Sono alle semifinali di WNBA dopo mille sfortune, la vittoria della Commissioner’s Cup, addii improvvisi e un’interminabile catena di infortuni.

FOTO: fever.wnba.com
La relazione tra le Indiana Fever e i Pacers è per distacco la più solida tra tutti i gemellaggi NBA-WNBA. E non solo per i sinceri rapporti di amicizia tra le due point guard, Caitlin Clark e Tyrese Haliburton, e tra tutti gli altri giocatori e giocatrici. Le due franchigie di Indianapolis stanno vivendo gli anni più emozionanti di sempre, in positivo e in negativo.
I Pacers vengono da due anni ottimi, con due finali di Conference e una finale NBA, perso solo in gara 7 dopo la straziante rottura del tendine di Achille di Haliburton. Le Indiana Fever, dopo l’unico anello vinto nel 2012 e una serie di anni piuttosto deludenti, hanno avuto una rinascita insperata dopo le due lottery vinte di fila, in cui hanno potuto scegliere Aliyah Boston e Caitlin Clark. Ora sono stabilmente la squadra con più partite trasmesse in tv e quella con gli share nettamente più alti della lega.
Il boom delle Indiana Fever e della WNBA è, come abbiamo già detto, dovuto in gran parte al talento generazionale di Caitlin Clark, che ha portato con sé centinaia di migliaia di nuovi fan da tutto il mondo. Il primo anno da rookie è stato storico, con una lista di record battuti, ma dal punto di vista collettivo è stato… discreto: Indiana è uscita al primo turno dei playoff, senza vittorie. Un risultato in realtà più che soddisfacente, dal momento che le Fever non partecipavano alla postseason dal 2016. E lasciava ben presagire per il futuro, considerata l’età media molto giovane della squadra e le potenzialità illimitate.
La dirigenza delle Fever, consapevole di avere tra le mani un’occasione unica per rilanciare il club e portarlo a vette mai raggiunte da nessuno nella WNBA finora, ha lavorato durante i lunghi mesi dell’offseason per costruire attorno a Clark e Boston una squadra che potesse già competere per l’anello, cercando di bruciare le tappe di un percorso di rebuilding che in genere richiede diversi anni.
Per prima cosa ha deciso di rinnovare il contratto a Kelsey Mitchell, il terzo pezzo pregiato del roster delle Fever. Seconda scelta del draft 2018 dopo A’Ja Wilson, Mitchell ha vissuto diversi anni di purgatorio nelle Fever, prima di conoscere per la prima volta i playoff nel 2024 dopo l’arrivo di Clark e Boston. Con il contratto scaduto, ha pensato di andarsene, ma ha deciso di rimanere grazie al massimo salariale offerto dalle Fever, e affascinata dall’idea di costruire un nuovo grande Big Three.
Dopodiché le Fever sono entrate aggressivamente nel mercato delle free agent, portando a Indianapolis veterane del calibro di Natasha Howard, Sydney Colson, e soprattutto DeWanna Bonner. Leggenda della WNBA, a 38 anni Bonner era a caccia della propria last dance a coronamento di una grande carriera.
E la stagione, per Bonner e per Indiana, era iniziata nel migliore dei modi: in casa, contro le Chicago Sky della “rivale” di Clark Angel Reese, le Fever hanno spianato le avversarie 93 a 58, con una tripla doppia di Clark (già la terza in carriera) e Bonner finalmente sul podio delle migliori marcatrici della storia della lega, alle spalle di Diana Taurasi e Tina Charles. Un dominio che sembrava porre fine alla favola delle giovani Fever e dare inizio a una nuova era.
La maledizione della sophomore season
Presto, però, qualcosa è cominciato a schricchiolare. Soprattutto alla notizia dell’infortunio al quadricipite di Clark, dieci giorni dopo l’inizio della stagione. Uno stop di poche settimane che non sembrava poter compromettere più di tanto il suo anno, ma che ha probabilmente causato una piccola crepa nel gioco di Clark e nella fiducia nei propri mezzi, fino ad allora inarrestabile.
Dopo un rientro e alcune gare non irresistibili, un’altra tegola: un altro infortunio, questa volta all’inguine sinistro. Un piccolo stop anche qui, ma il 15 luglio, nella partita prima dell’All Star Game organizzato proprio a Indianapolis, Clark, alla fine di una gara intensa ma ormai vinta, si sente tirare all’inguine destro, e non riesce a trattenere le lacrime. L’All Star Game, in cui era stata nominata capitana dopo aver ricevuto il maggior numero di voti di sempre (superando il suo stesso record di un anno fa), ha dovuto dimenticarlo, ma così anche le partite delle settimane successive.
Le settimane sono diventate mesi, senza che nessuno, al di fuori dello staff medico, sapesse di preciso quando sarebbe rientrata. Un tam tam concluso da Clark stessa il 4 settembre, poco prima della fine della regular season, quando ha annunciato che non sarebbe tornata a giocare in questa stagione.
Agli infortuni di Clark, però, se ne sono aggiunti altri. La giocatrice arrivata per rimpiazzarla, Aari McDonald, che ha avuto un impatto immediato sulla squadra, si è fratturata il piede destro nella partita contro le Phoenix Mercury, pochi minuti dopo che Sydney Colson, l’altra point guard del roster, si era rotta il crociato.
Due perdite cruciali capitate in una partita finita malissimo per le Fever, con un passivo di 60-95 e una super prestazione di DeWanna Bonner. L’avevamo lasciata che aveva appena battuto un importante record personale con le Fever. Ma un mese dopo l’inizio della stagione, aveva cominciato a saltare alcune partite. Motivi personali, la motivazione ufficiale. Ma le partite cominciavano a essere tante.
A un certo punto l’annuncio: Bonner non sarebbe più tornata a Indianapolis. È riuscita a trovare un accordo con le Mercury, grazie anche alla complicità di Alyssa Thomas, sua moglie e tra le giocatrici più determinanti della lega. Non è mai trapelato nulla, ma ogni incontro successivo tra le due squadre ha lasciato intendere che in Indiana, Bonner, non abbia lasciato esattamente un buon ricordo.
Oltre a tutte le point guard del roster, Indiana perde anche Sophie Cunningham, arrivata a inizio stagione proprio da Phoenix, e che si è inserita subito benissimo negli schemi e nel cuore dei tifosi, soprattutto dopo aver “vendicato” Caitlin Clark presa di mira dalle giocatrici delle Connecticut Sun.
Nel corso della stagione sono arrivate in fretta e furia diverse giocatrici, per tappare le emergenze. Odyssey Sims e Shey Peddy, rispettivamente di 33 e 37 anni, hanno occupato lo slot maledetto delle point guard, riuscendo a rimanere finora incolumi, e Chloe Bibby si è rivelata subito fondamentale soprattutto dopo l’uscita di scena di Cunningham. Ma, a un certo punto, si è dovuta arrendere anche lei al fato e chiudere in anticipo la stagione per infortunio, dopo solo nove partite con la nuova maglia.
In tutto questo, la stagione procedeva con bassi, molti, e qualche alto. Uno, in particolare. A giugno si è tenuta la Commissioner’s Cup, un torneo in-season simile alla NBA Cup (che ha preso spunto proprio dalla coppa della WNBA): cinque partite di regular season, e le due squadre che finiscono prime a est e a ovest al termine di questa finestra si scontrano in una partita secca, in casa del team con il posizionamento migliore.
Indiana è riuscita, con qualche botta di fortuna à la Steven Bradbury, e con una grande vittoria contro New York, a giocarsi il trofeo contro le Minnesota Lynx di Napheesa Collier, detentrici del titolo e protagoniste di una stagione da schiacciasassi. Senza Clark, l’impresa sembrava piuttosto ardua, eppure le Fever sono riuscite a sfruttare una rarissima serata no di Collier e portare a casa la coppa, la prima della sua storia.
Nella regular season il cammino è stato piuttosto altalenante, ma in qualche modo sono riuscite a raggiungere i playoff ed evitare l’ottavo posto, che avrebbe significato incontrare di nuovo le Lynx (lo hanno fatto le neonate Valkyries, che infatti hanno perso subito pur dimostrando grande carattere).
Nella postseason vengono accoppiate con le sorprendenti Atlanta Dream, arrivate terze dopo un’ottima stagione. Gara 1 va nelle loro mani, e non sembra esserci più molto da dire. Ma una piccola modifica del regolamento avvenuta a inizio stagione sorride alle Fever: se fino all’anno scorso il primo turno di playoff era una serie al meglio delle tre con la formula 2-1 (ovvero, le prime due partite in casa della squadra arrivata più in alto), quest’anno la formula è 1-1-1. La seconda gara a Indianapolis, davanti al pubblico forse più caldo della lega, dà una spinta insperata alle Fever che vincono convincendo, e portano la serie a gara 3.
Di nuovo ad Atlanta, la sfida è fin da subito a ritmi molto alti, ma le Dream sembrano avere qualcosa di più. Rimangono in vantaggio per praticamente tutta la partita. A 2 minuti dalla fine sono a +5, ma qui salgono in cattedra le due colonne di questa stagione di Indiana, nonché le due più sottotono durante i primi tre periodi. Aliyah Boston serve prima un’ottima palla a Kelsey Mitchell per dare il via alla rimonta, poi segna i due punti del sorpasso.
In fase difensiva, Lexie Hull ruba una palla fondamentale per portare a casa la partita, e la prima serie di playoff in dieci anni. Una giocata tipica di Hull, che quest’anno per la propria squadra ha dato veramente tutto, prendendosi tante botte senza mai – incredibilmente – infortunarsi.
In semifinale le Indiana Fever sono accoppiate con le Las Vegas Aces di A’Ja Wilson, appena nominata MVP per la quarta volta in carriera oltre che Defensive Player of the Year a pari merito con Alanna Smith. Le Fever, ancora su di giri dopo la rimonta contro Atlanta, disputano un’ottima gara 1 con una Kelsey Mitchell straordinaria: 34 punti in faccia alla nuova MVP, rimasta a 16 punti grazie a una prestazione difensiva pressoché perfetta di Aliyah Boston.
La vittoria in gara 1 ha già forse messo in dubbio i pronostici iniziali, tutti nettamente favorevoli alle Aces. Ovviamente la serie è ancora apertissima, ed è probabile che Wilson tornerà con prepotenza a reclamare la sua corona, ma le Fever hanno già dimostrato che fare previsioni su di loro, quest’anno, è semplicemente inutile.
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