Dimenticatevi di tutte le “sottotrame” viste in The Last Dance: il vero lascito di MJ è il basket giocato.

Questo articolo, scritto da Michael Wilbon per The Undefeated e tradotto in italiano da Emilio Trombini per Around the Game, è stato pubblicato in data 4 maggio 2020.


Dio solo sa quanti motivi ci sono per appassionarsi a Michael Jordan, e per rimanere catturati dalle sue vicende, anche a tempo indefinito.

Puoi non essere per niente interessato alla pallacanestro, eppure rimanere sedotto dalle storie attorno alla sua persona: la diatriba tra Jerry Krause e Phil Jackson, quella tra Krause e Scottie Pippen, tra Jordan e Isiah Thomas… E ancora: la mania di controllo di Jordan, il suo vizio per le scommesse, le sue idee politiche, il suo ritiro e, non per ultimo, il suo ritorno sul parquet.

Ma il filo conduttore di tutto questo rimane la pallacanestro più bella mai vista giocare – sì, sono uno di quelli che pensa Jordan sia insuperabile.

Dal 1990 fino a “The Last Dance”, ci siamo tutti ricordati anni dopo che la lista di vittime di Micheal è una storia incredibile, in uno dei periodi di pallacanestro più vivi, che ha regalato alla NBA una popolarità mondiale, prima inimmaginabile.

Jordan non è mai riuscito a battere Larry Bird, ha perso contro i suoi Celtics due volte ai Playoffs – senza vincere neanche una partita della serie – prima che Krause mise insieme una squadra in grado di lottare per il titolo. Michael non ha neanche mai giocato contro Hakeem Olajuwon, né contro gli Houston Rockets ai Playoffs. Lo stesso con David Robinson e i San Antonio Spurs, mentre Kevin Garnett, Kobe Bryant e Allen Iverson, draftati tra il ’95 ed il 96’, erano troppo agli inizi della loro carriera.

Quasi tutti gli altri giocatori dello stesso livello, invece, hanno avuto una chance di incontrarlo. Il compagno di squadra di Jordan a North Carolina, Sam Perkins, ha avuto ben tre occasioni di batterlo ai Playoffs con tre squadre diverse (Los Angeles Lakers, Seattle SuperSonics e Indiana Pacers): le ha però perse tutte e tre.

Solo contando le NBA Finals, Jordan ha sconfitto giocatori come Magic Jonhson e James Worthy, Clyde Drexler e Danny Ainge, Charles Barkley, Tom Chambers, Kevin Johnson e di nuovo Ainge, Gary Payton e Shawn Kemp, John Stockton e Karl Malone, due volte. Riservava sempre, poi, un trattamento speciale ai lunghi di Georgetown: ha sconfitto Patrick Ewing quattro volte, e poi Alonzo Morning e Dikembe Mutombo. Se cerchiamo invece tra giovani talenti dell’epoca, troviamo nella lista Chris Webber e Jalen Rose.

Vogliamo ora concentrarci su gli Hall of Famer più prolifici? Jordan ha battuto 4-0 Dominique Wilkins nella serie del primo Round dei Playoffs del 1993; stesso risultato contro Shaquille O’Neal alle Finali della Eastern Conference nel ’96 (anche se O’Neal ebbe la meglio quando Jordan fece il suo primo ritorno in NBA, nel 1995, indossando il numero 45).

E ancora. I Cleveland Cavaliers avevano ragione di credere alle previsioni che li davano vincitori nel 1990. Peccato che Jordan non fosse d’accordo. Fece fuori Ron Harper, Brad Daugherty e Mark Price, due volte (Jordan fece ai Cavs quello che, anni dopo, LeBron James restituì ai Chicago Bulls).


FOTO: NBA.com

Continuando con la lista, Jordan ha poi battuto gli Indiana Pacers del ’98 con Reggie Miller, Mark Jackson, Chris Mullin e Bird come allenatore, in quella che forse è stata la serie – conclusa a Gara 7 – più difficile nel percorso dei Bulls ai suoi sei titoli con Jordan.

Volete invece ricordare ciò che ha combinato ai suoi compagni del Dream Team – Magic, Barkley, Ewing, Stockton, Malone, Drexler e Mullin? Gli unici che non riuscì (fece in tempo) a battere furono Bird, Robinson e Christian Laettner. E quei nomi devono essere ricordati allo stesso modo delle più grandi vittime, dal momento che tutti i componenti del Dream Team – inclusi Jordan, Barkley e Magic – sostengono che la partita più combattuta che abbiano mai giocato fu proprio quell’allenamento di Team USA, a Monte Carlo, tra i membri della più grande squadra di basket mai assemblata nella storia del gioco. Ah, sono ovviamente tutti nella Hall of Fame.

Certo, i titoli vinti da Chicago hanno iniziato ad arrivare solo dopo al quarto tentativo, quando i Bulls riuscirono finalmente a battere Isiah Thomas, Bill Laimbeer, Joe Dumars e Dennis Rodman. Ed è vero anche che Magic era alla sua 12esima stagione, per cui non proprio nel suo prime atletico. Ma tutti gli altri sono stati annientati nel pieno della loro forma.

Johnson aveva vinto il suo terzo MVP una stagione prima. Barkley, invece, l’anno che perse contro i Bulls in finale nel 1993 aveva appena vinto il premio. Malone è stato MVP nel 1997, l’anno in cui i suoi Jazz persero contro i Bulls, sempre alle Finals.

Questo è il motivo per cui mi viene da contestare la recente uscita di Isiah Thomas, il quale sostiene che LeBron James e Kevin Durant, considerata l’evoluzione atletica nel gioco degli ultimi 40 anni, avrebbero dominato negli anni ’80 e ’90. Penso, semplicemente, che ci fossero troppi ottimi giocatori in quegli anni per fare un’affermazione del genere.

Se James e Durant fossero stati veramente destinati a dominare fino a questo punto, non avrebbero avuto il bisogno di lasciare la propria squadra iniziale, senza aver vinto ancora niente, per unirsi ad altre superstar in grado di aiutarli a vincere.

James e Durant sono talmente forti che probabilmente avrebbero vinto. Ma “dominare” è ciò che Mike Tyson fece a Michael Spinks. I Lakers di Magic, i Celtics di Bird, i Pistons di Thomas e i Bulls di Jordan non sarebbero stati dominati da nessuna superstar, anche se queste avessero giocato assieme.

Uno dei momenti che più ha colpito di un episodio di The Last Dance è stato quello in cui Barkley, i cui Suns furono battuti in sei gare, realizza di aver pensato per la prima volta nella sua vita che ci fosse al mondo un giocatore di basket più forte di lui. Fu un po’ una rivelazione – simile a quella di Bird quando, pur avendo vinto la serie Playoffs contro Jordan, disse di MJ: “God disguised as Michael Jordan”. O la volta in cui Bryant, da uomo sicuro di sé qual è, disse che non avrebbe mai vinto i 5 titoli con i Lakers se Jordan non gli avesse mostrato la via.

E non importa tanto quel che successe tra i dirigenti dei Bulls, o la rivoluzione culturale che vide Jordan far appassionare tutto il mondo anche di cose fino ad allora marginali come le sneakers: quel che, in fin dei conti, è ciò che rende Jordan lo sportivo più rilevante dai tempi di Muhammed Ali, è stata la sua abilità di vincere e dominare, di andare a giocare al Madison Square Garden e dominare i New York Knicks, di andare a Salt Lake City e vincere più volte contro i Jazz di Stockton e Malone, come in quella indimeticabile Gara 6 del ’98. È stato anche giocare 82 partite in 9 stagioni su 14 – altro che “load management”: perché nella mente di Jordan, un biglietto per andare a vedere giocare lui e i Bulls aveva lo stesso valore di un biglietto per l’Hamilton.

Ed è proprio questo, più di tutte le vicende collaterali, il motivo per cui la gente è ancora così appassionata 30 anni dopo il primo titolo di Jordan, e 23 dopo “The Last Dance”.