Le frizioni fra NBA e NBPA sull’argomento non sono mancate: quello che c’è da sapere riguardo vaccini e norme di sicurezza per la nuova stagione NBA.

FOTO: NBA.com

“Qualsiasi giocatore scelga di non allinearsi con i requisiti locali, non verrà pagato per le partite saltate.” – Mike Bass, NBA Executive Vice President, Communications

Queste le dichiarazioni riportate da Malika Andrews di ESPN, che rivelano solo la punta dell’iceberg di una rottura preannunciata fra National Basketball Player Association (NBPA) e NBA riguardo il problema della vaccinazione dei giocatori. L’esecuzione di una simile sanzione è la normale conseguenza e il punto di arrivo premeditato di una serie di normative imposte dalla NBA, che già negli ultimi mesi avevano aperto numerosi interrogativi fra gli addetti ai lavori, e non solo.

Prima di lasciarsi andare a critiche che risulterebbero poco costruttive, però, c’è bisogno di un’analisi approfondita della questione, e già la frase sopra riportata presuppone un certo numero di domande:

  • Cosa si intende con “requisiti locali”?
  • Quali giocatori incorrono in questa sanzione?
  • Le normative riguardano solo i giocatori?

E così via. Partendo con ordine, ecco un quadro sulla questione, partendo dalle normative generali fino ad arrivare al caso particolare.

Dove tutto è iniziato: arbitri e personale

Per rispondere all’ultima domanda: no, non sono coinvolti solo i giocatori.

Già alla fine di agosto, Shams Charania aveva riportato per The Athletic una serie di aggiornamenti preliminari sulla gestione del COVID-19. Le prime normative segnalate riguardavano l’obbligo vaccinale per il personale NBA, fra cui Coaching staff, Front Office, Security e social media. Tutti coloro, insomma, il cui operato richiedesse un’interazione con arbitri e giocatori.

Poche ore dopo, ancora un aggiornamento, ancora giocatori non citati. Stavolta, l’obbligo di presentarsi “fully vaccinated” riguardava gli arbitri, in aggiunta a tutte le altre categorie.

La rapidità e il lungo preavviso con cui queste comunicazioni erano arrivate lasciavano presagire una certa coerenza con quelli che sarebbero poi stati gli Health & Safety protocols per la stagione a venire. Anzi, un certo ottimismo riguardava anche un (quasi) ritorno alla normalità nella distribuzione dei posti a sedere, sia per i giocatori in panchina (con la rimozione di sedie e posti assegnati nei timeout), sia per gli spettatori situati a meno di 5 metri dal campo, con la solita richiesta di vaccinazione o test negativo.

Inutile dire che, col passare del tempo, il velo di Maya sia stato strappato e l’illusione di un ritorno alla normalità sia divenuta sempre più offuscata.

Health & Safety Protocols

Un primo assaggio di ciò che si prospettasse lo aveva dato, ancora una volta, Shams Charania ad inizio settembre.

La differenza fra giocatori vaccinati e non appariva già abbastanza palpabile. Per i primi si riportava che non fosse previsto alcun tipo di restrizione e, anche in caso di contatto con un positivo, non si sarebbe presupposta quarantena (misura applicata anche nell’attuale protocollo, con la necessità di soli test aggiuntivi per sette giorni). I non vaccinati, invece, non solo avrebbero dovuto affrontare sette giorni di quarantena in seguito ad anomalie nel contact tracing, ma necessitavano di mascherine durante l’interazione con il resto della squadra, con impossibilità di aderire alle “nuove” (quindi, molto simili alle vecchie, prima che il mondo conoscesse il COVID) disposizioni riguardo i posti a sedere.

Anche gli aggiornamenti delle regole sui test prevedevano una differenza sostanziale: i vaccinati non si sarebbero sottoposti a test regolari nel corso della stagione, mentre i non vaccinati avrebbero affrontato le stesse procedure della stagione scorsa (con un test prima di allenamenti e viaggio, due nel giorno della partita, come specificato poi). Il punto più interessante risultava, senza alcun dubbio, la possibilità per i membri vaccinati del team di avere accesso senza restrizioni alle attività fuori dal campo.

Parliamo al passato perché, come detto, tutto questo era già noto dai primi di settembre, ma è importante che non si creino equivoci: la disposizione finale non è affatto cambiata. Anzi, è diventata ancor più restrittiva e dettagliata, con 65 pagine di protocollo e molte altre limitazioni, emerse di recente da vari media.

In sintesi, i giocatori non vaccinati non solo dovranno svolgere il testing quotidianamente, stare distanziati a sedere e affrontare i sette giorni di quarantena, ma non potranno mangiare nella stessa stanza dei vaccinati, dovranno mantenere le distanze in spogliatoio, indossare la mascherina e partecipare a meeting con distanziamento dagli altri di circa due metri. A tutto questo, si aggiungono anche limitazioni nelle uscite fuori dal campo, sia in casa, sia in trasferta.

Se tutto ciò sembrasse eccessivamente rigido, basti sapere che a Toronto, secondo gli ultimi aggiornamenti, una violazione della quarantena, per i giocatori non vaccinati, potrebbe significare fino a 6 mesi di galera e/0 $750.000 dollari di multa.

Al di là di questo ultimo, recente, caso, le decisioni della NBA hanno scatenato reazioni variegate fra i giocatori fin da subito, come immaginabile. Fra le voci contrastanti con più risonanza, sono intervenuti sulla questione Bradley Beal, Jonathan Isaac, Kyrie Irving e Andrew Wiggins.

Se Isaac ha chiarito in primis alcune controversie sulla sua posizione, con alcuni dettagli a riguardo usciti su Rolling Stone, ha poi spiegato di aver contratto il COVID-19 e di essere a conoscenza dei vantaggi del vaccino, ma anche di conoscere le possibilità di alcuni effetti indesiderati e il basso rischio a cui va incontro, visti gli anticorpi sviluppati e la sua condizione fisica.

Beal, invece, ha dichiarato di non essere vaccinato esprimendo numerosi dubbi sull’efficacia dell’inoculazione, con alcune dichiarazioni che hanno suscitato anche la reazione di un giornalista di NBC Sports Washington:

“Vorrei una spiegazione dai vaccinati sul perché stiano ancora contraendo il COVID. Non esenta nessuno dal contrarre il virus, giusto?”: questa, la dichiarazione che più ha avuto risalto nel corso della conferenza di Beal, che ha però chiarito in un secondo momento di dover aspettare che trascorrano i 60 giorni post-COVID prima di sottoporsi al vaccino e che, giorno per giorno, si stia confrontando con i dottori dello staff per prendere consapevolezza di tutti i dettagli.

Questi casi, seppur non in maniera ancora molto diffusa, riguardano anche altri giocatori, ma il punto più delicato si tocca definitivamente con gli ultimi due nomi citati: Andrew Wiggins e Kyrie Irving.

Local Government Policy: il vero punto di non ritorno

Il vero apice della vicenda ha a che fare con il contrasto fra quelle che sono le scelte dei giocatori NBA e le normative vigenti nei i governi locali.

Tornando alla solita segnalazione di Shams Charania, ancora ai primi di settembre, una particolare questione aveva preso piede fra le file delle franchigie di New York e San Francisco: l’impossibilità di accedere all’arena e alle attività di squadra per tutti gli individui di 12 anni (età a partire dalla quale si può essere sottoposti a vaccino) o più, senza vaccinazione, con l’esclusione di casi particolari come giustificazioni mediche o motivi religiosi. Lo stesso tipo di misura sembrava poter prima o poi interessare, con precisione dal 4 novembre, anche Los Angeles Lakers e Los Angeles Clippers, secondo le notizie uscite su The Associated Press. Un intervento recente (e a dir poco provvidenziale) di Andrew Greif di Los Angeles Times, ha poi chiarito che lo Staples Center sarà esente dalla nuova ordinanza cittadina.

Pur riconoscendo come legittima la policy amministrativa locale, appare comunque incoerente il trattamento nei confronti di giocatori non vaccinati: se per i membri delle squadre coinvolte (Golden State Warriors, Brooklyn Nets e New York Knicks) c’è impossibilità di partecipare alle partite di casa, i giocatori ospiti, vaccinati o no, avranno comunque libero accesso all’arena (pur con le restrizioni dei protocolli NBA).

Questo particolare trattamento, con l’uscita delle normative recenti aggiornate, ha scatenato non pochi interrogativi.

E qui, inoltre, si tocca il punto più delicato.

Torniamo ad Andrew Wiggins: il giocatore dei Golden State Warriors ha, in un primo momento, fatto richiesta di non sottoporsi alla vaccinazione. La NBA ha dichiarato, dopo una revisione, di aver negato a Wiggins la possibilità di rendersi esente dal vaccino e, di conseguenza, di svolgere le attività di squadra in casa, per il momento.

Il problema coinvolgerà anche Kyrie Irving. Quest’ultimo non solo si è presentato al Media Day connettendosi virtualmente da casa, ma si è anche mantenuto reticente riguardo il proprio status vaccinale:

Un eventuale affaire Irving potrebbe essere pesante per la Lega. Il giocatore, al di là del suo status di superstar, è anche Vice President della NBPA e le sue parole hanno una certa risonanza nel cuore dell’Associazione (un esempio di cui avevamo parlato QUI).

A cosa ha portato tutto questo?

Come prevedibile, ad un conflitto interno fra NBPA e NBA. E, soprattutto, ad una divisione che trovava un preludio già nelle parole di Mike Bass riportate su ESPN.

Non sorprende, dunque, che si stia facendo fatica a trovare un accordo fra le parti e, soprattutto, che si sia arrivati alle dichiarazioni recenti dello stesso Bass sul taglio dello stipendio per giocatori come Wiggins e Irving, che rischierebbero di perdere cifre spaventose. Una bella pietra pesante, gettata sopra un velo d’acqua piuttosto fragile.

La situazione attuale

Naturalmente, questo pugno duro ha avuto delle conseguenze quasi nell’immediato: è notizia di poche ore fa che Andrew Wiggins abbia deciso di vaccinarsi.

Un bel cambio di rotta da parte del giocatore, sulla posizione iniziale del quale va però chiarito un punto: in un articolo di Tim Kawakami su The Athletic, Wiggins si era sì dichiarato con le spalle al muro, ma chiarendo che avrebbe parlato qualora si fosse sentito pronto, non rivelando il proprio punto di vista sulla vaccinazione, né tantomeno le motivazioni della richiesta:

L’unica cosa che hanno fatto i media è porla in maniera più rilevante di quanto non sia. Dirò la mia su tutto quando sarò pronto. Non lavoro sul vostro tempo. Lavoro sul mio. – Andrew Wiggins, via Tim Kawakami (The Athletic)

Oggettivamente, il tempo di Wiggins ha un certo valore, se per ogni 48 minuti persi avessero iniziato ad andare in fumo più di $300.000 dollari. Ne ha ancora di più, se ti costringe a prendere una scelta simile nel breve periodo. E quello di costringere è il campo semantico che più racchiude il senso dietro la scelta del giocatore di Golden State, come dichiarato da lui stesso su ESPN:

L’unica opzione era vaccinarsi o scegliere di non giocare più in NBA. […] Penso che per fare certe cose, come il lavoro, tu non abbia potere sul tuo corpo. Se vuoi lavorare nella società, ad oggi, immagino che facciano altri le regole riguardo cosa vada o non vada dentro il tuo corpo. […] Poter giocare è bello, ma essermi vaccinato è qualcosa che mi resterà in testa per molto tempo. Non è qualcosa che ho scelto, ma che sono stato obbligato a fare.

Al di là della scelta ideologica poco remunerativa e della forzatura percepita da Wiggins, però, potrebbe esserci altro dietro il cambio di direzione dell’ex-Timberwolves.

L’NBPA, infatti, nonostante le prime divergenze, si è rivelata favorevole dapprima ad assecondare le misure stringenti e implicitamente (neanche troppo) coercitive dell’NBA nei confronti dei non vaccinati; poi, ha definitivamente, almeno secondo quanto riportato qualche giorno fa su ESPN, raggiunto un accordo con la NBA riguardo il taglio di stipendio a chi non rispetti le norme vaccinali stabilite dai governi locali, con nessun tipo di sconto o vantaggio finanziario sulle tasse della squadra di provenienza del giocatore.

Si reiteri “fino a qualche giorno fa”:

Questo chiarimento, uscito in un articolo a cura di Stefan Bondy su New York Daily News, non è da poco. Il fatto che la NBPA sembrasse aver ceduto in tempi brevi alle richieste della NBA riguardo la sottrazione di parte dello stipendio dei giocatori, suonava effettivamente un po’ sospetto, nonché in contraddizione con le dichiarazioni, riportate in precedenza, dello stesso Mike Bass sulla fase di stallo attorno ad un accordo fra le parti.

La stessa Michele Roberts, Executive Director della NBPA, smentirebbe quanto riportato su ESPN da Tim Bontemps e Bobby Marks, con queste dichiarazioni:

La nostra posizione resta un “no”. La posizione della Lega è che non serva un accordo perché il Collective Bargaining Agreement lo permette, in ogni caso. Vedremo, si può dibattere. Non dirò che è impossibile, ma che sarà un argomento che affronteremo, se e quando ci arriveremo. Per adesso, ci siamo accordati sul fatto che, se un giocatore violasse i protocolli, potrebbe essere punito con una tassazione. Ma non essere vaccinato – dato che non è obbligatorio- non dovrebbe portare ad alcuna sanzione.

Sono andati riportando che abbiamo accettato un accordo per cui, se un giocatore non potesse giocare per il proprio status vaccinale, gli potrebbe essere trattenuta parte dello stipendio. Noi non abbiamo accettato. La posizione della lega è che possa essere fatto. Vedremo. Quando arriveremo a questo punto, vedremo.

Questa sarebbe una bella svolta, visto e considerato che uno dei motivi del cambio di rotta di Wiggins sia proprio la forzatura a cui si sentisse sottoposto da parte della NBA, che aveva già diffuso la notizia delle proprie intenzioni. Intenzioni che trovavano una colonna portante, come specificato, nelle implicazioni finanziarie.

La mancanza di supporto – apparente, almeno in parte- da parte della NBPA potrebbe aver influito, e non poco, sulla scelta definitiva di Wiggins. E, situazione di stallo di Irving a parte, questa contromisura sembra essersi rivelata efficace nel tempo in cui, oltre a sembrare solo contemplata, apparisse già applicabile de facto.

Se i numeri, rivelati dalla stessa Michele Roberts, apparivano già incoraggianti, gli ultimi aggiornamenti parlano addirittura di un incremento fino al 95% dei giocatori che hanno ricevuto almeno una dose, in seguito all’apertura dei Training Camp.

La cifra è, tutto sommato, positiva ad una quindicina di giorni dall’inizio della stagione, considerando anche che vari GM hanno annunciato di aver raggiunto il 100% delle vaccinazioni a roster o, in ogni caso, di reputarlo un obiettivo raggiungibile per l’inizio della stagione.

Utah Jazz, Atlanta Hawks, Detroit Pistons, Los Angeles Clippers, New York Knicks, Houston Rockets, Portland Trail Blazers, San Antonio Spurs, Toronto Raptors e Utah Jazz sono fully vaccinated. Hornets, Pacers e Cavs ci stanno provando in ottica Opening Day, così come Mavs e Lakers. Cos’è, allora, che ha fatto e continua a fare tanto scalpore, se ciò che resta di queste proteste non potrebbe essere nulla di più che uno “zoccolo duro”? Cos’è che l’NBA vuole tanto evitare?

La tensione interna fra giocatori e associazione su un argomento così delicato e, di conseguenza, il caso mediatico.

Il diritto di rivendicare i diritti personali per gli individui è sacrosanto e merita di stare al centro di ogni discorso attorno alla questione, dal momento che – policy locale, o meno – la libertà di scelta deve essere alla base di qualsiasi società di diritto. Nulla da obiettare, dunque, sui principi a cui si appellano i giocatori, nonostante siano volate critiche a destra e a manca sul concetto di “personal choice” applicato alla discussione globale attorno al tema della vaccinazione, di cui si sono fatti portatori anche voci di un certo calibro, quali LeBron James, Draymond Green e Chris Paul.

Quel che è, e sarà per altre questioni del genere, importante, da parte della NBA, non è tanto il fatto di voler forzare la mano, quanto fare in modo che si raggiunga un accordo capace di venire incontro ad entrambe le parti con la NBPA. Come specificato da Beal, in primis, esiste l’opportunità di documentarsi. E, non a caso, i dati sui vantaggi della vaccinazione compaiono anche in un articolo di Washington Post correlato alla questione.

Su un tema così delicato, in un periodo in cui si oscilla fra l’isteria di massa e il negazionismo, la divulgazione deve essere la colonna portante alla base del processo di vaccinazione. E, in questo senso, è tanto prezioso fare affidamento sui professionisti messi a disposizione dei giocatori da franchigie o associazione, quanto su metodi meno complessi, ma potenzialmente efficaci, proposti dai media:

Inoltre, sarà importante risolvere la questione dei governi locali, che presenta falle logiche abbastanza evidenti. La scelta da prendere a riguardo deve essere uniforme:

  • Se un giocatore ospite non è vaccinato, e le norme locali prevedono l’obbligo di vaccinazione per accedere all’arena, allora nessun non vaccinato dovrebbe accedere all’arena, indipendentemente dalla squadra;
  • Se si decide di far accedere giocatori ospiti non vaccinati all’arena, nonostante l’obbligo di vaccinazione, allora si può trovare il modo di venire incontro anche ai giocatori di casa, gli stessi che faranno trasferte con la squadra il giorno successivo e così via.

A meno che non si convenga di applicare un metodo coercitivo per far vaccinare i giocatori – e questa soluzione non può e non deve esistere in uno stato di diritto, nonostante le misure applicate fra Health&Safety Protocols siano già molto rigide, così come il taglio di stipendio -, allora l’unica arma a disposizione della NBA è il compromesso.

Spiegando meglio, il rapporto di interdipendenza fra NBA e NBPA è centrale, e l’Associazione Giocatori sta acquisendo sempre più potere all’interno della Lega. Se questa volta potrebbe anche “andare bene”, con il riconoscimento delle contromisure applicate dall’NBA, in particolare quelle finanziarie, ciò non significa che, ogni volta, si potrà trovare un compromesso. Anche perché, ponendo per assurdo che il Kyrie Irving del caso possa decidere di accettare un eventuale taglio di stipendio, non si sarebbe affatto risolta la questione dei giocatori non vaccinati, e il potere centrale sarebbe messo totalmente in discussione. Ecco perché l’NBPA, in questo frangente, dovrà essere fondamentale: per mantenere coerenza e coesione fra i giocatori.

Anche perché ci sono due problemi di fondo:

  • se l’NBPA finisse con il non scendere a patti con la lega, allora l’NBA si troverebbe a guardare il proprio piano andare letteralmente in fumo, con annesso conseguente scompiglio interno, frutto di una perdita di autorità e credibilità nei confronti dei giocatori, in primis;
  • esiste uno scenario, che non necessita di essere posto per assurdo, in cui Kyrie Irving decida davvero di non vaccinarsi, multe o meno, saltando partite e allenamenti in casa, senza che l’NBA possa avere alcun tipo di potere decisionale o voce in capitolo. E questo perché non sempre misure obbligatorie, tagli di stipendio minatori o misure coercitive rappresentano una soluzione, ma un semplice atto paragonabile a nascondere polvere sotto un tappeto. Soprattutto se esistono quelle persone che Andrew Wiggins, sempre su ESPN, ha descritto così:

Auspicabilmente, ci sono molte persone là fuori che sono più forti di me e continuano a lottare, che rappresentano ciò in cui credono. E, auspicabilmente, questo per loro è possibile.

Se l’identikit di Irving dovesse corrispondere a questa descrizione, allora non ci potrà essere restrizione che tenga che lo possa smuovere dal proprio ideale, o presunto tale. E qui, anziché nascondere polvere sotto il tappeto, sarà necessario trovare una soluzione, la cui ricerca sembra essere indirizzata verso un unico punto di arrivo: accettare un compromesso.

“It’s people”: una conclusione personale

In conclusione, sia chiaro, la deontologia professionale (nonché la ragione personale) non lascia spazio ad altra soluzione se non schierarsi dalla parte della vaccinazione, riconoscendone le capacità di prevenzione, citando tutti i dati e le ricerche messe a disposizione, e citando chiaramente il rapporto vantaggioso fra rischi insignificanti e alti benefici.

A livello umano ed etico, però, non si può non rispettare la scelta individuale di qualsiasi personalità, che sia un modello sportivo o meno, accettando una realtà scomoda per tutti nell’unico modo possibile: rinunciando alla pareidolia nei confronti di quelle che, come evidenziato più volte anche da loro stessi, sono solo figure con incertezze e fragilità riguardo questioni complesse – e, per questo, che non vogliono sentirsi dire cosa debbano fare, ma perché.

Il ragionamento di giocatori come Irving e affini non mira a screditare misure come il vaccino, ma a chiedere tempo per elaborare la scelta migliore secondo un processo di ricerca. E il concetto di fondo dietro a questo modus operandi lo ha espresso tanto bene per la propria tesi, quanto opinabilmente per chi propone un’antitesi, Jonathan Isaac, con una frase “sugli scienziati”. Frase che, altrettanto bene, può anche essere reindirizzata a giocatori con incertezze e fragilità riguardo questioni complesse:

Alla fin fine, si tratta di persone. E non si può mai riporre incondizionatamente la propria fiducia nelle persone. – Jonathan Isaac su Rolling Stone

Siamo d’accordo?

A livello personale, non molto. Ecco perché è importante farsi una propria idea, senza pensare ad appoggiarsi sempre a figure che non ci sembrino esprimersi in maniera competente attorno al nostro campo di interesse, ma studiando a fondo. Perché, che ci piaccia o no, “It’s people” riguarda anche i nostri idoli sportivi. E, che ci piaccia o no, il fatto che esistano i Kyrie Irving non preclude in alcun modo la convivenza di questi con i Karl-Anthony Towns.

“It’s people”.