Non è la prima volta che la nuova ala dei Golden State Warriors lascia una franchigia sbattendo la porta. Alla base di tutte queste rotture, un desiderio di vittoria quasi sempre incomunicabile.

Un romanzo di qualche anno fa, ambientato in una città che vive ogni giorno l’angosciosa colpa di aver dato i natali a chi sta scrivendo queste righe, ha dato origine, con il proprio titolo, a un motto che, come tutte le sentenze proverbiali, appare ormai usato e talvolta anche abusato: La solitudine dei numeri primi. Al di là di poco consoni tentativi esegetici, si tratta di un titolo efficace anche per raccontare la vicenda sportiva di Jimmy Butler. Un atleta di altissimo livello, capace di stagliarsi sopra la mediocrità tramite il proprio talento, ma allo stesso tempo caratterialmente e sportivamente troppo solitario e spigoloso, spesso avviluppato in un vortice di incomunicabilità il quale, pur non toccando il dramma romanzesco, ha talvolta comportato uscite di scena roboanti, liti pubbliche, azioni d’impatto umano e mediatico che hanno per certi versi macchiato la legacy di questo straordinario giocatore di pallacanestro, scivolando in alcuni casi nel grottesco. Situazioni che ovviamente non vedono in Jimmy l’unico responsabile e spesso anzi originano da scelte poco comprensibili di dirigenze non al livello di una superstar di questo calibro, ma che, allo stesso tempo, vanno considerate in un pattern che sembra ormai estendersi a tutta la carriera del nativo di Houston. Eccone un piccolo riassunto.
Leaving the Motherlode: l’addio ai Chicago Bulls

Non si possono raccontare le uscite di scena di Jimmy Butler senza partire dallo scambio che ha allontanato il nuovo numero 10 dei Golden State Warriors dalla squadra che lo aveva scelto al Draft: i Chicago Bulls. Per comprendere questa prima, dolorosa, separazione, tuttavia, si deve tornare all’estate precedente alla trade, quella del 2016. I Bulls hanno appena mancato i Playoffs per la prima volta dopo otto anni, dall’arrivo, cioè, di Derrick Rose, e sono decisamente propensi a scambiare una delle due stelle sotto max contract per iniziare un processo di retooling che porti a sconfiggere la retorica della “bella e incompiuta” che sembrava perseguitarli.
Butler è convinto di essere il predestinato a partire: Chicago è una città particolare nel rapporto con i propri figli (con Isiah Thomas come unica, inevitabile eccezione) e per questo, nonostante gli infortuni, sembra difficile ipotizzare che a partire tra i due sia Derrick. La sera del Draft, i sospetti sembrano concretizzarsi, con il nome di Butler che viene più volte menzionato in scambi con i Boston Celtics, che avrebbero scelto Jaylen Brown con la numero tre, e i Minnesota Timberwolves, i quali con la quinta chiamata avevano selezionato un giocatore che a Chicago sembrava perfetto per dare il cambio a Rose e inserirsi nel nuovo sistema di gioco: Kris Dunn. A favorire Minnie, poi, un dato non certamente secondario: in panchina si era infatti da poco seduto Tom Thibodeau, il grande architetto delle edizioni precedenti dei Bulls nonché in quel momento, nonostante gli inevitabili alti e bassi di un rapporto tra due personaggi non esattamente smussati negli angoli, una delle persone del basket verso cui Jimmy nutriva maggiore stima.
I discorsi da retropalco, tuttavia, non si concretizzano, e a partire è inaspettatamente proprio Rose, in direzione New York Knicks. Lo stesso Butler, nonostante un tono inopinatamente diplomatico, lascia andare qualche sassolino in direzione Derrick, soprattutto rispetto al fatto che dovesse essere l’ex-MVP, tra i due, il giocatore da lasciare andare.
“Mi hanno chiamato e non posso dire di essere stato sorpreso, sapevo che doveva essere uno dei due, sarò onesto. Ovviamente ho apprezzato molto il fatto di poter giocare con lui. Sono arrivato nella Lega quando era MVP e ho un grandissimo rispetto per lui. Non ho cose negative da dire, gli auguro il meglio.”
Ad aiutare Butler nella missione di risollevare la franchigia, comunque, vengono chiamati due veterani di spessore e dal sicuro impatto mediatico: l’altro nativo di Chicago Dwyane Wade e Rajon Rondo. I Bulls vengono quindi sin dal principio esaltati da bookmakers e analisti come favoriti per la Eastern Conference insieme ai campioni uscenti dei Cleveland Cavaliers e proprio a New York, che ha aggiunto a Rose e Carmelo Anthony anche un altro ex-Bull: Joakim Noah.
La scelta di puntare su due giocatori di esperienza, comunque, non era stata fatta soltanto al fine di avere un upside tecnico: Butler, infatti, aveva lamentato già durante la stagione precedente lo scarso carisma di coach Fred Hoiberg, criticandone poco velatamente lo stile rilassato e, per certi versi, ancora collegiale. La scelta di portare Wade e Rondo, quindi, era funzionale sia per la possibilità di avere in squadra due giocatori capaci di guidare i giovani, sia per calmare le ire di un Jimmy sempre meno contento della direzione della squadra e sempre più frustrato da un desiderio di vincere che a tratti la franchigia non sembrava recepire.
“Credo nei ragazzi di questo spogliatoio, ma credo anche che alle volte dovremmo essere allenati più duramente. So che Fred è un ragazzo tranquillo, e lo rispetto per questo, ma quando qualcuno non fa quello che dovrebbe devi stargli addossi, me compreso. Devi fare ciò che serve e che si è preparato su un campo da basket.”
Nonostante le premesse sulla carta ottime, la stagione naufraga molto presto, con Jimmy e D-Wade che, dopo una brutta sconfitta contro Atlanta della fine di gennaio, attaccano con forza i giovani del gruppo litigando anche con Rondo, difensore di quest’ultimi. Da lì a separarsi, il passo è molto breve: dopo la sconfitta ai Playoffs contro i Boston Celtics al primo turno, il destino di Butler sembra ormai segnato. Nonostante all’interno dell’ambiente la consapevolezza della necessità della separazione sia ormai maturata, i dirigenti dei Bulls si affrettano, alla fine di maggio, a incontrarsi con Jimmy per discutere della stagione successiva. Paxson e Forman, i due plenipotenziari, utilizzano tuttavia un linguaggio criptico, che rompe definitivamente l’innocenza cestistica di Jimmy, e forse origina il villain arc che ha fatto tremare le dirigenze di mezza NBA.
“Pensavo di rimanere Non voglio dire cos’hanno detto parola per parola, ma ero convinto di rimanere. (…) Chicago è casa per me”
Con questa consapevolezza interiore, sebbene macchiata dalle peregrinazioni verbali di un Paxson fortemente intenzionato a non dire assolutamente mai quello che pensa, Butler parte per Parigi in compagnia di Carmelo Anthony e dell’amico Wade. Proprio dalla capitale francese, nella notte tra il 22 e il 23 giugno 2017, arriva la notizia del suo passaggio dai Chicago Bulls ai Minnesota Timberwolves in cambio della scelta che sarà Lauri Markkanen, Zach Lavine e Kris Dunn; Jimmy, dopo un anno di distanza, si sarebbe quindi riunito ancora una volta con coach Thibs.
Nonostante la soddisfazione e la tranquillità espressa dai suoi agenti e dalla stessa ala piccola, tuttavia, una spia del nervosismo di quei giorni così concitati è riscontrabile nelle dure parole, poi smentite, che il trainer del giocatore twitta a poche ore dall’ufficialità dello scambio, con Gar Forman, GM di Chicago, etichettato semplicemente come “bugiardo”. Un primo addio brusco, in questo caso certamente non voluto, che apre la strada a una valanga caratteriale difficilmente prevedibile.
The Lone Wolf: i 18 mesi a Minnesota

Il primo anno di Jimmy Butler ai Minnesota Timberwolves non può che considerarsi un successo: nonostante un grave infortunio durante il mese di marzo che aveva in parte compromesso il record di squadra, infatti, Jimmy aveva chiuso la stagione 2017/18 con 22.2 punti, secondo miglior dato in carriera, 4.9 assist e 5.3 rimbalzi ad allacciata di scarpe, entrando tanto nelle squadre All-Star quanto nel terzo quintetto All-NBA. Minnie, inoltre, era tornata ai Playoffs dopo 13 anni al termine di un combattutissimo spareggio all’ottantaduesima stagionale vinto contro i Denver Nuggets.
Nonostante la bruciante sconfitta contro Houston ai Playoffs, quindi, sembrava di trovarsi all’inizio di un ciclo, anche per la giovane età dei compagni di viaggio di Jimmy, i talentuosissimi Andrew Wiggins e Karl-Anthony Towns. Non sembrava preoccupare, infatti, l’eruzione in conferenza stampa dello stesso Butler al termine della tiratissima partita di aprile contro i Memphis Grizzlies, l’ultima prima dello scontro diretto finale.
“Oggi abbiamo giocato soft. A volte lo facciamo. Quando giochiamo duramente succedono belle cose, come abbiamo sempre detto. Penso che chiunque, a prescindere dal proprio talento, debba competere, fare il proprio lavoro.”
I discreti risultati sul campo e il rapporto preesistente tra Butler e il President of Basketball Operations, lo stesso Thibodeau, avevano permesso di minimizzare questi peccati di gioventù dei due compagni, facendo azzardare ai commentatori una facile previsione di rinnovo, data l’eleggibilità di Jimmy per un max contract in estate. Il 13 luglio 2018 arriva una parziale conferma di queste voci, con ESPN che annuncia un offerta di estensione quadriennale a oltre 100 milioni di dollari complessivi. Jimmy rifiuta e lascia i Grandi Laghi per tutta l’estate. Sempre per la solita chiarezza comunicativa degli addetti ai lavori NBA, si scoprirà poi che il giocatore aveva lasciato l’incontro convinto di aver chiarito l’idea di far scadere a giugno 2019 il proprio contratto e poi andare altrove, mentre Thibodeau giurerà per tutta la vita di aver concordato di parlare nuovamente di estensione.
Dopo un agosto vacanziero, il 18 settembre Jimmy Butler rimette piede a Minneapolis in vista del Media Day. Incontratosi con Thibodeau, conferma le proprie intenzioni: non forzerà la mano, ma gli piacerebbe giocare altrove. Thibodeau, visibilmente stupito di tale ovvietà, nega lo scambio, causando la rottura e la ripartenza di Butler, che, con la scusa di non voler rischiare infortuni prima di uno scambio che gli è stato nei fatti negato, riparte immediatamente e annuncia di non volersi presentare al training camp.
Gli spifferi in casa Minnie sono fortissimi, e poche ore questa decisione segretissima, tanto Woj quanto Shams riportano in maniera praticamente integrale le parole di Jimmy e le sue destinazioni preferite: New York, entrambe le sponde, e Los Angeles Clippers, squadra che sta iniziando a rifondare intorno a talenti come Shai Gilgeous-Alexander. A uno di questi tweet risponde in maniera quanto più possibile pacata il fratello di Andrew Wiggins, Nick, che fa sapere al mondo del basket di quanto profondo sia il legame tra Andrew e Jimmy con un eloquente “Alleluia” circa la richiesta di trade.
Il 22 settembre, per aggiungere normalità alla situazione, il proprietario di Minnesota Glen Taylor fa sapere ai 29 omologhi avversari di poter scambiare lui in prima persona Butler nel caso in cui i GM trovassero dei problemi a passare per la sua dirigenza, sconfessando, nei fatti, la linea della fermezza e della sospensione a tempo indeterminato in vista di un possibile accordo tenuta dallo staff di Thibs. Seguono due settimane di tregua armata, in cui Taylor, ormai perfettamente calato nel ruolo di protagonista del biopic su Aurelio de Laurentiis, decide di minare in maniera sistematica qualunque azione della propria area sportiva. Nonostante questi tentativi di auto-sabotaggio, tuttavia, all’allenamento del 10 ottobre, uno degli ultimi prima del via della stagione, vede realizzarsi un miraggio: Butler entra dalla porta come se nulla fosse, e inizia l’allenamento coi compagni.
Arrivati alla partitella, Thibodeau pensa sia il momento di certificare la ritrovata distensione, ma Jimmy lo precede, schierandosi con le terze linee (si, le terze, G-League e poco altro) e sfidando i titolari, capitanati, ovviamente, dagli amici-nemici Wiggo e Towns. Ne sussegue uno scrimmage tumultuoso, in cui Butler, rinfrancato dal vantaggio presto acquisito, si lascia andare a esternazioni pesanti contro i due sconfitti.
Nulla di preoccupante, pensa Thibodeau, si è sempre nel chiuso delle ermetiche facilities NBA, e i media non erano invitati all’allenamento, quindi dovrebbe essere facile rimettere tutto sotto al tappeto. Woj, tuttavia, è di altro avviso, e la stessa sera del 10 ottobre esce con la trascrizione.
L’11, il giorno dopo lo scandalo, va in scena un altro Butler classic: il pentimento. Jimmy tiene uno dei suoi celebri players-only meeting, all’interno del quale, in un cambio di rotta giroscopico, afferma di non essere stato capito, di avere come nemico soltanto la dirigenza e di voler competere anche nella prossima stagione con i propri compagni, anzi, con i propri fratelli. Un’altra apertura prontamente chiusa da Glen Taylor, che alla vigilia della prima stagionale fa sapere di volerlo scambiare. Nonostante ciò, il 17 ottobre Jimmy gioca, anche molto bene, la prima stagionale contro San Antonio. Dopo un buon inizio a livello numerico, tuttavia, i rapporti, per quanto possibile, si guastano ulteriormente. L’acme tragicomico si raggiunge a inizio novembre. Butler ha appena saltato una partita per un terribile infortunio indicato come “general soreness” (dolorini generali?) e sta guardando dalla panchina i suoi Wolves nettamente battuti dai campioni in carica dei Golden State Warriors. Verso la fine della gara, forse per dimostrare che il genio è realmente fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione, Butler decide di unirsi ai tifosi di casa e sventolare il proprio asciugamano per festeggiare la vittoria contro… sé stesso. Da lì ad andarsene, il passo è breve.
Philadelphia: Brotherly Love

A una settimana dalla sventolata della Bay Area, arriva finalmente il tanto agognato scambio. Jimmy passa a un’altra contender con due stelle in rampa di lancio come i Philadelphia 76ers in cambio di Dario Saric, Robert Covington, Jerryd Bayless e una scelta al secondo giro. La presa di Jimmy sembra essere il pezzo del puzzle mancante per arrivare finalmente a competere, come ricorda fin da subito il GM Elton Brand, autore di uno smantellamento generale dei role player della squadra al fine di arrivare a quanti più giocatori di alto livello possibile. L’inizio è idilliaco: alla conferenza stampa del 13 novembre Butler si autodefinisce “un essere umano e un compagno di squadra incredibile” e, in piena linea col personaggio, afferma di essere finalmente nel posto giusto per vincere. Dopo una vittoria contro Phoenix, inoltre, arriva inoltre il battesimo più philadelphiano possibile: un insolitamente lungo abbraccio fraterno con Allen Iverson, che dichiarerà poco dopo alla stampa di non aver conosciuto Butler quella stessa sera.
La luna di miele è anche con i compagni di squadra: Jimmy scherza con tutti e arriva addirittura, in una partita contro Washington di fine novembre, a mettere una fascetta coordinata con Ben Simmons per “testimoniare il loro rapporto fraterno”. L’apice per la città si tocca il 6 febbraio, quando, a una squadra che ha vinto 25 delle 39 partite disputate con Jimmy, viene aggiunto dai Detroit Pistons anche Tobias Harris. In realtà sarà l’inizio della fine. L’aspetto tecnico della stagione è arcinoto: la sorpresa in Gara 1 contro i Brooklyn Nets di Kenny Atkinson (particolarmente caro a chi vi scrive) e i rimbalzi fatali nella sfida decisiva con i futuri campioni dei Toronto Raptors. A essere meno esplorato, anche per la damnatio memoriae a cui è stato condannato in maniera non totalmente ingiusta Elton Brand, è il processo decisionale che in quell’estate, caso unico nella sua carriera, porterà Butler ad essere ceduto contro la sua volontà.
Era evidente sin dal principio, infatti, che sarebbe stato molto difficile trattenere, con contratti adeguati al proprio stato, sia Jimmy che Tobias. Si sarebbe andati infatti pericolosamente vicini all’hard cap, spendendo cifre inusitate per due giocatori ritenuti molto simili. A essere decisivo per l’impopolare scelta di andare su Harris e non sul texano, tuttavia, sarebbe stato proprio il fratellino Ben Simmons, poco contento di essere utilizzato da alla grande off-ball durante i Playoffs, e desideroso di aggiungere tiratori a quella che credeva essere la sua squadra.
A luglio, la decisione: via Butler, quindi, spedito ai Miami Heat per il decisamente più economico Jason Richardson, dentro Al Horford, firmato a cifre che non ci sentiamo di riportare, cercatele a vostro rischio e pericolo, e il rinnovo a 180 milioni complessivi di un decisamente logoro Harris. Un’ecatombe cestistica che causerà l’ira di Joel Embiid, l’esposizione di tutta la pochezza al tiro di Ben e, in definitiva, il carrozzone delle ultime cinque stagioni, Doc Rivers compreso. Per Butler? Due Finali, una carriera, fino a quest’anno, da simbolo di Miami e la soddisfazione di gridare, dopo una vittoria in Pennsylvania, la seguente frase:
“Tobias Harris over me?!”
Miami Heat: 1000 giorni di te e di me

Al di là della durata simile alla nota canzone, l’addio di Jimmy da Miami, avvenuto nelle scorse settimane, è eminentemente baglioniano, con una coppia che “ha fatto invidia al mondo”, ma non ha vinto.
Le tensioni, come noto, sono incominciate ben prima dello scambio dello scorso 5 febbraio. Gli infortuni dello scorso anno, accompagnati da sarcastici commenti sull’incapacità dei compagni di competere ai Playoffs (NdA: ogni sezione di questo articolo sembra una mini-versione de “Il giorno della marmotta”) non erano piaciuti a Pat Riley, che lungo l’inverno ha portato avanti una guerra di dichiarazioni, sospensioni, post Instagram di Kevin Love per smorzare la tensione.
Alla fine si è arrivati a quella che sembra essere una soluzione che accontenta tutti: giovani (e sani) giocatori in Florida, una nuova avventura per Butler, che, ovviamente, in conferenza stampa ha detto di essere un compagno di squadra esemplare e di essere nel posto giusto per vincere.
A febbraio 2027, per la possibile parte 2.