José Alvarado è come la sua “sneaky steal”: pronto a colpire nell’ombra. Così, una gelida sera d’inverno, ha deciso di sorprendere il mondo intero al Madison Square Garden. Senza più fermarsi.

Questa storia parte da una sera speciale, diversa da tutte le altre. Una di quelle che si riconosce subito, che ha un profumo particolare. Con il cielo stellato che avvolge le case con un’aria mistica, leggera. Una di quelle “sere da passare in centomila in uno stadio. Talmente strane e profonde che vengono raccontate dalla radio. Mandate in onda”. Una di quelle sere dei miracoli di cui ha scritto Lucio Dalla.

New York City non è certo Roma, amata e cantata da Dalla a cui dedica, appunto, La sera dei miracoli. Eppure, il 20 gennaio 2022 intorno alla Statua della Libertà si vive una notte simile.

È la fine di una giornata fredda. I fiocchi di neve atterrano leggeri sui tetti di Manhattan. Ma la Grande Mela si infradicia, e con il suo consueto spirito ribelle la città rifiuta di essere sommersa da un velato manto bianco. È buio, ma le luci delle vetrine illuminano le strade. Times Square è insolitamente vuota. La città sembra stranamente ferma, immobile, sebbene i taxi continuino a correre e i ristoranti a riempirsi.

Appare tutto così straordinariamente normale, quieto. Ma in qualche modo si sente che è una sera speciale. Mentre Wall Street, Broadway e la Fifth Avenue si mostrano deserte, morte, l’intera metropoli si concentra magicamente tra la Trentunesima e la Trentaquattresima Strada. Al Madison Square Garden.

Le pozzanghere dell’8th Avenue riflettono i cartelloni pubblicitari dell’Arena più famosa al mondo. L’arancione e il blu dei New York Knicks si prendono la scena, rimbalzando sulle pozze d’acqua più limpide. Il blu scuro, l’oro e il rosso dei New Orleans Pelicans sono, invece, più offuscati, scoloriti e calpestati dalle migliaia di piedi pronti a prendere posto sugli spalti.

È qui che si respira nell’aria un inebriante profumo di miracolo. Dovrebbe in realtà essere una semplice serata invernale newyorkese, una qualsiasi partita di Regular Season tra Knicks e Pelicans. Ma non lo è.

Perché questa è la storia di José Alvarado, talmente surreale che non può non partire da una città e da un luogo speciale. Non può non partire dal “The Garden”.

La città ha di certo vissuto momenti ben più epici, indimenticabili. Anzi, è piuttosto fredda, noiosa. La gente è per lo più chiusa nei locali o a casa e i Knicks si preparano all’ennesima sconfitta casalinga. Nulla fuori dalle linee.

Eppure, c’è un ragazzo, José, che effettivamente in quella notte sente il profumo della sera dei miracoli.

È americano di origini portoricane, però lo spagnolo non lo conosce. Il 20 gennaio gioca finalmente nella sua città, ma contro la sua città. È nato a pochi chilometri da quella Penn Station che ospita il Madison, a una trentina di minuti di distanza in metropolitana. È cresciuto a Brooklyn. Ha vissuto sui campetti di basket oltreponte.

È alto – si fa per dire – 183 centimetri. Ora è un giocatore dei New Orleans Pelicans.

Chiunque, fino a quel giorno, ha pensato che uno così non sarebbe mai potuto arrivare in NBA.

È basso. Non sa tirare. Non è per nulla atletico. E non palleggia nemmeno bene. Come può calpestare gli stessi parquet di LeBron James e Kevin Durant? Non è possibile che giochi contro altri playmaker che lo superano mediamente di dieci centimetri.

Eppure, non è lì per caso. Nessuno gioca per venti minuti al MSG per errore. E coach Willie Green quella sera, per la prima volta, lascia in quintetto José quasi per metà partita. Insomma, se è finito a correre tra i più grandi giocatori di pallacanestro al mondo, un motivo probabilmente c’è.

Torniamo tra la Trentunesima e la Trentaquattresima Strada.

Sul campo rimbomba la musica. A José, chiuso negli spogliatoi, tremano le gambe. Chiunque viene intimorito dal “The Garden”. Ma sa che questa è l’occasione, il momento giusto per mostrare realmente chi è a coloro che sempre lo hanno criticato. La partita per trasformare tutti gli sforzi, le sconfitte e i dolori di una vita in un enorme sorriso.

E’ lì, senza che nessuno se lo aspettasse. A causa di diversi infortuni e protocolli covid sta avendo la sua chance.

Infatti, la sua biografia cestistica recita “Undrafted” per i due giri di chiamate del 2021. Eppure, ironia della sorte, si trova in rotazione prima dell’All-Star week.

Apre e chiude continuamente gli occhi. Non sta sognando. Quella è la sua New York, sugli spalti ci sono 20 tra amici e famigliari, tutti biglietti regalati da Josh Hart e Brandon Ingram. E poi, di fianco a lui, come a dargli coraggio, ci sono Nick Sanchez e Joe Arbitello – gli allenatori al tempo dell’High school – che hanno pagato 5000 dollari di tasca loro pur di aver un posto a bordo campo.

madison square garden around the game nba
FOTO: blog.sportwhereiam

Prende un grande respiro. Appena mette il primo piede sul parquet, si accorge immediatamente di non trovarsi in un’arena qualunque. Non è al McCamish Pavilion, la casa di Georgia Tech, dove ha giocato le quattro stagioni precedenti. E non è nemmeno al Smoothie King Center di New Orleans. Passo dopo passo, diretto verso la panchina, sente l’energia, la forza, del teatro più scintillante del pianeta.

Così l’intero palazzetto diventa buio. Si vede solo il bagliore di qualche flash tra i tifosi.

Il Madison Square Garden è una struttura mistica, inspiegabile. È come se al suo interno continuino a riecheggiare all’infinito le voci che ne hanno scritto la storia. Come se a distanza di anni l’aria venga ancora mossa dai saltelli di Mohammed Ali e dai ganci di Joe Frazier del “Fight of the Century” nel 1971. Come se si senta ancora il dolce e fievole canto di Marilyn Monroe che intona a J.F. Kennedy “Happy birthday mister President” davanti a 17mila persone. Oppure, ancora, rimbomba il tuono dello sparo che ha ucciso l’architetto Stanford White nel 1906, che passerà poi alla cronaca, secondo l’opinione pubblica americana, come l’assassinio del secolo. O le grida di gioia di migliaia newyorkesi intente a festeggiare nei primi anni ’70 gli unici due Titoli NBA dei Knicks.

Il “The Garden” è un luogo di culto, sacro. Devoto non solo alla pallacanestro e allo sport, ma all’intero mondo dello spettacolo. Una terra immortale, uno di quei pochi angoli della pianeta in cui il tempo si ferma e ciò che avviene al suo interno diventa d’un tratto eterno.

Si accendono i riflettori. Fischio d’inizio e palla a due.

José Alvarado sa benissimo di questa magia. Un po’ per conoscenze pregresse, per la fama del MSG, un po’ perché se ne è accorto una volta dentro. Così, a fine partita, dopo aver vinto e segnato 13 punti, 4 assist e 4 palle rubate, sbatte le palpebre repentinamente per vedere se non si trova in mezzo a un sogno – come aveva fatto prima della gara. Adesso, però, tra un battito di ciglia e l’altro, sul volto di José scendono delicatamente delle lacrime. Non crede sia successo realmente.

Il 20 gennaio 2022, l’abbiamo già detto, per Alvarado è una sera speciale, indimenticabile. È vero, non produce numeri da togliere il fiato, José non sarà mai un giocatore da grandi cifre. Ma ha vinto da protagonista davanti alla sua gente, nel tempio della pallacanestro.

Eppure, sente un senso di vuoto. Dopo l’intervista a Espn commosso volge lo sguardo verso i suoi amici, la sua famiglia. Li fissa a uno a uno negli occhi. Dalla mamma Odilia al padre José Sr, passando per il cugino Ariel. Solo nonna Diana non c’è. E in quel momento sente terribilmente la sua assenza.

Gli manca l’unica persona che abbia sempre creduto in lui, sostenendolo in ogni situazione. Ma non può trovarsi lì.

È morta nel 2016, quando José aveva 18 anni, per un tumore allo stomaco. Lottando.

«Vederla combattere giorno dopo giorno in ospedale mi ha cambiato. Ho capito che non ci si deve mai lamentare. Non importa se mi allenerò per ore o mi farò il culo. Lì fuori ci sarà sempre qualcuno che si sveglia ed è costretto a fare a pugni con la morte»

Da questa terribile perdita, José è diventato l’Alvarado che conosciamo. L’instancabile, pronto a mordere su ogni pallone. Il guerriero, capace di lasciare il proprio corpo in campo.

Quello della notte di New York.

Ma fino al 20 gennaio 2022, 6 lunghi anni dopo l’addio di abuela Diana, nessuno sapeva chi fosse, José.

Questa storia, in fin dei conti, è un po’ come un film. Così, torniamo indietro nel tempo in maniera improvvisa, repentina. E vi portiamo nella Brooklyn dei primi anni 2000.

Non è più quella di C’era una volta in America o Good Fellas, in cui i criminali ne sono quasi sovrani pop, ma sicuramente non è uno dei luoghi più tranquilli della terra. E Alvarado respira l’aria di queste strade, passando le intere giornate a giocare a football americano. Poi, un brutto infortunio al ginocchio lo porta sui playground di pallacanestro più affascinanti della città.

È piccolo e nessuno lo vuole nella propria squadra. Ma comincia ad appassionarsi alla palla a spicchi e a sfogarsi sul rettangolo di gioco, combattendo su ogni singolo rimbalzo.

Una domenica mattina estiva, di nascosto, suo cugino Ariel Alvarado porta in un campetto di Brooklyn un certo Nick Sanchez, assistente allenatore della squadra della Christ the King High School.

In un minuto Nick prende la decisione. José Alvarado giocherà in un liceo del Queens frequentato in passato anche da Lamar Odom e “Sue” Bird, la giocatrice delle Seattle Storm. Diciamo che la tradizione cestistica lì non manca.

Jose Alvarado Christ the King High School Around the Game
FOTO: Shutterstock

Alvarado non sopporta perdere. Così, sul parquet si trasforma in una furia. Non gli interessa se gioca contro ragazzi più grandi o più alti. Non gli importa se non si può permettere una tripla in faccia a chiunque, chiudere una transizione con una schiacciata o stoppare un avversario. Quando scende in campo non esistono limiti fisici o tecnici. C’è solo la volontà di finire con un punto in più. 

«Era sempre tra i due o tre più bassi in campo. Ma la sua forza, la sua resistenza, la passione, il desiderio di vincere ed essere il migliore lo hanno reso ineguagliabile. Non ho mai visto un giovane del genere», racconta Joe Arbitello, al tempo in cui era coach di Alvarado. 

Fin da ragazzino, dai primi anni di High School, infiamma ogni partita, traina i propri compagni con sé. E infatti, in quattro anni di High School nel Queen, guida i suoi Royals a due campionati della New York Catholic League.

Non ha una grande propensione offensiva. Eppure riesce a suo modo a dominare le partite. Non colleziona canestri su canestri o disegna traiettorie impossibili per i compagni. Ma semplicemente difende in maniera impeccabile.

Non si stacca mai dall’avversario, tenendolo sempre vicino a sé. Legge alla perfezione ogni situazione, mettendosi con l’intero corpo al posto giusto nel momento giusto. Allunga il braccio quando deve. Fa leva sulla sua incredibile capacità di analisi e sull’impercettibile rapidità di reazione.

Con José non si è mai liberi, né mentalmente, né sul parquet.

È l’unico giocatore nella storia della Christ the King a realizzare una quadrupla doppia. 18 punti, 10 assist, 10 rimbalzi e 10 palle rubate. Una gara perfetta che cattura gli occhi a diverse università.

Non parliamo di Duke, Kentucky o UCLA. No, queste non si interessano a lui. José Alvarado non è un tipo da queste piazze. Non lo sarà mai. In qualche modo in tutta la sua carriera segue i venti meno conosciuti, le strade più sperdute, i mari meno navigati. Come in passato ha fatto Stephon Marbury, vola da New York City ad Atlanta, alla Georgia Tech University.  

Jose Alvarado georgia tech around the game
FOTO: Fromtherumbleseat.com

José non ha mai paura. Né nella vita, né in campo. Glielo si legge negli occhi. Con quelle profonde pupille nere fissa dritto in faccia gli avversari, che spesso si perdono intimoriti al loro interno. Non importa chi si trova davanti a sé.  Scruta chiunque, lo accompagna con una gambata rapida e il più delle volte, in un battito di ciglia, gli ruba la sfera.

Così, non si spaventa di una nuova casa, di lasciare la Grande New York. E continua a lavorare duro sognando l’NBA, abbattendo ogni limite. Apparentemente supportato da nessuno.

Qualcuno ha mai creduto in José? Forse solo la sua famiglia, soprattutto la nonna – scomparsa, tra l’altro, l’anno prima che Alvarado andasse all’università. Ma per il resto non c’è una persona al mondo che abbia mai pensato potesse fare realmente la differenza su un campo NBA. Nessuno tranne Josh Pastner, il coach di Georgia.

«José è il nostro motore, il nostro cuore»

Passa quattro anni da leader. La difesa è nelle sue mani. In attacco guida i compagni con le sue solite vampate di rabbia e furore. L’ultima stagione è il terzo miglior giocatore di tutta la Division I per palle rubate con 2.9 di media.

Dall’alto dei suoi 183 centimetri dovrebbe aver sorpreso il panorama cestistico mondiale giocando partite di impeto, cattiveria agonistica e facendo sempre la scelta giusta.

Anno dopo anno migliora le statistiche. Aumenta la realizzazione offensiva e le percentuali dal campo. Eppure, nessuno pare notarlo.

Così sceglie di rimanere in NCAA. Di non fare un salto troppo lungo rischiando di cadere. Non vuole andarsene, cogliere le occasioni oltreoceano. Vuole solo l’NBA, quindi aspetta il più possibile, sperando invano che il suo nome cresca tra gli scout delle franchigie.

Arriva la sera del 29 luglio 2021, a Brooklyn, a casa sua. È contento, soddisfatto. Dopo 4 interminabili stagioni in Georgia e un Atlantic Coast Conference Defensive Player of the Year pensa che sia arrivato il suo momento. È pronto alla festa, forse.

Eppure nessuno crede davvero in lui. Per gli esperti ESPN è il novantaduesimo prospetto del Draft. Non ha alcuna possibilità di salire sul palco di fianco ad Adam Silver.

Hanno ragione. Quel giorno nessuna squadra sceglie José Alvarado. E lui si sente perso, deluso. Ma mai sconfitto.

Ha una nuova chance. Sono i New Orleans Pelicans. Lo chiamano per la Summer League di Las Vegas. Ma durante il torneo estivo in Nevada solitamente vengono valorizzati i giocatori individuali, capaci di crearsi un tiro dal nulla. Viene premiato chi si mette in mostra con grandi azioni sceniche. Ancora una volta, José rimane nell’ombra.

Alvarado è un giocatore da squadra che si esalta nel sistema, con la coralità. Può essere il cuore che pompa i compagni, trasferendogli energia e cattiveria. Oppure una rotella fondamentale di un ingranaggio. Ma sicuramente non è un solista. Il rapporto che ha con la sfera non è certamente come quello tra Jimi Hendrix e la sua chitarra.

Così, nel silenzio più totale, in 5 partite a Vegas gioca 14 minuti ad allacciata di scarpe, segna 4.4 punti, 2 assist e 1.5 steal di media. Lo staff dei Pelicans, però, nota quest’ultima voce. Gli viene offerto un two-way contract.

Ce l’ha fatta.

Alla sua maniera. Nel modo meno diretto, lontano dai riflettori. Da undrafted, con la possibilità di mettersi in mostra in G-League.

Inizia la sua carriera tra i “pro” con la maglia dei Birmingham Squadron, la filiale di NOLA. Pronti-via, il suo impatto è immediato. La difesa cambia, l’aggressività di squadra pure.

A novembre, circa a due settimane da inizio stagione 2021/2022, coach Willie Green chiama dal piano superiore José. Il 3 novembre corre, anche se solo per un minuto, per la prima volta un parquet NBA. 60 secondi di pura estasi.

Jose Alvarado New Orleans Pelicans Around the Game
FOTO: Thebirdwrites.com

Torniamo allora a dove abbiamo iniziato. Alla “sera dei miracoli” di New York. Alla prima grande prestazione di José. Al giorno che ha segnato la sua carriera Alvarado.

Perché da quella magica notte in poi tutto cambia. Cattura la fiducia di coach Green, segna 23 punti contro San Antonio ed entra definitivamente nelle rotazioni.

Così, una volta scaduto il two-way contract firma un quadriennale a 6.5 milioni di dollari con i Pelicans. Sale il minutaggio, segnando prestazioni sempre più importanti, addirittura realizza 6 palle rubate in una gara, diventando il suo marchio di fabbrica.

E infine arrivano i Playoffs 2022, dopo le due vittorie ai Play-in contro Spurs e Clippers. Ancora una volta dimenticato dal mondo, considerato un “fenomeno” da Regular-Season, che ha avuto spazio solo a fine stagione.

Eppure, ancora una volta, José Alvarado ha deciso di lasciare stare le critiche. Di mostrare il suo valore sul parquet. Di passare in meno di un anno dall’essere undrafted a rimanere in campo 30 minuti al Primo Turno contro i Phoenix Suns. Di mettere in difficoltà Chris Paul, obbligandolo per ben due volte alla violazione degli 8 secondi nella propria metà di gioco.

Perché, in fondo, José Alvarado è proprio come lo “sneak-attack” che lo ha reso famoso. Vive intelligentemente la sua carriera nel silenzio, nell’ombra, poi, quando meno ce lo si aspetta, esce dal nulla, ruba il pallone e lo consegna a un compagno per due punti facili.

Ora è appena uscito dal buio, dal suo nascondiglio. Al suo primo “anno” – si fa per dire, gioca con continuità solo da gennaio – ci ha già mostrato di cos’è capace. E se nessuno fino a oggi ha creduto in José, forse è arrivato il momento di farlo.