Anthony Edwards e i Minnesota Timberwolves non ci stanno capendo niente nei minuti contro Victor Wembanyama. Cosa può e deve cambiare?

Wembanyama difende Anthony Edwards in NBA
FOTO: NBA

I Minnesota Timberwolves hanno fatto arrabbiare Victor Wembanyama. Lo hanno punzecchiato, come con Nikola Jokic nel turno precedente. E, esattamente come successo con il tre volte MVP in forza ai Denver Nuggets, sono riusciti a far perdere la calma all’avversario. Nel caso del prodigio dei San Antonio Spurs, la sua espulsione in Gara 4 – che tanto ha fatto discutere su una eventuale sospensione – ha favorito Anthony Edwards e compagni, capaci di portare la serie sul 2 a 2. In Gara 5, però, tutto si è ritorto contro i TWolves.

Wembanyama non ha solo risposto, ha dominato. La partita, dopo un quarto, era praticamente già finita. Non matematicamente, anche perché Minnesota si è rifatta sotto nel terzo quarto fino a raggiungere la parità. No, psicologicamente. Perché se ti trovi un 22enne che approccia così la prima Gara 5 della staffa in carriera, segnandoti in faccia 16 dei 24 punti di squadra in meno dei sei minuti (la maggior parte dei quali contro il tuo miglior difensore, Gobert), mentre di là altera ogni tuo tentativo fino a tenerti a -13, non puoi che uscirne demoralizzato. Anche se hai la “cazzimma” dei Timberwolves.

L’ultimo punto, più di ogni altra cosa, merita di essere affrontato perché non si vede negli highlights. Non è solo il fatto che non si possa difendere, ma soprattutto quello che non si può segnare contro i San Antonio Spurs quando lui è in campo. O quasi. La combinazione di questi due fattori lo rende già il giocatore più impattante al Mondo, o giù di lì. Ma restando su una sola metà, quella dove Minnesota ha faticato di più, la domanda che sorge spontanea è una: come si attacca Wembanyama?

“Male” è la risposta meno articolata, di pancia. Quella più complessa deve invece partire dalla linea offensiva seguita dai Timberwolves: attaccare tanto e forte nei primi secondi, cercando di non far piazzare la difesa e provando a vincere la lotta dei possessi, anche se significa farsi stoppare di continuo in area. I risultati sono stati prima altalenanti nella serie, poi semplicemente disastrosi, anche perché i San Antonio Spurs si sono adattati.

In primis alle circostanze, sfruttando l’assenza di Donte DiVincenzo per battezzare ogni tiratore che non si chiami Anthony Edwards. Quest’ultimo è stato raddoppiato su ogni possesso, pressato a metà campo fino a violare gli otto secondi, fronteggiato faccia a faccia dagli esterni di San Antonio a palla lontana e via dicendo. Gli Spurs si sono concessi il lusso di giocare in 3-contro-4 in svariate occasioni per molteplici motivi:

  • con Wembanyama, il campo si stringe drasticamente già di suo, rendendo il sovrannumero offensivo solo apparente
  • i Timberwolves non hanno saputo sfruttare i vantaggi perché semplicemente nessuno è mai riuscito ad attaccarli con continuità. McDaniels e Gobert sono stati dei negativi costanti, Ayo Dosunmu e Terrence Shannon Jr. mettono pressione al ferro ma proprio lì incontrano la resistenza del francese, mentre Julius Randle più di chiunque altro è stato impresentabile.

Gobert e McDaniels hanno mansioni di un certo tipo in difesa che li rendono imprescindibili, ma la vera chiave per i Timberwolves sono stati sin qui i minuti di Naz Reid per sostituire un terrificante Randle. I Playoffs dell’ex Knicks sin qui marcano, per produzione su tocco diretto, il 2° peggior dato della storia NBA. E questo anche prima delle sfide recenti, dove si è passati da 0.85 punti per tocco a meno di 0.70, cifre insostenibili.

Randle gode di un certo vantaggio fisico su ogni marcatura, ma contro un pitturato così pieno e corazzato non ha alternative quando il tiro non entra. E un Randle incapace di incidere offensivamente, attirando raddoppi o chiusure della difesa per far uscire il pallone o di prendersi i propri tiri, è un Randle che non può stare in campo.

Con spazi così ristretti, Edwards raddoppiato e Wembanyama a tappare ogni buco, i Timberwolves devono a propria volta adattarsi. Come? Cercando di prevenire i raddoppi, in primis, riducendo gli attacchi forsennati contro la difesa eseguiti in totale improvvisazione e nei primi secondi, rallentando il ritmo per costruire ricezioni dinamiche per Anthony Edwards.

La più comune in queste partite è stata utilizzare blocchi lontano dalla palla, in particolare collaborazioni definite “Zoom”: Edwards esce da un blocco rivolto verso le linea di fondo per raccogliere un consegnato, e da lì parte il loop. San Antonio a volte si è adattata male, sbagliando con una copertura profonda che un tiratore con Ant-Man sa punire a piacimento, e in generale ha accettato male i cambi, non comunicando.

Wembanyama e gli Spurs, però, non ci hanno messo molto ad adattarsi, senza nemmeno doversi inventare nulla di particolare. Anthony Edwards, limitato dai problemi alle ginocchia, non è quello super esplosivo che siamo abituati a vedere ogni anno, a maggior ragione ai Playoffs, e questo ne limita la pressione sull’area o sul ferro. Ma soprattutto ne diminuisce l’incidenza del primo passo, costringendolo a palleggiare più del dovuto, facendo emergere le sue difficoltà tecniche in palleggio nello stretto.

San Antonio ha sfruttato tutti i propri esterni, da Stephon Castle e De’Aaron Fox a Dylan Harper e Devin Vassell, per guardare Edwards faccia a faccia anche a palla lontana, contestandone ogni ricezione sui consegnati e impedendogli di prendere velocità. Da qui, i Timberwolves non si sono più ripresi, continuando a sbagliare tiri e a perdere palloni fino al collasso definitivo.

Una soluzione poco cavalcata ma efficace potrebbe consistere nello sfruttare Edwards ancora di più da bloccante, anche solo per creare un po’ di caos nella rete difensiva a maglie strettissime di San Antonio. Impiegare così tanti occhi e pressione su Edwards significa comunicare se cambiare oppure no su un blocco, cercare di prevedere se andrà in pop o se rollerà verso il ferro, e via dicendo.

Questo può favorire lui, come nella seguente clip, a sfruttare anche solo la minima esitazione avversaria, prevenendo i raddoppi. Oppure può creare spazio per i compagni, in caso di errori di comunicazione. Far muovere così tanto senza palla un tiratore simile, uno dei migliori della Lega considerando volume e qualità, non può che favorire l’attacco e mescolare un po’ le carte in tavola.

Oltre al problema delle ricezioni dinamiche, però, si può fare di meglio anche sui raddoppi. La presenza di Wembanyama è sì ingombrante, capace di limitare i tagli “flash” un po’ telefonati a centro area dell’attacco di Minnesota, ma non per questo motivo non si può raggirare, aprendo un po’ di più il campo.

Prendiamo per esempio una delle triple cruciali che hanno consentito ai Timberwolves di rientrare in Gara 4, segnata da Terrence Shannon Jr. Anche se Wembanyama qui non si trovava in campo, il taglio di Mike Conley così largo permette di spalancare la difesa, innescando rotazioni in emergenza. Questo deve imparare a fare il McDaniels di turno, specialmente in quintetti senza Gobert che possano vantare spaziature leggermente migliori – e una dose maggiore di abilità nella gestione del pallone.

Poi, con Wembanyama sarà come al solito tutto diverso. Ma proprio perché si parla di quello che probabilmente passerà alla storia come il miglior difensore mai visto in NBA e nella pallacanestro mondiale, per provare ad attaccarlo serve correggere ogni singolo errore ed eseguire alla perfezione per 48 minuti.

I Timberwolves hanno visto come non attaccare gli Spurs. In una situazione così disperata, dovranno sbrigarsi nel comprendere come attaccarlo, anche qualora dovesse significare prendere decisioni drastiche riguardo a Randle – o Gobert. Quando la situazione è win or go home, non si può lasciare nulla al caso, specialmente contro questo Wembanyama.