Quando l’ego distrugge la carriera di un giocatore e le ambizioni delle sue squadre

I Phoenix Suns si sono resi protagonisti del fallimento più grande dell’annata NBA 2024-25, e anche se a prendersi le prime colpe è stato ancora una volta l’allenatore, è chiaro che il problema degli ultimi due disastrosi anni sia altrove. Accolto come il salvatore della patria, Mike Budenholzer ha fatto la stessa fine del suo predecessore, nonostante idee tattiche diametralmente opposte.

In che modo i Suns del 2023 usciti in Gara 6 contro i Denver Nuggets (poi vincitori del titolo) sono diventati una squadra tanto mediocre da subire uno sweep al primo turno nel 2024 e mancare completamente la post-season nel 2025?

La risposta è facile: acquistando Bradley Beal.

Secondo quanto riportato dai vari insider negli ultimi giorni, uno dei peccati capitali di Budenholzer è stato chiedere a Beal di giocare come Jrue Holiday ai Celtics. La logica dell’esempio è facilmente intuibile: Holiday è arrivato a Boston e si è inserito in una macchina che aveva bocche di fuoco ben più talentuose di lui, e il suo compito era quello di essere il più complementare possibile. Pur avendo già un anello al dito, Jrue lo ha fatto senza battere ciglio, rendendo i Celtics la miglior squadra in NBA. Beal ha invece recepito quella richiesta come una mancanza di rispetto “enorme” nei suoi confronti.

Ha quindi continuato per tutta la stagione a non difendere e a prendersi tiri terribili partita dopo partita (e sconfitta dopo sconfitta). I suoi canestri non hanno portato nulla se non acqua al mulino delle sue statistiche individuali. Con lui in campo i Suns hanno avuto un Net Rating di -7.2, subendo 120.3 punti su 100 possessi. Nei minuti in cui ha condiviso il campo con Devin Booker e Kevin Durant Phoenix ha avuto un attacco buono, ma non abbastanza per un Big-3 con quel talento: 116.6 punti segnati su 100 possessi, 67esimo percentile.

Non riuscire a funzionare in campo insieme a Booker e Durant dovrebbe accendere un dubbio autocritico a qualsiasi giocatore. Così come l’essere rifiutati dai Miami Heat sul mercato ben due volte nel giro di due anni e mezzo. Ma non a Beal.

Beal fa parte di quella categoria di giocatori NBA convinti che la loro media punti parli per loro, a prescindere, anche se non hanno mai combinato nulla di rilevante in carriera, anche se non sono mai migliorati nelle piccole cose che fanno la differenza ai Playoff. L’ego è una brutta bestia, in grado di far appassire qualunque squadra nel giro di poco tempo.

Beal non ha le abilità difensive per giocare come Holiday, ma non ha neanche caratteristiche anacronistiche come quelle di Westbrook. Avrebbe potuto almeno impegnarsi nella sua metà campo, andare a rimbalzo in modo più convinto, e abbracciare il ruolo di facilitatore per i due compagni più forti di lui in attacco. Non ha fatto nulla di tutto ciò.

Ha il suo stipendio e la sua no-trade clause a proteggerlo. Ma verrà ricordato per sempre per quello che è: un perdente.