Le opinioni raccolte dall’analista di ESPN Tim Bontemps all’interno dell’NBA sembrano andare tutte nella medesima direzione: le due giovani stelle dei Boston Celtics non riescono a far rendere al meglio il roster guidato da Ime Udoka.

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I Boston Celtics hanno chiuso il mese di novembre con un recordo intorno al .500 che rispecchia perfettamente le contraddizioni e le difficoltà vissute dal gruppo biancoverde in questi primi cinquanta giorni di Regular Season.

Proprio all’inizio di novembre, per esempio, uno dei leader del gruppo-Celtics, Marcus Smart, aveva criticato aspramente due suoi compagni in seguito ad una sconfitta contro i Bulls: Jayson Tatum e Jaylen Brown.

“Tutti i nostri avversari sanno perfettamente che le nostre prime opzioni sono Jayson e Jaylen. Le squadre sono ormai programmate e studiate per fermare loro due. I difensori avversari provano sempre a forzare un passaggio, perchè loro non vogliono passare la palla.”

Sebbene ci sia stato un successivo tentativo di stemperare quelle dichiarazioni – “Stanno ancora imparando e sono certo impareranno” – l’episodio in questione ha mostrato in maniera eloquente gli scricchiolii dello spogliatoio della franchigia del Massaschusetts, resi ancora più evidenti dalla successiva riunione players only tenuta al centro di allenamento.

Nonostante siano arrivate 8 vittorie nelle successive 13 partite, i problemi tecnici e relazionali non sembrano interamente risolti, come dimostra un’inchiesta portata avanti all’interno dell’NBA dall’analista di ESPN Tim Bontemps.

Uno sguardo d’insieme: l’andamento della stagione

Dal primo giorno di training camp, è apparso subito chiaro come il problema principale dei Celtics risiedesse nella totale assenza di playmaking: una mancanza che Dennis Schröder non avrebbe potuto colmare. Fin dal principio, quindi, tanto nelle dichiarazioni pubbliche quanto nelle conversazioni private, gli addetti ai lavori hanno cercato di responsabilizzare le due giovani stelle, incaricate di sviluppare il proprio gioco sotto l’aspetto del coinvolgimento dei compagni.

Dando un rapido sguardo ai numeri, il messaggio non sembra essere stato recepito. Si può notare, per esempio, un deciso peggioramento del computo degli assist a partita rispetto alla scorsa stagione: Tatum è passato da 4.3 a 3.5 assistenze a gara, Brown da 3.4 a 2.5.

Second Spectrum e Bontemps, poi, riportano altre metriche che segnano il netto peggioramento dei due: gli assist potenziali sono passati da 8.1 a 7.6 per Tatum, e da 5.4 a 4.7 per Brown. Jayson è inoltre il settimo giocatore nella Lega per triple contestate tentate ed è 29esimo per efficienza tra i 30 giocatori con almeno 75 isolamenti tentati – pur essendo il terzo per tentativi.

L’assist ratio, poi, è di circa 11 per Jayson Tatum e 8.6 per Jaylen Brown, mentre l’assist percentage è rispettivamente 16.7 e 11.3. Per fare un paragone, Marcus Smart, su cui ricadono la maggior parte dei compiti di playmaking della squadra, presenta rispettivamente un 31.2 ed un 22.7.

Il parere della Lega

Bontemps, nel suo articolo, riporta le interviste anonime a diversi personaggi della NBA. Alla domanda su quale sia il percorso da intraprendere per il gruppo di coach Ime Udoka e su quali siano i limiti di Brown e Tatum, la risposta appare pressochè unanime:

“Secondo me è cruciale che Jayson e Jaylen imparino a migliorare i compagni. Le strade per competere per il titolo sono due: se non dovessero riuscire ad acquisire una terza stella, devono imparare a migliorare i compagni. E al momento non hanno ancora dimostrato di essere in grado di farlo.”

(Scout di un team della Western Conference)

“Gli serve un terzo: io adoro Horford, ma ormai è vecchio, e adoro Smart, ma oltre a questi il roster mi sembra un enorme punto interrogativo. Al momento i Celtics hanno due stelle, per vincere di solito te ne servono tre.”

(Dirigente della Eastern Conference)

Uno dei diretti interessati – Jayson Tatum – ha recentemente espresso un pensiero in dissenso con quanto dichiarato dagli interlocutori di Bontemps. Per lui le difficoltà di inizio stagione non sono da imputare ad altro che non sia il fisiologico adattamento necessario ogni qualvolta arrivi un nuovo allenatore. Sarà il tempo a farci capire dove stia la verità.