Quella di Stephen Curry contro i San Antonio Spurs è un’altra notte leggendaria per un giocatore leggendario, ben oltre il tiro da fuori.

Questo articolo è una traduzione autorizzata. La versione originale è stata scritta da Joe Viray e pubblicata su SB Nation, tramite accesso da Celtics Blog, tradotto in italiano da Marco Barone per Around the Game.
Non si può fare a meno di ammirare la strategia messa a punto dall’allenatore dei San Antonio Spurs Mitch Johnson per iniziare la rivincita contro i Golden State Warriors in NBA Cup. Una provocazione arrivata già dal primo minuto, usando una classica azione del playbook dei Dubs per preparare quello che sarebbe stato un tiro a canestro di De’Aaron Fox praticamente incontrastato. È facile dare la colpa a Moses Moody (il difensore principale coinvolto) per questo canestro, ma vale la pena esaminare perché abbia lasciato Fox così libero di agire (o almeno così sembra).
Per iniziare il possesso, gli Spurs fanno correre Fox con un’azione “Iverson” (se serve una mano con il lessico tecnico, ecco la guida AtG) – correre da un’ala all’altra con l’aiuto di blocchi ai gomiti:

Con Fox che riceve la palla sull’ala destra, osservate Victor Wembanyama che si avvicina lentamente al centro della linea di fondo: una manovra preparatoria per uscire da un allineamento che, ironicamente, gli Warriors hanno reso popolare durante il periodo in cui erano allenati da Mark Jackson: i blocchi “elevator”, le porte dell’ascensore.

Nella maggior parte delle azioni che coinvolgono le porte dell’ascensore, sono i blocchi stessi a essere protagonisti. Tuttavia, ben presto si rivela essere solo un diversivo, uno stratagemma per liberare la corsia di Fox verso il canestro. Moody, aspettandosi che Draymond Green dietro di lui lo aiuti nella penetrazione, sceglie di dare all’avversario la mano destra, quella debole. Sfortunatamente per Moody, non trova l’aiuto che cercava, essendo Green salito per rimanere attaccato a Wembanyama in uscita dall’elevator:

Il fatto che Green lo consideri una minaccia oltre l’arco, tanto da inseguirlo per tutta la lunghezza del campo, testimonia la rapida ascesa di Wembanyama. Si potrebbe addirittura dire che il francese abbia raggiunto un livello rispettabile di “gravità”, un termine storicamente associato alla sua controparte superstar dei Warriors.
A 37 anni, Steph Curry mantiene ancora un alto livello di rispetto da parte delle difese. Alcuni direbbero che questo rispetto sconfina nel regno della paura, tanto che gli avversari mandano più difensori su Curry, rischiando di giocare in inferiorità numerica in difesa.
La capacità di Curry di deformare il campo è altrettanto temibile quando non ha la palla. Ecco perché, in modo concettualmente e spiritualmente simile a come gli Spurs hanno disegnato il canestro di Fox sopra, Steve Kerr e gli Warriors usano la gravità di Curry praticamente allo stesso modo di seguito per creare spazio per Jimmy Butler, che subisce un fallo.
Curry si avvicina lungo la linea di fondo allo stesso modo di Wembanyama sul set delle porte dell’ascensore. Esce dal blocco “gut” di Green al centro, occupando l’attenzione del lungo francese abbastanza da non poter aiutare Butler nell’attacco a canestro:

Questo “salire” di Curry per aiutare Butler ad attaccare il canestro non è così appariscente come alcuni dei modi più espressivi con cui crea confusione nella difesa avversaria. Ma nel corso della carriera di Steph, la sottigliezza è stata potente ed efficace quanto l’evidenza. La prima è stata esemplificata dal concetto piuttosto semplice mostrato dal gioco dalla linea laterale (SLOB) sopra, mentre la seconda è stata evidente attraverso i vari modi in cui Curry ha tagliato la difesa degli Spurs nella vittoria per 109-108 nella NBA Cup, sia attraverso la sua brillantezza con la palla che la sua maestria senza palla.
Quando Wembanyama era in panchina, il suo posto nel ruolo di centro è stato occupato da Luke Kornet, una valida alternativa ma chiaramente inferiore in termini di capacità difensive. Gli Warriors hanno immediatamente preso di mira Kornet, facendo in modo che chiunque lui marcasse facesse da bloccante per Curry, mettendo alla prova la volontà del lungo di farsi avanti – cosa che, come sembrava inizialmente, non era molto disposto a fare:

Nell’unica occasione in cui Kornet è riuscito a rubare spazio a Curry, è bastato trovare Butler in corsa per ottenere un altro paio di tiri liberi:

Per correttezza nei confronti di Kornet, la questione di chi marcasse Curry – individualmente e nelle situazioni di blocco sulla palla – non sembrava avere molta importanza. Quando gli Spurs hanno fatto marcare Gary Payton II a Kornet invece che Al Horford, per mandare Keldon Johnson a marcare Curry, quest’ultimo ha semplicemente approfittato di un cambio non corretto:

Anche Wembanyama è caduto vittima delle astuzie di Curry con la palla, un tratto distintivo di un all-timer – nel senso che, indipendentemente dalla qualità del difensore che lo marca, compreso un fenomeno difensivo generazionale come il francese, Curry troverà il modo di farlo sembrare fin troppo facile:

Steph ha trovato tutte le risposte alle domande che gli Spurs gli hanno posto. Se provi a marcarlo a uomo, rischi di subire un taglio back-door, come in questo classico schema SLOB degli Warriors chiamato “WTF” (letteralmente “What the fuck”, chiamata divenuta virale):

Resta vicino a Curry mentre il tuo difensore sceglie la stessa strategia su questo schema dalla linea di fondo (BLOB) e il 30 creerà uno spazio per Green, trasformando un giocatore che, isolato, non rappresenta una grande minaccia offensiva in una fonte di punti indispensabile:

E questo una sera dopo aver coinvolto Wembanyama in un esercizio di sottile manipolazione, utilizzando una delle loro azioni standard a metà campo (“Quick Touch”) per costringere il francese a scegliere: rimanere fermo nell’angolo e rinunciare a un tiro da due punti, oppure aiutare staccandosi da Al Horford per fermare la palla:

Gli Warriors, sfruttando ancora una volta la capacità di Curry di attirare due difensori su di sé con un blocco, adottano il concetto di “quick action” e dimostrano nuovamente la loro abilità nel manipolare sottilmente Wembanyama, costringendolo a prendere una decisione che, in sostanza, determinerà il destino della partita:
I 49 punti di Curry con un incredibile 83% di True Shooting – due giorni dopo aver totalizzato 46 punti con il 72% di True Shooting – gli hanno fatto guadagnare un paio di primati: quello di giocatore più anziano nella storia NBA ad aver realizzato prestazioni consecutive con oltre 46 punti, e quello di aver eguagliato il grande Michael Jordan con la sua 44ª partita con 40 o più punti, il massimo per qualsiasi giocatore di età superiore ai 30 anni. Riuscire a compiere tali imprese con entusiasmo, portando la sua squadra a un’altra vittoria grazie al modo in cui mette in difficoltà le difese avversarie, smentisce i suoi 37 anni.
Una prestazione del genere dimostra come il vecchio leone rimanga più che mai ribelle nei confronti delle bestie più giovani che sfidano il suo dominio e la sua leadership sul branco. La fina per questo livello di pallacanestro di Stephen Curry esiste sicuramente, e a un certo punto, purtroppo, la raggiungerà. Ma per una notte, e forse per molte altre notti a venire, rimane estremamente lontana.
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