Due titoli, zero coincidenze. Villanova e l’abitudine al trionfo.

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Se il basket universitario si fondesse con l’industria cinematografica, la storia di Villanova sarebbe una di quelle saghe che iniziano come una pellicola cult, il classico film di nicchia che finisce per conquistare il pubblico con la forza delle emozioni e delle storie autentiche. Un film che parte in sordina, guadagna consensi grazie al passaparola e, contro ogni aspettativa, sforna un sequel ancora più convincente. E non un sequel qualsiasi, ma uno di quelli che non fanno rimpiangere il primo capitolo e che, anzi, trovano il modo di scolpirne il mito con uno srotolarsi di momenti che restano impressi nella memoria collettiva. Un mix perfetto tra azione, dramma e trionfo in grado di riscrivere le regole del genere sportivo.

Villanova 2016: L’Oscar per il miglior finale.

Il primo capitolo di questa saga aveva tutto ciò che un blockbuster sportivo richiede: un cast ben assortito, un regista geniale e un finale che manda il pubblico in brodo di giuggiole. E non solo. Nel 2016, il poster dei Wildcats aveva il fascino delle storie in grado di sedurre il pubblico scena, dopo scena. Un piano sequenza ben diretto che, all’ultimo, lascia la platea di stucco, come quei thriller che partono insonnoliti per poi bruciare tutte le tappe in un climax finale avvincente.

Jay Wright, allenatore vecchia scuola tutto fondamentali e disciplina, pur lavorando sodo e aiutando in palestra molti dei suoi ragazzi a diventare giocatori NBA (Kyle Lowry, Randy Foye, Dante Cunningham per citarne alcuni) era riuscito ad acciuffare le Final Four solo nel 2009. Wright incarnava il classico mentore esperto, quello che sembra calmo anche quando il mondo gli crolla addosso. Il suo sguardo, fermo e tagliente, bastava ai suoi ragazzi per capire quando era il momento, in campo, di alzare il volume.

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Ryan Arcidiacono era il veterano dallo scarso atletismo, ma grande tecnica, quello che guida il gruppo con la sua leadership; Josh Hart, invece, il mister Wolf di Tarantiana memoria che si carica il peso dei compiti ingrati; e poi c’era Kris Jenkins, il personaggio secondario che aspetta pazientemente il suo momento per piazzare il colpo che lo renderà immortale. Infine, due freshman di belle speranze, Mikal Bridges e Jalen Brunson, puntellavano la panchina assiema al sophmore Phil Boot.

La trama del 2016? Semplice, almeno sulla carta: dopo aver passeggiato nella prima parte del tabellone contro UNC Asheville, Iowa e  Miami,  i Wildcats affrontano Devonte’ Graham e Kansas alle Elite Eight: un attacco bilanciato (13 punti per Hart, Jenkins e Arcidiacono) e un perfetto 8 su 8 dalla linea della carità nell’ultimo minuto di gioco, regala una difficile vittoria per 64 a 59 e l’ingresso alla Final Four di Houston.

Si arriva così alla semifinale contro Oklahoma in cui Villanova si trasforma in un rullo compressore. Sembrava uno di quei momenti in cui tutto funziona alla perfezione: ogni passaggio trovava il compagno meglio piazzato, ogni tiro sembrava autocomandato da un intelligenza artificiale direttamente nel canestro. I Wildcats, semplicemente, non potevano sbagliare, lasciando Oklahoma senza risposte. La gara finisce 95 a 51 e i 44 punti di scarto sono record assoluto per una semifinale NCAA. Il pericolo pubblico numero uno Buddy Hield viene tenuto a 9 punti. Per i Wildcats sugli scudi, manco a dirlo, il trio Jenkins, Hart e Arcidiacono.

Tuttavia, il vero capolavoro fu la finalissima giocata, ancora una volta, contro North Carolina. La partita è tiratissima e Villanova trova un protagonista insperato dalla panchina: Phil Booth, infatti, è il miglior marcatore con 20 punti e un chirurgico 6 su 7 dal campo. Nei Tar Heels lo spauracchio Justin Jackson punge poco, in compenso Marcus Paige e Joel Barry II fanno malissimo. A 13 secondi dalla fine Josh Hart fa due su due dalla lunetta regalando il +3 ai suoi. Sembrerebbe un vantaggio solido, eppure i Wildcats si trovano improvvisamente in trappola. Nei secondi finali Marcus Paige prova una tripla acrobatica in equilibrio precario per il pareggio. Un tiro sgraziato che in condizioni normali non sarebbe mai entrato. Ma le Final Four NCAA sono una sorta di universo parallelo in cui l’impossibile diventa possibile. Tripla del pareggio a bersaglio con 4.7 secondi sul cronometro.

Villanova sembra condannata a un supplementare beffardo e ingiusto… ma ecco che arriva Jenkins, che si trasforma nell’eroe inatteso. Dopo aver rimesso da fondocampo per Arcidiacono, Jenkins segue a rimorchio la sua pointguard e si apposta dietro la linea da tre punti.  Arcidiacono che guida l’azione come un regista che ha già in mente la scena finale, scarica il pallone all’indietro per il compagno che — con la lucidità di un killer a sangue freddo — piazza la tripla del trionfo a fil di sirena.


Un finale degno di un capolavoro teatrale, di quelli in cui il sipario cala lasciando il pubblico in piedi ad applaudire senza sosta. Il tiro di Jenkins non fu solo un canestro: fu il momento in cui Villanova entrò nella mitologia del college basketball.


Villanova 2018: Il sequel più riuscito.

Il sequel del 2018 ribalta ogni cliché del genere sportivo: qui non c’è bisogno di un colpo di scena per stupire. Villanova questa volta domina la scena con l’autorità di una band in tour che sa di avere il pubblico in pugno fin dalla prima nota. Il 2016 fu la hit che scalò le classifiche all’improvviso, il 2018 il concept album perfetto, in cui ogni traccia si incastra con precisione chirurgica, senza passaggi a vuoto.

Coach Wright, che la stagione prima aveva perso in un colpo solo i suoi tre senior Arcidiacono, Hart e Jenkins, si trova comunque ad allenare un roster competente: Jalen Brunson, ora protagonista, guida la squadra con grande sicurezza. La sua capacità di rallentare e accelerare il gioco a suo piacimento sembra già materiale su cui qualche squadra NBA potrebbe lavorare. Ma non è l’unico NBA caliber player del roster: oltre a lui, infatti, ci sono Omari Spellman, Eric Paschall e, soprattutto, Mikal Bridges che, dopo il ruolo da comprimario nel titolo del 2016, ora, a suon di grandi prestazioni (in attacco e in difesa), è diventato il miglior prospetto di Villanova.

In panchina, questa volta, un manipolo di onesti mestieranti guidato dal freshman Collin Gillespie e un ragazzotto dai capelli rossi di nome Donte DiVincenzo che nel 2016, dopo sole 9 partite, aveva visto la sua stagione chiudersi in anticipo per una frattura al piede destro. Big Ragu, l’esotico soprannome affibbiatogli dal telecronista Gus Johnson, oltre che per i capelli, pure per le sue evidenti origini italiane, ancora oggi è uno dei migliori nickname in circolazione.

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Ebbene, dopo una regular season col pilota automatico con la vittoria del torneo Big East ai danni di Providence, Villanova entra nel tabellone del torneo NCAA questa volta come una delle contender più accreditate. E l’avvicinamento alla seconda Final Four in tre anni diventa una marcia trionfale con le vittorie nettissime su Radford, Alabama, West Virginia e Texas Tech. Si vola a San Antonio (ancora Texas!) quindi dove, in semifinale, Wright e i suoi ragazzi devono vedersela di nuovo con coach Bill Self e la sua Kansas. Sulla carta, una partita difficile e insidiosa. Sulla carta..

Villanova sparò 13 triple nel primo tempo, dipingendo sulle facce dei Jayhawks l’espressione di chi si ritrova, per caso, a un rave techno senza tappi per le orecchie. Ogni volta che Kansas tentava una reazione, Brunson li rintuzzava con una calma disarmante. Nel 2018, Villanova non aveva più bisogno di miracoli all’ultimo secondo: era una macchina perfettamente accordata, un dominio tecnico in cui ogni elemento del roster sapeva esattamente cosa fare e, soprattutto, ‘quando’ farlo. 

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Tutto apparecchiato quindi per la finale dell’Alamo Dome contro i Michigan Wolverines guidati dal futuro NBA Mortitz Wagner e dalla guardia Muhammad-AliAbdur-Rahkman. Fan, addetti ai lavori, bookmakers, chiunque con un po’ di sale in zucca si sarebbe aspettato prestazioni eccezionali dai giocatori più rappresentativi della rosa di Villanova, come Bridges o Brunson. La storia delle Final Four, però, aveva in serbo altri piani. 

È infatti Donte DiVincenzo a rubare a tutti la scena con una gara da Most Outstanding Player che lascia a Michigan solo le briciole. Entrato dalla panchina, Big Ragu domina su due lati del campo con quel misto di arroganza e spavalderia che hanno i frontman dei gruppi rock prima di lanciarsi sul proprio pubblico, sicuri che tutti lo prenderanno al volo. I suoi 31 punti, con 10 su 15 al tiro (con 6 triple a bersaglio sulle 7 tentate) permisero così a coach Wright e compagni di stravincere col punteggio di 79 a 62.


Se siete amanti del college basket e sapete quanto sia difficile agguantare un titolo NCAA, provate a immaginare cosa vuoi dire vincerne addirittura due in tre anni. History in the making, dicono quelli bravi…

Nova Legacy: Il Franchise del College Basketball.

Alla fine dei titoli di coda, la lezione di Jay Wright è chiara: non servono per forza le superstar per creare un film epico, basta costruire una trama solida, valorizzare i giocatori e puntare sulla chimica del supporting cast. Come ogni grande regista, Wright ha costruito il successo pezzo dopo pezzo, scegliendo non i nomi altisonanti (almeno a quell’epoca), ma quei giocatori che potessero interpretare al meglio ogni ruolo all’interno della sua visione. La sua capacità di trasformare giovani talenti in personaggi fondamentali è paragonabile a quella di un artigiano che, con pazienza e precisione, cesella ogni dettaglio per creare un’opera che supera le mode del momento.

Ogni giocatore aveva una sua identità chiara, un ruolo definito che si amalgamava perfettamente nel grande ingranaggio orchestrato da Wright. Una saga che giocava su più livelli: tensione, dramma, trionfo. E proprio come in una grande produzione teatrale, gli spettatori potevano riconoscere i protagonisti senza nemmeno vedere il numero sulla maglia: bastava osservare un movimento difensivo di Bridges, una penetrazione letale di Brunson o una tripla in transizione di Jenkins per capire che si stava guardando la Villanova basketball.

E se il 2016 e il 2018 sono stati i primi due capitoli di successo, il pubblico resta in attesa del terzo episodio. Non quest’anno però, visto che i Wildcats, dopo la sconfitta per mano di Connecticut al torneo Big East non hanno strappato il pass per la March Madness. Ma magari, tra non molto, Villanova tornerà presto con un reboot spettacolare, con nuovi volti pronti a prendersi le luci della ribalta e magari, chissà, regalare un’altra scena finale degna di una standing ovation, l’ennesima prova che nel college basketball la magia si può ripetere se il copione è scritto da mani sapienti.

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Villanova Vintage: dove sono oggi i protagonisti della saga?

Ryan Arcidiacono: Dopo aver ricevuto il premio per il miglior protagonista non protagonista, oggi si aggira tra NBA e G-League come un attore caratterista navigato e affidabile.

Josh Hart: Ha conquistato un ruolo da comprimario d’élite nei New York Knicks, e gira per Manhattan come un eroe di quartiere pronto a prendersi un rimbalzo anche in mezzo al traffico sulla 5th Avenue.

Kris Jenkins: l’eroe del 2106 si è riciclato egregiamente come assistente allenatore proprio a Villanova, dove gode e godrà di crediti infiniti. Si presenta agli eventi sportivi vestito con un mantello e tiene sempre in tasca un video del suo leggendario buzzer beater, pronto a mostrarlo a chiunque lo riconosca.

Jalen Brunson: Ora stella affermata del firmamento NBA, sembra l’attore che ha finalmente ottenuto il ruolo da protagonista che aspettava da sempre. Per alcuni, già ora il Wildcat con la miglior carriera Pro della storia di Villanova. 

Donte DiVincenzo: ha traslato il suo soprannome pure in NBA e, dopo un 2024 da impazzire in maglia Knicks, ha firmato per i Timberwolves. Nonostante ciò, è ancora in attesa di una chiamata da parte di Gianmarco Pozzecco e la Nazionale italiana. 

Mikal Bridges: Ha già giocato una Finale NBA con Phoenix. Successivamente è passato da Brooklyn a New York. Oggi i Knicks, con lui, Brunson e Hart, assomigliano sempre di più a una succursale di Villanova.

Eric Paschall: Dopo un incoraggiante inizio a Golden State, il ragazzo pareva smarrito e la sua traiettoria in NBA ha perso slancio. Oggi gioca nel campionato italiano: ha ‘traslocato i suoi talenti’ a Pistoia in cerca di redenzione.

Omari Spellman: Dopo una brevissima parentesi NBA, si dedica a diffondere la sua filosofia del ‘pick-and-pop zen’, nel campionato sud coreano, sostenendo che ogni tripla deve partire con la calma di un monaco e l’energia di una festa universitaria.

Collin Gillespie: Ha vinto un titolo da gregario coi Denver Nuggets di Jokic. Oggi porta le borracce in Arizona per conto di Booker e Durant. Poteva andargli decisamente peggio…

Phil Booth: il ‘Robin’ di Jenkins-Batman della finale 2016 si è riciclato in un globetrotter del basket. Solo nel 2024 ha cambiato tre squadre: SIG Strasbourg, Vanoli Cremona e JDA Dijon. Il suo motto? Crederci sempre, arrendersi mai.

Coach Jay Wright: Ritiratosi da Villanova con due titoli NCAA in tasca, oggi si presenta in ogni telecronaca di college basketball come il George Clooney della panchina: fascinoso, sempre in ordine e con la battuta pronta. Icona.

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