Ripercorriamo le ultime due stagioni da professionista di MJ in quel di Washington, cercando di analizzare a freddo quanto abbiano inciso sulla sua legacy, tra chi li vorrebbe cancellare dalla memoria collettiva e chi reputa ne abbiano consacrato ancor di più la grandezza.

I’m 99,9% sure that I will never play again.
Queste parole risalgono a un’intervista rilasciata al Washington Post nell’aprile del 2001, quando, su tutte le testate sportive, i rumors sull’imminente ritorno alle competizioni di MJ si inseguono e moltiplicano con una viralità ante-litteram. In questo proclama c’è tutto il Michael Jordan che conosciamo dai tempi della storica clausola “Love of the game”: quello 0,01% non risponde davvero alle leggi della statistica. Del resto quelle voci non sono meri pettegolezzi di corridoio. Nell’ultimo anno e mezzo, Jordan si è riavvicinato a Tim Grover, suo storico preparatore atletico ai tempi dei Bulls, ed è apparso – visibilmente dimagrito – in numerose partite organizzate con ex e attuali atleti NBA. “Niente è paragonabile ad essere un giocatore”, diceva nel 2000, interrogato sul suo nuovo ruolo da dirigente dei Washington Wizards. Nei due anni in ufficio si è sempre tenuto ben lontano dalla squadra, viaggiando raramente con essa, dedicandosi per lo più all’amato golf e a lunghe notti di gioco d’azzardo. Quando un giornalista gli fece notare che quella sera i Wizards avrebbero giocato una partita, lui rispose seccamente: “Io no.”
Molti sono gli aneddoti dei suoi allora “dipendenti” nella capitale che raccontano di un Jordan che sovente si presentava cambiato agli allenamenti per umiliare le giovani guardie dei Wizards. Storico resta lo scontro con il rookie Laron Profit, che durante una sfida si lascia scappare qualche parola di troppo: nell’estate del 2001 venne scambiato, nel 2002 giocava a Montegranaro… Per questo, il comunicato del 25 settembre – a soli 5 mesi da quel 99,9% – con cui annuncia il ritorno al basket, sorprende ma non troppo: semmai scatena un furioso dibattito pubblico, tra chi pensa che finirà per rovinare la sua legacy e chi invece esulta per la terza venuta di Black Jesus.
Com’è maturata la decisione? Le annate da dirigente slatentizzano una sorta di crisi di mezza età, dovendosi confrontare col fallimento in un mestiere che non fa per lui: il record di 36-89 della squadra sull’arco di 24 mesi parla da solo. Il fallimento, come ben sappiamo, è la cosa che più terrorizza His Airness, che decide così di accettare la chiamata della pallacanestro ancora una volta, tornando a fare ciò per cui è nato, ciò che lo fa sentire vivo.
Anche per uno degli atleti più iconici di tutti i tempi, il processo del rientro, a 38 anni, non è certo una passeggiata: testa, tecnica e istinto sono immutate, fisicamente è tutta un’altra storia. Mike si trascina problemi alla schiena e alle ginocchia già dai tempi di Chicago; in un pick up game estivo ha subito la rottura di due costole dopo un contrasto con Artest; inoltre, deve ancora testare seriamente l’indice destro che ha rischiato di vedersi amputare, causa un tragicomico incidente con un taglia sigari in un casinò delle Bahamas.
Da un punto di vista contrattuale, l’accordo viene trovato immediatamente. Al proprietario Abe Pollin non serve neanche un minuto per accettare il passaggio dagli uffici al parquet del suo dirigente preferito. Per altro, è un’operazione a costo zero: siamo a poche settimane dall’11 settembre e MJ decide di devolvere l’intero stipendio da veterano base – 1 milione di dollari – ad un’associazione per i parenti delle vittime dell’attentato al World Trade Center.
Per quanto possa essere vecchio e malandato, poi, l’apporto di un fenomeno come Jordan – sia da un punto di vista tecnico che d’immagine schifo non fa ai Wizards, una franchigia perdente e col palazzo sempre vuoto. Al solo annuncio del suo ritorno, gli abbonamenti stagionali si esauriscono e la Lega stravolge i palinsesti nazionali per poter trasmettere le partite del 23 negli orari di punta.
Sono convinto che abbiamo le basi per costruire una squadra da Playoffs. L’opportunità di insegnare ai nostri giovani giocatori e aiutarli a portare il loro gioco a un livello superiore ha fortemente influenzato la mia decisione.
Sulla carta, dunque, l’idea di MJ è quella di tornare da facilitatore, contribuendo alla maturazione dei propri compagni e alla costruzione di una mentalità vincente in uno spogliatoio senza punti di riferimento.
Non c’è modo migliore di insegnare ai giovani giocatori che essere in campo con loro come compagno di squadra, non solo negli allenamenti, ma durante le partite.
E qui iniziano i problemi. Il 27 novembre Jordan sale sull’aereo di squadra dalla scala posteriore, dove siedono i vari giornalisti a seguito dei Wizards, che hanno appena subito una sonora sconfitta di 19 punti a Cleveland. Guarda verso i compagni che stanno prendendo posto ed esclama: “Fanculo quei figli di puttana, mi siedo qui con i grandi”. Siamo solo alla 13° gara di regular season e sono già arrivate 10 sconfitte: il processo come mentore, finora, sta avendo gli stessi risultati di quello da dirigente.
Va detto che, a rileggere oggi il roster di quei Wizards, il primo pensiero va a un detto tanto caro alle nostre latitudini: non si può cavare sangue da una rapa. L’unico nome che attira l’attenzione è quello di Richard Hamilton, che nel 2001 entrava nella sua terza stagione da professionista. Il prodotto di UConn sembrerebbe l’allievo ideale per MJ, soprattutto da un punto di vista tecnico, avendo fatto del gioco dalla media un marchio di fabbrica, come Black Jesus. Ma arrivato con uno status importante – campione NCAA, All-American, settima scelta al Draft – e vedendosi negare la licenza di uccidere, mal sopportava l’idea di essere sotto la protezione di qualcuno, anche se del suo idolo cestistico. Quando Jordan saltò una partita vinta dai Wizards per dare tregua alle sue ginocchia, Hamilton nel dopopartita non nascondeva una certa soddisfazione.
I ragazzi sono orgogliosi e vogliono mostrare che possiamo giocare anche senza Michael, spero che abbia visto la partita e possa capire meglio il nostro gioco.
Il rapporto tra i due è fatto di alti e bassi e la squadra ha avuto poche volte la possibilità di sfruttarli insieme, dati i vari problemi fisici di entrambi in quella stagione: va detto che quando sono stati in salute, Washington ha vinto con regolarità, assomigliando in tutto e per tutto a una compagine da Playoffs.
Nella stagione seguente, però, Rip venne spedito a Detroit in cambio di Jerry Stackhouse, secondo gli addetti ai lavori perché Jordan e coach Doug Collins, da sempre suo scudiero, dubitavano della sua durezza mentale. In ogni intervista successiva, Hamilton ha parlato di quanto MJ sia stato fondamentale per la sua carriera, ma è indubbio che solo lontano dalla sua area d’influenza abbia trovato la felicità – leggasi top scorer dei Pistons campioni NBA meno di due anni dopo.

Ancora più eclatante è il caso di Kwame Brown, per il quale il processo di tutorship di MJ è stato estremamente più turbolento. Brown è di fatto un uomo di Jordan: l’ultima mossa da dirigente prima di tornare in campo è stato spingere per la sua scelta con la prima pick assoluta del Draft 2001.
Il ragazzo viene direttamente dal liceo e a detta di molti addetti ai lavori ha grande potenziale: una combinazione di stazza e velocità che non si potevano insegnare e una muscolarità già adatta al livello NBA. Gli basterà imparare qualche movimento in post e dominerà per gli anni a venire, si pensava.
Brown si rivela essere uno dei più grandi abbagli nella storia dello scouting NBA. Arriva al training camp piuttosto fuori forma e palesando, alle prime schermaglie sul parquet, una serie di enormi limiti: sbaglia movimenti e passaggi elementari, ha difficoltà a trattenere il pallone a rimbalzo, appare smarrito in attacco e in difesa. Jordan, in un primo momento, lo prende sotto la sua ala, lo aiuta, lo motiva: cerca insomma di trasmettergli quella competitività e ossessione per la vittoria che lo ha sempre contraddistinto.
Rapidamente ci si rende conto che lo spirito di sacrificio e la professionalità di Kwame sono davvero deficitarie, probabilmente in modo genetico e irrecuperabile. Durante un allenamento, Michael, frustrato dal suo ennesimo atteggiamento “leggero”, lo apostrofa con un insulto omofobo e altri improperi che portano Brown vicino alle lacrime.
Ha sempre preteso troppo dai compagni. Senza dubbio, molti di loro si sono sentiti maltrattati, alienati, discriminati e hanno provato molto risentimento nei suoi confronti.
(Tex Winter)
Finora il quadro proposto non è dei più idilliaci, ma limitarsi a presentare le due annate di Jordan a Washington legandole solo al fallimento della squadra e alla sua incapacità di fare da chioccia ai compagni sarebbe estremamente riduttivo, soprattutto perché le prestazioni sul campo parlano da sole.
Sì, potevano capitare sere in cui sbagliava un comodo appoggio al tabellone o si faceva stoppare da giocatori che qualche anno prima non gli avrebbero nemmeno portato il borsone. Ma in un mese in cui le ginocchia gli davano un minimo di tregua poteva piazzare una decina di partite a quasi 30 di media o giocate senza tempo.
Emblema di questa altalena sono i giorni di Natale del 2001. Il 22 dicembre i Wizards sono al Madison Square Garden sull’83 pari a tre secondi dalla sirena finale. Jordan porta Sprewell verso il gomito destro, si alza in leggero fadeaway come ha fatto per una carriera intera. Canestro e vittoria.
4 giorni dopo, Washington è ospite degli Charlotte Hornets: Jordan ne segna 28 ma tirando trenta volte, forzando e sbagliando molto e i padroni di casa ne escono vittoriosi. Il giorno dopo, in back-to-back, MJ è un ectoplasma sul campo dei Pacers: segna 6 punti in 25 minuti d’impiego, il punteggio più basso della sua gloriosa carriera. Coach Collins lo toglie dalla gara già compromessa, per farlo rifiatare in vista di un altro match di lì a due giorni: così facendo, interrompe di la sua striscia di 866 partite consecutive oltre i 10 punti.
Sull’aereo che ci riportava a Washington si sedette vicino a me e mi chiese: “Pensi ancora che io possa giocare?”, al che risposi: “Certo, per questo sono qui, credo ancora in te, Michael”. “Ho bisogno di sapere solo questo, hai fatto bene a togliermi stasera, non mi importa della striscia. Voglio solo sapere che credi ancora che possa giocare a questi livelli.”
(Doug Collins)
L’aereo atterra alle 3 del mattino: alle 7.30 MJ è in palestra con Tim Grover ad allenarsi. La sera successiva Charlotte arriva all’MCI Center della capitale statunitense: Jordan segna 24 punti nel primo quarto, all’intervallo sono 34, alla sirena finale sono 51 in 38 minuti in una comoda vittoria. Due sere dopo ne mette 45 contro i New Jersey Nets che quell’anno saranno finalisti NBA, trascinando i Wizards a una W per 98 a 76: 96 punti in meno di 48 ore a quasi 40 anni, con tutti i problemi fisici possibili. “Te l’avevo detto che posso ancora giocare”, disse a fine partita a coach Doug Collins.
In totale, nelle sue ultime due stagioni, Jordan ha segnato 21,2 punti a partita con il 43% al tiro, sei rimbalzi, quasi 5 assist e una rubata e mezzo a partita. Oltre venti punti a partita nella Lega più competitiva del mondo, giocando di pura intelligenza e tecnica, usando ogni mezzo rimastogli a disposizione: una volta erano il primo passo micidiale e un atletismo insano; ora, il trash talking, l’intimidazione data dal suo status e l’astuzia nel gioco di piedi.
La stagione 2002-2003 è quella del lungo commiato dalla pallacanestro e ogni partita in trasferta diventa un occasione, per i tifosi dei tutto il paese, di stringersi attorno a uno dei più grandi di sempre, con montaggi strappalacrime, messaggi di saluto e discorsi accorati. Emblematico è l’All-Star Game di Atlanta, iniziato con il bellissimo gesto di Vince Carter che cede a MJ il posto da titolare e si chiude con lo sciagurato fallo di Jermaine O’Neal su Kobe, che rovina un possibile game winner di Jordan.
Ma il picco di emozioni si tocca con lo show dell’intervallo, lasciato alle sapienti corde vocali di Mariah Carey, col suo leggendario abito/maglia da gioco del 23. “A hero lies in you”, canta la diva: Michael si commuove, poi si ricompone e parla al pubblico.
Voglio ringraziare tutti, i miei compagni, i miei avversari e i fan della pallacanestro in generale, non solo i miei fan. Ho ricevuto il testimone dai grandi prima di me come Dr. J, Larry e Magic, io lo passo a questi All-Star e al resto degli atleti nella NBA. Ora posso tornare a casa e sentirmi in pace con il Gioco.
È evidente che l’addio in quel di Salt Lake City, con quella mano in follow-trough e i tifosi Jazz disperati sullo sfondo, aveva un grado di purezza e perfezione che inevitabilmente le due stagioni ai Wizards hanno intaccato. È altresì vero che la terza scorribanda nella Lega di MJ non è assimilabile a quelle malinconiche (e pericolose) carriere pugilistiche che si allungano più del dovuto.
Due anni che rimangono degni di nota per l’incapacità di Michael di controllarne gli esiti, come sembrava scontato in quel di Chicago dal 1991 in poi. Due stagioni perdenti, dove ha offerto prestazioni straordinarie, così come molte di scarso valore, in cui ha segnato tanto, forzando molto, in cui si era posto degli obiettivi che non ha raggiunto, in cui ha dimostrato di poter ancora giocare ad alto livello nonostante un evidente decadimento fisico.
Per molti fan resterà sempre un capitolo da dimenticare, quasi da eliminare dalla sua storiografia. Per chi vi parla – e credo molti altri – resta una tappa essenziale per tracciare ancora meglio il profilo del più grande giocatore di basket che sia mai esistito: la definitiva testimonianza della sua grandezza.
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