Sembra assurdo che sia così dopo un esordio al limite della perfezione, ma Victor Wembanyama ha vissuto anche degli ovvi momenti di ambientamento che non ci saranno da Gara 2.

Victor Wembanyama
FOTO: Inquirer Sports

Victor Wembanyama ha dominato nel proprio debutto ai Playoffs, mettendosi subito alle spalle Tim Duncan per il maggior numero di punti segnati all’esordio in post-season con la maglia di San Antonio, ben 35 del francese contro i 32 della leggenda degli Spurs. Li ha segnati con il 75.4% di True Shooting e in soli 33 minuti, aggiungendo nel frattempo 5 rimbalzi, 1 assist e 2 stoppate, guidando i suoi a una vittoria ai Playoffs che nell’Alamo mancava dal 2019.

Sembra difficile fare meglio di così, soprattutto in una prima assoluta a 22 anni, ma quello che fa paura è proprio che esista margine di miglioramento per quello che a tutti gli effetti è un alieno.

Assertività, specialmente al tiro

Il piano partita dei Blazers prevedeva di non marcare in alcun modo Stephon Castle, che ha vissuto un esordio al contrario molto complicato da 4 su 13 al tiro con 3 palle perse, unico dei suoi con plus/minus negativo. Su Wemby è stato così inserito Toumani Camara, che gli lascia oltre 20 centimetri ma è capace di seguirlo sul perimetro e disturbarlo in palleggio, sopperendo alla discrepanza di taglia con Donovan Clingan staccato da Castle a difesa dell’area.

Contro questo assetto difensivo, Wembanyama ci ha messo un po’ a decifrare la contromossa migliore, così come lo staff di San Antonio. Il primo canestro dal campo del prodigio francese è arrivato dopo oltre quattro minuti di primo quarto, e senza inventarsi nulla di troppo creativo: Deni Avdija è finito su di lui, Wemby ha chiamato palla con rabbia e ha attaccato a testa bassa, segnando un floater difficile. Non proprio la soluzione ideale, dal momento che si è trattato di un tiro forzato, ma segnandolo si è messo in ritmo.

Anzi, da quel momento in poi è entrato in modalità “on fire”. Si è preso senza esitare tiri da fuori, soprattutto dal palleggio se accoppiato con il lungo avversario, chiudendo con 5 su 6 al tiro pesante. Anche San Antonio come squadra ha cominciato a muoversi alla ricerca di una reazione, cominciando semplicemente con l’utilizzo di Castle da “lungo”, quindi come bloccante sulla palla, come nella prima clip del seguente montaggio, dove basta un semplice consegnato a fare la magia:

Perché tirare tanto da tre, però, se sei un gigante di 224 o più centimetri? Per farsi spazio in area poi dal palleggio, ma soprattutto perché Portland è la 12esima migliore difesa NBA al ferro, unica caratteristica positiva – stando ai numeri stagionali – del sistema di coach Splitter. Donovan Clingan, in particolare, è il miglior deterrente della Lega negli ultimi metri, davanti a Rudy Gobert e allo stesso Wemby per riduzione della frequenza dei tiri avversari al ferro – un clamoroso 8.3% in meno quando è in campo rispetto a quando è fuori, primissimo nella Lega. E gli altri due nomi sono rispettivamente un quattro volte Difensore dell’Anno e l’appena eletto DPOY 2026.

Trovare la via del ferro

Con questa aggressività da fuori, i Blazers si sono dovuti cristallizzare nel tentare di pareggiare l’agilità del francese con le ali. A quel punto, hanno pagato la taglia soprattutto su situazioni dinamiche nelle quali San Antonio ha cercato di far ricevere palla a Wembanyama in area, o comunque vicino al ferro. E soprattutto nei giochi a due con le guardie, che hanno compreso l’intento di Portland di contenere il pitturato portando svariati corpi in aiuto, scoprendo gli angoli. Quando gli Spurs hanno eseguito, non è comunque bastato a evitare tanti, tanti lob e passaggi dentro – 7 su 11 negli ultimi metri per Wemby, con 5 canestri al ferro.

Trovare soluzioni per permettere al francese di ricevere in area è essenziale per gli Spurs, dal momento che ancora si tratta di un prodotto da sgrezzare offensivamente. Anche questa affermazione può sembrare assurda per uno che ne ha segnati 35 alla prima, ma semplicemente un 5 su 6 al tiro pesante non è un jolly che umanamente si possa pescare ogni volta, e le difese a lungo andare prenderanno scelte ancora più drastiche, dettate anche dai trend della regular season, citati in sede di preview della serie.

Per la terza stagione su tre, la distribuzione dei tiri di Wembanyama è variegata, divisa in parti molto simili tra ferro (38%), mid-range (33%) e triple (29%), sebbene poi in percentuali di conversione superi il 50esimo percentile solo nei tiri nell’ultimo metro – dove la sua efficienza è elitaria. Riassumendo: sa fare tutto, fa di tutto, ma sa chiudere bene solo in posizione molto ravvicinata.

Ai Playoffs le serie sono più brevi, conta solo segnare per vincere una gara dopo l’altra, e siamo tutti d’accordo. Ma proprio perché il potenziale è infinito, perché non trovare modi di sfruttarlo ancora meglio. Anche perché Wembanyama, per forza di cose, ha bisogno di una costruzione, essendo lunghissimo ma agile proprio grazie a una conformazione longilinea, che non gli consente di farsi spazio a “culate” come un lungo tradizionale, o banalmente di mantenere costantemente il giusto equilibrio in palleggio o in virata.

La difesa è perfetta, ma può essere anche meglio

Qui si raggiungono livelli impareggiabili nell’arte di, permettete il gergo, “fare la punta al cazzo”. Se però gli standard impongono di volerlo paragonare ai più grandi difensori, e in generale ai più grandi e basta di ogni epoca, allora serve giudicare minuziosamente tutto tutto, anche ciò che apparentemente funziona. E, molto semplicemente, anche qui Wembanyama si è corretto e ha chiuso alla grande, ma ci ha messo un po’ a difendere “come ai Playoffs”.

E cioè battezzando senza pietà tutto e tutti. A inizio gara, si è avvicinato fin troppo in un paio di situazioni a Donovan Clingan, non sfruttando a pieno la scarsa di tiratori credibili nel quintetto principale di Portland. Clingan e Robert Williams III hanno tirato con un 1 su 6 complessivo da fuori, prendendosi tiri totalmente smarcati solo perché la difesa ha cominciato a concedere solo quelli, e questa deve restare la strada da percorrere. Quando Wembanyama ha iniziato a interessarsi solo del pitturato, i Blazers hanno smesso di segnare in area, forzando gli avversari a tirare 0 su 11 (!) dal campo nei casi in cui è stato lui il difensore primario.

Anche perché quello di Portland è un attacco mediocre (tra i peggiori 10 offensive rating NBA) che si sostiene interamente sulle incursioni in area palla in mano di Deni Avdija – leader della Lega per Drives, a quota 19.4 di media. Nonostante la partita di quest’ultimo sia stata produttiva, ha segnato solo due canestri al ferro con Wembanyama in campo, entrambi nel primo quarto di gioco. Poi, il vuoto nei minuti del francese.

Si tratta del DPOY più giovane di sempre e del primo eletto all’unanimità per un motivo, e va trattato come tale. Per questo, è giusto non accontentarsi, soprattutto quando all’opera ci sono giocatori che non permettono di distinguere nitidamente i limiti della parola “perfezione”. Ricordando che Gara 1 è stata una prima volta e che da lì si può solo migliorare, per quanto sia spaventoso da credere.