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Questo contenuto è tratto da un articolo di Sean Guest per https://www.doubleclutch.uk/, tradotto in italiano da Federico Molinari per Around the Game.


Il 2010 è ricordato nell’NBA (quasi) più per qualcosa che è successo fuori dal campo di gioco, invece che su di esso.

I Los Angeles Lakers quell’anno conquistarono il titolo, battendo i Boston Celtics in un’una serie di sette partite che vide Kobe Bryant vincere il quinto e ultimo anello della sua carriera; ma la vera storia si svolse durante l’offseason, quando LeBron James ha annunciato che avrebbe “portato il suo talento a South Beach” durante uno speciale televisivo trasmesso in diretta su ESPN.

Registrata al Boys and Girls Club di Greenwic, Connecticut, The Decision fu diversa da qualsiasi cosa il mondo dello sport avesse mai visto prima. Durò in totale 75 minuti e attirò un pubblico medio di circa 10 milioni di persone. Poco più di 13 milioni di persone si sintonizzarono per assistere all’annuncio stesso, che avvenne a 30 minuti di distanza dall’inizio dello spettacolo.

Prima di allora, James fece due chiacchiere con il conduttore Jim Gray, che gli fece domande sul suo “processo”, chiedendogli da chi avesse ricevuto consigli (e se si mangiasse ancora le unghie). Non fu particolarmente brillante, ma ecco il momento di autentico dramma, quando James annunciò che avrebbe lasciato i suoi Cleveland Cavaliers. Destinazione: Miami Heat.

Così facendo, LeBron spense le speranze di New York, ma anche l’opportunità di seguire le orme di Jordan ai Chicago Bulls – e prima ancora, spezzò il cuore di tutta Cleveland. Era il Prescelto, colui che avrebbe dovuto porre fine alla maledizione sportiva della città, che in quel momento perdurava da 46 anni.

Chiunque avesse visto i Cavs quando furono sbattuti fuori dai Playoffs di quella stagione, probabilmente si era già fatto un’idea di quello che sarebbe successo. James aveva trascorso i primi sette anni della sua carriera portando con sé le speranze di un intero Stato, e durante il faticoso allontanamento dal parquet del TD Garden, dopo la sconfitta in Gara 6 per mano dei Celtics, sembrava davvero rassegnato. E lo sembrò ancora di più nella conferenza stampa post-partita.

Il periodo come Cavalier non era stato proprio un incubo, fino a quel momento. James aveva aiutato la squadra a raggiungere cinque post-season consecutive, vincendo 66 partite di Regular Season nel 2008/09 e 61 nel 2009/10; aveva portato i Cavs alle NBA Finals del 2004, dove vennero travolti dagli Spurs.

Nel 2009 li aveva riportati alle finali della Eastern Conference, dove vennero superati dai Magic – niente sfida tra Kobe e LeBron nelle Finals, un’occasione mancata (e per tanti spettatori neutrali, un peccato). Orlando uscì vincitrice da quella serie con Dwight Howard che ricevette un grande aiuto da Rashard Lewis e Hedo Turkoglu. Nel corso della serie (sei partite), James – i cui compagni più talentuosi erano Mo Williams e Delonte West – fu costretto a portare sulle spalle l’intero attacco di Cleveland, segnando 39 punti a partita.

Questo fattore fu il problema anche l’anno successivo, quando Paul Pierce, Kevin Garnett e Ray Allen diedero a Cleveland un’altra delusione, e a LeBron la spinta definitiva per prendere il controllo del proprio destino. La franchigia, dopo tutto, aveva passato sette anni a cercare di trovare la formula giusta. Il tempo era scaduto.

Nel 2010, per pura disperazione, i Cavs provarono addirittura ad accoppiare James con un 37enne Shaquillie O’Neal, la cui esperienza superava di gran lunga la sua possibilità di contribuire in campo in quella fase della sua carriera. Fu in questo momento della sua carriera che il Re sentì di non avere altra scelta se non quella di guardare altrove, anche se ciò significava allontanarsi dalla sua squadra. Ma a quel punto, vincere era più importante per James rispetto al suo sentimento.

I giornalisti sportivi di tutto il mondo speculavano non solo su dove avrebbe giocato quando la stagione 2010/11 sarebbe iniziata, ma (ovviamente) anche su come la sua eredità sarebbe stata paragonata a quella di Michael Jordan, quando tutto sarebbe finito. Non che fosse una novità, LeBron aveva avuto a che fare con un hype “jordaniano” fin da quando era diventato il primo giocatore dell’high school ad apparire sulla copertina di Sports Illustrated, nel 2002.

Nel 2010, James ne aveva avuto abbastanza delle sue delusioni. The Decision rappresentò un’opportunità per rivendicare il controllo del suo destino, annunciando dove avrebbe giocato – alle sue condizioni – nel prossimo futuro.

Che ci crediate o no, il concetto non fu un’idea sua. Fu originariamente concepita nella popolare rubrica di Bill Simmons su ESPN, poi lo stesso Simmons la propose all’entourage di LeBron (che comprendeva Maverick Carter, Leon Rose e William Wesley) in occasione dell’All-Star Weekend. L’accordo per lo show televisivo si concretizzò non molto tempo dopo che i Cavs vennero eliminati dai Playoffs lo stesso anno.

Ironia della sorte, Simmons fu critico nei confronti della decisione, etichettandola come “LaBacle” in una rubrica pubblicata su ESPN il giorno dopo la messa in onda, e non fu il solo. La maggior parte dei giornalisti sportivi condannò lo show: ritenevano che fosse l’emblema di quei giocatori che vogliono diventare più grandi delle squadre per cui giocano. Un punto di vista che il proprietario dei Cavs, Dan Gilbert, rafforzò nella sua lettera ai tifosi, in cui parlò di «vergognosa dimostrazione di egoismo e di tradimento da parte di uno dei nostri.»

L’avvento dei social media era proprio dietro l’angolo, e avrebbe dato di lì a poco agli atleti dei livelli completamente nuovi di accesso a una varietà di piattaforme che permettono loro di comunicare con i tifosi senza il tramite della squadra per cui giocano, di ESPN o di qualsiasi altro mezzo.

In seguito a The Decision, James ha vinto due titoli a Miami (“non tre, non quattro, non cinque, non sei…”) giocando al fianco di Dwyane Wade, Chris Bosh e Ray Allen, come avrebbe potuto solo sognare a Cleveland.

Nel 2011 James ha detto a ESPN che se potesse tornare indietro, probabilmente cambierebbe il modo in cui annunciò la sua decisione di firmare con gli Heat, «perché ora posso guardare e vedere le cose con un occhio diverso; se fossi stato un fan molto appassionato di un giocatore, e quello avesse deciso di andarsene, anch’io mi sarei arrabbiato per quel modo di gestire la cosa».

Con il senno di poi, la scelta di andare a Miami è stata una tappa fondamentale in un percorso di maturazione per un giocatore che voleva imparare a vincere, per poi tornare a casa e realizzare il suo destino.

In un modo controverso, The Decision mostrò agli altri atleti che anche loro avrebbero potuto controllare non solo le proprie sorti, ma anche la propria narrativa.