Alex Caruso è disposto a tutto pur di vincere, anche a finire faccia a terra.

Non è semplice dare una definizione univoca di Alex Caruso. Ammettere che sia il miglior difensore della Lega sarebbe rischioso, dal momento che si entrerebbe nel territorio spinoso dell’importanza di preservare il ferro e il pitturato ancora prima che il perimetro.
Se ne potrebbe parlare allora come il miglior difensore perimetrale, il che si avvicina decisamente anche alla realtà descritta dai numeri – quelli avanzati, gli unici un minimo affidabili, per quanto imperfetti, quando si tenta di stimare l’impatto di un giocatore nella metà campo amica. Ma, anche qui, si tratterebbe di un lavoro che richiede più tempo di quanto le Finals ne concedano. Magari ci torneremo più avanti.
Per adesso, limitiamoci a dire che Alex Caruso è il miglior “tuffatore”, o il miglior cacciatore – pescatore, volendo mantenere l’associazione di tipo idrico – di palle vaganti dell’intera NBA. Questo non lo suggerisce solo l’occhio, sebbene l’immagine del suo corpo che scivola sul parquet del Paycom Center come se qualcuno ci avesse gettato acqua e sapone liquido mentre allunga i suoi tentacoli verso la palla sia ancora fissata nelle menti di chiunque abbia avuto la fortuna di seguire Gara 5 delle attuali Finals.
No, “lo dice la scienza”, usando un’espressione odiosissima e persino cacofonica che ben si addice alla peculiarità del dato che state per scoprire.
Todd Whitehead è un abile data analyst e content creator geniale per Sportradar, compagnia leader nell’utilizzo di tecnologie applicate allo sport, e in particolare per uno dei suoi figli prediletti, Synergy Basketball, massimo sito dal quale reperire statistiche accurate di ogni sorta e materiali multimediali per la pallacanestro.
Il dato riportato indica che Alex Caruso ha speso più tempo di chiunque altro in questi Playoffs gettandosi sul parquet per recuperare il pallone, un totale di ben 27 secondi – moltissimi, considerando la velocità con la quale queste azioni sono eseguite e la rapidità di pensiero richiesta a far uscire subito il passaggio, evitare l’uscita dalle linee a bordo campo o chiamare timeout.
E per tuffarsi si intende, come spiega Whitehead, “l’analisi delle pose tridimensionali nelle quali caviglie, polsi, fianchi, spalle e orecchie del giocatore si sono trovate sotto un limite di circa 75 centimetri e con la faccia rivolta verso il pavimento – quindi non sulla schiena”. La lista completa, per chi non avesse accesso alla pagina X, recita:
- Alex Caruso – 27 secondi
- Jalen Brunson – 23 secondi
- Aaron Nesmith – 19 secondi
- Luguentz Dort – 15 secondi
- OG Anunoby – 15 secondi
- Brandin Podziemski – 15 secondi
- Josh Hart – 13 secondi
- T.J. McConnell – 11 secondi
- Andrew Nembhard – 10 secondi
- Derrick White – 10 secondi
- Aaron Gordon – 9 secondi
Una elenco dei dawg, dei cagnacci per eccellenza della NBA, non a caso 8 su 11 arrivati alle Conference Finals. Ma per dare una stima ancora più accurata non ci si può limitare solo al tempo, ma bisogna allargare anche allo spazio percorso nella “piscina”, usando gli stessi identici criteri di analisi delle pose tridimensionali. Come si può notare dall’ennesimo grafico di Whitehead, Alex Caruso è medaglia d’oro anche tra i nuotatori.
FOTO: @CrumpledJumper
In questo caso, il fatto che sia un dato cumulativo, di conseguenza influenzato dal maggior numero di partite e minuti giocati ai Playoffs, è quasi irrilevante, dal momento che sono tempi brevi e situazioni molto specifiche.
Specifiche e circoscritte solo a un numero molto ridotto di giocatori, trattandosi di una mossa istintiva, di un qualcosa che “o ce l’hai o non ce l’hai”. Una furia agonistica che non si può insegnare, sebbene il reporter Steph Noh – il primo a ispirare la ricerca di Whitehead e a rendere il video del tuffo di Gara 5 virale – abbia scritto “l’allievo diventa il maestro” paragonando rispettivamente Alex Caruso a Rajon Rondo – compagni nei Los Angeles Lakers del titolo 2020. Probabilmente, un altro nome che sarebbe finito in quella classifica di secondi passati con la faccia sul parquet.
Si tratta solo dell’ennesimo, piccolo tassello della legacy che Alex Caruso si sta costruendo, palla vagante dopo palla vagante, tuffo dopo tuffo in questi Playoffs. La perfetta immagine di un giocatore operaio, passato da undrafted a specialista d’élite per squadre da titolo senza mai ammorbidire nemmeno lontanamente il proprio approccio alla partita. Un giocatore con il quale si vince e soprattutto che serve a vincere, disposto a tutto per portare a casa la pagnotta e la partita, anche a finire faccia a terra.