Anche perché questa è solo la prima esperienza degli Spurs di Victor Wembanyama, un nucleo giovane e talentuoso.

I San Antonio Spurs sono usciti stravolti da queste NBA Finals. Non perché abbiano sfigurato, anzi, ma perché hanno perso con uno scarto complessivo di 12 punti in cinque partite, uscendo sconfitti da quattro finali clutch su quattro, incluso quello traumatico di Gara 4 dopo aver concesso una rimonta dal +29. Si sono fatti sempre riprendere vantaggi in doppia cifra nelle sconfitte.
Proprio quella rimonta in Gara 4 è emblematica del gioco espresso dai texani alle NBA Finals: un primo tempo dominante, a ritmi altissimi, per poi continuare con la medesima fretta e la medesima furia anche nei momenti di vantaggio, senza saper gestire troppo energie – assenti specialmente dopo le Conference Finals – e cronometro. Un gioco, in parole povere, da squadra giovane.
Una squadra entrata alle Finals con un’età media di 25.04 anni, la 2° più giovane della storia NBA. Una squadra che può già contare su due pilastri, Stephon Castle e Victor Wembanyama, rispettivamente di 21 e 22 anni, e su una stella “in the making” come Dylan Harper, classe 2006 e autore di 25 punti nella sconfitta di Gara 5.
Dylan Harper 25 PTS, 5 REB, 4 AST, 1 BLK, 10/19 FG, 2/4 3FG, 0 TO, 57.8% TS vs. Knicks
— Basketball Performances (@NBAPerformances) June 14, 2026
Great ending to an amazing rookie season. https://t.co/29EgfTV0H1 pic.twitter.com/Je0ku6LfcK
Non stiamo nemmeno a parlare di mercato, perché sostanzialmente sono un nucleo in cantiere che può fare di tutto, ma solo di priorità, come quella di un lungo di riserva più affidabile di Luke Kornet, i minuti del quale sono stati pagati moltissimo da San Antonio sia alle Finals che alle Conference Finals.
Per gli Spurs, i cui uomini chiave sono ancora lontani dal peak, è una buona notizia essere arrivati a giocarsela ai massimi livelli. Potrebbe essere un bene anche aver perso con l’idea di potersela giocare meglio, aggiungendo quel fuoco alla memoria che permetterà di elaborare e superare gli errori che hanno segnato la serie contro i Knicks di Jalen Brunson. Gli Spurs impareranno.
La premessa
La stagione, quindi, non si sarà conclusa nel modo che San Antonio immaginava dopo la straordinaria Gara 7 vinta sul campo degli Oklahoma City Thunder. Eppure, guardando il quadro generale, è difficile considerare questo percorso qualcosa di lontano da un successo.
A ottobre, pochissimi avrebbero scommesso sugli Spurs alle NBA Finals. Non soltanto perché il roster era tra i più giovani della lega, ma perché gran parte del gruppo non aveva mai affrontato la pressione e le richieste della postseason. Tra i giocatori stabilmente coinvolti nelle rotazioni, soltanto De’Aaron Fox (una sola serie contro Golden State nel 2023) e Luke Kornet avevano già accumulato una significativa esperienza playoffs.
Il resto del nucleo era ancora nella fase iniziale del proprio sviluppo. Victor Wembanyama era appena alla sua terza stagione NBA. Stephon Castle affrontava i playoffs da sophomore. Dylan Harper, classe 2006, stava vivendo il suo primo anno nella lega. Lo stesso vale per Carter Bryant. Una squadra costruita per il futuro che, forse con un anno di anticipo rispetto ai programmi, si è ritrovata a giocarsi il titolo.
Anche la profondità del roster ha mostrato qualche crepa. Al di là dell’impatto di Harper, la panchina non ha fornito il contributo che San Antonio sperava di ricevere nelle serie più importanti della stagione. Il caso più evidente è stato quello di Keldon Johnson. Dopo una regular season chiusa a 13,2 punti di media e premiata con il riconoscimento di Sixth Man of the Year, la sua produzione è progressivamente diminuita fino ai 7,7 punti della postseason e ai soli 4,4 delle Finals. Un promemoria di quanto il basket playoffs rappresenti un ambiente completamente diverso da quello della regular season.
Proprio per questo sarebbe sbagliato giudicare gli Spurs esclusivamente dal risultato finale. Le Finals hanno mostrato i limiti del gruppo, ma anche il suo potenziale. Wembanyama, Castle e Harper rappresentano una base che poche franchigie possono permettersi di vantare, e il fatto che il loro momento migliore debba ancora arrivare è probabilmente l’aspetto più incoraggiante di tutti.
San Antonio esce dalle Finals senza l’anello, ma con qualcosa di quasi altrettanto prezioso: esperienza. Quella che si accumula soltanto giocando partite di questo livello e che spesso separa una squadra promettente da una squadra campione. La sensazione è che gli Spurs abbiano appena iniziato. E che gli errori costati il titolo nel 2026 possano essere gli stessi che, tra qualche anno, ricorderanno come il passaggio necessario per imparare a vincerlo.