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Questo contenuto è tratto da un articolo di Professor Parquet per CelticsBlog, tradotto in italiano da Marco Cavalletti per Around the Game.


Semifinali della Eastern Conference 1987. Celtics e Bucks sono impegnati in una battaglia senza esclusione di colpi in un’epica serie di sette partite. L’allenatore di Milwaukee nonché ex Celtics Don Nelson è in piedi a bordo campo ad osservare il riscaldamento di Boston assieme al suo assistente, John Kililea, assistente di Tom Heinsohn nei titoli di Boston del 1974 e del 1976.

Nel 1987, quei Celtics (campioni in carica) erano davvero flagellati dagli infortuni, con sei degli otto giocatori principali costretti a bordocampo per i Playoffs. La squadra era stata costretta a rimpinguare il roster con giocatori come Conner Henry e Darren Daye, nonché a schierare in campo riserve fino ad allora poco utilizzate come Sam Vincent e Greg Kite. Ciò nonostante, erano comunque riusciti – principalmente grazie alle prodezze cestistiche di Larry Joe Bird – a raggiungere le Finals.

Osservando i “sostituti” che componevano la fila del riscaldamento dei Celtics, coach Kililea, con una punta di mancanza di rispetto, disse a Nelson: “Guarda quanti giocatori mediocri”. Come a dire: “dovremmo batterli senza problemi”. Proprio in quel momento, Bird si mise in fila, a completare quei Celtics “mediocri”.

Nelson rispose a Kililea con una frase che sarebbe poi entrata nella storia. La sua replica fu tanto concisa quanto eloquente: “Sì, ma guarda: adesso quelli sono cinque grandi giocatori.”

È impossibile riassumere la carriera di uno dei più grandi giocatori di sempre in una frase, ma quelle parole ci sono perlomeno andate vicino. Un po’ come la memorabile palla rubata di Bird sulla rimessa di Isiah al termine di Gara 5 delle Eastern Conference Finals del 1987, quella frase dà ancora i brividi.

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Nel 1992, quando Larry stava meditando il ritiro, l’allora VP dei Celtics, Dave Gavitt, provò in ogni modo a convincerlo a giocare un altro anno, nonostante la schiena a pezzi. Gli propose l’idea di diventare l’ultimo della lunga dinastia di sesti uomini di lusso della franchigia, seguendo le orme di Ramsey, Havlicek, Nelson, Silas, Carr, McHale e Walton.

Gavitt era un venerabile maestro che aveva esplorato la pallacanestro da ogni prospettiva. Aveva condotto la Providence dei futuri Celtics Ernie DiGregorio, Marvin Barnes e Kevin Stacom alle Final Four del 1973; sul finire degli anni ‘70, aveva fondato la Big East Conference e nel 1980 era stato allenatore della Nazionale a cinque cerchi degli Stati Uniti che mai partecipò ai Giochi di Mosca a causa di un boicottaggio politico; infine, divenne il vice-presidente dei Celtics sul finire dell’era-Bird, e poi il presidente della Naismith Memorial Basketball Hall of Fame (in cui sarà introdotto nel 2006) dal 1995 al 2003.

Nell’idea di Gavitt, Bird avrebbe giocato solo le partite casalinghe e le gare disputate sulla costa orientale raggiungibili in auto, così da evitare le cabine pressurizzate degli aerei, che tanto fastidio gli causavano alla schiena. Tuttavia, Bird rifiutò, non volendo trasformarsi in un’influenza nociva e rifiutandosi di scendere in campo sapendo di non avere le possibilità fisiche di giocare al livello cui aveva abituato sè stesso e la città di Boston.

Larry Legend aveva deciso di ritirarsi. E quando Larry decideva qualcosa, non c’era modo di fargli cambiare idea. Gavitt invitò Bird a prendersi qualche settimana per pensarci, sapendo che se la leggenda dei Celtics non si fosse ritirata entro l’1 settembre, avrebbe ricevuto un bonus contrattuale. Niente da fare.

E così, la conferenza stampa in cui Bird annunciò il suo ritiro dalla pallacanestro giocata arrivò dopo la medaglia d’oro olimpica del Dream Team 1992.

Dunque, alla conferenza stampa in occasione del ritiro di Bird, Gavitt prese la parola e descrisse la carriera di “The Hick from French Lick” con queste parole:

“In tutta la mia carriera, ho visto molti giocatori… e ritengo che una volta che la storia della pallacanestro sarà stata scritta – che sia oggi, domani o a 50 anni da ora – quest’uomo alla mia destra occuperà un posto speciale, fra i migliori cinque giocatori ad aver mai messo piede su un campo da basket.

Quale altro giocatore ha dato di più a una franchigia o a una città, di quanto Larry ha dato ai Boston Celtics? Dio non l’avrà benedetto con un fisico sovrumano, ma dalle spalle alla punta dei capelli, e dai polsi alla punta delle dita, ha interpretato questo gioco come nessun altro. E l’ha fatto con un cuore cinque volte più grande di chiunque altro io abbia mai visto.”

Dave Gavitt

Gavitt si strofinò l’occhio destro, poi lasciò il microfono a Red Auerbach prima di andarsi a sedere accanto a Larry, che indossava una polo rossa, bianca, blu e nera. Altro che giacca e cravatta.

Sapendo perfettamente quanto fosse difficile per Bird dire addio al Gioco, Gavitt gli diede un paio di pacche di conforto, prima di avvolgergli un braccio intorno alle spalle. Larry sorrise e strinse caldamente la mano di Gavitt, mentre Auerbach si apprestava a prendere la parola. “Potrei stare ore e ore a parlarvi dei suoi traguardi. Nessuno, e dico nessuno, se lo meriterebbe di più…”


“Gliel’ho detto: il modo in cui si è comportato nel corso di tutta della serie mi ha reso veramente fiero di essere un Celtic”, disse Bill Russell riguardo a Larry Bird al termine delle NBA Finals 1987. Bird quell’anno giocò la cifra record di 1.015 minuti nel corso dei Playoffs, trascinando dei Celtics martoriati dagli infortuni fino alle NBA Finals.

Al primo round, spazzarono via i Bulls del giovane Jordan, poi scamparono alla rimonta dei Bucks in una Gara 7 arrivata dopo aver condotto la serie per 3-1. Approdati alle finali di Conference, i bianco-verdi si trovarono di fronte agli emergenti Bad Boys di Detroit, in una delle serie più astiose nella storia della Lega.

La storica palla rubata di Bird con assist per Dennis Johnson a un secondo dalla sirena spinse Boston al trionfo in una storica serie di sette partite, costellata da momenti ad alta tensione e dichiarazioni pungenti – una su tutte quella del rookie Dennis Rodman, secondo cui il tre volte MVP Larry Bird era sopravvalutato “in quanto bianco”.

Superati i Pistons, i Celtics raggiunsero le NBA Finals, dove trovarono gli acerrimi rivali: i Los Angeles Lakers.

Dopo le sconfitte in Gara 1 e in Gara 2 – con un Kevin McHale in campo con una distorsione alla caviglia e un osso navicolare rotto nell’altro piede – Boston si rifece sotto, conquistando Gara 3 e concludendo il primo tempo di Gara 4 con un vantaggio di 16 punti Tuttavia, le rotazioni ridotte all’osso favorirono la rimonta di Los Angeles.

Negli ultimi scampoli di partita, nonostante un Worthy appeso alla sua maglia, Bird riuscì comunque a liberarsi in angolo e a mandare a segno la tripla per riportare i Celtics sul +2.

Nell’ultimo possesso, un malconcio McHale finì su un cambio contro Magic Johnson. E invece di indirizzarlo sulla linea di fondo, lasciò a Magic la penetrazione sul centro con la mano destra, conclusa con il leggendario gancio che portò LA in vantaggio 107-106 a due secondi dal termine della partita.

Dopo il timeout, Bird riuscì a liberarsi da Worthy e a ricevere la rimessa di Dennis Johnson. Vista dalla panchina dei Lakers, la piuma lasciata andare da Larry sembrava perfetta, ma il tiro finì appena lungo, infrangendosi sul secondo ferro al suono della sirena.

Invece di trovarsi sulla parità in vista di una Gara 5 in casa, gli stanchi e malconci Celtics si ritrovavano sotto 3-1. Sopravvissero a Gara 5, ma dovettero soccombere in Gara 6. I Lakers erano meritatamente campioni NBA.

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Non era la prima volta, anzi, che Larry si caricava i Celtics sulle spalle nei Playoffs. “Ho fatto tutto da solo, con un PICCOLO aiuto da parte di Larry Bird”, scherzava il rookie dei Celtics KC Jones ai microfoni della CBS, con una frase indimenticabile pronunciata nel pandemonio che era lo spogliatoio di Boston dopo la vittoria per 4-3 contro i Lakers nelle Finals 1984.

Durante quegli stessi festeggiamenti, Brent Musburger pose a Larry la fatidica domanda: “Larry, dopo quello che è successo fra Michigan State e Indiana State così tanto tempo fa, nelle NCAA Finals del 1979, credi che ora tu e Magic siate pari?”

Bird, esausto, si passò la mano nella chioma bionda, fradicia di sudore e champagne. “Non ha più importanza, siamo professionisti ora”, rispose col suo accento dell’Indiana meridionale. “Ma oggi ho vinto per Terre Haute”.

Bird era stato eletto MVP delle Finals del 1984 dopo aver tenuto una media di 27 punti e 14 rimbalzi a partita.

Ore dopo, nel cuore della notte, Bird si lasciò finalmente andare, confidandosi con il compagno di squadra Buckner: “Finalmente gliel’ho fatta”, disse Larry. La sconfitta nella finale NCAA del 1979 era stata vendicata.

“La manifestazione di pallacanestro più pura che abbia mai visto”, disse una volta Kevin McHale. Si riferiva alla prestazione regalata al mondo da Larry Legend sul palcoscenico di Gara 7 delle Eastern Conference Semifinals del 1988, vinta da Boston 118-116 contro gli Atlanta Hawks.

Bird due giorni prima aveva assicurato una Gara 7 in casa, trascinando i Celtics alla vittoria in una Gara 6 punto-a-punto, disputata nella bolgia dell’Omni Coliseum di Atlanta. “C’è da togliersi il cappello di fronte a questi Boston Celtics; hanno guardato la morte in faccia e, per il momento, l’hanno scampata”, diceva il giornalista di WTBS Skip Caray.

In Gara 7, Larry sembrava “aspettare” la partita; poi, l’errore madornale di Kevin Willis. “Non ti regge in difesa”, disse il giocatore degli Hawks a Dominique Wilkins, riferendosi a Bird, che era poco distante e udì le sue parole.

Le pupille di Larry si dilatarono all’istante: non aveva bisogno di altro. Come disse Mychal Thompson, “ci sono tre regole nella vita: non si scampa alla morte, non si sfugge alle tasse e, qualsiasi cosa tu faccia su un campo da pallacanestro, non far arrabbiare Larry Bird.”

Nel quarto periodo di quella partita, Larry segnò 9 dei 10 tiri tentati, per un totale di 20 punti in 10 minuti – inclusa una tripla decisiva nel finale – vanificando la prestazione da 47 punti di Wilkins.

“Questa, signori, è grandezza.”

Brent Musburger, telecronista CBS

“Se mai mi chiedessero di costruire una squadra da zero, il primo giocatore che vorrei sarebbe Larry Bird”, affermò Red Auerbach in un’intervista nel 1986, in risposta alla domanda su chi fosse il giocatore più completo nella storia della NBA.

“Sapevo da subito che fosse un tiratore più che discreto, ma non che fosse così eccezionale. Sapevo che fosse un rimbalzista e un passatore più che discreto, ma non che fosse così straordinario. Finché non lo vidi, non riuscivo a immaginarmi tutto questo. E non potevo sapere neanche quanto fosse disposto a sacrificare il suo corpo in onore del Gioco. Non avevo mai visto un giocatore tanto determinato e tanto motivato quanto Larry.”

Red Auerbach

Nel 1986, in occasione dell’All-Star Game di Dallas, la NBA tenne la prima gara del tiro da tre punti della sua storia, e Larry Legend fu ovviamente uno degli invitati alla festa.

Arrivato al palazzo, Bird entrò nello spogliatoio con la scioltezza che l’ha sempre contraddistinto, squadrò gli avversari della serata e domandò: “Allora, chi è che arriva secondo stasera?”

Nei giorni precedenti alla manifestazione, i compagni Scott Wedman e Danny Ainge avevano motivato il contadinotto di French Lick affermando in tono provocatorio di essere tiratori dalla lunga distanza migliori di lui. Come al solito, a Larry non servì altro: il nativo dell’Indiana si rimboccò le maniche e iniziò ad allenarsi con i carrelli, non distogliendo lo sguardo dal canestro nemmeno durante il movimento di raccolta del pallone.

Nel Contest, Bird scampò l’eliminazione al primo round contro Sleepy Floyd, poi archiviò la pratica Trent Tucker per approdare in finale contro Craig Hodges. Larry sbagliò il primo tiro…

Già, probabilmente la frase più adatta a descrivere quella finale è proprio “Larry sbagliò il primo tiro”. Da lì in poi, Bird infilò 11 triple di fila, demolendo l’avversario per 24-12.

“Sono il nuovo re del tiro da tre punti”, urlò Larry dopo la vittoria. “Su quell’assegno c’è scritto il mio nome da una settimana…”

Il commento migliore, però, arrivò dalla bocca di Kevin McHale, il quale non aveva mai dubitato della vittoria di Bird: “Quando ho sentito che Larry avrebbe avuto la possibilità di vincere 10.000$ tirando triple, ho capito che non ce ne sarebbe stata per nessuno.”


Per chiudere la raccolta di “pillole” sulla leggendaria carriera di Larry Bird, infine, alcune parole di qualche collega:

  • Don Nelson: “È il miglior giocatore di tutti i tempi.”
  • “Sono sempre stato dell’idea che il migliore ad essersi mai allacciato delle scarpe da basket fosse Oscar Robertson”, disse una volta la leggenda degli Hoosier, John Wooden. “Ora, con Larry Bird, non ne sono più così sicuro.”
  • Uno dei più grandi Lakers di sempre, Jerry West – che da sempre si rifiuta di paragonare giocatori di ere differenti – disse questo di Bird: “È quanto di più vicino alla perfezione possa esistere in pressoché ogni aspetto della pallacanestro.”
  • Qualche anno fa, alla domanda riguardante l’avversario più forte contro il quale si fosse mai confrontato, l’ex Lakers e grande rivale Kareem Abdul-Jabbar non rispose con i nomi di Oscar Robertson, Wilt, MJ o Dr. J. “Probabilmente è Larry Bird il miglior giocatore contro cui io mi sia mai scontrato; era in grado di fare tutto. Il suo muscolo migliore era questo (indicando il suo cervello). Tiro, rimbalzi, assist, rubate: era sempre nel posto giusto al momento giusto. Ed era un grande agonista, lo rispetto moltissimo.”
  • “Non ci sarà mai, mai e poi mai un altro Larry Bird”, disse Earvin Magic Johnson alla cerimonia di ritiro di Bird al Boston Garden.