
“Non si tratta dei Lakers, né di LeBron. Riguarda Dallas e Luka Doncic. […] I Mavs non hanno nemmeno ottenuto l’intero pacchetto di scelte dai gialloviola, solo una”, la frase – partorita da Brian Windhorst – che più razionalmente si addice a commentare la blockbuster trade di stamattina. Non bisogna parlare di chi abbia “vinto” la trade, di chi ne esca meglio o peggio sulla carta, ma della miseria, del pugno di mosche che i Dallas Mavericks hanno ricavato da un candidato MVP, nonché uno dei migliori cinque giocatori della lega, dando il proprio consenso.
Max Christie, Anthony Davis e una first-round pick 2029 da Los Angeles sono tutto ciò che è bastato al GM Nico Harrison per spedire il proprio giocatore più rappresentativo da Dirk Nowitzki, quello attorno al quale hanno plasmato il roster ogni anno, per di più in un’altra piazza competitiva della Western Conference, e il commento sulla questione è stato: “La difesa vince i titoli”. Un punto di vista pure legittimo, ma perché per così poco?
Il mercato è cambiato nel giro di un paio di anni, nessuno lo mette in discussione, ma per esempio l’acquisto di Kyrie Irving a febbraio 2023 è costato una first-round pick e due second-rounder, e si parla di un giocatore al tempo in rotta di collisione con la franchigia dalla quale era in uscita, con incognite contrattuali e fuori dal prime – nonché in generale inferiore a Luka Doncic, come valore sul campo e sul mercato. Kevin Durant è costato quattro first-round pick, uno swap e un paio di second-round pick ai Suns. Rudy Gobert, un DPOY level ma limitato offensivamente, anche lui quattro prime e uno swap. Mikal Bridges si è spostato da Brooklyn di qualche metro per arrivare ai Knicks in cambio di quattro first-round pick non protette, una protetta e uno swap. E si potrebbe continuare all’infinito, ma il discorso dovrebbe essere chiaro: non è tanto la scelta di scambiare Luka Doncic, ma farlo per l’equivalente di un pacchetto di patatine. E tutte quelle squadre che ottengono per il proprio uomo franchigia un lauto rimborso in termini di asset non sono nemmeno più furbe della media, completano semplicemente il minimo sindacale.
Luka Doncic, secondo quanto sta emergendo, non era in rotta di collisione con i Dallas Mavericks. Non c’erano questioni impellenti entro la trade deadline che ne abbassassero il trade value, né che spingessero il front office texano a risolvere la situazione il più in fretta possibile, come quando si deve risolvere un’uscita inaspettata – per esempio, i Miami Heat con Jimmy Butler, in scadenza. La squadra era reduce dalle NBA Finals e da una run clamorosa per uscire dalla Western Conference più competitiva che si ricordi, perciò non c’è nemmeno bisogno di overreacting per una regular season al momento da Play-In.
Sì, lo sloveno ha problemi fisici, più che mai in questa stagione, con 22 presenze su quasi 50 partite di squadra, ma non è una giustificazione per abbassare così tanto le richieste. E anche la scelta di scambiarlo proprio adesso che è fuori da 20 partite, anche se lo avessero spedito a qualcuno capace di riempirli di first-round pick, sarebbe stata discutibile, trattandosi del momento con il minor trade value in assoluto per il giocatore. Davvero non si poteva aspettare qualcosa di meglio in estate? Di finire almeno la stagione, e soprattutto i Playoffs?
Quello della lauta estensione, del supermax da $345 milioni che Luka Doncic poteva richiedere in estate, è un falso problema. Per quanto tutti gli insider parlino di mancato commitment da parte dei Mavericks nel concederlo a un giocatore con un’attitudine a non tenersi troppo in forma, che tende a giocare poco in regular season e che spesso ai Playoffs si trova logorato da un carico spropositato (per sua scelta), non esiste che si volti pagina… così (e non si parla delle modalità: poco importa se nessuno ne fosse a conoscenza, come dicono oltreoceano “è un business”).
Anthony Davis è un giocatore All-NBA, ma non è altrettanto injury prone? La storiella secondo la quale stia giocando di più ultimamente è commovente, siamo a 76 partite lo scorso anno dopo le 56 di quello precedente, ma se si parla di “conditioning” o di reperibilità, il livello è fra quelli infimi della lega. AD vive nell’injury report, soffre un milione di micro-problemi A PARTITA, raramente è sano al 100% e le sue strisce stagionali dominanti sono tante quante quelle in cui si trascina per inerzia sul campo. E va per i 32, il che di per sé non è un problema, ma dovrebbe far drizzare le antenne riguardo a un aspetto che stiamo ripetendo fino alla nausea: la necessità di compensare con più Draft asset.
Aver acquisito la 2029 dei Lakers fa inoltre ridere, dato che sarà il momento in cui Luka Doncic avrà compiuto appena 30 anni e, salvo sorprese improvvise, sarà ancora un candidato MVP, o almeno un All-NBA. E il peggio per i Mavericks deve ancora arrivare. La superstar slovena adesso non potrà più richiedere il supermax, non essendo più eleggibile; quindi probabilmente si accontenterà di un prolungamento triennale in estate con player option nel 2028/29, quando potrà massimizzare i guadagni, stando a Bobby Marks di ESPN. Questo significa che per altre tre stagioni il suo stipendio sarà limitato al 30% del salary cap, offrendo grande flessibilità ai Los Angeles Lakers – sì, proprio il mercato più rilevante della NBA, capace di soddisfare i sogni reconditi di qualunque superstar in free agency in termini di appeal e potenza commerciale.
Sostanzialmente, il rischio che quella first-round pick 2029 non sia nulla di che, è molto alto. E sebbene i Mavs abbiano ancora la maggior parte delle proprie first-round pick, ne devono qualcuna in giro fra 2027 e 2030, esattamente la span nella quale Kyrie Irving e Anthony Davis diventeranno over-35. Per quanto Bobby Marks possa dirsi “intrigued”, e per quanto il roster sia comunque da Playoffs nella Western Conference, la finestra competitiva adesso si è drasticamente ridotta.
La regola è molto semplice: quando cedi il Luka Doncic del caso ancora nel prime, uno sul quale hai investito gran parte delle tue risorse nell’ultimo lustro, per il quale hai pagato milioni e milioni di luxury tax, sul quale hai sempre modellato la tua squadra con mosse di mercato piuttosto rilevanti, devi ricavarne il massimo per contenere i danni. Non è uno sbaglio a prescindere non puntare più su un certo giocatore, è una scelta manageriale. Può avere senso arrivare alla convinzione di non poter vincere con una stella così polarizzante in campo. La follia consiste nel cederlo di fretta, nonostante la totale assenza di urgenza, quando probabilmente sarebbe bastato aspettare qualche mese per ottenere, con calma, offerte migliori.
Il presente si potrà pure salvare, forse. Ma scambiare Luka Doncic così rischia di mettere a repentaglio il futuro dei Dallas Mavericks.