Anche perché, per un mercato così grande come quello dei New York Knicks, un digiuno che dura dal 1999 non è sostenibile. Così come per questo nucleo non è più accettabile mancare le NBA Finals.

Jalen Brunson guiderà i Knicks alle Finals NBA?
FOTO: NBA

Ogni essere umano è sottoposto a un livello massimo di sopportazione che spesso viene definito “finestra di tolleranza”. Si tratta dello spazio entro il quale avviene la gestione delle difficoltà, degli impulsi esterni e interni, delle emozioni negative e positive. Varia da persona a persona e, in quanto tale, è impossibile da parametrare. Per un tifoso di lunga data dei New York Knicks, però, non è una finestra, più un portone.

La squadra provoca da sempre emozioni contrastanti. Ad alti, altissimi, corrispondono bassi, bassissimi. Tra 1994 e 2000, quel nucleo dei Knicks è arrivato sempre oltre il secondo turno, raggiungendo addirittura le NBA Finals per due volte. Non ha mai vinto un titolo, e New York non è tornata a giocarselo nell’atto conclusivo dal 1999. Dalle stelle alle stalle.

Lo scorso anno qualcosa è cambiato. Dopo un quarto di secolo di sofferenza, la squadra è tornata alle Conference Finals, portando a festeggiamenti di ogni tipo in città dopo aver battuto inaspettatamente in sei gare i Boston Celtics, che li avevano sempre piallati in stagione. Entusiasmo, frenesia, come solo nella Grande Mela se ne trova. Il picco massimo si è toccato in Gara 1 contro gli Indiana Pacers, sul +14 a meno di tre minuti dalla fine. Una partita apparentemente già vinta, soprattutto per una squadra così clutch come la New York di Jalen Brunson, e la sensazione di essere superiori.

Pochi minuti di gioco dopo, quel picco massimo si è trasformato nel punto più basso emotivamente che un tifoso possa toccare.

Dallo shock provocato dalle triple di Aaron Nesmith e Tyrese Haliburton, i Knicks sono usciti scossi. Dopo aver perso la serie, hanno licenziato Tom Thibodeau, capro espiatorio a fine ciclo da sostituire (giustamente) con un nome più tattico come Mike Brown. La stagione è stato ottima, salvo un calo in corrispondenza di gennaio, coronata anche dalla vittoria della NBA Cup. Ma dopo quella serie contro i Pacers, persa così traumaticamente, non poteva bastare a sanare la ferita. L’inizio da 1-2 contro gli Atlanta Hawks stava già iniziando a scuotere la terra sotto l’Empire State Building.

Poi, come sempre, dopo un buio apparentemente eterno, la luce. Da Gara 3 è cambiato tutto, i Knicks hanno fatto di nuovo click. Sette vittorie di fila, tre per chiudere la serie contro Atlanta (+16 in Gara 4, +29 in Gara 5 e +51 in Gara 6) e quattro per spazzare via i 76ers, con un +39 in Gara 1 e un +30 in Gara 4. Un bel +185 di differenza punti in questa striscia, con la differenza punti netta più alta mai registrata nei Playoffs NBA.

L’ennesimo alto, altissimo, che ha fatto luce sul fatto che New York, dal 20 gennaio, ha il 3° miglior record NBA, la miglior difesa e la miglior differenza punti, oltre al terzo miglior attacco.

Alla base del cambiamento ci sono una serie di fattori tattici molto importanti, che saranno una chiave anche contro i Cavaliers, guidati dal Destino fino alle Conference Finals.

La marcatura di Jalen Brunson

Partiamo da questo punto perché, semplicemente, dalle mani di Jalen Brunson passa l’esito di questa serie. La chiave, in realtà, è duplice: chi, tra i difensori dei Cavaliers, si prenderà Jalen Brunson? Su chi, tra i mille attaccanti di qualità di Cleveland, New York proverà a nascondere Brunson? Due domande alle quali servono due differenti risposte.

La metà campo offensiva dovrebbe essere quella che favorisce i Knicks. New York non è più la squadra con isolamento pesante e solo pick&roll vista per ampi tratti della seconda parte di stagione e fino a Gara 3. Adesso gioca molto più di flusso, con Brunson a impostare il maggior numero di blocchi lontano dalla palla della propria carriera, raddoppiando (con margine) le cifre della regular season.

Questo non significa che il suo carico offensivo sia diminuito, ma semplicemente che la sua attività sia meglio distribuita tra possessi con e senza palla. Dopo le prime tre partite contro Atlanta, dove ha prodotto 27.7 punti di media con un volume altissimo e una bassa efficienza (47.2 eFG%), nelle sette gare seguenti ha continuato a viaggiare a 27.3 punti di media, ma con un’efficienza salita del +12.3%, perdendo un pallone in meno a partita e giocando 4.0 minuti in meno di media. Dal 2023, primo anno da stella a New York, non ha mai tirato così poco e mantenuto un’efficienza così alta ai Playoffs.

Per questo motivo, la statistica virale che vede Dean Wade, il miglior difensore di Cleveland, come il “Brunson stopper” conta il giusto. La stella dei Knicks ha tirato 1/15 in stagione, producendo solo 6 punti e 2 assist, con Wade in marcatura, ma vedendo il video qua sotto si può notare come si tratti sia di un ritmo molto basso, sia di situazioni statiche, sia (insomma) di regular season arretrata, quando ancora non c’era nemmeno James Harden:

James Harden che, tra l’altro, spariglia un po’ le carte in tavola a livello difensivo, per New York. I Knicks hanno nascosto Brunson benissimo in questi Playoffs, facilitati contro gli Hawks dalla presenza di Dyson Daniels e/o non tiratori dai quali Towns o chi per lui potessero staccarsi in aiuto, contro i 76ers dalla presenza di un tiratore super battezzato come Kelly Oubre Jr.

I Cavaliers non sono così. Wade, tiratore esitante, ha comunque una buona mano e soprattutto dà a Brunson diversi centimetri, mentre Harden e Donovan Mitchell sono due mostri ad alto volume offensivo che cercheranno costantemente il mismatch. I ragionamenti, in questo senso, vanno fatti in termini di difesa di squadra, mai di 1:1, perché l’influenza su un tiro passa da più giocatori, non solo dal difensore primario.

Partendo da questa base, sarà importante per i Knicks non collassare troppo sulle due bocche di fuoco principali, trattandosi di ottimi passatori capaci di far uscire bene il pallone tanto per i lunghi, quanto per tiratori mortiferi come Max Strus e Sam Merrill. Proteggere Brunson è importante, ma lo sarà di più passare sempre sopra i blocchi senza concedere cambi, uscire alti sul pick&roll (nel caso dei lunghi) con i tempi giusti per negare il palleggio-arresto-tiro, non lasciare troppo margine a rimbalzo in attacco alla coppia Allen-Mobley, evitando di aiutare con troppa foga, soprattutto dal lato forte.

Stancare Brunson e dei Knicks riposati in quella metà campo sarà fondamentale per i Cavs, e New York dovrà saperci fare i conti. Cercando, allo stesso tempo, di preservare anche Karl-Anthony Towns, spesso indaffarato con problemi di falli e divenuto troppo fondamentale per l’attacco di New York.

Karl-Anthony Towns, professione playmaker

La vera svolta per i Knicks è stata l’utilizzo di Towns come playmaker. KAT gira a 8.0 assist di media da Gara 3 (esclusa) contro Atlanta, vantando tre prestazioni da 10 assist. Il tutto, tirando con oltre il 48% da tre punti e il 63.5% da due, rivelandosi un incubo da difendere.

Se per caso a marcarlo è un piccolo, Towns può sfruttare la taglia per chiedere palla in post, attaccandolo e forzando gli aiuti. Se è un lungo, vuol dire che manca rim protection in area. La maggior parte dei suoi assist è arrivata proprio da situazioni statiche, rendendo l’attacco dei Knicks più un quattro fuori-uno dentro con il lungo molto alto (pinch post), anziché uno stabile cinque fuori.

Se a difenderlo è un lungo, inoltre, KAT lo può battere in mobilità o punirlo con il letale tiro da fuori. La prima soluzione è sicuramente la più interessante. Rispetto agli anni passati, Towns si incaponisce meno verso il ferro, senza entrare in modalità sfondamento. I suoi palleggi sono più controllati, ha imparato a decelerare e soprattutto a far uscire molto bene il pallone in corsa, uno dei punti più deboli del suo gioco – e causa di troppi falli in attacco:

Si capisce quanto avere un passatore del genere tra i lunghi apra il campo, e soprattutto renda un problema gli esterni mobili di New York se anche Brunson si muove senza palla e si vuole prevenire una sua ricezione. Mikal Bridges, non a caso, è tornato sé stesso, passando da 7.0 punti di media con il 36% dal campo nelle prime tre gare contro gli Hawks a 15.6 punti nelle sette successive, con il 66.7% dal campo e il 44% da fuori.

Anche se il vero fattore è diventato OG Anunoby, le cui condizioni fisiche saranno da monitorare. Al rientro dopo un turno di riposo a causa del problema all’hamstring, sembra non abbia troppi impedimenti stando alle conferenze stampa, ma mai fidarsi quando c’è uno storico alle spalle. La sua presenza cambia tutto per i Knicks, perché si tratta del loro giocatore più impattante sulle due metà campo.

Intanto, +7.4 di margine netto (su 100 possessi) quando lui è in campo rispetto a quando è fuori secondo i dati stagionali, quasi 90esimo percentile e migliore della squadra. Poi, è il giocatore più efficiente al tiro di questi Playoffs, segnando 21 punti di media con il 63.8% dal campo e il 59.4% su 4.6 triple tentate di media. La sua true shooting è superiore rispetto alla media di questi Playoffs del +17.3%, una cifra folle e al momento senza eguali.

I due lunghi dei Cavaliers dovranno essere bravi a farsi valere nella copertura del pitturato. Dean Wade potrebbe addirittura essere il difensore designato su Towns, lasciando così sempre uno tra Mobley e Allen in aiuto, battenzando Josh Hart, il quale sta tirando benissimo in questi Playoffs ma può rimanere in campo solo facendo così, trattandosi solo di conclusioni senza marcatura. Dalle sue percentuali dipende il successo in attacco dei Knicks, specialmente in questa serie, un tema senza età che abbiamo approfondito QUI.

A quel punto, rimuovendo le linee di penetrazione a KAT o i tagli degli esterni per le ricezioni, il problema principale sarebbe Brunson. Non è un dilemma facile da sciogliere, ma la difesa dei Cavaliers dovrà decidere e poi agire di conseguenza, chiedendo probabilmente uno sforzo extra a James Harden e Donovan Mitchell. Ricordando che comunque, qualora le cose non dovessero funzionare, i Knicks possono contare su Mitchell Robinson, che rispetto a Hart ha molta più forza di gravità verticale in area e potrebbe affiancare Towns per più minuti del solito nella serie, facendo penare i due lunghi dei Cavs a rimbalzo – come successo spesso in passato.

Finals o fallimento

Per quanto temibile e organizzato l’avversario possa essere, i Knicks non hanno scuse. Si sono guadagnati una seconda chance, tra l’altro da favoriti, e devono sfruttarla. Non farlo con tutto questo talento diffuso sarebbe un peccato enorme, anche perché potrebbe trattarsi per l’ultima possibilità per questo nucleo.

Prima di ogni principio tattico, quindi, conterà la fermezza dei Knicks, i quali dovranno trasformare tutti questi giorni di riposo immediatamente in puro agonismo, scuotendosi di dosso tutta la ruggine accumulata. Dovranno impartire il proprio ritmo fin dai primi minuti e impedire ai Cavaliers di galvanizzarsi, soprattutto perché questi ultimi saranno mentalmente prontissimi dopo le due maratone contro Raptors e Pistons. E leggeri, sapendo di arrivare da underdog e dopo aver superato un ostacolo negli scorsi anni apparso insormontabile – quello del secondo turno.

Questo sin qui è stato il problema per i Knicks. Essere favoriti, trovarsi nel picco massimo, una fase alla quale è sempre seguito il tracollo totale. Per evitare che succede di nuovo, devono compiere il passo successivo, adesso. Per questo è NBA Finals o fallimento, perché da un’eventuale sconfitta in questa serie non ci sarà rivincita per molto tempo.