Il cap space a disposizione dei Phoenix Suns non varrà nulla se non sarà impiegato nel modo giusto

Suns Bradley Beal Kevin Durant Devin Booker
FOTO: NBA.com

Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da John Voita e pubblicata su Bright Side of the Sun, tradotto in italiano da Marco Marchese per Around the Game.


Trovare l’intesa per il buyout, rescindere e concludere il contratto di Bradley Beal potrà risultare la mossa giusta o sbagliata. Menti eccelse potranno dibattere sui benefìci a breve e lungo termine – o addirittura nessun effetto benefico – che i Phoenix Suns potrebbero ottenere da questa mossa. Ciò che è fuori discussione è che l’affare sia ormai chiuso. E, con esso, a Phoenix è giunto qualcosa che mancava da parecchio: svariate possibilità.

Per la prima volta da quella che sembra un’era interminabile, i Suns non saranno costretti a destreggiarsi nel mercato del minimum veteran, nella speranza di estrarre oro dalle rocce. Adesso hanno a disposizione più opportunità. Hanno più flessibilità, ed una scintilla di libertà creativa in ottica cap space, che finora era sembrato un tema fin troppo soffocante. 

Tutto questo rende il periodo attuale molto eccitante: le svariate possibilità. Le ipotesi. Potersi chiedere “what if..?” e non dover avere a che fare con le scadenze contrattuali. E no, ovviamente i Suns non sono esenti da ostacoli. Come ricorda Rod Argent di The Bright Side of the Sun, ci sono ancora parecchi spauracchi in ottica salary cap e navigare in quelle acque non sarà comunque facile. Ma dopo tanti mesi di rigide limitazioni, anche una libertà “imperfetta” sembra una ventata d’aria fresca. Il portone non è del tutto spalancato, ma è comunque crepato. A volte è proprio ciò che serve.

I Tax Apron e le nuove restrizioni hanno rimodellato la NBA in infinite maniere, ma una delle tematiche più dibattute è stata fin qui la flessibilità, in particolare per il mercato dei Restricted Free Agent. Con il nuovo accordo collettivo in approccio al suo secondo anno, s’iniziano a vedere le aree in cui avrà maggior impatto ed influenza: attraverso i giovani talenti uscenti da contratti da rookie alla ricerca di accordi sontuosi.

La Restricted Free Agency era fatta per rompere un equilibrio. Una squadra sospende l’offerta per un giocatore, lasciandogli l’opportunità di tastare il mercato. Se un’altra franchigia fa un’offerta e il giocatore la accetta, la squadra originaria può pareggiarla. Si tratta di un meccanismo che permette ai giocatori di misurare il loro valore, lasciando comunque alle squadre l’opportunità di trattenere i giocatori su cui hanno investito e che hanno fatto crescere e sviluppare. Ma con il nuovo CBA quel sistema sta iniziando a scricchiolare.

Il panorama finanziario della lega, che si sta sviluppando in modo estremamente rigido per via delle Tax Apron penalties, ha ostacolato e limitato le squadre nel poter proporre le loro offerte e le franchigie concorrenti nel poter mettere sul piatto offerte competitive. Basta andare indietro con la memoria fino a tre anni fa, nel mese di luglio. Deandre Ayton ha ricevuto un assegno dagli Indiana Pacers da $132.9 milioni per quattro anni. I Suns hanno pareggiato l’offerta. 

In quel momento, quel sistema ha funzionato come previsto. Imperfetto, vero, ma funzionale e pratico. E quel genere di flessibilità? Sta lentamente svanendo. E i primi a sentirne gli effetti sono i giocatori in approccio al loro prime. La differenza tra ora ed allora è che adesso non ci sono più squadre che dispongono di cap space. Non ci sono squadre in grado di poter proporre offerte per dei Restricted Free Agent superiori alla Qualifying Offer e quindi poter spostare l’asticella.

Ciò è importante, poiché i giocatori possono comprendere il loro valore soltanto se esiste un mercato con cui confrontarsi. E in questo momento non esiste. Con quasi tutte le squadre al limite del cap space, le offerte latitano. Si ha a che fare con trattative in stallo e tante speranze. 

Basta osservare giocatori come Jonathan Kuminga dei Golden State Warriors, Josh Giddey dei Chicago Bulls, Cam Thomas dei Brooklyn Nets o Quentin Grimes dei Philadelphia 76ers. Sono tutti Restricted Free Agent, ma nessuno di loro ha ancora accettato la propria Qualifying Offer. Perché? Stanno prendendo tempo, nella speranza di un nuovo inizio, una nuova chance e, soprattutto, una paga sostanziosa. Ma in una lega con cap space intasati c’è solo un modo perché ciò avvenga: via sign-and-trade.

Queste tre parole erano un tabù per i Phoenix Suns fino a qualche settimana fa. Fin quando il contratto di Bradley Beal li ha spinti al di sopra del Second Apron, gli affari in sign-and-trade erano pressoché impossibili. Ma adesso la situazione è cambiata. Ora i Suns sono una delle sole nove franchigie in grado di operare al di sotto del First Apron: con tutto questo ha avuto inizio una nuova vita per loro. Possono finalmente concludere affari via sign-and-trade, puntando giovani talenti come Kuminga e Grimes, nel tentativo di ricostruire il roster senza sacrificare la propria flessibilità. 

In un mercato senza soldi, la creatività diventa la vera moneta sonante. Per una volta i Suns potrebbero quindi trovarsi nella posizione di poter spendere in modo saggio. Analizziamo l’esempio di Jonathan Kuminga: un giocatore che i Phoenix Suns hanno cercato a viso aperto in passato e che non ha ancora firmato un contratto a lungo termine con Golden State. La sua Qualifying Offer è settata a $8 milioni. Le speranze del giocatore sono presto dette: una squadra che possa offrirgli un contratto consono alle sue richieste e possa imbastire una sign-and-trade per lui. 

Un giocatore come Kuminga non può restare “a spasso”. Ha bisogno di una squadra che lo aiuti a crescere, che faccia un offerta e che sia in grado di coinvolgere una terza franchigia per spedire un pacchetto interessante per i Golden State Warriors. Supponendo che quella squadra siano i Suns, e che preferiscano Kuminga a Grayson Allen – che l’anno prossimo percepirà $16.9 milioni, più del doppio rispetto a quanto previsto dalla QO di Kuminga. Per poter concludere l’affare, Golden State dovrà accettare una sign-and-trade che valuti Kuminga (pressoché) quanto Grayson Allen, per poi poterlo mandare in Arizona in cambio dello stesso.

Non certo un affare che scorre sul velluto, ma è comunque fattibile. Specialmente in questo momento: perché? Perché, ancora una volta, i Suns non sono metaforicamente strangolati dal Second Apron, e hanno la flessibilità per potersi sobbarcare un contratto più “pesante” di quello in uscita. Ci saranno novità e sfumature, questo è certo. Il salario definitivo di Kuminga potrebbe impennarsi, con ulteriori asset coinvolti nell’affare, la cosa che conta è una sola: per la prima volta dopo tanto tempo i Phoenix Suns potranno attuare una sign-and-trade.

Ciò è esattamente quello che Kuminga, Giddey, Thomas e Grimes sperano: che una squadra veda in loro abbastanza potenziale non solo da far pensare di poter dare loro una chance, ma addirittura di imbastire trattative per aumentare la loro busta paga. La palla passa ora totalmente in mano alla dirigenza dei Phoenix Suns.

Dopo tutti gli sforzi fatti per sfuggire al diabolico Apron – rescindendo, prolungando contratti e sacrificando la lunghezza delle rotazioni in favore della flessibilità – finalmente i Phoenix Suns sono nella posizione di valutare più opzioni. Ma c’è un inghippo: acquisire uno di questi giocatori via sign-and-trade potrebbe far scattare la soglia del First Apron. Ciò si traduce in divieto di ulteriori acquisizioni in roster, eccetto al minimum veteran, per il resto della stagione. E quindi, cosa accadrà adesso? Domanda cruciale. I Suns dovrebbero sacrificare tutta questa flessibilità per un giocatore come Kuminga? Dovrebbero impelagarsi nell’Hard Cap per creare una squadra che comunque, tirando le somme, non sarà una contender.. e probabilmente neppure da Playoffs?

Tutte queste manovre sono state attuate per creare una nuova via, e adesso sembrerebbe quasi si stia pensando già di sbarrarla. Sarebbe giusto? Qualcuno potrebbe rispondere negativamente, affrontando l’avvio di stagione in modo più leggero e  valutando le capacità di questo roster – e mantenendo la “neonata” libertà economica. Facendo crescere i rookie e constatando ciò che si ha già a disposizione. E, soprattutto, non acquisendo qualcuno che toglierebbe loro spazio e tempo per crescere. 

Altri potrebbero sostenere invece che questo sia il momento giusto di sfruttare la flessibilità. Di poter mettere in atto una mossa ben calcolata, per poter crescere ed ottenere un ritorno a lungo termine. Che sia giunto il momento di scommettere. Ma è pur vero che scommettere ha messo i Suns nel bel mezzo di un groviglio di situazioni spinose. Forse è meglio prendersi una pausa dai tavoli delle trattative e ricompattarsi.

In ogni caso, il prossimo passo dei Phoenix Suns comunicherà a chiare lettere il modus operandi e la visione temporale del Front Office. Poiché la flessibilità non è un tema che tratta solo le possibilità d’azione, ma anche il tempismo in cui attuare certe scelte. Per evitare fraintendimenti: una trade di Grayson Allen o Royce O’Neale va tenuta in considerazione.

Entrambi sono dei solidi contributor, ma portano con sé contratti che, al momento, sono tutto fuorché team-friendly – visti gli altri tre anni di durata dell’accordo. In particolare, il contratto di GA include una player option da $19.4 milioni per la Stagione 2027/28 . Potrebbe essere una somma ardua da spostare durante quest’estate. I contratti di entrambi i giocatori sono abbastanza lunghi da poter concedere tempo ad altri Front Office. E quindi, ancora una volta, entra in gioco il tempismo. 

Per adesso questi affari sono troppo ingombranti per poter essere attuati in modo saggio. Ma l’anno prossimo, chissà. Le cose cambieranno. A quel punto sia Allen che O’Neale avranno due anni di contratto residui. Improvvisamente, entrambi diventeranno più ammortizzabili – e chissà, forse anche più appetibili. Forse è anche il momento in cui i Phoenix Suns dovranno sfruttare la loro flessibilità appena ritrovata, con il mercato più favorevole e i loro asset più tangibili. Poiché mettere a segno un colpo per il mero motivo di farlo, potrebbe far svanire quella stessa flessibilità, ottenuta con tanti sacrifici, in un attimo. La cosa più importante potrebbe essere aver pazienza. E il guadagno potrebbe dimostrare che l’attesa non sarà stata vana. 

Il punto, per quanto riguarda la flessibilità, è uno e chiaro: tutti vogliono avere opzioni. E se i tifosi dei Suns hanno appreso qualcosa dall’era dei Big Three è quanto la carenza di opportunità sia dannosa. Essere bloccati finanziariamente, senza spazio di manovra, ha reso il Front Office reattivo anziché pro-attivo, e ciò che ha influenzato in negativo la squadra. Non si possono prevedere le opportunità che la NBA potrebbe offrire.

Esattamente come nessuno avrebbe potuto prevedere che Kevin Durant e Bradley Beal potessero mettere Phoenix come loro destinazione preferita. L’unica ragione per cui quegli affari sono stati conclusi è che i Suns, in quel periodo, avevano flessibilità per potersi muovere sul mercato. Questo è il potere di avere opzioni di scelta. 

Adesso i Suns hanno ottenuto parte di quel potere. Ma con esso saranno necessari anche la pazienza ed una strategia. Solo perché si può realizzare una sign-and-trade per un giocatore come Jonathan Kuminga o Josh Giddey non implica che si dovrebbe. Per quanto interessanti, nessuno dei due farebbe saltare il banco e cambiare le carte in tavola tanto da mettere a repentaglio la flessibilità ottenuta a suon di fatica e sudore. Non c’è alcuna premura.

I Phoenix Suns non sono una contender e non hanno bisogno di esserlo. La prossima estate avrà un mercato di Free Agent più ampio, e allora i contratti di Grayson Allen e Royce O’Neale saranno più appetibili – e valutabili in rialzo all’interno di una trade. Ed è in quel momento che si dovrà colpire. Quello in cui si potrebbe anche pensare di andare All-In. Per ora l’obiettivo è rimanere vigili e furbi, a basso costo. Forse con qualche affare al minimum veteran, possibilmente nel ruolo di point guard, per infoltire il roster e prevenirsi da possibili infortuni.

Non c’è più nessun giocatore sul mercato che valga la pena strapagare o per cui sacrificare flessibilità. Ma ecco la bellezza di questo periodo: si può parlare di tutto ciò. Si possono tirare fuori ipotesi, esplorarle da differenti punti di vista ed anche avere motivi per discutere in futuro. Intanto i Phoenix Suns non sono più impantanati. Sono ben posizionati. Questo, più che ogni altro affare o trade, sembrerebbe un vero e proprio passo in avanti.