Dal passaggio del dottor Naismith fino al successo di Larry Brown, come la Denver del basket è diventata grande.

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I Denver Nuggets sono da diverso tempo una delle realtà più vincenti del panorama NBA. Dopo decenni di gioco offensivo e spettacolare, infatti, la franchigia del Colorado ha trovato nel recente passato la chiave giusta per competere ai vertici della Lega. Da Carmelo Anthony a Nikola Jokic, passando per l’importante contributo del nostro Danilo Gallinari, Denver è riuscita a impostare un percorso in grado di portare i risultati sperati nell’ultima stagione cestistica, culminata con la prima, storica vittoria del Titolo NBA.

Gli inizi del basket in Colorado, tuttavia, raccontano una storia diversa della franchigia, sfociando in un’immagine sgranata e puramente anni Settanta che unisce alle basi culturali dell’odierno successo con contorni quasi grotteschi e certamente inusuali, ma forse proprio per questo ancor più meritori di approfondimento. Da Jack McCracken a Larry Brown, ecco alcuni degli unsung heroes di questa epopea dei cercatori di… anelli.

Prologo: il 1896

Leggendo su qualunque almanacco o testo di storia dello sport americano non vi imbatterete molto probabilmente in questa data come la prima utile circa la pallacanestro a Mile High City. Sebbene i nostri  Nuggets siano una creatura della fine degli anni Sessanta del Novecento – come vedremo – la storia cestistica della città ha radici decisamente precedenti, trovando una sistemazione definitiva già nell’epoca del New Deal.


Prima ancora della nascita della squadra, tuttavia, è opportuno sottolineare – anche solo per l’insistenza con cui lo fanno i media e le istituzioni pubbliche del Colorado – di come Denver sia stata la seconda città della storia ad essere introdotta al gioco con la palla a spicchi. Non tutti sanno, infatti, che nelle varie peregrinazioni del dottor James Naismith, le Rocky Mountains rappresentano la prima tappa successiva alla fortunata esperienza allo Springfield College che aveva portato alla sua più celebre invenzione.

Tra il 1896 e l’alba del nuovo secolo, infatti, il non ancora dottore aveva ottenuto il proprio diploma in medicina proprio nel General Hospital cittadino, lavorando al contempo come direttore del programma di educazione fisica all’interno della locale YMCA (d’altronde, nella sua frammentaria formazione, Naismith era anche diventato chierico e prim’ancora professore universitario di educazione fisica). Reperire i risultati delle sfide giocate nei lunghi pomeriggi invernali di quegli anni è pressoché impossibile, ma la predestinazione di Denver, introdotta al canestro dal padre del basketball in persona, è ancora oggi fonte di assoluto orgoglio per il territorio, che addirittura spesso e volentieri chiama il dottor James Denverite (“denveriano”), dimenticandosi in maniera quanto più possibile volontaria sia le sue origini canadesi sia l’assoluta preminenza avuta nell’esperienza professionale del medico di alcuni luoghi-simbolo come Lawrence e Springfield.

Fondazione e sviluppo: 1932-1948

Superata l’eredità naismithiana, il basket vive a Denver una nuova rinascita a partire dal 1932. Proprio in quell’anno, infatti, una squadra con base a Mile High City si iscrive per la prima volta a un campionato nazionale, nella fattispecie l’AAU, Amateur Athletic Union, l’organizzazione multisportiva che oggi gestisce le competizioni giovanili.

Come d’uso all’epoca – e come avviene anche oggi nella pallacanestro europea – il nome della franchigia è vincolato allo sponsor che ha favorito, e finanziato, la sua creazione. A nascere, quindi, sono i Denver … Pigs, o Piggly Wigglies, o Safeway Pigs, dal nome di un noto personaggio di cartone animato che prestava le proprie fattezze a una altrettanto nota catena di supermercati.

Le caratteristiche della squadra, la prima di reale valore e importanza nazionale all’interno della città, sono le medesime che accompagneranno le Denver di ogni epoca. Come scrive già nel 1934 il Lodi Sentinel – giornale californiano – i Pigs giocano infatti fancy basketball, una pallacanestro offensiva, ad altissimo ritmo e volta a sfiancare gli avversari, soprattutto coloro i quali, disabituati alle alture  del Colorado, tentassero di replicare il ritmo. L’anno successivo a questo primo riconoscimento nazionale, il 1935, sembra quello giusto per tentare l’assalto al titolo  AAU. I ragazzi di Jack McCracken, giocatore-allenatore dei Pigs e  allievo del mitologico Hank Iba, guru cestistico dell’Oklahoma, sono infatti tra i favoriti per la vittoria finale, nonché convinti di poter usufruire come non mai del vantaggio dell’altura, visto lo svolgersi del torneo proprio in quel di Denver. Nonostante le premesse, tuttavia, il gruppo del Colorado è costretto ad arrendersi ai futuri campioni di Kansas City per 30-28.

McCracken e i suoi, delusi, cominciano sin da subito a guardare all’anno successivo, in cui il torneo AAU sarà abbellito da un premio ancor più ricco: la squadra vincente, infatti, verrà presa in blocco e portata alle Olimpiadi di Berlino a disputare il primo torneo cestistico a cinque cerchi della storia. Nonostante le ottime premesse di partenza, tuttavia, i Pigs non arriveranno nemmeno vicini a partire per la Germania, in quanto esclusi dal torneo dalla YMCA – vera organizzatrice – poiché non affiliati all’organizzazione. La delusione funge da benzina, e nel ’37 arriva il primo agognato successo, grazie alla vittoria per 43-38 in finale contro i Phillips 66ers, squadra dell’Oklahoma sponsorizzata dalla compagnia petrolifera omonima. La vittoria certifica un vero e proprio dominio durante quella stagione, come dimostra anche la selezione di tre denveriani tra gli All-American della AAU: oltre al solito McCracken, entrano nel quintetto anche Ace Gruenig, centro di oltre due metri considerato all’epoca uno dei primi big men di sempre, e Tex Colvin.

FOTO: NBA Hoops online

La prima vittoria non rasserena il difficile panorama cestistico del Midwest. Finiti i festeggiamenti, infatti, i neo-campioni vengono raggiunti dalla doccia gelata del ritiro di Safeway, scottata dalla nuova tassazione del Colorado sui supermercati. Con estrema difficoltà, i giocatori riescono a convincere una cordata di piccoli imprenditori locali a finanziare la campagna del 1938. Non potendo utilizzare il nome di uno solo dei diversi sponsor presenti, si sceglie di adottare una denominazione neutra in grado di rappresentare la città che si è raccolta dietro alla propria squadra.

Per la prima volta, quindi, ai nastri di partenza della stagione AAU vediamo comparire dei Denver Nuggets, futuri campioni nel 1939 (sempre guidati da Gruenig e McCracken) e secondi classificati nel 1940. Le evoluzioni successive portano fino al 1948, quando i Nuggets (che nel frattempo sono passati da diverse denominazioni commerciali per poi tornare a quel nome così ben accolto in città) devono decidere se rimanere nelle leghe amatoriali o passare al neonato basket professionistico, perdendo tuttavia nel processo la stella Vince Boryla, guida tecnica dell’Università di Denver che dovrebbe abbandonare gli studi per fare il salto tra i pro, perdendo contestualmente la possibilità di giocare le Olimpiadi di Londra.

Nonostante il depauperamento tecnico dovuto all’abbandono di Vince, Denver decide di tentare l’impresa e, guidata dal GM Hal Davis, prende parte alla stagione 1948-1949 della NBL. La vera svolta, tuttavia, arriverà solo l’anno seguente.

NBA e poi ABA: il percorso “inverso” del 1949-1969

Sebbene l’NBA da tempo richiami una propria continuità con la BAA – la lega che, insieme alla NBL, ha creato l’Association come la conosciamo oggi – pochi potrebbero obiettare che, al di là delle celebrazioni ufficiali e dei recuperi ex post, la prima partita di pallacanestro targata National Basketball Association si sia giocata il 29 ottobre del 1949 alla Wharton Fieldhouse di Moline, Illinois.

Se si decidesse di aderire a questa timeline – e di non considerare quindi i prodromi del 1946 – a partecipare alla prima gara della storia della Lega insieme ai Tri-Cities Blackhawks padroni di casa sarebbero quindi proprio i Denver Nuggets, invitati nell’estate immediatamente precedente a prendere parte al nuovo progetto.

Che sia un’epoca nuova per la pallacanestro, nonostante alcune regole che oggi possono sembrare ancora rudimentali, è mostrato anche dal risultato, 95-83 per i padroni di casa davanti a 3450 spettatori, a cui va aggiunta la decisamente inquietante mascotte degli ospiti, ostentata prima della partita con inopinata sicumera.

FOTO: Pro Hoops History

Leader tecnico di quella squadra è Bob Brown, che mette a segno 16 punti nella prima uscita. Accanto a lui nel backcourt, poi, si trova un altro fondatore della pallacanestro come la conosciamo oggi: Kenny Sailors, inventore del tiro in sospensione. Nonostante le ottime premesse e la grande dose di talento della squadra, Denver vive in quell’annata una stagione ricca di sconfitte. Dopo la prima uscita, la squadra perde quindici partite consecutive, trovando la prima vittoria in NBA soltanto il 27 novembre, con il successo per 68-61 sui Baltimore Bullets. A causare quel tracollo così evidente – i Nugs termineranno la stagione con peggior record e peggior difesa della Lega – è comunque il sempre presente desiderio di innovazione e basket offensivo del Colorado. Lo stesso Duane Klueh, ultimo membro di quella Denver ancora in vita e allievo di coach John Wooden, ricorda le difficoltà di quell’annata così.

“Non avevamo abbastanza size e non saltavamo poi così bene per l’epoca.”

A queste problematiche meramente tecniche, tuttavia, vanno aggiunte le normali difficoltà economiche di una squadra lontana dai centri nevralgici del New England e inserita brutalmente in un basket ancora agli albori. Proprio per questa ragione, almeno secondo alcune ricostruzioni non confermate, il front office sarebbe stato costretto nel mese di dicembre ad ammettere ai propri giocatori di non avere i soldi per pagare gli stipendi promessi. Le possibili soluzioni? Accettare una decurtazione della metà o lasciare quella squadra già scalcinata chiedendo una trade. Non è un caso che lo stesso Klueh finisca ai Fort Wayne Pistons a metà stagione, seguito di lì a poco da Sailors, inizialmente spedito ai Celtics e poi epurato dal neo-arrivato Red Auerbach nell’annata immediatamente successiva.

Da quel momento, Denver vive diciassette anni di totale vuoto cestistico. L’ultima, decisiva, curva di questo tortuoso percorso istituzionale verso il successo è infatti datata 1967. In quella caldissima estate di pallacanestro, andava nascendo negli Stati Uniti la prima, reale lega concorrente all’NBA: la ABA, American Basketball Association. Si trattava di una lega fortemente innovativa e votata alla rivoluzione, come dimostravano la presenza del tiro da tre punti e i forti investimenti volti a sottrarre arbitri, dirigenti e persino giocatori alla “sorella maggiore”.

Tra le regioni individuate dal commissioner George Mikan per intercettare il pubblico della Lega più famosa c’era sicuramente l’area Kansas City, che negli immediatamente precedenti aveva svolto un’operazione simile per quanto concerneva il football, con l’opera dell’energico proprietario Lamar Hunt che si sarebbe rivelata decisiva per la fusione tra AFL e NFL e la conseguente nascita del gridiron moderno. I proprietari designati della franchigia del Missouri, tuttavia, faticavano a trovare infrastrutture adatte a giocare a pallacanestro, ricevendo ben presto l’invito della nuova Lega a smettere di temporeggiare e a trovare una sistemazione, se non a KC, almeno a Denver, altro mercato orfano di pallacanestro e desideroso di ripartire.

Anche la seconda soluzione prospettata dall’ex-stella dei Lakers, tuttavia, si rivela di difficile attuazione. Il futuro proprietario dei Denver Larks – questo il nome iniziale, tratto dall’uccello ufficiale dello stato del Colorado – sta infatti vivendo un’improvvisa crisi economica e si ritrova costretto per il rotto della cuffia a vendere i propri diritti sulla franchigia al magnate degli autotrasporti Bill Ringsby, che rinomina la squadra Denver Rockets, sperando di richiamare con tale denominazione la forma allungata e l’incredibile velocità dei propri camion. Al fianco dell’eccentrico nuovo proprietario per questa nuova avventura, poi, viene richiamato il più grande what if della storia del basket professionistico denveriano, Vince Boryla, che viene prontamente nominato general manager.

La prima stagione, 1967/68, è di assoluta transizione. I Rockets cominciano la propria avventura in ABA vincendo contro gli Anaheim Amigos (sorvoliamo sull’opportunità e il buon gusto del nome degli ospiti) per 110-105. La partita più importante, tuttavia, era stata persa. Il Denver Coliseum, infatti, si era presentato all’occasione semivuoto, con soltanto 2748 tifosi ad assistere al debutto della nuova squadra.

Nonostante la tiepida accoglienza, comunque, i ragazzi di coach Bob Bass riescono nell’impresa di vincere 45 delle 78 partite previste. Ai Playoffs, tuttavia, le cose si complicano maggiormente, con i Rockets eliminati dai favoriti New Orleans Buccaneers in cinque partite (il massimo possibile per la serie). Risultati simili sarebbero poi giunti nell’annata immediatamente seguente, conclusa con 44 vittorie di stagione regolare e un altrettanto cocente eliminazione al primo turno per mano degli Oakland Oaks.  Per riscaldare l’ambiente e uscire dalla mediocrità, nemica del sistema americano, quindi, c’è bisogno di una stella in grado di elettrizzare il Colorado.

Il caso-Haywood e la fine della proprietà Rigsby: 1969-1974

Le regole per i giocatori collegiali erano, alla fine degli anni Sessanta, ben più limitanti delle attuali. Era assodato, infatti, che i giocatori completassero in toto il percorso universitario, al punto che tanto la NBA quanto la ABA imponevano serenamente ai giocatori un periodo di quattro anni tra il proprio diploma di scuola superiore e il salto tra i professionisti (Che fare in quei quattro anni? Toh, è giusto il tempo che ci va a laurearsi).

La nuova lega, tuttavia, è la prima dei due colossi del basket americano a intercettare il malcontento dei giovani giocatori per gli obblighi scolastici. Le stelle, spesso provenienti da contesti sociali meno fortunati, avevano infatti l’immediato bisogno di monetizzare e non gradivano quei quattro anni senza stipendio e ricchi di possibili insidie in grado di compromettere la futura carriera. La ABA, desiderosa di anticipare la NBA e portare a casa i migliori talenti universitari, inizia quindi a fare sempre più generose eccezioni alla regola dei quattro anni, permettendo ai giocatori di saltare il periodo-NCAA.

Tra i primi ad approfittare del nuovo corso ci sono proprio i Denver Rockets, che, suscitando le ire di proprietari NBA, rettori universitari e mondo del basket tutto, firmano nell’offseason del 1969 la stella delle recenti Olimpiadi di Città del Messico, Spencer Haywood, idolo della locale università di Denver e due anni più giovane rispetto a quanto prescritto dalle norme vigenti.

Haywood, che firma un accordo di sei anni da 1.9 milioni di dollari complessivi con Rigsby, arriva nella Lega accompagnato dallo scetticismo generale, talvolta unito alla paura che un giocatore così immaturo potesse “rovinare” la pallacanestro come si conosceva. La sua stagione, tuttavia, chiude ogni polemica. Spencer finisce l’anno con 30 punti e 19.5 rimbalzi, vincendo, da matricola, MVP e miglior giocatore dell’All-Star Game. Per dirla con le parole dello stesso protagonista.

“Ho fatto un anno fantastico. Il miglior anno di qualsiasi giocatore nella storia del basket professionistico.”

L’impatto è tale da suscitare un entusiasmo mai visto prima sia in Colorado che in tutto il paese, tanto da far sprecare subito i paragoni con l’altro rookie MVP della storia americana.

“Solo io e Wilt Chamberlain abbiamo avuto un’annata del genere da rookie. È stato un anno da sogno.”

Al di là dei numeri, poi, la città inizia a sostenere con un rinnovato entusiasmo i Rockets, capaci di vincere 51 partite e arrivare alla postseason da netti favoriti . Nonostante una prima vittoria per 4-3 contro i Washington Capitols, tuttavia, i sogni della franchigia del Colorado si sarebbero nuovamente infranti contro i Los Angeles Stars.

FOTO: NBA.com

Al di là del fallimento sportivo, la sconfitta sul campo innesca un nuovo turbinio di drammi fuori dal campo. Haywood, infatti, è poco convinto dello stipendio fino a quel momento corrispostogli da Rigsby, che sembra molto inferiore alle promesse. Consultatosi con il proprio avvocato, viene quindi a conoscenza di come il proprietario dei Rockets – da sempre non tra i più munifici della Lega – fosse riuscito a strutturare con l’inganno l’accordo in modo da pagare solamente 400.000 dollari subito per poi saldare il restante milione e mezzo tramite un fondo che Haywood avrebbe potuto intaccare soltanto superati i cinquant’anni di età. Spencer, che deve badare alla madre e ai nove fratelli, rompe subito con Denver, accusando Rigsby di schiavismo e razzismo e portando la franchigia in tribunale. Contemporaneamente, nel dicembre 1970, il lungo si accorda con i Seattle SuperSonics per passare in NBA, dove tuttavia vige ancora la regola dei quattro anni. Ne conseguirà un ulteriore scandalo e una causa che arriverà fino alla corte suprema, che liberalizzerà l’eleggibilità dei giocatori. Legalmente inattaccabile il commento del diretto interessato.

“Avevo già fatto saltare la regola in ABA, pensavate che la NBA mi lasciasse fuori?”

Dopo l’affaire-Haywood, i Rockets vivono anni di assestamento, fin quando, nel 1974, si trovano davanti a due decisioni che cambiano radicalmente il volto della franchigia, donandole nuova propulsione: ingaggiare Larry Brown come capo allenatore e riprendere l’antica denominazione che tanto aveva dato alla città.

Back to Nuggets: 1974-1976

La scelta del “nuovo” nome era dettata da esigenze meramente pratiche. Era ormai assodato, infatti, che dopo il 1976 la ABA e la NBA avrebbero seppellito l’ascia di guerra, unendosi in maniera simile a quello che era stato fatto pochi anni prima dalla NFL. La National Basketball Association, tuttavia, aveva già dei “Rockets” in quel di Houston, un caso di omonimia che obbligava gli entranti denveriani a un cambio di nome, con i tifosi entusiasti di poter riabbracciare i propri Nuggets.

Anche per quanto riguarda il coach newyorchese, non ci si trovava di fronte a una novità assoluta. Brown, infatti, aveva chiuso la propria carriera nella stagione 1971/72 proprio come playmaker titolare dei Denver Rockets. Di lì a poco, grazie alle sue conoscenze deansmithiane era divenuto prima reclutatore della nazionale per la sfortunata esperienza di Monaco ’72 e poi allenatore dei Davidson Wildcats (dove sarebbe durato si e no un mese con la bellezza di zero panchine ufficiali) e infine dei Carolina Cougars, per poi ricevere la chiamata della nuova proprietà dei Rockets/Nuggets.

Qui, appena arrivato, trova una squadra decisamente disastrata, il coach trova una squadra decisamente disastrata, tanto da convincersi a organizzare dei tryouts al fine di scovare qualche undrafted in grado di risollevare almeno il morale. A presentarsi, tra gli altri, c’è un giovanissimo prodotto dell’accademia militare tagliato qualche anno prima proprio da Larry Brown durante le selezioni per le Olimpiadi tedesche: Gregg Popovich.

“Era grandioso. Se fosse andato in un college di alto livello sarebbe diventato un giocatore NBA. Era sorprendentemente dotato come atleta e veramente tenace. Ma ho finito col tagliarlo. Poco dopo si è presentato anche a Denver e l’ho tagliato di nuovo. […] è stato il mio testimone di nozze e siamo da sempre uniti.”

Al di là di queste note di colore – a cui si potrebbero aggiungere serenamente gli strampalati outfit della nuova guida tecnica – la stagione è di una raffinatezza tecnica elevatissima. Denver è probabilmente la prima squadra della storia a giocare 48 minuti sopra ritmo e tentare di affidarsi con una certa continuità alla grande invenzione della ABA: il tiro da tre punti (contestualizziamo, però, chiuderanno la stagione 22/102). La media di 118.7 punti a partita porta questo attacco stellare, guidato da Bobby Jones e Mack Calvin, a vincere 65 delle 84 partite di regular season, Nonostante gli evidenti favori del pronostico, tuttavia, la squadra si spegne alle finali di division (il corrispettivo delle finali di conference) in cui viene sconfitta per 4-3 dagli Indiana Pacers.

L’anno successivo a questa cocente delusione, la ABA vive un nuovo scossone. La Lega passa infatti da 10 squadre a 7 a causa del fallimento economico di tre franchigie e l’assenza di diritti televisivi, che oggi rende quasi mitologica la palla tricolore, inizia a pesare seriamente sul bilancio delle squadre. Tra le organizzazioni meno floride dal punto di vista economico ci sono certamente i Baltimore Claws, i cui guai sono aumentati in estate a causa della scellerata acquisizione del centro Dan Issel da Kentucky. Il front office dei Nuggets inizia proprio da questo equivoco la propria ricostruzione interna, inserendosi nella trattativa tra Claws e Colonels e togliendo le castagne dal fuoco alla franchigia del Maryland, pagando personalmente i debiti contratti in cambio del giocatore.

Contemporaneamente, Denver era riuscita a garantirsi i diritti su David Thompson, stella di North Carolina State selezionato con la prima assoluta sia nella NBA che nella ABA. Issel, Thompson e gli altri daranno vita, insieme a Brown, alla più elettrizzante stagione di sempre giocata a Denver. Sotto gli occhi di un palazzetto sempre gremito (13.000 spettatori di media, fuori scala per l’ABA) i Nuggets dominano la Lega, migliorando il record della stagione precedente e chiudendo la regular season con sessanta vittorie. Ai Playoffs, i primi avversari sono proprio quei Kentucky Colonels che avevano deciso di liberarsi di Issel l’estate precedente.

La prima partita è da subito un istant classic della ABA, sia per pregi che per difetti, La McNichols Sports Arena di Denver, formalmente da 17.000 spettatori, è carica di oltre 18.500 tifosi in preda a un delirio collettivo per i Nuggets. La Lega, conscia del proprio successo almeno in Colorado, spinge per la trasmissione della partita su praticamente tutte le stazioni radio dello stato, aspettandosi finalmente una svolta, anche economica, grazie al successo mediatico dello stravagante Brown e dei suoi ragazzi. Arrivati al palazzo, tuttavia, ci si rende conto di un piccolissimo inconveniente per una partita di quel livello: non funziona la sirena, né tantomeno il cronometro dei 30 secondi (altra peculiarità ABA).

Consci delle implicazioni economiche del match, gli arbitri decidono di non rinviare o ritardare la palla a due, facendo di fatto giocare una sfida di tale portata con il conto manuale del tavolo come nel peggiore degli scrimmage. Sul finire della gara, coi Nuggets avanti di tre, Dampier – guardia di Kentucky – è quindi convinto di avere segnato il canestro del pareggio sulla… sirena, ma viene prontamente smentito dagli imparzialissimi ufficiali  a referto, che affermano di aver visto chiaramente il tempo scadere prima del tiro. In una analogica epoca pre-istant replay, tanto basta a consegnare la partita ai Nuggets coi Colonnelli che sono tuttavia furiosi.

Le tensioni continuano fino a Gara-7, con botte da orbi tra Issel e la controparte Artis Gilmore e insulti reciproci tra i due coach Brown, Hubie e Larry, da sempre mai particolarmente cordiali. Nell’ultima contesa, tuttavia, Denver riuscirà a spuntarla in un palazzetto se possibile ancor più pieno rispetto alle gare precedenti, suscitando la gioia incontrollata di Brown.

“Questo pubblico e questa partita sono un esempio per la nostra Lega. Complimenti alla gente di Denver.”

È l’ultimo momento di gioia nella Lega minore per Denver. In Finale, infatti, i Nuggets saranno sconfitti dai New Jersey Nets di Julius Erving. Proprio le due franchigie, insieme a Pacers e Spurs, passeranno l’anno seguente in NBA, dando vita alla storia dei Nuggets che tutti conosciamo, e che ha portato al titolo della scorsa stagione. Un anello che ha risolto un dilemma quasi cinquantennale, visto che Denver è stata l’ultima delle tre grandi franchigie della ABA a portare a casa il Titolo. Ora manca solo Indiana, e chissà che l’esempio del Colorado non possa portare fortuna anche a quest’altro grande stato di basket.