare a calcare i parquet in una nuova veste.
“Mi davano pile di carte e mi dicevano: ‘Chiama questo tizio a Dallas’, e io provo a chiamarlo e penso: ‘Ma cosa gli sto vendendo, quale azienda? Farà bene?’. Le chiamate a freddo erano una pazzia per me.”
La ritrosia di Donovan verso quel nuovo mondo colpisce anche uno dei suoi migliori amici nel mondo della pallacanestro: si tratta di Rick Pitino, allenatore di Billy prima a Providence e poi ai New York Knicks e suo grande mentore, tanto da fargli dire ancora oggi.
“Non sarei dove sono senza di lui.”
All’ennesima manifestazione di infelicità dell’amico, Rick, fiero avvocato dell’idea per cui Donovan cercasse stabilità nei lavori veri gli offre impietosito un posto da assistente non pagato sulla panchina dei Kentucky Wildcats, Ateneo in cui si era accasato proprio nell’offseason del 1989 in seguito all’ennesimo scandalo sui reclutamenti che aveva portato alla cacciata di Larry Brown. Billy inizia quindi il proprio viaggio in panchina da tuttofare dello staff: si occupa di reclutamento, scouting, logistica delle trasferte, player development e soprattutto montaggio video, un vero calvario nell’epoca pre-digitale.

Nonostante il magrissimo contributo economico, comunque, non sembra poter essere più felice di questo nuovo ruolo, che gli permette, anche data la giovane età, di stabilire una connessione umana e fungere da ponte tra Rick e i giocatori, un tratto di empatia che lo caratterizzerà per tutta la carriera successiva. Al quarto anno, quando ormai è diventato primo assistente, è chiaro a tutti che Pitino stia creando l’ennesimo ramo rigoglioso del suo coaching tree.
Tra le persone che si rendono conto del talento di The Kid – soprannome al tempo ancora appropriato, visti i 28 anni del diretto interessato – c’è anche l’athletic director di Marshall University, che nel 1994, anche per l’interessamento diretto dell’amico Rick, rende Donovan il più giovane allenatore della Division I. Il primo anno è di rodaggio, con un record comunque positivo, 18-9, ma anche alcune brutte cadute, come quella, proprio contro Kentucky, per 116-75.
Il 1995/96, il primo vero anno di Billy come plenipotenziario dei Thundering Herds inizia poi con una grandissima notizia per la piccola università del West Viriginia: Jason Williams, prospetto più invitante tra i nati nello stato, ha stracciato la promessa con cui si era legato a Providence per seguire Pitino e rimanere a casa. Sembra l’inizio della costruzione di un programma serio e duraturo, e invece è l’ultimo anno di Donovan come allenatore dell’Ateneo.
Nell’estate ’96, infatti, Jeremy Foley, fresca speranza della scrivania che dal 1992 è diventato plenipotenziario sportivo dell’Università della Florida, sta cercando un giovane allenatore di pallacanestro in grado di portare un po’ di interesse anche per la palla a spicchi in quel di Gainesville, dove l’inverno cestistico è in quel momento visto come “un passatempo per far arrivare più in fretta il football di primavera”. Innamoratosi del basket rapido e della capacità empatica di Donovan, Jeremy gli ha offerto la panchina, trovando tuttavia qualche resistenza. Allenare in una football school, d’altronde, può rivelarsi profondamente controproducente per un coach in rampa di lancio, e lo stesso Pitino sconsiglia al suo protetto di mettersi “all’ombra di Steve Spurrier”, allenatore della palla ovale e uomo più coccolato del campus.
Nonostante le difficoltà, Billy rimane affascinato dalla possibilità, in un’epoca cestistica così tarda e definita nelle gerarchie, di avere le risorse e la libertà – e il tempo, dati i sei anni di contratto – per creare un suo programma. Come ricorderà lo stesso Foley.
“Le persone gli dicevano di non andare a Florida, che qui a tutti interessava solo del football. Ci dicevano che non saremmo riusciti a farcela nel basket, e questo mi motivava molto, e, quando l’ho detto a Billy, ha motivato anche lui.”
Sembrerebbe un matrimonio perfetto, quindi, ma anche nelle migliori coppie le difficoltà degli inizi possono farsi oltremodo dure.
Crescere, insieme – 1996-2004
Sebbene lo staff, soprattutto nella persona di Foley, fosse fermamente convinto della bontà della scelta di Billy Donovan, la reazione dell’ambiente mediatico intorno all’istituzione di Gainesville era stata tiepida e decisamente poco interessata.
Dal canto suo, il coach non si era lasciato intimorire: sin dalla conferenza stampa di presentazione, tenuta il 27 marzo 1996, aveva rimarcato di essere “pronto e felice per tutte le grandi cose che ci aspettano” e di volere reclutare i migliori giocatori dello stato tramite i metodi appresi sotto Pitino, tanto in campo come fuori.
Da buon ospite, poi, Donovan si era presentato bussando coi piedi e recando in dono ai Gators Jason Williams, il quale, tolto il coach, sommava all’incirca zero buoni motivi per rimanere in West Virginia. La prima stagione, nonostante queste buone premesse, è di assoluto rodaggio.
Proprio a White Chocolate, infatti, è impedito di giocare per tutta la stagione per via delle ristrettive regole sui trasferimenti, mentre l’entusiasmo popolare ricercato dalla direzione universitaria è ancora di là da venire, con la media spettatori che non raggiunge i 7000 paganti a partita. Anche il record, 13-17, non sembra dare molto spazio a squilli di tromba, con i giocatori che sono apparsi scarichi alla fine della stagione per i metodi draconiani dell’allenatore, ossessionato dal basket agile e rapido e conseguentemente dal controllo della linea.
Nonostante un secondo anno altrettanto poco entusiasmante, alcune delle promesse di Billy all’annoiata sala stampa della Florida iniziano a compiersi sin dall’anno 1998. Nel corso della stagione, infatti, l’assistente John Pelphry ha seguito con metodi al limite dell’imbarazzo il giovane Mike Miller, grande obiettivo della classe di diplomati di quell’anno. Per battere la concorrenza, poi, Donovan in persona aveva telefonato a Mike un minuto dopo la mezzanotte del giorno in cui si erano aperte le contrattazioni, colpendo molto il giovane prospetto.
“Mi sono innamorato di coach Donovan e degli assistenti qui. Sapevamo di poter lasciare la nostra impronta su qualcosa.”
Le illazioni, ovviamente, si sprecano, e diversi coach avversari denunciano strani giri di intermediari e di regali alle famiglie che però non vengono mai sanzionati dalla NCAA. Insieme a questa instancabile opera di convincimento dei prospetti nazionali, poi, va aggiunta una carsica operazione di risveglio dell’orgoglio statale dei giocatori locali. Proprio con questo metodo, sempre nel ’98, Billy riesce a portare a casa i talenti di Udonis Haslem, uno non esattamente indifferente quando si parla di portare alta la bandiera della Florida e di Teddy Dupay, talentuosissima guardia dalla carriera decisamente sfortunata in termini di infortuni.
Con questo primo gruppo di freshmen, i Gators concludono la stagione regolare a 19 vittorie e 7 sconfitte, venendo per la prima volta invitati al torneo NCAA, terminato al terzo turno con una sconfitta per 73-72 contro Gonzaga.
L’anno seguente, quando con metodi simili il coaching staff è riuscito ad assicurarsi anche le prestazioni di Matt Bonner, la squadra migliora ulteriormente, chiudendo a 23-6 e presentandosi al Torneo come mina vagante del proprio lato di tabellone. Si tratta di un risultato storico, soprattutto se si pensa che quella del 2000 è soltanto la settima partecipazione di sempre al Torneo per l’Ateneo del Sunshine State. Un cambio di scenario impensabile anche solo al momento dell’assunzione del giovane allenatore, come ben rappresentato dalle parole di Brent Wright, uno dei leader di quello spogliatoio.
“Non eravamo più una semplice football school. Avevamo costruito qualcosa, in quell’anno, che aveva messo Florida anche sulla mappa del basket.”
Il Torneo sembra cominciare sulle ali del medesimo entusiasmo che abbiamo appena provato a descrivere. Durante la partita di primo turno contro Butler, infatti, due liberi del mai troppo preciso Haslem permettono di allungare la partita ai supplementari, all’interno dei quali Miller, autore di una prestazione da 16 punti su 69 di squadra, chiude la partita con un buzzer beater dal sapore storico.
“Quel tiro ha cambiato tutto. Gli sono saltato addosso e dopo ci siamo ammucchiati tutti. Ci hanno schiacciati, soprattutto Mike. È stato caos, ma gioia pura.”
(Ted Dupay)
Il secondo turno si chiude con una prestazione più controllata e una netta vittoria nel punteggio per 93-76 contro Illinois. Battute anche due casate storiche come Duke e Oklahoma, i Gators si trovano quindi pronti a giocare la seconda Final Four della propria storia in quel di Indianapolis. Di fronte a loro, un’altra grande nobile del North Carolina: i Tar Heels di UNC, guidati da Brendan Haywood.
Dopo un primo tempo terminato in vantaggio di sole tre lunghezze, i Gators chiudono la difesa nella seconda metà di gara, portando a casa l’accesso in Finale con il risultato di 71-59. A soli quattro anni dalla chiamata sul pino di Billy the Kid, Florida è finalmente entrata in maniera non estemporanea nell’élite della pallacanestro collegiale. Una decisione che non può che far contento in primis l’uomo che aveva dedicato a questa missione gran parte dei propri primi quattro anni a Gainesville, Foley.
“Billy Donovan mi ha fatto sembrare un genio.”
Nonostante l’ondata di entusiasmo, percepita anche in un palazzetto da oltre 10.000 presenze medie in stagione, l’inesperienza gioca un brutto scherzo al gruppo guidato dall’allievo di Pitino, e Florida si deve arrendere in Finale alla più quotata Michigan State.
La delusione è ovviamente forte, ma la sensazione di aver generato qualcosa di duraturo è rimasta. Nei quattro anni successivi, infatti, la squadra raggiunge sempre il Torneo NCAA, mettendo a roster futuri giocatori NBA di buon livello come David Lee. Billy sembra ormai aver raggiunto un grado di esperienza tale da poter competere anche quando non trascinato dall’onda dell’entusiasmo; l’unica cosa a mancare, ovviamente, è una classe di reclutamento all’altezza della sfida.
The oh-Fours: 2004-2007
Nonostante il solido lavoro di crescita fatto da Donovan, all’inizio del 2004 i critici avevano speso diverse parole di disappunto nei confronti dei suoi Gators. Florida, infatti, pur qualificandosi con continuità alla postseason, non aveva mai superato il secondo turno, lasciando molti analisti scontenti rispetto all’assenza di crescita.
Billy, in pieno stile Pitino, non si era particolarmente preoccupato delle nubi che andavano addensandosi sulla sua testa, e aveva fatto quello che forse sapeva fare meglio dietro a una scrivania di un Ateneo: reclutare. Già dal 2003, infatti, aveva sguinzagliato il suo assistente Anthony Grant in giro per gli Stati Uniti, in modo da avere qualche conferma da parte di atleti della classe di reclutamento del 2004, per molti una delle più ricche del periodo. Proprio grazie a questo metodo anticipatorio, Florida si era assicurata i talenti di uno dei giocatori più promettenti di quel gruppo di promesse, Corey Brewer, guardia dell’Oregon di lì a poco nominata All-American.
Per completare l’opera, tuttavia, Donovan intende portare alla sua corte altri tre prospetti, tutti diversi in campo e fuori, ma tutti, casualmente, figli di grandi atleti del passato. Il primo ad affacciarsi all’Ateneo, nonché il meno mediatico di tutti, è Al Horford, ala grande di origine dominicana con un passato liceale in Michigan, vicino alla sponda dei Grandi Laghi in cui suo padre Tito aveva vissuto due intense stagioni con la maglia dei Milwaukee Bucks. Oltre a lui, arrivano nel campus di Gainesville anche Taurean Green, stella delle high school della Florida ed erede dell’eterna riserva anni ’80 Sidney, e soprattutto Joakim Noah, figlio di cotanto Yannick.

Nonostante si tratti di ragazzi cresciuti nello sport e nella consapevolezza del proprio talento, l’arrivo al campus è assolutamente umile e positivo, forse anche per la formazione atletica avuta alla corte dei propri genitori.
“Sono ragazzi che non si sono mai sentiti superiori solo perché i loro padri hanno fatto questo o quello. Credo che Yannick Noah pensi dei propri avversari sul campo da tennis: ‘Sai cosa? Questo ragazzo al di là della rete ha il mio stesso talento, cosa posso fare per superarlo e separarmi da lui?’ Sono sicuro che Sidney Green pensava lo stesso, quando si schierava di fronte alle migliori ali grandi della Lega.”
(Billy Donovan)
Proprio a dimostrare la propria voglia di competere, i quattro, appena arrivati al campus e fatte le dovute presentazioni, decidono di andare insieme in palestra per serrare un’amicizia che si rivelerà vincente. Come ricorderanno in una bellissima intervista quadrupla di qualche anno fa:
“Dopo che abbiamo traslocato, ci siamo seduti e ci siamo detti: ‘Andiamo in palestra.’ Così io, Taurean e Al siamo andati a tirare. E qui è arrivato Jo, che già era Jo, quindi pazzo. La prima cosa che ci ha detto è stata: ‘Mi piacete ragazzi, siete il mio tipo, già vi state allenando.’ Da lì in poi siamo stati dei topi da palestra. Per la prima volta ho pensato: ‘Oh, siamo tutti uguali. Amiamo tutti essere sul campo.’“ (Brewer)
“Fin da subito ho sentito come se ci conoscessimo e fossimo compagni da anni… è qualcosa che non ho mai provato prima … difficile da spiegare, mi sento come se fosse scattato qualcosa, nel modo giusto, con la giusta competizione.” (Horford)
“La cosa che avevamo in comune era voler giocare. Eravamo tutti competitivi. È scattato questo” (Green)
“La cosa bella è la chimica che si è creata da subito.” (Noah)
Proprio la volontà di ricercare una chimica di squadra anche in campo porta i quattro freshmen a giocare pickup games lungo tutto il campus, senza mai separarsi o dividere le squadre. Le innumerevoli vittorie ottenute in queste partitelle estive, giocate anche contro i futuri e più esperti compagni, portano Joakim Noah a coniare uno dei soprannomi più fortunati della storia del college basketball: the Oh-Fours, ad indicare sia il numero dei membri di questo piccolo club, sia l’anno di reclutamento.
Nonostante il clima positivo e un roster in grado di conteggiare al proprio interno ben sette futuri giocatori NBA, tuttavia, il torneo del 2005 si chiuse con l’ennesima delusione e la sconfitta al secondo turno contro Villanova.
La ferita è apertissima, e riprendere ad allenarsi ad aprile dopo la sconfitta diventa veramente difficile. Proprio in una sessione post-eliminazione di inizio aprile, il gruppo è diviso per la partitella tra i veterani e i soliti Oh-Fours, i quali già dalla fine della stagione regolare avevano iniziato a scalpitare per prendere in mano il futuro della squadra. In un alterco di poco conto per una palla contesa, Corey Brewer e il junior Matt Walsh, una delle stelle della squadra, vengono alle mani, venendo divisi dai compagni, che tuttavia sembrano accettare molto di più le ragioni di Brewer che quelle del giocatore alle porte dell’ultimo anno.
Come riassumerà in maniera molto efficace ESPN alla fine della stagione: “C’è un nuovo sceriffo in città, anzi una nuova cricca.”
La rottura porta Walsh e altri giocatori delle annate più elevate a lasciare il gruppo e dichiararsi per la NBA, con conseguenti nubi che ricominciano ad addensarsi intorno alla squadra e soprattutto a Donovan, ormai fuori dai giri che contano per quanto riguarda le panchine più ambite.
La stagione regolare, tuttavia, prova una volta per tutte la bontà del cambio al timone: Florida inizia la stagione vincendo 17 partite consecutive sena mai subire più di 80 punti, e chiude la stagione regolare con un roboante 24-6. Archiviata la pratica, si sbarazza al Torneo di avversarie di ottimo livello come Arkansas, South Carolina e Georgetown per accedere alle Final Four dell’RCA Dome di Indianapolis, la città di Norm Sloan, per chi crede nel destino.

La prima partita delle due che possono consegnare il titolo, tuttavia, non vede i pur favoritissimi Gators al centro delle attenzioni mediatiche del paese. Come ricorderà Al Horford, infatti, le speranze erano tutte per la Cenerentola di quella edizione.
“Erano tutti a parlare di che splendida storia fosse George Mason, cosa sarebbe successo se fossero andati avanti, bisognava celebrarli al meglio. Coach Donovan non disse molto la prima sera, eravamo tutti molto motivati e pronti a uscire e batterli.”
Billy, silenzioso, ma motivatissimo a diventare il cattivo della storia, riunisce i suoi ragazzi nella hall dell’albergo a poche ore della partita. Nonostante si fosse convertito ormai da tempo a coach più tradizionale, tattico, quasi astruso in certi momenti, decide in quella circostanza di tornare per un momento il venticinquenne relegato al fondo della panchina di Pitino e trovare un momento di empatia coi suoi giocatori. Differentemente da altri discorsi carichi di retorica da underdog, tuttavia, l’allenatore newyorchese guarda negli occhi il suo gruppo e lo lancia alla carica con una delle esclamazioni più brutali, pur nella sua semplicità, di cui chi vi scrive abbia memoria.
“Noi stasera rompiamo la scarpetta a Cenerentola.”
Superato il primo ostacolo, il gioco è fatto, e i Gators, superata anche UCLA, diventano campioni collegiali per la prima volta nella loro storia. Il gruppo, tuttavia, ha un patto segreto che si rivela solo dopo questa importante vittoria: fare la storia e vincere due titoli di fila per la prima volta dopo oltre vent’anni. Tenuto il gruppo unito, quindi, dominano anche la stagione 2006/07, terminata con un altro aggiornamento dell’argenteria ai danni della Ohio State di Greg Oden.
Dal secondo successo, tuttavia, deriva anche la brusca parabola discendente. I ragazzi del 2004 sono ovviamente tutti in procinto di lasciare la squadra per proseguire con la propria carriera professionistica, e Donovan, ormai da undici anni sulla panchina di Gainesville, non è così convinto di poter ripetere quanto fatto fino a quel momento.
In un momento di profonda crisi di idee per la programmazione successiva e di voglia di provarsi al piano superiore, decide di quindi di accasarsi agli Orlando Magic, che stanno cercando un giovane allenatore per sfruttare al meglio il prime di Dwight Howard. Il giorno della firma, tuttavia, si rimangia tutto e prega Foley di riprenderlo, trovando nel suo executive un assenso condizionato: dovrà firmare una no-NBA clause fino al 2013. Gli ultimi anni sono quindi alla soglia della cattività, e hanno come unico vero highlight le Final Four del 2014, ottenute con una squadra che, eccezion fatta per Dorian Finney-Smith, non produrrà grandissimi talenti in ambito pro. Nel 2015, dopo diciannove stagioni, Donovan deciderà finalmente per il salto, accasandosi agli Oklahoma City Thunder e diventando l’acclamato – e controverso – allenatore che vediamo ancora oggi in NBA.
Il suo più grande successo, comunque, rimane quello di aver messo i Florida Gators sulla mappa, ed è una bellissima chiusura del cerchio, quindi, vederlo annunciato nella Hall of Fame proprio nei giorni in cui a Gainesville si sta festeggiando il terzo titolo della storia dell’Università.