Il che apre anche ad altre domande, per esempio cosa ci faccia Westbrook a Sacramento e come i Kings siano finiti in questa situazione.

Bisogna mettere fin da subito le carte in tavola, non ha alcun senso criticare Russell Westbrook in quanto giocatore. Tutti sono consapevoli dei pregi e dei difetti, di quello che è stato (MVP e 9 volte All-NBA) ma anche di quello che è ormai diventato, lo spettro di un passato che fisiologicamente non tornerà mai. Si tratta di un giocatore al minimo salariale, nemmeno dovrebbe fare notizia sapere della sua permanenza nella Lega. Eppure, eccoci qua. A meritare più di una critica sono i Sacramento Kings, che hanno deciso di metterlo a contratto, la ciliegina sulla torta di una gestione disastrosa dopo il ritorno ai Playoffs del 2023.
Cosa ci fa Westbrook ai Kings?
A costo di apparire ripetitivi, è necessario sciogliere questo punto. La sola tesi contraria alla scelta di Russ riguarda la decisione di aver rifiutato la player option con i Denver Nuggets, dove avrebbe lottato per il titolo NBA che gli manca in carriera, mentre a Sacramento sarà fortunato a sfiorare la qualificazione ai Playoffs passando dal Play-In.
Ma questa rappresenta ovviamente una scelta di cuore, il motore della carriera di Westbrook. La California è la sua terra madre, ci è nato e ci ha vissuto, ci ha frequentato la High School, il college di UCLA, e ci ha persino indossato sia la maglia dei Lakers, la vera “macchia” su questo suo finale di carriera, sia quella dei Clippers. Ha persino preso parte alla marcia di protesta del movimento Black Lives Matter nel 2020 in quell’aria, per la precisione a Compton, luogo della nascita di… DeMar DeRozan, assieme al quale ha preso parte alla manifestazione e adesso suo nuovo compagno ai Kings.
E sapete anche chi è nato a Compton? Kendrick Lamar (una connessione non casuale già raccontata su AtG), che nel 2024 ha tenuto a Inglewood – sempre California, ovviamente – il concerto The Pop Out: Ken & Friends, presenziato proprio da Russ e DDR. Un recruiting anticipato, antefatto di quanto rivelato solo ieri da Shams Charania, e cioè che a volere Westbrook siano stati lo stesso DeRozan, Domantas Sabonis e Zach LaVine, i leader di Sacramento. Di motivi per firmare qua ne esistono un bel po’.
Come ci sono finiti qui i Kings?
Si è solo accennato all’incapacità di competere da parte di Sacramento, ma non è un aspetto secondario né per la squadra, né tantomeno per Westbrook. Quest’ultimo è arrivato solo all’ultima settimana prima dell’inizio della nuova stagione a firmare un contratto, e i motivi potrebbero essere riassunti in: non c’era alcuna offerta sul piatto; Sacramento ha fatto un’offerta al minimo, Russ e il suo camp l’hanno rifiutata sperando in meglio, fino a che si sono resi conto che non c’erano alternative; la squadra ha atteso l’evoluzione di sviluppi sia sul fronte del mercato di Malik Monk, il più vociferato tra i potenziali nomi in uscita, sia sul fronte Kuminga, rimasto infine ai Golden State Warriors, prima di completare il roster.
Se la prima e la seconda possibilità fossero quelle reali, questo con ogni probabilità si rivelerebbe l’ultimo anno in NBA di Russell Westbrook. Sacramento è davvero costruita male, ricca di esterni e soprattutto portatori di palla, con spaziature compromesse e taglia media ridotta al minimo, problema nel quale viene inglobata anche l’assenza di un vero backup per Sabonis – la salma di Dario Šarić non è abbastanza, Isaac Jones e il rookie Maxime Raynaud nemmeno. E tutto parte da tempo addietro.
Diciamo che fino al 2024 l’euforia è durata. L’eliminazione in Gara 7 contro i Golden State Warriors campioni in carica nel 2023 sembrava rappresentare solo l’inizio, il primo capitolo di una storia incentrata sul ritorno epocale a dei Playoffs che mancavano dal 2020. L’anno successivo sono arrivate comunque 46 vittorie in una Western Conference molto competitiva, offensive e defensive rating positivi, la vendetta al Play-In nel derby californiano contro Golden State, tutto attorno a un nucleo ben definito, impostato sul duo De’Aaron Fox-Domantas Sabonis sotto la sapiente guida di coach Mike Brown.
Uscire al Play-In, però, ha iniettato solo ansia, nervosismo e impazienza nell’ambiente. Non siamo insider, non abbiamo parlato con Scott Perry e B.J. Armstrong, rispettivamente GM e assistente, né tantomeno con Vivek Ranadivé, ma certe cose si possono dedurre. Nell’estate 2024 è arrivato il contrattaccio brutto e cattivo (lungo e oneroso) di DeMar DeRozan. Realizzatore puro, unico nel suo genere, d’altri tempi. Un po’ troppo, forse, per le esigenze offensive del sistema di coach Brown e nel caso della convivenza con Fox – molto meglio i minuti con i due separati, negativi soprattutto in difesa quelli in coppia.

Dopo un inizio da 13 vittorie e 18 sconfitte, coach Brown è stato licenziato. Non senza conseguenze, dal momento che Fox si è rivelato in un’intervista su ESPN uno dei suoi fedelissimi, tutt’altro che soddisfatto della scelta di tagliare l’allenatore a stagione in corso e del malumore dei compagni nei confronti della gestione Brown. Non a caso, la trade a tre che ha condotto all’arrivo di Zach LaVine a Sac-Town ha indirizzato Fox a San Antonio, ponendo di fatto fine al breve ciclo di un nucleo fino a un paio di anni prima reputato in rampa di lancio.
E questo è stato il peccato mortale. Non perché LaVine non sia un valido sostituto o un’opzione offensiva di livello, ma perché esistevano prove palpabili del pessimo fit con DeRozan. La coppia, nel proprio ultimo anno insieme a Chicago (fino a qualche mese fa) in 1181 possessi condivisi sul parquet ha fatto registrare un net rating orripilante di -12.2 (10° percentile), con rendimento offensivo da 15esimo percentile e difensivo da 16esimo percentile. Si parla del peggio del peggio.
Estendendo il campione alle tre stagioni trascorse insieme ai Bulls, si nota come la squadra abbia performato visibilmente peggio quando entrambi sono stati in campo allo stesso tempo, migliorando solo dividendoli. E ai Kings non poteva essere altrimenti, considerando la situazione già drammatica dal punto di vista difensivo, senza rim protection e con pochissima profondità in marcatura su esterni e creator primari – Keon Ellis unico sopravvissuto, dato che è partito anche Davion Mitchell. I dati non mentono.

La situazione precipita includendo nei minuti dei due assieme anche Domantas Sabonis, con un defensive rating relativo di +7.4 e un totale (attacco+difesa) di -3.8 per 100 possessi, dato tragico per quelli che sono considerati i “Big Three” di una squadra. Nel giro di un paio di anni, insomma, i Sacramento Kings non sono stati in grado di uscire dal cosiddetto “limbo NBA” facendo un upgrade, anzi, si sono mossi nella direzione opposta.
Cosa se ne fanno i Kings di Westbrook?
Ed eccoci tornati al punto di partenza, proprio come Sacramento. Russell Westbrook non è una semplice presa al minimo salariale, un giocatore che puoi prendere, usare come “chioccia” e utilizzare limitatamente in determinate occasioni. Si tratta di un compagno desiderato e rispettato, di un agonista senza eguali, ma questo si trasla necessariamente in una figura mediaticamente rilevante, con uno status impossibile da ignorare. Quindi non è un semplice riempitivo, uno che prendi in extremis per completare il roster.
Non è il DeAndre Jordan o il PJ Tucker di turno, per citare esempi di veterani senza minuti in squadre competitive. Richiede un certo impiego, una certa impostazione – anche nella second unit – per favorirne il rendimento, un effort che non si adegua a un minimo salariale. Certo, può restituirti tutto con gli interessi, se le cose girano al meglio, ma può anche rivelarsi estremamente deleterio se non integrato nel sistema – e questo è il rischio più insolito rispetto ai vet minimum.
Sacramento sembra più vicina alla seconda di queste due vie. I giocatori che richiedono palla in mano sono troppi tra gli starter, con LaVine e DeRozan, mentre non va dimenticato Malik Monk. C’è inoltre Dennis Schröder, appena arrivato e reduce da un ottimo finale di stagione a Detroit e dall’EuroBasket leggendario con la Germania. Se sarà lui il titolare, con Monk in uscita dalla panchina, la concorrenza sarebbe comunque spietata e il fit si prospetto un po’ complicato da immaginare.
Non c’è nemmeno materiale giovane da sviluppare, fatta eccezione per il rookie Nique Clifford, che si presenta comunque già abbastanza pronto ed “esperto” per un giocatore al primo anno. Sacramento ha un roster costruito (male) sulla volontà e il desidero di essere competitivi nell’immediato, senza pensare al futuro, ma non ha il materiale umano per riuscirci.
Significa che Westbrook verrà “venduto” e probabilmente considerato come un veterano che porta con sé un tipo di “cultura” competitiva capace di stimolare una squadra apparsa inerte dopo la passata trade deadline, al quale verranno affidate molte più responsabilità di quante non ne avesse con i Nuggets, dove il suo ruolo era circoscritto a determinate funzioni.
E questo Russ non lo può più fare da circa il 2020, figurarsi a 37 anni. Per questo sembra giusto parlare del rischio che si tratti della pietra tombale sulla carriera di Westbrook, oltre che sul tentativo dei Kings di tornare quantomeno ai Playoffs, perché il rischio che vada tutto per il verso sbagliato è alto. Dal motto “Light the Beam” passa un doppio filo del destino, sottile e intrecciato male, quasi per errore.
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