Jose Alvarado è stato l’inatteso eroe di queste NBA Finals, specialmente nella rimonta di Gara 4.

Chiunque guardi pallacanestro, specialmente quella di una Lega fisica come la NBA, non può che sentire un brividino di curiosità vedendo entrare dalla panchina un giocatore di una ventina di centimetri più basso degli altri. Se poi quel cambio finisce anche con lo spaccare la partita, allora il più cinico dei volti mezzi assopiti di fronte al League Pass comincia a illuminarsi di un lieve sorriso. Questo è l’effetto, per esempio, provocato da TJ McConnell lo scorso anno su tutta la community NBA. Questo l’effetto di Jose Alvarado nelle NBA Finals appena concluse.
Per spiegare l’impatto dell’ex Pelicans, serve superare il semplice meme del GTA, la giocata ribattezzata Grand Theft Alvarado che lo vede nascondersi dietro la linea di fondo campo o nella panchina per poi spuntare diabolicamente alle spalle del palleggiatore per rubare palla. Si capisce perché sia diventato virale, è come la posizione del coccodrillo in barriera nel calcio, ma racconta solo il processo mentale dietro il modo che Alvarado ha di concepire la pallacanestro: vincere, con ogni mezzo, in assenza di mezzi.
Alvarado vince da tutta la vita. Ha guidato da leader la sua Christ the King Regional High School al titolo del torneo SNY Invitational 2017, ottenendo da junior il riconoscimento come miglior giocatore della Catholic High School Athletic Association. Poco dopo, al college con Georgia Tech ha vinto la ACC Championship nel 2021, ricevendo il riconoscimento come miglior difensore di Conference. In G League, nelle cinque partite disputate con i Birmingham Squadron, affiliati dei New Orleans Pelicans, non ha mai perso.
In una bellissima ricostruzione di CBS Sports delle fasi embrionali della carriera di Alvarado, Ryan Pannone, il suo allenatore agli Squadron e assistente dei Pelicans, ha spiegato di aver messo gli occhi per sbaglio sul portoricano, dal momento che stava pressando a tutto campo e facendo vivere l’inferno in terra al giocatore inizialmente assegnato dal reparto scouting. Quando ha saputo che Alvarado avesse vinto anche il premio di miglior difensore nella ACC, Pannone ha capito che ci fosse qualcosa di speciale, perché “quando giocatori così piccoli hanno successo, significa che hanno capito qualcosa che agli altri ancora manca”.
Questa è la storia di Jose Alvarado. Non un predestinato, anzi: nemmeno un invito per la Combine, nemmeno il Draft, nemmeno l’ombra di un possibile approdo in NBA in uscita dal college. Eppure, tutti i tratti di un precoce professionista, capace di impressionare subito Mike D’Antoni, nel 2021 consulente dei Pelicans. Capace di mettere in crisi CJ McCollum negli allenamenti con New Orleans, che questi Knicks li ha fatti penare proprio al primo turno dei Playoffs appena conclusi. Josh Pastner, suo allenatore a Georgia Tech, ha raccontato che “vincere è più importante di respirare” per Alvarado. Un suo compagno nella squadra collegiale ha aggiunto che “taglierebbe le proprie dita per una vittoria in più”.
Già in G League, in una partita contro Lance Stephenson, dominò il matchup gridando “sono il re di New York”, secondo i racconti dei presenti. Adesso, usando l’espressione di Pannone su CBS, Jose Alvarado è New York. Ancora, non come predestinato, dato che è arrivato solo dopo uno scambio alla trade deadline, ma subito come protagonista, essendo nato e cresciuto a New York City – per l’esattezza a Williamsburg, un quartiere di Brooklyn, da padre portoricano e madre messicana.
L’ultimo arrivato, eppure lì da una vita intera, tanto che Patrizia’s, un ristorante a Williamsburg, ha intitolato a lui un piatto: spaghetti e polpette serviti in una ciotola di pane, il suo preferito. L’ultimo arrivato, eppure il primo a tornare a Brooklyn – in compagnia di Jordan Clarkson – per celebrare il Puerto Rican Day, prendendo parte alle parate cittadine in compagnia del sindaco Zohran Mamdani. L’ultimo arrivato, eppure la chiave per il successo dei Knicks alle NBA Finals, a partire dalla leggendaria Gara 4.
In una partita rimontata dai Knicks dal -29 nel terzo quarto e dal -20 ancora a quarto periodo inoltrato, Jose Alvarado è stato tatticamente fondamentale per i suoi, rivestendo in un quintetto molto piccolo il ruolo di facilitatore di fianco a Jalen Brunson. Con gli Spurs tutti distribuiti attorno all’area, presidiata e otturata da Victor Wembanyama per chiudere ogni linea di penetrazione alle stelle di New York, Alvarado non ha mai smesso di muoversi, portando o fingendo blocchi per forzare cambi o aprire la scatola avversaria.
Nel quarto periodo, dove ha giocato appena meno di 10 minuti in una partita da 15:38 complessivi, ha spaccato così la partita. Due triple sugli scarichi, aprendo spazi che prima non esistevano, un assist tutto generato da lui e la clamorosa spin move per ubriacare Champagnie e rubare due punti al ferro – lo stesso Champagnie, altro nativo dell’area newyorkes, con il quale ha fatto trash talking per tutta la serie, avendo un conto in sospeso vivo dalla high school.
Jose Alvarado ha il pregio di giocare sempre come se fosse l’ultimo possesso. Può sbagliare tiri, scelte, perdere palloni, trovarsi costretto a spendere falli a causa della taglia, ma sembra quasi che la sua vita dipenda dall’esito di quei 24 secondi, tanto in attacco quanto in difesa. Questo gli ha permesso di essere sempre pronto in queste NBA Finals contro una difesa sempre pronta a mettere pressione sulla palla, questo gli ha permesso di capire ancora prima di Jalen Brunson con quale ferocia attaccare contro le braccia estese di Wembanyama, un paio di volte scavalcate nella serie.
Alvarado non ha giocato tanto nei Playoffs, ma ogni volta che è entrato si è fatto trovare pronto, perché lui è così. Ha accettato un ruolo ristretto, diverso, più da facilitatore soprattutto nei minuti con Towns e la second unit in assenza di Brunson, tanto che gli assetti con KAT e Alvarado insieme ai Playoffs hanno permesso a superare gli avversari di 30.9 punti su 100 possessi nei 117 minuti in cui sono stati in campo rispetto a quelli senza.
Jose Alvarado, per chi abbia seguito i Knicks anche lo scorso anno, ha in poche parole sostituito idealmente Cam Payne, diventando l’interruttore per le elettriche esplosioni realizzative di Towns, trovato dal portoricano con 5.2 passaggi a partita (3° dei Knicks per frequenza) nonostante lo scarso minutaggio nei Playoffs. Si pensi, per capirci, che Josh Hart è il 2° per frequenza di passaggi a KAT e gira a 6.8, giocando oltre 20 minuti di media in più del portoricano. Una chimica fondamentale per il successo dei Knicks, nonostante i due abbiano spesso ironizzato sulla scarsa intesa tra dominicani (Towns) e portoricani.
Questo è stato l’impatto di Jose Alvarado per i New York Knicks e per New York City. Un impatto da vincente, un impatto del quale non bisogna dimenticarci.
