L’incredibile parabola di Skywalker: come uno dei più grandi talenti mai visti su un campo da basket abbia sabotato la sua stessa carriera, riuscendo però a trovare la forza di reagire e riprendere in mano la propria vita.

È l’estate del 2009.

David Thompson è steso su una sdraio, nel giardino della sua casa di Shelby, North Carolina, cercando un fiato di vento che allevii la cappa di umidità che attanaglia tutto il sud degli Stati Uniti.

Chiude gli occhi, riesce a sonnecchiare qualche minuto, quando la sua pace viene sconquassata dalla voce della moglie Cathy che lo chiama dalla cucina: una telefonata per lui da Springfield, Massachusetts, sembra importante.


Mentre si avvicina alla cornetta, lasciata penzolare affianco al frigorifero, ripensa alla sua cerimonia di introduzione nella Hall of Fame, tredici anni prima, e si chiede cosa mai vogliano da lui dopo tanto tempo.

Di tutto quello che poteva immaginare, la notizia che l’emissario dell’organizzazione gli dà va ben oltre ogni sua possibile immaginazione.

– Signor Thompson, una persona vorrebbe fosse Lei a presentarla alla Induction Ceremony.
– Sarebbe un grande onore, di chi si tratta?
– Un attimo che gliela passo…
– David, sono Michael Jordan.
– …
– …David tutto bene?

Il più forte giocatore di tutti i tempi ha deciso, nel momento più solenne della sua carriera, di rendergli omaggio. Niente Dean Smith, né Phil Jackson, né l’amico Charles Barkley o qualche compagno dei Tar Heels di UNC.

Nelle ultime settimane in tanti mi hanno chiesto, perché David Thompson? Io so il perché e anche lui lo sa. È stata la mia più grande fonte d’ispirazione, non solo cestisticamente ma anche per quello che ha incarnato nella sua vita. Tutti noi abbiamo momenti di difficoltà: David ne ha avuti molti e ne è uscito migliore.

MJ, come ben sappiamo, non è mai stato prodigo nel tessere le lodi dei suoi simili – che effettivamente sono ben pochi… – ma su David Thompson, anche durante la propria carriera, non si è mai risparmiato.

Thompson era letteralmente Michael Jordan prima di Michael Jordan: senza la sua parabola cestistica e di vita, non fortunatissima, forse His Airness avrebbe avuto qualche difficoltà in più a plasmare il proprio gioco.

La prima cosa a legarli è la geografia.

MJ è un bambino di 11 anni in quel di Wilmington quando, 200 miglia più ad est, l’uomo soprannominato Skywalker trascina i Wolfpack di North Carolina State al loro primo titolo NCAA, battendo in finale i favoritissimi Bruins di UCLA, guidati da Bill Walton.

Dal soprannome che la stampa gli diede già nei primi anni ’70 si evince facilmente che tipo di atleta fosse: nonostante superasse a malapena il metro e novanta, Thompson vive perennemente sopra al ferro.

Il primo di una lunga stirpe di atleti che, di fatto, nasce con lui.

Più volte interrogato sulla sua devastante elevazione, David riconosce l’effetto di aver trascorso la maggior parte del suo tempo libero allenandosi nel retro di casa, in un’arena improvvisata sul terriccio e la ghiaia, sfidandosi col cugino Alvin Gentry, futuro allenatore NBA.

Thompson frequenta il college negli anni in cui, a causa della Lew Alcindor rule, è vietato schiacciare: se a lui e al suo compagno ad NC State Monte Towe si attribuisce l’inizio dell’uso sistematico dell’alley-oop, è frustrante vederlo obbligato a depositare delicatamente il pallone nel canestro, invece di schiacciarlo poderosamente.

Come invece farà, di lì a poco, tra i professionisti.

Dopo una carriera collegiale da molti definita come la migliore di sempre, Skywalker nel 1975 si trova di fronte alla scelta tra NBA ed ABA: come tanti atleti dell’epoca sceglie la seconda, più elettrizzante e moderna, al fianco di talenti come George Gervin, Moses Malone, Artis Gilmore o Doctor J.

Si accasa ai Denver Nuggets, coi quali disputa una stagione straordinaria, che termina solo con una sconfitta in finale per mano dei New York Nets proprio di Julius Erving.

Col quale condivide un altro momento topico della sua prima stagione da professionista.

Il 27 gennaio del 1976, alla McNichols Sports Arena di Denver, va in scena la prima gara delle schiacciate di sempre, nell’intervallo dell’ All-Star Game. Dopo una sfida diventata leggendaria, Thompson dovrà ancora una volta accontentarsi del secondo posto, solo perché Erving decise di librarsi in volo dalla linea del tiro libero.

Dopo pochi mesi di basket professionistico, soprattutto grazie al suo approccio estremamente spettacolare al Gioco – Thompson è già un simbolo, uno dei volti di punta di un lega, la ABA, che in quella stessa estate viene assorbita dai cugini “per bene” della NBA.

Prima di lui, non si è mai visto un giocatore di 190 cm così aggressivo, così sfaccettato, in grado di chiudere al ferro, posterizzando centri due tacche più alti di lui, battere dal palleggio omologhi di ruolo o segnare dalla media con un jumper pulitissimo.

Skywalker, His Airness, si finisce sempre per parlare di Jordan before Jordan: è quel tipo di giocatore che devi semplicemente sperare non sia in giornata, quando lo affronti.

Nei suoi primi anni nella NBA va oltre le già altissime aspettative, viaggiando sui 26 punti a uscita nelle prime tre stagioni, che lo consacrano come nuovo messaggero del Gioco, in grado di trascinare il basket in una nuova era.

È di aiuto il fatto di giocare in una squadra che, nonostante il passaggio nella nuova Lega, mantiene uno stile di gioco accattivante di stampo ABA, guidata da un giovane coach promettente di nome Larry Brown.

A Denver, quella che gli anglosassoni definirebbero una small market city, Thompson diventa un’assoluta leggenda, un sindaco de facto, un vanto per tutti gli abitanti di una comunità fino a quel momento fuori dal novero delle piazze più importanti.

Il momento più alto della sua carriera arriva il 9 aprile del 1978 in quel di Detroit, durante l’ultima partita di regular season.

Quella sera abbiamo segnato 77 punti in due…sapevamo che si stava giocando con Gervin il titolo di capocannoniere della Lega, ma non ha preso un singolo brutto tiro, non ha mai forzato nulla. Semplicemente, non sbagliava mai.
(Bobby Jones, compagno a Denver)

Parte caldissimo segnando i primi 8 tiri della gara: sono 32 punti alla fine della prima frazione, 53 all’intervallo.

Nel secondo tempo ero distrutto, il gioco allora era molto più fisico e non c’era il tiro da tre punti, quindi la maggior parte dei canestri li ho fatti andando nel traffico, prendendo molti colpi. Ma i miei compagni volevano che puntassi ai 100 punti: non ce l’ho fatta, ma quantomeno sono riuscito a segnarne altri venti…

28 su 38 dal campo senza triple, ancora fuori legge, cui si aggiungo 17 liberi su 20 a bersaglio: una prestazione da 73 punti che, pound for pound e con le regole dell’epoca, forse si attesta come la più incredibile prestazione di sempre nella storia della NBA.

È il suo contract year e anche grazie a quella partita contro i Pistons per David è giunto il momento di battere cassa: 4 milioni di dollari in 5 anni, 800mila l’anno, allora il contratto più ricco nella storia degli sport di squadra americani.

Per darvi un’idea: l’allora più pagato della NBA era Kareem Abdul-Jabbar con 350mila dollari l’anno…

La clamorosa ascesa di Thompson sembra destinata solo che a migliorare, sia per le sue clamorosi doti tecniche e fisiche, sia per una personalità positiva e da grande professionista che tutti i colleghi, allenatori e addetti ai lavori gli riconoscono.

Pur mantenendo una facciata pubblica immacolata, nel privato le cose per David cominciano a sgretolarsi. Il 1979 si rivelerà lo zenit del proprio percorso professionistico.

Medie statistiche sempre alte, il contratto record, il trofeo di MVP dell’All-Star Game e anche il primo endorsement ad hoc dal brand Pony: “The right moves start with the right shoes”, recita il claim pubblicitario.


Di mosse giuste David non ne farà più per quasi un decennio.

Tutti quei soldi che gli piovono addosso dovrebbero essere una benedizione per uno come lui, cresciuto come ultimo di 11 figli in una casa senza acqua corrente, che ha imparato a tirare in un canestro ricavato dalla ruota di una bicicletta cui aveva tolto i raggi.

E invece tutto quel denaro e quelle attenzioni mediatiche si rivelano una clamorosa arma a doppio taglio.

Ero ovviamente elettrizzato all’idea di aver risolto qualunque problema economico. Ma non mi ero reso conto di come tutto sarebbe cambiato: non ero più David Thompson da Shelby, North Carolina. Ero diventato “David Thompson, il giocatore più pagato del mondo, l’uomo da 4 milioni di dollari.

La stagione 1979/80 è un vero disastro.

Scende in campo solo 39 volte, attanagliato da una fastidiosa fascite plantare; la frustrazione del dover restare fuori e il troppo tempo libero a disposizione trasformano il suo uso sporadico di cocaina – in quegli anni vera piaga della Lega, e del paese – in una pericolosa abitudine quotidiana.

Dall’abitudine si arriva rapidamente all’ossessione, a una reale dipendenza, che in breve tempo si materializza in problemi molto pratici: comincia ad arrivare tardi agli allenamenti, perde voli di squadra non riuscendo ad alzarsi dal letto, oltre a deteriorare il rapporto con i suoi affetti e i suoi familiari.

La sua proverbiale etica professionale si sgretola in breve tempo.

Non ho mai amato l’eccessiva attenzione nei miei confronti e non ho saputo gestire la pressione di essere diventato una superstar, di avere tutti gli occhi addosso: ho risposto a questa pressione nel peggiore dei modi, rifugiandomi nei vizi, alcool e droga.

I Nuggets, anche per alcune scellerate scelte di mercato, tornano ad esser una squadra mediocre e i tifosi, dovendo trovare un capro espiatorio, hanno gioco facile nel puntare il dito verso il giocatore più pagato della Lega. La pressione sulle sue spalle aumenta, come un vortice che lo circonda sente di non avere via di fuga; i suoi problemi con alcool e droga si acuiscono, tanto che la moglie Cathy, preoccupata per la caduta libera del marito, contatta la polizia cercando di arrestare lo spacciatore che gli procurava la cocaina.

Un extrema ratio che non porta però nessun risultato.

Anzi, se possibile, la situazione peggiora. David è ormai diventato un role player, con medie nella norma e troppi problemi fuori dal campo: i Nuggets accettano di cederlo, su sua richiesta, ai Supersonics, nella speranza di ritrovare la passione per il Gioco.

Nonostante i suoi recenti problemi, a Seattle sono decisi a scommettere su un giocatore ancora relativamente giovane che fino a qualche anno prima aveva rivoluzionato l’intera NBA, che solo quattro anni prima aveva segnato più punti in una singola partita di ogni altro umano sulla terra – Wilt non era umano…

Proprio mentre sta preparando i bagagli per lasciare il Colorado, il Denver Post rilascia un articolo dal titolo inequivocabile: “Nugget Star’s Use of Cocaine Disclosed”.

Ora non solo familiari, amici e addetti ai lavori: l’intero pianeta sa che Thompson ha problemi di droga, che nel 1983 lo costringono ad andare per la prima – e non sarà l’ultima volta – in una clinica per disintossicarsi.

La spirale non accenna a fermarsi.

L’anno seguente, mentre è strafatto nella storica discoteca newyorkese Studio 54 insieme a cinque suoi compagni di squadra, scoppia una rissa furibonda, che finisce con un gentiluomo che lo spinge giù da una ripidissima rampa di scale interne al locale.

Risultato: tutti i legamenti del suo ginocchio destro saltano. Da quel preciso momento, non giocherà mai più una singola gara nella NBA.

Nell’estate del 1985 fallisce dei tryout con gli Indiana Pacers e la sera stessa di quei provini viene arrestato per “public intoxication”, mentre si aggira ubriaco infastidendo chiunque gli passi davanti. 

È un periodo in cui, per sua stessa ammissione, spendeva mille dollari al giorno per la cocaina, distaccandosi sempre di più dalla realtà, finendo per aggredire la moglie e venire per ciò arrestato nel 1987, dopo l’ennesimo tentativo di disintossicarsi.

A meno di 8 anni dalla firma di quel contratto milionario è un ex giocatore tossicodipendente in bancarotta, con una condanna alle spalle e una famiglia che ha giustamente deciso di allontanarsi da lui. 

Rialzarsi da una situazione del genere è quasi impossibile.

Dopo due mesi di reclusione, Thompson segue un periodo di riabilitazione impostogli dal tribunale al North Rehabilitation Center di Seattle. Nell’aprile del 1987 è nella sala comune del centro, il televisore è acceso sull’ultima partita di Julius Erving tra i professionisti.

Doctor J viene intervistato sulla sua strepitosa carriera, e alla domanda su chi sia stato il suo avversario più difficile da affrontare non esita nemmeno per un secondo: David Thompson.

L’intera sala del centro esplode in una standing ovation spontanea. Qualcosa scatta nella mente di David.

Quel momento ha cambiato tutto. J era in tv, adorato da tutti, io lì in quel centro di riabilitazione. A quel punto ho deciso che avrei fatto di tutto per rimettere in piedi la mia vita, ho capito che valevo qualcosa e lo dovevo a me stesso e alla mia famiglia.

Il primo passo che decide di compiere per interrompere quella terribile spirale che ha devastato la sua carriera e la sua vita privata è nella sua North Carolina, dove prosegue il percorso di riabilitazione.

Tornare nel suo piccolo villaggio, costringendo i suoi genitori a fare i conti con il terribile gossip del vicinato che si dà di gomito e parlotta alle sue spalle quando lo vede passare, è un’esperienza traumatica.

Ma David ha ormai un obiettivo preciso: riprendersi la sua vita in mano, anzi, riappropriarsi della sua identità, slegata dal mondo del basket.

Alla ricerca di un lavoro, da accompagnare alla sua continua attività nella chiesa locale, viene contattato dal proprietario degli Charlotte Hornets, George Shinn, che lo vuole nell’ufficio delle relazioni con la comunità, col compito preciso di condividere la sua storia di rise and fall.

È il passo definitivo verso la guarigione: il fu Skywalker può finalmente lasciar andare il suo passato di gloriosa leggenda cestista e incentrarsi sul migliorare gli altri, cercando di impedire che i giovani seguano le sue nefaste orme.

Si ritrova ad essere perfettamente a suo agio nella sua nuova condizione di mentore e counselor, il suo recupero è talmente solido che riesce anche a riconciliarsi con la moglie Cathy e le sue adorate figlie Brooke e Erika, che tornano a vivere con lui a Shelby. 

A Natale scorso ha festeggiato il 33° anno di sobrietà, purtroppo senza l’adorata Cathy, mancata nel 2016 per complicazioni legate al diabete.

La chiave per recuperare da quel baratro è stata perdonare me stesso. Mi sono pianto addosso per tantissimo tempo, rimpiangendo quello che avevo fatto e come avevo buttato via la mia carriera. Ma se rimani incastrato in quello stato mentale non vai avanti, devi trovare la forza per reagire, continuare a crescere, migliorare. Continuare a vivere.

Dopo quella telefonata di Jordan e la conseguente presenza sul palco mentre His Airness pronunciava il suo famoso discorso di commiato dalla NBA, molti giovani tifosi lo hanno avvicinato chiedendogli foto e autografi.

Non sapevano davvero chi fossi, ma quando hanno scoperto che ero stato l’ispirazione di MJ, hanno cominciato a guardarmi con occhi diversi. Un ragazzino una volta mi ha detto: “Dovevi essere davvero bravo se Jordan ha detto quelle cose su di te”.

Sì, era piuttosto bravo.