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Questo contenuto è tratto da un articolo di Marc J. Spears per Andscape, tradotto in italiano da Marco Marchese per Around the Game.


 

Dopo una unga trafila durata ben 11 anni nelle vesti di assistant coach, Darvin Ham ha ricevuto il suo primo incarico da head coach ai Los Angeles Lakers. La franchigia losangelina ha fame di rilancio dopo una stagione fuori dai Playoffs, con la pressione di onorare le aspettative che storicamente accompagnano la squadra. 

Ham si troverà ad allenare LeBron James, a dover fronteggiare il costante rischio d’infortuni di Anthony Davis e sarà chiamato a rivalorizzare Russell Westbrook. Non sono molti gli allenatori in NBA che al loro primo incarico hanno dovuto affrontare una tale pressione.

Dopo una vita che non è mai stata rose e fiori, per via della dipartita di persone a lui care, delle difficoltà nell’entrare in NBA, e vincere il titolo, da undrafted, e ulteriori problemi personali, Ham ha detto di non temere la pressione generata dall’essere l’allenatore dei Lakers. Intervistato al riguardo da Andscape, alle domande sulle responsabilità che il suo incarico gli impone ha risposto così:

“Non è vera e propria pressione. Ho affrontato parecchia merda in vita mia, e quando si parla di tensione per cose del genere… macchè. La pressione è come l’uomo nero, è solo nella propria testa. E io non credo all’uomo nero. Sono stato quasi ucciso in passato, e adesso vedo le cose diversamente. Non è il caso di aver paura. Non voglio dichiarare le mie aspettative, ma comprendo la filosofia e le necessità di questa franchigia, che accetto al 100%, perchè io sono fatto così.”

Darvin ha raccontato le sue esperienze di quasi-morte, la sua complicata infanzia a Saginaw, Michigan, e di come il basket abbia cambiato la sua vita dopo aver rifiutato di arruolarsi nella Air Force; poi, com’è entrare in NBA da undrafted e arrivare fino al titolo, e om’è la situazione oggi di coach, executive e dirigenti afroamericani; e ancora: la sfida di allenare LeBron, il ruolo che avranno AD e Westbrook, gli obiettivi dei Lakers.

Cos’è stato, secondo te, che ha convinto la dirigenza dei Lakers ad offrirti l’incarico dopo il colloquio?

Non ci sono stati molti fronzoli: ho detto chiaramente che questi ragazzi avevano bisogno di una persona che li allenasse con mano ferma. Questo è stato il tema principale della mia intervista e ciò che penso e che intendo mettere in pratica da allenatore dei Lakers. Ci sono tre parole fondamentali che intendo scolpire nella mente dei ragazzi: competitività, gruppo e credibilità.

Sto facendo in modo che sia chiaro, anche scegliendo i componenti del mio staff. Senza voler mancare di rispetto alle squadre che stanno a fondo classifica, ma io ho altri standard. Provengo da una franchigia che ha vinto il titolo l’anno scorso, e che fa le cose per bene.

Hai iniziato la tua carriera allenando in G League gli Albuquerque Thunderbirds nel 2008. Come è partito tutto?

Quell’anno, era la stagione 2007/08, sono andato ad Albuquerque da allenatore-giocatore. L’allenatore effettivo era Jeff Ruland, io mi allenavo con i ragazzi e li aiutavo con la mia esperienza. L’anno dopo è arrivato un altro head coach, di nome John Coffino, di cui son diventato il lead assistant coach (e Dean Garrett si è unito allo staff). Dopo sono diventato una sorta di associate coach, avendo avuto anche l’opportunità di allenare la squadra in alcune partite. Nel mio ultimo anno sono stato sia head coach che GM.

Sono una specie di tritatutto. Non ho mai avuto un ego smisurato, tutto ciò che sono l’ho plasmato “dal fango”. Vengo dall’East Side di Saginaw, tra Remington e Holland: basta googlare per capire che razza di quartiere sia. Io sono cresciuto lì, tra il liquor store e la concessionaria. Non avrei mai sperato di poter arrivare dove sono arrivato adesso.

Una volta, il 5 aprile 1988, mi hanno sparato due colpi di pistola a pochi passi da dove vivevo. Quel quartiere era una giungla selvaggia, per via del crack, delle armi e dei soldi che giravano. Crescere in quelle circostanze è stato difficile, ma ho avuto la fortuna di avere al mio fianco i miei genitori. Mia madre era un’insegnante, mentre mio padre lavorava per la General Motors. Avevamo tutto ciò di cui avevamo bisogno, non eravamo poveri ma neanche ricchi. In pratica eravamo l’esempio di famiglia della middle class americana. 

Ma non sono mai stato un cultore del mio ego. Ho visto fin troppe persone morire per cose stupide. Chiunque avesse un ego smisurato andava a finire in una sparatoria nel mio quartiere.

Quali sono state le esperienze peggiori vissute ai tempi di Saginaw?

Era l’estate del 1989. Uno dei miei migliori amici d’infanzia… Le nostre famiglie si conoscevano da tanto tempo, i nostri genitori si erano conosciuti andando in chiesa. Lui dormiva da noi e io da loro, come fossimo un’unica famiglia. Eravamo letteralmente come fratelli. Chaka Euell, è stato assassinato. Gli hanno sparato otto colpi di mitragliatrice.

Da piccoli eravamo tutti uniti, poi crescendo sono nati vari gruppi e ognuno ha scelto la sua strada. A Saginaw ci sono le aree di North Side, East Side e South Side, tutte a prevalenza afroamericana. Ogni zona ha le sue organizzazioni che la amministrano, e tutto parte dalle strade, dalla vendita di droga. Sono nato in un posto in cui la gente fa affari con la vita delle persone.

Ho voluto portare la sua bara, è stato uno dei momenti più strazianti della mia vita. Ero un ragazzo quasi sedicenne che ha visto il suo amico fraterno morire, ha trasportato la sua bara e l’ha seppellita. Tutto questo mi ha cambiato. Ho visto amici morire durante tutta la mia adolescenza, e alla fine… hanno sparato anche a me.

Conoscevo un altro ragazzo, Terrence March, che viveva nel palazzo opposto al mio: anche lui morto in una sparatoria. Conoscevo bene anche la sua famiglia. E tanti altri come lui: Erica, Adrian, Sharane… Tutto questo è accaduto davvero, da un giorno all’altro restava solo il loro banco vuoto a scuola. “Perchè Elton non è venuto a scuola oggi?” – e poche ore dopo si sentiva in giro che era stato ucciso in una sparatoria. Tutta questa merda è reale, è vera e succede tutti i giorni. 

Come sei riuscito a sopravvivere nel quartiere?

Grazie ai miei nonni, e al fatto che volessi qualcosa di diverso per me. Volevo viaggiare, vedere il mondo. E poi la mia passione per ciò che mi ha salvato la vita, oltre a Dio, la mia unica e sola. Si trattava di me, dovevo fare qualcosa di diverso. 

Hai detto che hanno sparato anche a te: ce ne vuoi parlare?

Mi hanno sparato alla mascella, sulla parte destra. I dottori hanno estratto il bossolo del proiettile dal mio collo. Prima di venir colpito ricordo di aver provato a vedere chi mi stesse sparando. Ero con mio fratello, DeRonnie Turner, lui alla guida e io seduto sul sedile anteriore accanto a lui. Credo fossimo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Stavamo tornando a casa, nel nostro quartiere, quando ci hanno sparato davanti al parcheggio della Church’s Chicken, il 5 aprle 1988. 

Eravamo andati a prendere una pizza, hanno iniziato a spararci addosso. Ho cercato di capire da dove provenissero gli spari per nascondermi: erano tre o quattro ragazzi che ci stavano sparando. Ma subito dopo ho ricevuto un colpo in faccia. Credo che se non avessi provato a nascondermi non sarei qui a parlarti, adesso.