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Questo contenuto è tratto da un articolo di Aaron Dodson e Nick DePaula per Andscape, tradotto in italiano da Marta Policastro per Around the Game.


Poco dopo la mezzanotte ad Akron, in Ohio, la notte precedente alla Draft lottery del 2003, Lebron James prende finalmente una decisione.


Il 18enne, soprannominato “King James”, firma un contratto di endorsement con Nike per 87 milioni di dollari garantiti in sette anni. Ancora oggi, il contratto di James rimane il più grande mai firmato da un rookie con un’azienda di scarpe sportive.

Il giorno seguente, a Beaverton in Oregon, arrivò i dipendenti Nike ricevettero un’email attesa a lungo, che iniziava con le parole “Ce l’abbiamo fatta, ha firmato con noi”.

Cinque ore più tardi, Associated Press riportò la notizia: dopo essere stato corteggiato per anni da tre aziende produttrici di scarpe sportive, il talento generazionale aveva preferito Nike alle compagnie rivali Reebok e Adidas.

L’asta per assicurarsi The Chosen One, gestita dal primo agente di James, Aaron Goodwin, aveva raggiunto cifre mai viste. Tutti i tre brand pensavano di avere una possibilità di firmare con James.

Due settimane prima di diplomarsi a St. Vincent-St. Mary, James aveva rifiutato un’offerta da Adidas, che sponsorizzava la squadra di basket della sua high school. James si aspettava un contratto da 100 milioni di dollari per 10 anni, ma non tutti sarebbero stati garantiti.

Soprendentemente, James rifiutò un’offerta di sei anni da parte di Reebok, che includeva un bonus e che era stata presentata a LeBron e a sua madre Gloria dal CEO Paul Fireman. L’offerta finale dell’azienda superava di gran lunga i 100 milioni.

Convinto di aver chiuso l’accordo, Fireman e Tom Shine, dirigente di Reebok, volarono in Ohio prima della lottery e incontrarono James alle 7.30 in una stanza al Radisson Hotel di Akron.

“Pensavo che avrebbe scelto Reebok”, affermò Goodwin nel 2003. “C’era un buon feeling, secondo LeBron, Ma tre ore più tardi firmò con Nike”.

James scelse strategicamente di firmare il contratto prima che né lui né le tre aziende potessero sapere dove sarebbe iniziata la sua carriera NBA.

I Cleveland Cavaliers, che avevano il 22,5% di scegliere per primi al Draft, ottennero il diritto di chiamare James con la numero uno. Gordon Gund, all’epoca proprietario dei Cavs, festeggiò sventolando la maglia dell’high school di LeBron numero 23, dando una chiara indicazione circa quella che sarebbe stata la scelta della franchigia la notte del Draft.

“Ho firmato con Nike”, dichiarò James subito dopo la lottery. LeBron era vestito Nike da capo a piedi e portava un paio di Air Force One bianche.

In meno di tre mesi, Nike si occupò del design e del product testing delle Air Zoom Generation, che sarebbero diventate le prime signature shoes di James.

“Bisogna ammetterlo, Reebok aveva solo dei disegni per le scarpe di James, mentre Nike ne aveva già in cantiere nove paia”.

Esattamente 20 anni dopo, questa è la storia di uno dei corteggiamenti più folli nella storia dell’industria delle sneakers.

La timeline

Il 30 dicembre 2002, James compì 18 anni.

Esattamente una settimana dopo, a inizio gennaio, un gruppo di dipendenti Nike (designer, responsabili del marketing e sviluppatori del prodotto) ricevettero per email un invito a mettersi al lavoro per lanciare le Air King James.

L’email proseguiva spiegando in modo dettagliato il piano di Nike per raggiungere un accordo con James e per occuparsi del design di un paio di scarpe.

Erano già stati programmati tre viaggi verso le fabbriche asiatiche dell’azienda (una a metà gennaio, una a fine febbraio e una all’inizio di aprile del 2003). L’ultimo step della timeline prevedeva di trasportare dei modelli di scarpe in Oregon prima del pitch meeting con James, probabilmente nel mese di maggio.

L’azienda chiamò i suoi più famosi designer di scarpe da basket (Tinker Hatfield, Eric Avar e Aaron Cooper) per collaborare alla creazione di una scarpa per James. All’epoca, ognuno di loro si era occupato del design delle scarpe di Michael Jordan, Charles Barkley, Penny Hardaway e Scottie Pippen.

Il primo meeting di brainstorming era fissato per il pomeriggio del 10 gennaio 2003; l’email si concludeva con questa frase: “Un singolo passo falso può costarci molto caro”.

Nel frattempo, Goodwin organizzava incontri tra James e le tre aziende nelle due settimane prime della Lottery del 22 maggio:

7 maggio: Uffici Reebok a Canton, Massachusetts.

10 maggio: Presentazione Adidas in una villetta a Malibu, in California

17 maggio: Uffici Nike a Beaverton, in Oregon

21 maggio: Ultimo giorno di negoziazione in una suite di un hotel di Akron, in Ohio.

22 maggio: Draft Lottery.

Il parere del talent scout

Ralph Greene, all’epoca direttore del settore marketing sportivo di Nike Basketball, spiega che l’azienda cominciò a interessarsi a James prima ancora dell’high school: secondo il talent scout di Nike, George Raveling, LeBron aveva ottime doti come giocatore ma era anche molto maturo per la sua età.

Raveling si accorse subito della sua abilità nel controllare la gara e nel facilitare il gioco ai compagni. Secondo lui, la maturità di James si manifestava soprattutto attraverso la sua abilità come passatore.

Il parere del talent scout fu ascoltato da Phil Knight, fidandosi del parere di Raveling, che andò all-in su James.

Knight voleva Lebron alla Nike.

Il workout

Aaron Cooper, Leader Designer delle prime signature shoes di Lebron, le Air Zoom Generation, racconta che prima di conoscere James, Lynn Merritt, il Direttore del Reparto Marketing sportivo di Nike, gliene aveva parlato molto bene.

All’epoca non c’erano i social media, quindi non si parlava molto dei giocatori dell’high school; perciò, se Merritt ne parlava, significava che il giocatore era veramente forte. Lynn mi disse di verificare personalmente.

Assistetti ai suoi workout per la scuola di basket del liceo; partecipava anche se era ovvio che sarebbe stato scelto e apprezzai molto questo comportamento: aveva solo 17 anni ma era quello che si impegnava di più sul campo.

C’era molto hype attorno a lui e LeBron stesso sapeva che il suo futuro sarebbe stato luminoso; nonostante questo era molto concentrato, umile ed entusiasta.

Dopo il workout, si fermò ad allenarsi ancora: voleva sempre essere la miglior versione di se stesso, una versione che sarebbe stata migliore anche della maggior parte degli altri giocatori.

Il legame con Iverson

Todd Krinsky, attuale CEO di Reebok, cominciò a lavorare per l’azienda nel 1993. Tre anni dopo, aiutò la società a firmare Allen Iverson.

Dopo un decennio nel settore, Krinsky sapeva che James sarebbe diventato un talento generazionale. Reebok accolse James, il suo agente, la madre Gloria, l’amico ed ex compagno di high school Maverick Carter negli uffici in Massachussets.

Ricorda così quel giorno: “A 18 anni, LeBron era perfettamente tranquillo e sicuro di sé. Mi successe solo un’altra volta, con Allen Iverson nel 1996.

James aveva già parlato con Nike e avrebbe presto incontrato Adidas; nonostante l’intero settore delle calzature sportive pendesse dalle sue labbra, LeBron non si scomponeva mai.

Feci parlare Iverson con James: quell’anno The Answer era stato nominato MVP e aveva raggiunto le Finals. L’anno precedente c’erano state le Iverson IV, che avevano ottenuto un enorme successo.

Avevamo anche fatto una versione personalizzata delle scarpe di Iverson, “the Question”, per James in occasione del McDonald’s All-American Game, con i colori di St. Vincent-St. Mary e “L23J” su un lato. Allen si fece portavoce dell’azienda ed era emozionato per il fatto che Lebron stesse prendendo in considerazione di firmare con Reebok”.

La mentalità

David Bond, all’epoca vice direttore di Adidas, fu assunto nel 2001 per firmare LeBron a qualunque costo.

“Durante una delle visite ad Akron, portai una telecamera e gli feci alcune domande mentre mangiava la pizza. Anche se all’epoca stava per iniziare il senior year all’high school, parlando con lui mi accorsi che aveva già ben chiaro quale sarebbe potuto essere il suo ruolo in ogni squadra NBA, perché conosceva tutti i roster a memoria, in ordine alfabetico”, spiega Bond. 

“LeBron è sempre stato migliore degli altri giocatori, come intelligenza e mentalità.  Aveva un ottimo fisico (2.07 m, 108 kg), ma la cosa che mi colpì di più fu la sua mentalità. Il suo obiettivo era essere un giocatore di basket e vi si dedicava interamente; non aveva un piano B.

Le player exclusives

Testimonianza di Gentry Humphrey, all’epoca direttore del settore footwear del Jordan Brand.

“Finita l’high school, James aveva già ricevuto 18 versioni di player exclusives da Nike, Reebok, Adidas e Jordan. Ogni paio aveva i colori verdi e oro; alcune riportavano la scritta “L23J,” “LBJ,” o “King James” ricamata. Nessun giocatore aveva le proprie PE in high school.

Sapevamo che dopo la scuola sarebbe subito arrivato in NBA e questo rese tutto più semplice, visto che all’epoca non era possibile creare delle PE per un giocatore che sarebbe andato al college. Il piano era che James firmasse con Nike e il brand Jordan era parte della strategia: Michael era ancora importante, ma volevamo ampliare il nostro portafoglio di stelle”.

Le scarpe più comode

Testimonianza di Aaron Cooper di Nike.

Durante il nostro primo viaggio a Akron, gli chiesi quale innovazione potessimo inserire dal punto di vista della performance. Mi rispose: “Il comfort”; ci disse che le Adidas Pro Model 2G erano le scarpe più comode che avesse mai indossato, dalla suola al collo della scarpa, che giudicava sufficientemente imbottito.

La scarpa non aveva proprio niente che non andasse.

In ogni partita del suo senior year, James indossò un paio di scarpe diverso (Adidas, Reebok, Nike); io ogni volta cercavo di ottenere un feedback, soprattutto riguardo al comfort.

Visto che la comodità era la sua priorità, gli promisi che avremmo realizzato la scarpa più comoda del mondo.

E al pitch meeting gli portammo un paio di scarpe della sua misura da provare: dopo averle indossate, mi disse che ero riuscito a mantenere la promessa.

Le ‘LJ’ Reebok

Testimonianza di Todd Krinsky.

C’era un’intera stanza destinata a LeBron, con loghi, progetti di design, idee su come la sua collezione Reebok sarebbe potuta essere, tutta basata sull’idea del “King James”. LeBron era sinceramente interessato alla nostra presentazione.

Negli anni ho sentito dire che James firmò con Nike perché erano gli unici ad aver portato un prototipo di scarpa al meeting: noi non avevamo un prototipo fisico, ma portammo alcuni schizzi.

Stavamo lavorando su diversi progetti: uno per esempio rappresentava un’evoluzione della tecnologia Pump. In generale, volevamo introdurre nella pallacanestro diverse innovazioni.

Le nostre scarpe non si sarebbero chiamate le Reebok LeBron 1: dovevamo ancora scegliere un nome, ma avevamo alcune idee e lui ci avrebbe aiutati a scegliere il nome definitivo, tra le varie opzioni che potevamo proporgli.

La sfida di Adidas: userai la tua fama per cambiare il mondo?

Testimonianza di David Bond.

La nostra strategia non era quella di far diventare LeBron il nuovo MJ, ma il nuovo Muhammad Ali, atleta Adidas.

Volevamo che fosse più di un semplice giocatore di basket e all’epoca era un’idea innovativa: avremmo investito nei centri sociali e lo avremmo incoraggiato a parlare di temi importanti usando la piattaforma.

LeBron ha poi percorso questa strada da solo, creando scuole e centri sociali, senza mai rimanere neutrale su questioni importanti ed è sempre stato un pilastro della comunità, anche senza di noi.

Tuttavia, sono orgoglioso dell’offerta che gli abbiamo fatto; mi dispiace solo che LeBron abbia preso un’altra strada, perché avremmo potuto collaborare per migliorare la società.

Ho ancora il libro di presentazione che Adidas realizzò per LeBron, ne esistono solo una ventina di esemplari: la copertina del libro era fatta dello stesso materiale del pallone, era bianca e vi era ricamato sopra il logo dell’Adidas. Il logo metteva insieme “LBJ”, una palla da basket e il numero 23.

Nel libro c’era anche l’immagine di una scarpa, che non sarebbe però diventata la sua signature shoe: all’epoca, LeBron indossava le TMac 2 e gli piacevano scarpe più basse e veloci, perciò per lui avremmo creato una scarpa da zero.

Il problema è che Adidas fece di tutto… per non vincere la sfida con Reebok e Nike.

L’assegno

Todd Krinsky di Reebok.

Mi ricordo della nostra enorme sala riunioni, con un tavolo di legno molto grande che mi faceva sempre pensare ai Flintstones.

Eravamo seduti con LeBron e il suo team, poi, sorprendendo tutti noi, Paul Fireman gli presentò un assegno da 10 milioni di dollari, pensando che potesse essere la carta vincente per farlo firmare con noi.

Disse a LeBron e a sua madre che avrebbero potuto avere l’assegno se avessero firmato quella sera stessa.

Paul voleva che il suo gesto ci colpisse e in effetti eravamo tutti con il fiato sospeso.

Aaron Goodwin ci chiese di lasciare la stanza per poter discutere dell’offerta. Dopo trenta minuti, la conversazione non era ancora terminata.

La decisione

Aaron Goodwin, primo agente di LeBron.

Era un assegno circolare. LeBron e sua madre lo guardarono, poi Gloria cominciò a piangere, non sapeva che cosa fare.

Io risposi che lo avremmo dovuto restituire; anche LeBron lo aveva capito, ma sua madre avrebbe voluto tenerlo.

Lo ricorderò sempre, fu un momento emozionante; LeBron e la madre avevano lavorato duramente per arrivare a quel risultato.

Nonostante l’offerta, dovevamo ancora parlare con Adidas e Nike.

La villa di Malibu

Romeo Travis, compagno di LeBron a St. Vincent-St. Mary

La presentazione di Adidas era lo stesso giorno del ballo della scuola; dovevamo scegliere se andare a Malibu con un aereo privato o al ballo della scuola: andammo quasi tutti a LA e soggiornammo nello stesso hotel dei San Antonio Spurs. Adidas ci riservò una suite e ci portò a vedere Spurs-Lakers ai Playoffs; incontrai persino Tim Duncan che mi fece un autografo.

La villetta a Malibu aveva la piscina ed era un posto spettacolare, specialmente per chi viene da Akron, dove l’acqua non è molta.

Una volta arrivati ci siamo cambiati: Adidas aveva preparato dei vestiti esattamente della nostra taglia; ci siamo sentiti speciali.

Dissi che avremmo dovuto firmare tutti con Adidas, non solo LeBron. Visto che alla fine LeBron non scelse Adidas, posso solo immaginare che cosa abbiano fatto le altre aziende.

Quell’autunno, Dru Joyce e io rischiammo di non poter giocare al college perché avevamo ricevuto dei regali da Adidas, viaggiando su un jet privato a Malibu. Fu necessario dimostrare che avevamo contribuito economicamente al viaggio, ma ci vollero cinque incontri perché ci venisse dato il permesso di giocare.

Numeri

Testimonianza di Sonny Vaccaro & David Bond.

Sonny Vaccaro: “L’anno da senior di LeBron, dissi a lui e a sua madre che avrebbe firmato un contratto da 100 milioni di dollari, un numero incredibile, visto che si trattava di un contratto con un’azienda di scarpe e non con una squadra NBA.

Andai negli uffici di Adidas per incontrare il Presidente, che accettò di offrire 100 milioni di dollari.

Al momento di fare l’offerta, però, la cifra cambiò; non potevo crederci: era di gran lunga inferiore al valore di LeBron: non avrebbe mai firmato”.

David Bond: “Sonny aveva sempre detto che ci sarebbero voluti 10 milioni di dollari garantiti all’anno, ma l’offerta di Adidas ne prevedeva solo 7 garantiti. LeBron sapeva che l’offerta di Nike sarebbe stata più vantaggiosa”.

Sonny Vaccaro: “Fu l’errore più stupido mai commesso nella storia di una contrattazione. Se avesse firmato con Adidas, sarebbe cambiato tutto”.

La verità

Testimonianza di Aaron Goodwin.

LeBron era nato per essere un atleta Adidas e avrebbe firmato con loro se l’offerta fosse stata adeguata.

LeBron voleva Adidas, prima che rovinassero tutto a Malibu. La cifra proposta da Reebok era molto interessante, ma Nike era l’unica azienda a poter creare da zero un prodotto per lui.

La teca vuota

E. Scott Morris, all’epoca designer per Nike Basketball.

La presentazione di Nike a James si svolse di sabato, quindi non c’erano dipendenti in azienda: nessuno lo vide arrivare.

La presentazione si svolse nell’ufficio di Phil Knight: la porta di ingresso sembrava quella per entrare nella Terra dei Giganti, quindi chiunque sembrava piccolo quando entrava.

Dalla porta, guardando verso il corridoio, si vedevano a destra e a sinistra diverse paia di scarpe dedicate a Jordan, Barkley, Pippen e Hardaway. In fondo al corridoio, al centro, c’era una teca vuota, pronta ad accogliere le scarpe di LeBron.

Nike ci azzeccò veramente.

Sulla sinistra, in sala conferenze, c’erano tutti gli oggetti personalizzati (pantaloncini, asciugamani, accappatoi, costumi da bagno e perfino biancheria) di LeBron.

In un’altra sala conferenze c’erano invece gli accessori (palloni, zaini, occhiali da sole): Nike aveva preparato tutto per LeBron, anche i suoi cereali preferiti nel caso in cui avesse avuto fame. C’erano anche un modello della sua macchina e della pelle di leone.

Tutto era studiato nei minimi dettagli, perché a James non doveva mancare nulla. Fu il migliore incontro di presentazione mai visto.

Il percorso

Testimonianza di Ken Link, all’epoca Responsabile del Design per Nike Basketball, designer di alcune signature shoes di LeBron.

Si diceva che non avrebbe firmato con noi. A maggio, quando arrivarono i nostri prototipi, ma avevamo sentito dire che le altre aziende gli avrebbero offerto 100 milioni di dollari.

Eravamo ormai rassegnati, ma io mi chiedevo se, oltre ai soldi, avrebbe preso in considerazione anche il percorso che avrebbe potuto intraprendere con noi.

LeBron è un ragazzo molto intelligente, un visionario. Effettivamente, gli piacque l’idea del nostro progetto a lungo termine.

Air Zoom… Norbel?

Testimonianza di Jeff Johnson, all’epoca Responsabile dello Sviluppo di Nike Basketball.

A gennaio, il mio capo mi disse che avremmo dovuto cominciare a lavorare a una scarpa per LeBron.  Inserii il progetto nel sistema in modo che i colleghi potessero iniziare a lavorare e che potessimo tener traccia dei costi.

Il nome che diedi al progetto fu Air Zoom Norbel, “LeBron” al contrario. Il mio capo non approvò questo nome, allora optai per Air Zoom Generation, visto ciò che LeBron era un talento generazionale.

Mi aspettavo che a un certo punto il reparto marketing scegliesse un nome, ma non successe fino a che LeBron non firmò con noi. Air Zoom Generation ci piaceva molto e pensavamo che non saremmo riusciti a trovare una soluzione migliore, anche perché LeBron non voleva ancora dare il proprio nome a una scarpa.

Le sue seconde signature shoes si chiamarono poi Zoom Lebron 2…

L’Hummer

Testimonianza di Romeo Travis, compagno di high school di James

Per il suo diciottesimo compleanno, sua madre Gloria chiese un prestito di 50 mila dollari per acquistare una Hummer H2 dotata di tutti i comfort.

Un giorno LeBron ci invitò a casa sua e ci fece vedere la macchina; non potevamo credere che fosse sua, ma eravamo molto contenti per lui; si meritava quell’auto macchina, perché era grazie a lui che il palazzetto era sempre pieno.

Solitamente, quando lunedì non c’era scuola, andavamo in un locale per teenager; tutti i ragazzi di Akron, Cleveland e dintorni si ritrovavano lì. Arrivammo sull’Hummer con le nostre divise e fu un successo.

La vera ispirazione per il design

Testimonianza di Aaron Cooper di Nike.

Voglio essere chiaro su questo argomento: è stato detto più volte che il design delle Air Zoom Generation si ispirasse all’Hummer di LeBron, ma non è vero.

Si basava piuttosto sull’idea di essere un soldato moderno. Purtroppo, all’epoca gli USA erano in guerra con il Medio Oriente, quindi Nike non voleva fare storytelling su questo tema.

La scarpa ricorda come linea e dal punto di vista estetico gli stivali usati dai soldati.

Questo spiega anche la scelta dei colori delle sue scarpe nella sua prima partita. Alcune stagioni più tardi, Ken Link avrebbe creato delle scarpe per i Playoffs chiamate “The Soldier”.

L’Hummer fu fonte di ispirazione solamente verso la fine del processo: inizialmente scrissi la parola “KING” usando il font dell’Hummer, ma anche altri dettagli come gli occhielli e la targhetta nella zona dei lacci sono presi dalla Hummer. LeBron volle poi che ci fosse scritto “NIKE”.

Pensare alla macchina per alcuni dettagli fu divertente, visto il valore che l’auto ha per James, ma non fu l’ispirazione principale della scarpa: volevamo creare una signature shoe che rappresentasse la sua personalità e che racchiudesse la sua storia.

Il leone

Testimonianza di Aaron Cooper.

Il design per la parte inferiore della scarpa fu un’idea di Tinker: gli avevo raccontato della passione di LeBron per i leoni e parlammo del leone che rincorre la preda, un po’ come James insegue l’avversario per stopparlo. Nella caccia, come nella pallacanestro, è importante anche riuscire a fermarsi improvvisamente: la suola delle scarpe è progettata per garantire un ottimo grip.

Tutto il possibile

Testimonianza di Jeff Johnson di Nike.

Stavamo già lavorando a una scarpa per LeBron quando era ancora in high school, perché volevamo stupirlo facendogli provare una scarpa della sua misura; Nike non lo aveva mai fatto prima e non so se lo abbia mai fatto dopo.

Fissammo il prezzo di vendita a 110$, anche se la scarpa valeva molto di più: aveva per esempio la punta sagomata ed era fatta con la migliore pelle che si possa immaginare, oltre ad avere una soletta di alta qualità; non avremmo potuto migliorarla ulteriormente.

I costi per la produzione di scarpe sono molto alti, specialmente se si producono pochi esemplari, ma non ci importava: avevamo tre mesi e riuscire nel nostro obiettivo fu un’impresa folle.

Al momento dell’incontro, avevamo diversi prototipi della sua misura. Uno di questi si ispirava alle Timberland, visto che una volta James aveva detto che avrebbe potuto giocare con scarpe di quella marca.

Il fatto di occuparci delle scarpe di un giocatore che doveva ancora firmare con noi comportava grossi rischi, ma anche una grossa opportunità: LeBron era l’unico a poter decidere il futuro della scarpa. Con le sue scarpe, Nike raccontava una storia; non erano solamente dei disegni. Questo dimostra quanto fortemente l’azienda volesse James.

Il bar

Testimonianza di Ralph Greene di Nike, il mittente dell’email che annunciava l’accordo tra Nike e LeBron.

Quando Nike chiuse l’accordo, eravamo felicissimi e non vedevamo l’ora di dirlo a qualcuno. Andai con Lynn Merritt in un bar a Beaverton e la notizia dell’accordo iniziò a circolare.

Dopo l’annuncio al notiziario, i nostri cellulari iniziarono a squillare: mi chiamarono in molti, ma furono in pochi a complimentarsi: “Ma cosa avete fatto? Deve ancora iniziare a giocare in NBA!”, mi dicevano. Spegnemmo i cellulari e continuammo a festeggiare.

Il Generale

Testimonianza di Ken Link

Lynn Merritt fu una grande fonte di ispirazione per LeBron: c’è sempre stato per lui, ad esempio accompagnandolo all’ospedale dopo un infortunio al polso.

L’obiettivo di Lynn era quello di aiutare e sostenere LeBron nel suo percorso verso la grandezza, dandogli sempre il giusto consiglio e facendo in modo che Nike fosse sempre al suo fianco.

Tutti si sono sempre impegnati al massimo, ma Lynn ci ha sempre ricordato della nostra enorme opportunità e responsabilità.

Lynn ci dava fiducia e ci dava la possibilità di esprimerci al massimo, ecco perché è soprannominato “The General”: ha sempre avuto un piano d’azione.

Lo “Swoosh”

Testimonianza di Aaron Cooper, Nike.

Lo Swoosh di Nike si è spostato più volte nel corso dei vari progetti, ma per LeBron era chiaro che dovesse restare su un lato.

La domanda era sempre la stessa: era una scarpa Nike o una signature shoe di Lebron? In quel periodo, molti modelli di signature shoes di altri giocatori rimanevano spesso invenduti; secondo LeBron, la scarpa doveva essere prima di tutto una scarpa Nike e per questo motivo lo Swoosh doveva restare su un lato.

La prima partita di Summer League

Testimonianza di Todd Krinsky di Reebok.

Dopo la firma di LeBron con Nike, ci fu la Reebok Pro Summer League a Boston e la prima partita era Celtics contro Cavaliers. Ero seduto a bordo campo nel prepartita, quando LeBron mi si avvicinò e mi spiegò perché aveva scelto Nike: “Nulla di personale, il vostro pitch era fantastico, ma ho deciso di seguire il mio cuore”.

Aveva solo 18 anni e non era tenuto a darmi spiegazioni, ma lo fece comunque, dimostrando di essere una persona onesta, che tiene molto ai rapporti interpersonali e che sa come raggiungere i propri obiettivi.

Mi abbracciò e mi augurò buona fortuna; fu un momento davvero surreale.

Un segno del destino

Testimonianza di Aaron Cooper.

LeBron sapeva che quel contratto sarebbe stato il primo di una lunga serie; a prescindere dalla cifra offerta da Reebok, LeBron non avrebbe mai accettato.

Nel marketing sportivo, l’obiettivo è quello di mostrare agli atleti un quadro più ampio della situazione futura. Un’altra azienda potrebbe puntare a offrire una cifra maggiore e a far apparire la propria azienda come accattivante, ma Lynn invece aiutava gli atleti a capire che cosa avrebbe significato essere un atleta Nike. Nike era ed è ancora la migliore azienda di attrezzatura sportiva, di calzature sportive e di marketing e LeBron sarebbe stato il migliore giocatore del futuro: quando mi dissero che avrebbe firmato con Nike ero molto emozionato, era un segno del destino; se non avesse firmato, sarebbe stato tutto sbagliato.

Natale in anticipo

Testimonianza di Romeo Travis.

Quando LeBron ci invitò a casa sua, andavamo ancora a scuola: aveva degli enormi borsoni pieni di prodotti Nike di tutte le taglie.

Impazzimmo tutti di gioia.

Sin dal primo giorno, LeBron ha sempre fatto in modo che Nike pensasse anche a noi. 

Se avessi firmato con Nike, io non sari mai tornato a scuola, mentre LeBron continuava a venire a scuola come se non fosse successo nulla. 

Lo prendevamo in giro scherzosamente, ma lui non reagiva mai.

Dico sempre che Dio gli ha fatto questo dono perché lui sapeva come gestirlo.

La pubblicità

Testimonianza di Mike Bibby, ex playmaker di Sacramento e atleta del brand Jordan.

Nella sua prima pubblicità, io lo dovevo marcare. All’inizio Nike voleva che si liberasse della marcatura e che schiacciasse, ma io non volevo essere umiliato da un rookie.

Ecco perché quando LeBron inizia a palleggiare, la pubblicità finisce.

L’esordio del re

Testimonianza di David Stern, ex NBA Commissioner, ai microfoni di Andscape nel 2018.

Nella prima settimana della stagione 2003-2004, la partita più attesa era quella tra Sacramento e Cleveland. Nike era molto interessata all’esordio di James, visto che aveva scommesso molto su di lui.

Ammiro molto le aziende di abbigliamento e attrezzatura sportiva: all’epoca, per avere informazioni sui migliori talenti dodicenni in circolazione, era sufficiente chiedere a loro.

Durante la partita mi resi conto che James era veramente forte e che Nike si era assicurata un gran giocatore.

La persona dietro il prodotto

Testimonianza di Aaron Cooper.

Il carattere di LeBron mi colpì subito: umile, rispettoso, entusiasta. Sua madre Gloria aveva fatto un ottimo lavoro nel crescerlo e nel circondarlo di persone che gli vogliono bene.

È stata parte del processo, con il suo affetto e le sue premure. Si faceva anche sentire spesso ed era importante per la nostra relazione con LeBron: abbiamo anche creato un paio di AZG per Gloria (bianche e rosa, i suoi colori preferiti).

Grazie a Gloria, LeBron è diventato la persona e il padre che è oggi ed è riuscito ad avere un impatto positivo sulle persone di Akron e in tutto il mondo. Durante uno dei nostri viaggi ad Akron, ha organizzato un torneo di basket, il cui costo di partecipazione consisteva in attrezzature per le scuole. LeBron ha organizzato il torneo, raccolto il ricavato e lo ha distribuito a chi non se lo poteva permettere; tutto questo prima dei social media, senza lo scopo di guadagnare follower o di farsi bello online.

C’è sempre una persona dietro a un prodotto. Sono il carattere e la storia della persona che contano e LeBron li ha sempre avuti. La sua storia, come uomo e atleta, permette alle sue scarpe di restare importanti nel corso degli anni.